D I C E M B R E
2 e anche il BARZAEUS,
all'ombra del XAVERIUS. idem
3 Ma solo LUI è diventato
IL DIVINO IMPAZIENTE idem
4 Fabiola: Anche Lei non
era UNA TANTUM !
S.Girolamo
5 pur meritando un
SECONDO TEMPO idem
6 Bonosus: quello SI, era
un pezzo unico ! idem
7 Nel Monachesimo invece,
erano tutti anonimi ! idem
8 Orate Fratres ! Ce lo
dice S.Girolamo idem
9 Ci dice anche: la
verginità, scelta coraggiosa ! idem
10 Caso psichiatrico in mano a S.Geronimo idem
11 ANAGNI, e lo schiaffo a Papa Bonifacio Kircher
12 Un brano di Isaia
Isaia
13 E altro di Giobbe (Vir erat...) Job
14 La VITA... perché così disperato il Petrarca? Petrarca
15 Apriamo un breve ciclo per la TARAHUMARA (Mexico) Rattkay
16 Prodeat Rattkay, idem
17 sequatur
idem
18 quarta puntata idem
19 Il Calcio di questi, e quello dei Guaranies idem + Giann.
20 Le buone letture: raccomendazione anche nostra S.Agostino
21 Una sconcertante mitologia: la FABULA DE HOMINE ! Luis Vives
22 idem
idem
23 idem idem
24 Altra pagina dello stesso
Luis Vives. (richiesto il BIS) idem
25 NATALE (secolo V)
S.Crisologo
26 Cantabri et Astures (La PAX ROMANA anche laggiù) Floro
27 Nella Hispania Cantabra, con Floro e Augusto idem
27 Il Giudizio Finale (ex Evangeliorum concordia) Vulgata
29 Id. negli esametri virgiliani del VIDA. Vida
30 Il vostro "cenone" di domani...sarà "biblico"
? Liber Danielis
31 ARISTO-TELES e ARIST-ARCO. Auguri... da Cesarea Eusebius
In omaggio: ci sara’ un BIS da concerto,
per........................ SANTA
CECILIA.
DICEMBRE 1
Un SANTO non spunta mai
solo:
può però anche
capitare... che faccia ombra agli altri
!
Il mio pensiero, in attesa della ricorrenza del 3 dicembre, quando dovrò ricordare un Santo di prima magnitudine, mi suggerisce l'opportunità di anticipare un paio di quei personaggi di analoga statura, che affiancarono il grande XAVERIO (Francisco de Javier): concretamente: COSME DE TORRES (=TURRIANUS per quanti rimasero fedeli al Latino), e GASPAR BARZAEUS, uomo quanto mai originale (nato BERZE in zona fiamminga), al quale io ero rimasto fedele quando saccheggiando la sua biografia fui colpito dalla decisione del Saverio (quando stava per iniziare l'impresa del Giappone) di "tenerlo in serbo", confinato ad ORMUZ (Hormutium), in attesa di richiamarlo quando avesse incontrato un posto di lavoro proporzionato alle sue molteplici "genialità".
Incominciamo dunque dal Turrianus.
Costui, formato Ignazio di Loyola nei suoi trascorsi giovanili, e navigatore in vita e tra i vari continenti, resta "imprigionato" nelle maglie del Saverio quando per caso, nel suo primo giro del mondo scopre che proprio ad Amboino, dove il SAVERIO sta ancora saggiando quale metodologia sia piu’ valida per tutto l'Oriente -come egli stesso ci racconta nella sua autopresentazione-, vive l'esperienza che soltanto al suo fianco troverà la solida pace dell'anima. Era allora sicuramente sacerdote, ma non in piena regola con le istituzioni canoniche, tanto che, prima di arruolarsi con il Saverio nella Compagnia di Ignazio, dovrà cercare una totale riconciliazione con la gerarchia.
Ascoltiamo lui direttamente; tenendo però conto che non possiamo qui raccontare l'intero suo viaggio, da Sevilla al Messico, e di là al Pacifico e alla Micronesia. Lo contatteremo soltanto da quando, dopo una serie indefinibile di isole, una finalmente è riconoscibile dal nome, Mindanao, nelle Filippine. L'intero testo proviene del solito Maffei, il quale, impegnatosi nel diffondere per l'Europa le Lettere dei missionari, non poteva tirarsi indietro dinanzi a questa autopresentazione fornita da Cosme de Torres. Epistolarum lib.I, pp.95-96. (Non sarebbe facile indicare qui le moltissime edizioni o compilazioni).
Cum quintum iam
et quinquagesimum diem in alto,
procul ab omni
terrae conspectu navigassemus,
ad insulas
denique venimus,
multas numero,
magnitudine perexiguas, loco depressas;
quarum
incolae, nudi, pisce tantum atque
arborum foliis victitabant.
Hic dies octo
substitimus.
Decimo inde die
insulam conspeximus amoenissimam,
frequentioribus
ac proceris admodum consitam palmis:
sed nos vehemens
venti vis descensu prohibuit.
Post decem alios
vel duodecim dies, insulam tenuimus magnam,
sed ab
habitatoribus paene desertam,
Vendenaum nomine
(=Mindanao), cuius ambitus est 200
leucarum.
In ea, cum
quadragesimum circiter diem morati,
neminem ex
incolis vidissemus, ad extremum
barbari navigio
ad nos accedebant , pacis petendae gratia
sanguinem e
pectore brachiisque suo more mittentes.
Sed nostrarum
perterriti strepitu bombardarum,
ita repente in
fugam vertere sese, numquam ut postea comparuerint.
Seminudi
incedere, arboribus pro tectis uti dicuntur:
pro scalis autem
arundinibus mirae proceritatis et crassitudinis.
Inde cum ad
Septemtrionem navigaremus,
vento adversante,
cursum ad meridiem avertimus,
parvamque in
insulam descendimus, carne et oryza abundantem.
Sesquiannum
circiter ibi traduximus.
Incolae sunt
iaculandi peritissimi, venenatisque
utuntur sagittis,
quas ut
inficiant, virulentas quasdam bestiolas
viridium instar
lacertarum enutriunt.
Inde, de nostris
ad 400 amissis, paene coacti discedere,
contendimus ad
Malucum; quo in loco, mora ferme biennii facta,
quod classi
nostrae Novam in Hispaniam reditus non patebat,
de sacerdotum
aliquot virorumque comitum nostrorum sententia,
cum Praefecto Lusitanorum
qui erat ibidem
transegimus ut
nos in hasce Indiae regiones adduceret.
In eo itinere
insulam attigimus quae dicitur Amboinus.
Ibi XAVERIUM
reperi: cuius primo congressu
in ipsius
imitationem sum vehementer incensus...
Defatigato iam
animo, cum nullam plane requiem invenirem,
ad nostrum Divi
Pauli Collegium (in Goa, India) veni...
Ubi res tota ita
placuit, ut mihi posthac in Societate omnino
vivendum ac
permanendum esse decernerem.
Saverio, scoperti i pregi di questo Cosme de Torres = Turrianus, se lo
porterà a suo tempo
in Giappone. Poi, dovendo partire per l'India, lo lascierà a Yamaguchi.
Poi si vedrà !
At Xaverius, ex
IAPONE Indiam, ex India retro Sinarum
littora petiturus,
primum
Christianos in digressu confirmat.
COSMUM TURRIANUM
et Ioannem Fernandum
Amangutiano
praeficit gregi ; ipse in Bungum,
quo Lusitanorum
appulsam audierat navem, recta
contendit.
DICEMBRE 2
Vi ho presentato dunque il
TURRIANUS.
Apriamo ora
l'altro capitolo: il BARZAEUS.
Anche costui, del nome fiammingo olandese Gaspare Barzée, era entrato da poco nella più intima cerchia del Xaverius. Il quale, saggiata la feconda speranza del Giappone, sta ora sognando una nuova priorità, la Cina. Eccolo alla ricerca di nuovi nomi per la programmazione: tutto però rimandato fino all'ormai incoraggiante visita a Goa, dove incontrerà questa volta (febbraio 1552) l'uomo che si cerca e che sarà ora il protagonista di questa pagina.
La disponibilità di spazio però ci
consente una sosta su piccole notizie del momento. Il Saverio lascia ormai a
Bungo una fiorente comunità cristiana, dove spicca un daimio principale che
sarà il padre di uno dei PRINCIPI Giapponesi che vennero in Europa, e che noi abbiamo
già più volte incontrato. Il SAVERIO inoltre portava con se a Goa, ex ipso
etiam fidelium numero, due giapponesi d.o.c. MATTEO e BERNARDO, ad Urbem
usque Romam Iaponicae indolis exempli causa mittendos. Dove e` chiaro: Questo BERNARDO e` il
Giaponese in pole position dinanzi al Colosseo !
Avremmo anche l'interessante notizia della sosta diplomatica coi portoghesi, che egli trova in questa sua prima sosta a Sanciàn, a 30 leghe da Canton (nov.1551). Giungerà a Goa nel febb.1552. E sarà una sua decisione, quella che introdurrà nella nostra cronaca il nuovo protagonista BARZAEUS.
Ibi Gasparem ac
socios perquam suaviter amplexatus,
reliquum unum
esse cognoscit qui dudum in lecto decumberet.
Is e diuturno ac
letali morbo desperatus a caeteris,
numquam tamen
spem abiecerat,
modo Xaverius
ante supremum adesset diem: neque mendax fuit fiducia.
Uti
valetudinarium ingressus pater,
iacentem grato
sermone ac salutatione, uti solebat, impertiit
impositisque
capiti manibus,
consuetam in eam
rem ex Evangelio effatus est verba,
illico levationem
sensit aegrotus, mox etiam vires omnino recepit.
Prima della partenza, Xaverius pianificherà il
seguito:
Ante omnia
Gasparem... quamquam invitum
et comitandi per
asperrima quaeque Patris cupiditate flagrantem,
Goano collegio
caeterisque praeposuit.
In Iaponensem
denique vineam
Cosmo TURRIANO et
Ioanni Fernando subsidiarios designavit...
Ipse inter pias
deducentium lacrymas
discessit XV
Kal.Maii, tertio circiter mense quam e Iapone redierat.
Il Barzaeus dunque,
convalescente... lasciato per ora a Goa, ricomparirà fra poco ad HORMUZ, nel
Golfo Persico, dove, in permanente contatto col Saverio, diventa pioniere in un
nuovo e fecondo apostolato, con gli occhi però, e la posta, rivolti
permanentemente al Giappone, e in attesa degli ordini "dal capo".
Ecco ora la sua PAGINA. (Che poi viene dal solito MAFFEI. Commentarii de Rebus Indicis, usque ad annum 1568 )
Hormutium est
insula, in Sinu Persico,
urbem eiusdem
nominis continens.
Ea, quod vel
propter inquilinorum colluviem mistam variis nationibus
Ethnicis, Mauris,
Iudaeisque,
Christianorum
fidei sinceraeque religioni valde periculosa,
vel propter solis
nimium ardorem aestusque gravissimos,
humanis
corporibus est vehementer infesta.
Idcirco ibi fere
semper aliqui e Societate versari soliti sunt,
per intervalla
sibi invicem succedentes, ut cúm rei christianae,
quoad fieri
potest, sine intermissione prospicerent,
túm etiam eadem,
sive incommoda sive merita,
ad plures sui
ordinis homines pertinerent.
Iidem socii, cum
opus fuit,
classium quae in
expeditionem educerentur sese comites praebuere,
ut navalis turbae
ac propugnatorum animas curarent simul et corpora....
Primus in eam
urbem a Societate GASPAR venit,
moresque hominum,
plane solutos ac perditos,
summa adhibita
diligentia, brevi magna ex parte correxit...
Aestate media,
caloribus maximis, quo anni tempore Hormutii
aqua collo tenus
mersi vulgo homines iacent,
Gaspar singulis
hebdomadis bis terve concionari,
cum Iudaeis,
Mauris Ethnicisque
de religione
concertare atque disserere,
quaestiones de
officiis (quos Casus Conscientiae appellant)
publice
explicare, catechismum pueris maurisque vicatim,
aere campano
coactis, cotidie exponere,
discordias atque
inimicitias tollere,
mulierculas e
caeno flagitiorum extrahere,
valetudinaria
invisere aegrotisque sedulo ministrare,
quieti non plus
quam tres horas ferme tribuere...
Idem, spatio
paene bimestri, dum contra hostes classis instruitur,
militum
confessionibus audiendis ita distentus est,
ut ad somnum una
dumtaxat hora superesset,
ipsumque biduum
nullo cibo traduceret...
Maurorum cantica
sacrilegasque vociferationes
non modo
compressit, sed etiam ex Alcorano
(ita enim incolae
Mahometis fanum appellant,
quod aiunt fuisse
Hormutii celeberrimum omnium)
eiecit ac
sustulit contra omnium spem, vi tumultuque nullo,
crucibus tantum
sex cum agmine psallentium puerorum in Alcorano defixis !
Qua re Mauri
usque adeo perterriti fractique sunt,
ut deserto
confestim fano diffugerint...
Cosa dire, in una sola giornata,
sul XAVERIUS ?
La sua PAGINA sarà necessariamente breve. Nemmeno toccheremo qui quel vuoto totale creato con la sua morte a Sancian. Sarà a questo punto il Turrianus il nuovo Provinciale di GOA; centro logistico per l'Oriente, finchè non potrà sorgere altro analogo a Macau. Il Barzeo invece è da questo momento l’automatico successore del Saverio.
Gaspare BARCEO, seguendo silenziosamente le consegne del "navarro", aveva aspettato impaziente ad Ormuz un richiamo ancora non preciso, se verso il Giappone, oppure verso la Cina. Indebolite nel frattempo le sue forze, e richiamato come Provinciale a Goa, non ebbe la gioia di incontrare vivo il Saverio: anzi, era egli stesso crollato nell'Ottobre 1553, quando ormai, da Malacca, stava per arrivare a Goa la salma del Divino Impaziente.
Huic tantae
gratulationi GASPAR adesse non potuit,
ad aeterna, ut
sperandum est, gaudia paucos ante menses evectus.
Is, Indicae
Provinciae administratione suscepta,
publice
privatimque multa praeclare instituit,
quorum hodieque
usus cum uberrimo perseverant animarum fructu.
Dumque in
domesticam pariter disciplinam
et communem
ecclesiarum utilitatem intentus,
affecto iam
corpusculo
acerbius
graviusque quam ferre posset imperitat,
inter concionandi
ardorem et contentionem
defectus repente
viribus, intra pulpitum conciderat.
Collecto dein
spiritu domum regressus acrique correptus febri,
mox inter
sodalium caros amplexus animam efflavit
XV Kal.Nov. anno
saeculi huiusce quinquagesimo tertio.
Elatus est magno
civitatis luctu, quam sibi suisque universam
excellenti
caritate officiisque devinxerat.
Successor GASPARIS, Melchior
Nonnius...commendata vicariis citeriore Provincia,
cum sociis aliquot Iaponem
petebat...
Per la PAGINA DEL SAVERIUS, che a questo punto non doveva mancare, riporterò qui quanto basti dal documento da me già piazzato su Internet tra gli ALTRI SITUS RACCOMANDATI nella richissima offerta di Pagine Latine, ch'io ho potuto piazzare sotto il provvidenziale patrocinio della PONTIFICIA UNIVERSITA GREGORIANA, col titolo: SINARUM ET JAPONIAE GENTES.
Un testo che proviene, come gli altri, dalla prosa –sempre trionfante-
del Maffei.
▀ XAVERIUS...
MORTI DEMUM MATURUS,
IN INSULA
SANTIANO OCCUMBIT
Qua febre, dies
aliquot acerbe vexatus,
cum onerariae in
salo iactationem aegre admodum ferret,
in casam inde
sese recepit apertam ventoque ac frigore perviam,
ex iis quas ad
extremam littoris oram Lusitani,
ab Sinis
aedificatione prohibiti, e paleis ac
ramalibus momento excitare
atque in discessu
disturbare consueverant.
Ibi, quinto ab
discessu die,
dum Sinam ex
composito portitorem exspectat,
navarchis iam
Lusitanis praeter unum cunctis ex eo loco profectis,
cum ad
refocillandas vires nihil omnino suppeteret,
in summa rerum
omnium egestate
germanus Christi
in morte pariter et in vita discipulus,
accensa divino
amore iacula, e Psalmis ferme petita,
subinde in caelum
emittens, IESUMque ac MARIAM suaviter invocans
e corpore ex quo
iampridem eminebat excessit IV Nonas Decembris
anno Christi Nati
(nam de ipsius quidem aetate nihil traditur)
supra
sesquimillesimum quinquagesimo secundo (1552):
Indicae vero suae
peregrinationis undecimo.
Ea de re serius
moniti Lusitani moerentes accurrunt:
mirantur habitum,
quiescenti quam mortuo propiorem,
compositos artus,
decoram faciem,
ipsa denique
pietatem adhuc spirantia lineamenta.
Dein, rati id
quod erat, indignum ac nefas tanti
sacerdotis corpus
tamque de
Lusitano vel imprimis genere benemeriti,
nullo exsequiarum
honore,
desertis in locis
et barbaro solo relinquere,
cum ipsis
vestimentis in arcam inclusum, viva
operiunt calce,
quo celerius
exesis acrimonia carnibus,
nuda secum ossa
deportarent; ipsam dein arcam
deserto et
squalido quodam in eius insulae colle defodiunt.
Post dies
aliquot, confectis negotiis,
ad sepulcrum
universi conveniunt,
corpus diligenter
inspiciunt attrectantque.
Non modo integrum
solidumque et adspectu iucundum inveniunt,
sed etiam, quo
magis obstupuere, suaviter admodum flagrans.
Laeti suam de
viri sanctitate opinionem comprobari divinitus,
in eadem vivae
calcis arca reconditum,
venerabundi omnes
in navem imponunt.
DICEMBRE 4
F a b i o l a.
La ricordavate... proprio così ?
Beh..! Un pò diversa. Formato
Hollywood, parametri Paramount. Chi è ancora capace di leggere il Latino potrà
qui godersi il privilegio di risalire alle fonti, che in questo caso saranno
autentiche al 100% (dato il mio nobile impegno di promozionare il Latino
originale senza umiliarlo a passare per qualsiasi altro vernacolo). Le Lettere
di San Girolamo, per quanto ad ogni autore possa venire la voglia di
"lavorare di fantasia", avranno qui tutto il gusto della acque
sorgive. Siamo proprio al momento in cui egli si autopresenta come un
appassionato diversorii Bethleemitici et Praesepis dominici amator.
E a lui intendo dedicare un personale Ciclo di ben 9 giornate.
Focalizzate dunque per la Fabiola la sua
data anagrafica e il resto combaccierà da solo, con questo latino geronimiano,
pieno di tenerezza, comprensione, ammirazione... Notate quanto sia palpabile
la sua gioia di star riversando in una lingua immortale un profilo di
conversione che, proprio per questa scelta, non sarà intaccato nemmeno dal
decorso dei secoli. S.Girolamo, che in quella sua sede logistica di Betlemme,
dove ha preferito consacrare la sua vita allo studio della Sacra Scrittura, ed
ha incrocciato pochi mesi fa proprio quella Fabiola, ci fornirà -esattamente
l'anno 400, al momento di ricevere la notizia della sua dormitio- il più
completo profilo di una vita esemplare.
Dalla sua lunga lettera ad un OCEANUS
(che qui possiamo anche ignorare) noi non potremo scegliere se non quanto ci
occorre per questo "primo piano" fotografico; che tuttavia bisognerà
spartire, come nel cinema, nei tradizionali Due Tempi, cioè in due delle nostre
GIORNATE.
PRIMO TEMPO. Fabiola, una
matrona cristiana a Roma, entra in scena dopo aver compiuto un solenne
"passo falso" che oggi, purtroppo, è quasi considerato "di
normale amministrazione". Fallito il suo matrimonio con un marito
incorreggibile nei suoi nemmeno nascosti tradimenti, si è lasciata andare a
"seconde nozze", vivente adhuc marito ripudiato. Soluzione
inacettabile per la moralità cristiana, ieri come oggi: Girolamo non tenta
nemmeno di aprire una facile polemica: Aliae sunt leges Caesaris, aliae
Christi; aliud Papinianus, aliud Paulus noster praecepit. Siamo al caso limite, che la Chiesa
allora dichiarava tale, senza appellarsi alla posteriormente ufficializzata
"sacramentalità" del vincolo coniugale. Igitur et Fabia, dum multa
diaboli vitat vulnera, unum incauta vulnus accepit.
Grazie a Dio però, l'insolubile
problema si risolve in questo caso da solo: morto il secondo marito, Fabiola, in
semet reversa, affronta eroicamente il successivo "secondo
tempo", la penitenza pubblica -parallela in qualche modo con quella di
Teodosio a Milano, ma qui ancor più solenne, in S.Giovanni in Laterano, che è,
come oggi si legge nella sua facciata, OMNIUM
ECCLESIARUM ORBIS MATER ET
CAPUT.
La parola passa a questo punto a S.Girolamo.
EPISTOLAE, 77 Ad Oceanum, de morte Fabiolae.
Quod secundum
sortita matrimonium, prius reliquerit,
non laudabo
conversam nisi ream (prius) absolvero.
Tanta prior
maritus vitia habuisse narratur,
ut ne scortum
quidem et vile mancipium ea sustinere posset.
Quae si voluero
dicere, perdam virtutem feminae,
quae maluit
culpam subire discidii
quam corporis sui
infamare partem et maculas eius detegere.
Hoc solum
proferam quod verecundae matronae et Christianae satis est.
Praecepit Dominus
uxorem non debere dimitti,
excepta causa
fornicationis, et si dimissa fuerit, manere innuptam.
Quidquid viris
iubetur, hoc consequenter redundat ad feminas:
neque enim
adultera uxor dimittenda est et vir moechus tenendus !...
Apud nos, quod
non licet feminis, aeque non licet viris;
et eadem servitus
pari condicione censetur !...
Sed quid ego in
abolitis et antiquis moror,
quaerens excusare
culpam, cuius poenitentiam ipsa confessa est ?
Quis hoc
crederet, ut post mortem secundi viri in semet reversa
(quo tempore
solent viduae neglegentes,
iugo servitutis
excusso, agere se liberius, adire balneas,
volitare per
plateas, vultus circumferre meretricios...),
saccum indueret,
errorem publice fateretur et,
tota Urbe
spectante romana, ante diem Paschae,
in Basilica
quondam Laterani (qui caesariano
truncatus est gladio)
staret in ordine
poenitentium,
episcopo,
presbyteris et omni populo conlacrimanti, sparsum crinem,
ora lurida,
squalidas manus, sordida colla submitteret ?
Quae peccata
fletus iste non purget ?
Quas inveteratas
maculas haec lamenta non abluant?
Petrus trinam
negationem trina confessione delevit.
Aaron... David...
(plurima, ut solet, nomina
recenset).
Aperuit cunctis
vulnus suum,
et decolore in
corpore cicatricem flens Roma conspexit.
Dissuta habuit
latera, nudum caput, clausum os.
Non est ingressa
ecclesiam Domini,
sed extra castra
cum Maria, sorore Moysi separata, consedit,
ut quam sacerdos
eiecereat, ipse revocaret.
Descendit de
solio deliciarum suarum, accepit molam, fecit farinam,
et discalceatis
pedibus transivit fluenta lacrimarum...
Faciem per quam
secundo viro placuerat verberabat,
oderat gemmas,
linteamina videre non poterat, ornamenta fugiebat.
Sic dolebat,
quasi adulterium commisisset,
et multis
impendiis medicaminum unum vulnus sanare cupiebat.
DICEMBRE 5
F a b i o l a
, 2º tempo
Anche qui, un secondo tempo che più impensabile non c'era. In tre quadri questa volta. A) Fabiola si dà da fare per aprire un nosocomio (che qui è così denominato in greco, dallo stesso Girolamo) a Porto Romano. B) Parte poi verso Bethlemme all'incontro di S.Girolamo. C) E` costretta a rientrare di corsa in Italia poichè la Palestina è zona ad alto rischio per via delle orde barbare. Inaspettatamente la dolorosa notizia della sua morte sorprende lo stesso Girolamo.
Probabilmente inedito sembrerà a molti quel filmato veristico della
molteplice attività di Fabiola: ci sembrerà di assistere, in versione
originale, alle prime mosse di una Madre Teresa di Calcutta... laggiù, in
India. E non vi perdete il commento realistico di Girolamo, che sa riconoscere
il merito totale di questa santità cristiana, esercitata pagando di persona,
pur riconoscendo i buoni sentimenti di quanti, egli precisa, divites et
religiosos, e ne elenca la causa, ob stomachi angustiam, che tuttavia sanno exercere
huiuscemodi misericordiam per aliena ministeria, et clementes esse pecunia non
manu. Lasciamo il resto alla vostra attenzione:
non va persa nemmeno una parola. Anzi,
andrebbero rintracciati gli omissa mediante una lettura integrale !
Recepta (igitur)
sub oculis omnis Ecclesiae communione, quid fecit ?
Scilicet in die
bona, malorumne oblita est ?
et post
naufragium, rursum temptare voluit pericula navigandi ?
A) Quin potius, omnem censum quem habere
poterat
(erat autem
amplissimus, et respondens generi eius),
dilapidavit ac
vendidit,
et in pecuniam
congregatum, usibus pauperum praeparavit;
et prima omnium
NOSOCOMIUM instituit,
in quo
aegrotantes colligeret de plateis, et,
consumpta
languoribus atque inedia, miserorum membra refoveret.
Describam nunc
ego diversas hominum calamitates,
truncas nares,
effosos oculos, semiustos pedes, luridas manus,
tumentes alvos,
exile femur, crura turgentia,
et de exesis ac
putridis carnibus vermiculos bullientes ?
Quotiens morbo
regio et poedore confectos,
humeris suis ipsa
portavit !
quotiens lavit
purulentam vulnerum saniem,
quam alius
aspicere non audebat.
Praebebat cibos
propria manu,
et spirans
cadaver sorbitiunculis intrigabat.
Scio multos,
divites et religiosos, ob stomachi angustiam,
exercere
huiuscemodi misericordiam per aliena ministeria,
et clementes esse
pecunia, non manu !
Quos equidem non
reprobo,
et teneritudinem
animi nequaquam interpretor infidelitatem;
sed sicut
imbecillitati stomachi veniam tribuo,
sic perfectae
mentis ardorem in caelum laudibus fero.
Magna fides ista
contemnit... (sequitur
consueta amplificatio).
Quod monasterium
non illis opibus sustentatum est ?
quem nudum et
clinicum non Fabiolae vestimenta texerunt ?
in quos se indigentium
non effudit praeceps et festina largitio ?
Angusta
misericordiae Roma fuit !
Peragrabat
insuper Insulas, Etruscum Mare,
Vulscorumque
provinciam, et reconditos curvorum
litorum sinus,
in quibus
monachorum consistunt chori, vel proprio corpore,
vel transmissa
per fideles ac sanctos viros munificentia circuibat.
B) Unde repente et contra opinionem omnium
Hyerosolimam navigavit,
ubi multorum
excepta concursu, nostro parumper usa est hospitio.
Cuius societatis
recordans, videor mihi adhuc videre quam vidi.
Iesu bone, quo
illa fervore, quo studio intenta erat
divinis
voluminibus, et veluti quandam famem satiare desiderans,
per prophetas,
evangelia psalmosque currebat,
quaestiones
proponens, et solutas recondens in scriniolo pectoris sui...
C) Verum quod coepimus persequamur.
Quaerentibus
nobis dignum tantae feminae habitaculum,
cum ita
solitudinem cuperet ut diversorio Mariae carere nollet,
ecce subito...
Oriens totus intremuit, ab ultima Moeotide,
inter glacialem
Tanain et Massagetarum immanes populos,
ubi Caucasi
rupibus feras gentes Alexandri claustra cohibent,
erupisse Hunorum
examina, quae pernicibus equis huc illuc volitantia,
caedis pariter ac
terroris cuncta complerent.
Aberat tunc
Romanus Exercitus, et bellis civilibus in Italia tenebatur...
Consonus inter
omnes rumor petere eos Hyerosolymam
et ob nimiam auri
cupiditatem ad hanc urbem concurrere...
Tum et nos
compulsi sumus parare naves, esse in litore...
Illa, quia tota
in sarcinis erat et in omni orbe peregrina,
reversa est ad
patriam ut ibi pauper viveret ubi dives fuerat.
Nos hoc tantum
(nunc) dolemus,
quod
pretiosissimum de sanctis locis monile perdidimus...
Totius Urbis
populos exsequiae congregarunt...
non plateae, non
porticus, non imminentia desuper tecta
capere poterant
prospectantes...
DICEMBRE 6
Vi sto oggi imbastendo una PAGINA turbolenta: su una di quelle bizzarre forme di ascetismo che non sembra proprio combacciare coi gusti moderni; siamo oggi troppo razionalisti per abbracciare scelte di così manifesta arbitrarietà. Bonoso era stato, oltre a collactaneus di Girolamo, anche suo bravo contubernalis durante gli studi a Treviri (Oggi Trier), in Germania, dove si sono spartiti la stessa stanza (donde il contubernalis latino, efficacissimo e quasi pittorico).
quondam fuisse
tironem... scis enim et ego et ille
a tenera pariter
infantia ad florentem usque adoleverimus aetatem,
ut idem nos
nutricum sinus, idem amplexus fuerint baiulorum,
et cum, post
Romana studia,
ad Rheni
semibarbaras ripas eodem cibo, pari frueremur hospitio...
Niente di anormale quindi, ma guarda un pò... cosa viene ora a scegliere questo Bonosus per darsi uno scossone nella sua identità cristiana: ripiega su uno sperduto scoglio, e lì, 24 ore su 24, deciso ad approfondire il suo rapporto con Dio, in totale incomunicazione con gli umani...
Sono consapevole di starvi offrendo un
brano volutamente retorico. Tuttavia, per coloro che altro qui non cercano se
non l'assuefazione al buon latino, anche questo esibizionismo lessicale può
diventare "una goduria", come dicono i napoletani... Anzi, vi regalo
a titolo personale una mia bizzarra autodefinizione (gioco col MIO nome!) che
fu sicuramente suscitata da quel prospicit che troverete alla fine della
terza riga di questa Lettera (Ad Rufinum, num.3) su Bonosus ;
FELIX ILLE
EST - qui futura prudenter prospicit,
-
praesentia cautus conspicit,
-
radices suas in praeteritis respicit.
Rientriamo ora nel programmato personaggio, qui sese tantummodo inspicit. Geronimiano quindi soltanto al 40%
Bonosus tuus, immo
meus, et ut verius dicam noster,
scalam
praesagatam, Jacob somniante, iam ascendit:
portat crucem
suam nec de crastino cogitat, nec post tergum respicit !
Seminat in
lacrimis ut in gaudio metat,
et sacramento
Moysi serpentem in eremo suspendit.
Cedant huic
veritati
tam Graeco quam
Romano stilo mendaciis ficta miracula.
Ecce puer
honestis saeculo nobiscum artibus institutus,
cui opes adfatim,
dignitas apprime inter aequales,
contempta matre,
sororibus et carissimo sibi germano...
Insulam pelago
circumsonante navifragam,
cui asperae
cautes et nuda saxa et solitudo terrori est,
quasi quidam
novus paradisi colonus insedit !
Nullus ibi
agricolarum, nullus monachorum,
ne parvulus
quidem quem nosti Onesimus,
quo velut fratre
minusculo fruebatur,
in tanta vastitate
adhaeret lateri comes.
Solus ibi, immo
iam, Christo comitante, non solus,
videt gloriam
Dei, quam etiam Apostoli nisi in deserto non viderant.
Non quidem
conspicit turritas urbes,
sed in novae
civitatis censu dedit nomen suum.
Horrent sacco
membra deformi,
sed sic melius
obviam Christo rapietur in nubibus.
Nulla euriporum
amoenitate perfruitur,
sed de latere
Domini aquam vitae bibit.
Propone tibi ante
oculos, amice dulcissime,
et in praesentiam
rei totus animo ac mente convertere;
tunc poteris
laudare victoriam cum laborem proeliantis agnoveris.
Totam circa
insulam fremit insanum mare
et sinuosis
montibus inlisum scopulis aequor reclamat;
nullo terra
gramine viret:
nullis vernans
campus densatur umbraculis;
abruptae rupes
quasi quemdam horroris carcerem claudunt.
Ille securus,
intrepidus et totus de apostolo armatus,
nunc Deum audit
cum divina relegit,
nunc cum Deo
loquitur cum Dominum rogat, et fortasse,
ad exemplum
Iohannis, aliquid videt dum in insula
commoratur !
Quas nunc
diabolum nectere credis tricas,
quas parare
arbitraris insidias...?
Forsitan antiquae
fraudis memor famem suadere temptabit.
Sed iam illi
responsum est non in solo pane vivere
hominem !
Opes forsitan
gloriamque proponet, sed dicetur illi:
Qui cupiunt
divites fieri incidunt in muscipulum et temptationes !
et: Mihi
gloriatio omnis in Christo est !
Fessa ieiuniis
membra morbo gravante concutiet;
sed apostoli
repercutietur eloquio:
Quando infirmor,
tum fortior sum; et Virtus in infirmitate perficitur!
Minabitur mortem
sed audiet: Cupio dissolvi et esse cum Christo !
Ignita iacula
vibrabit, sed excipientur scuto fidei.
Et, ne multa,
impugnabit satanas, sed tutabitur Christus !
Il monachesimo in Egitto:
con una breve scheda di S.Girolamo
Breve, anche perchè non possiamo rubargli troppe delle sue manifeste "indiscrezioni": ma quanto basta almeno per venire incontro -con informazioni di prima mano- alla moderna sete di autenticità nella nostra ricerca di Dio in questo nostro mondo, ormai saturo di assordanti inviti a farne a meno.
SANCTI HYERONIMI EPISTULAE,
Epist. 22, Ad Eustochium, cap.34 ss. Edición Valero, nella BAC, p.248
Et quoniam
monachorum fecimus mentionem,
et te scio libenter audire quae sancta
sunt, aurem paulisper adcommoda.
TRIA sunt in
Aegypto genera monachorum:
- coenobium quod
illi SAUHES gentili lingua vocant,
nos "in commune viventes" possumus
appellare;
- anachoretae,
qui soli habitant per deserta
et ab eo quod
procul ab hominibus recesserint
nuncupantur;
-
tertium genus
est, quod dicunt REMNUOTH,
-
deterrimum atque
neglectum,
et quod in nostra provincia aut solum
aut primum est.
Hi bini vel terni
nec multo plures simul habitant
suo arbitratu ac
ditione viventes, et de eo quod laboraverint
in medium partes
conferunt, ut habeant alimenta
communia.
Habitant autem
quam plurimum in urbibus et castellis,
et quasi arx sit
sancta, non vita,
quidquid
vendiderint, maioris est pretii.
Inter hos saepe
sunt iurgia, quia suo viventes cibo,
non patiuntur se
alicui esse subiectos.
Re vera solent
certare ieiuniis, et rem secreti... victoriae faciunt.
Apud hos
affectata sunt omnia: lapsae manicae,
caligae
follicantes, vestis grossior, crebra suspiria,
visitatio
virginum, detrectatio clericorum...
et si quando
festior dies venerit, saturantur ad vomitum.
His igitur quasi
quibusdam testibus exterminatis,
veniamus ad eos
qui plures in commune habitant,
id est quos
vocari COENOBIUM diximus.
Prima apud eos
confoederatio est
oboedire
maioribus et quidquid iusserint facere.
Divisi sunt per
decurias atque centurias,
ita ut novem hominibus
decimus praesit,
et rursus decem
praepositos sub se centesimus habeat.
Manent separati
sed iunctis cellulis.
Usque ad horam
nonam quasi iustitium est;
nemo pergit ad
alium, exceptis his quos decanos diximus,
ut si cogitationibus
forte quis fluctuat, illius consoletur alloquiis.
Post horam nonam
in commune concurritur;
psalmi resonant,
Scripturae ex more recitantur,
et completis
orationibus cunctisque residentibus,
MEDIUS, quem
patrem vocant, incipit disputare.
Quo loquente
tantum silentium fit
ut nemo ad alium
respicere, nemo audeat excreare.
Dicentis laus in
fletu est audientum !
Tacite volvuntur
per ora lacrimae
et ne in
singultus quidem erumpit dolor.
Cum vero de Regno
Christi, de futura Beatitudine,
de gloria
coeperit adnuntiare ventura, videas cunctos
moderato suspirio
et oculis ad caelum levatis, intra se dicere:
Quis dabit mihi
pennas sicut columbae, et volabo et requiescam ?
Post hoc
concilium solvitur, et unaquaeque decuria, cum suo parente,
pergit ad mensas,
quibus per singulas ebdomadas vicissim ministrant.
Nullus in cibo
strepitus, nemo comedens loquitur.
Vivitur pane,
leguminibus et olere, quae sale et oleo condiuntur.
Vinum tantum
senes accipiunt, quibus et parvulis saepe fit prandium,
ut aliorum fessa
sustentetur aetas, aliorum non frangatur incipiens.
Dein consurgunt
pariter, et hymno dicto, ad praesepia
redeunt.
Ibi usque ad
vesperam cum suis unusquisque loquitur
et dicit:
"vidistis illum et illum, quanta in ipso sit gratia,
quantum
silentium, quam moderatus incessus? "
Si infirmum
viderint, consolantur:
si in Dei amore
ferventem, cohortantur ad studium.
Et quia nocte
extra orationes publicas,
in suo cubili
unusquisque vigilat, circumeunt cellulas singulorum,
et aure adposita,
quid faciant diligenter explorant.
Quem tardiorem
deprehenderint, non increpant,
sed, dissimulato
quod norunt, eum saepius visitant
et prius
incipientes provocant magis orare quam cogunt.
Si vero quis
coeperit aegrotare, transfertur ad exedram latiorem,
et tanto senum
ministerio confovetur
ut nec delicias
urbium nec matris quaerat affectum.
Dominicis diebus
orationi tantum et lectionibus vacant;
quod quidem et
omni tempore, completis opusculis faciunt.
Cotidie de
Scripturis aliquid discitur.
Ieiunium totius anni
aequale est,
excepta
Quadragesima, in qua sola conceditur strictius vivere...
ORATE, FRATRES !
Oportet
semper orare.
Etiam dormientes? Un Girolamo generoso vi dirà expliciter che anche il sonno può diventare preghiera.
Io, che Dottore della Chiesa non sono, vi consiglierei di crederlo alla
lettera, esattamente come rispondo a chi mi confessa ingenuamente che, appena
incominciate le "preghiere della sera", si addormenta. Niente di
meglio! Vuol dire che vi addormentate senza spegnere l'interruttore, e il
battito del cuore resta accesso, puntando verso il cielo, nella direzione più
opportuna. A questi, e a tutti quanti, gioverà leggere in buon latino il brano
che vi darò nell'odierna PAGINA, che ritrovo nella Liturgia Horarum e proviene da San Cipriano.
Prima della quale potrei anche dilatare un vostro spazio teologico con la dimensione storica che, secondo s.Girolamo, davano già nei primissimi secoli del cristianesimo i monachi dell'Egitto (che forse egli conteggiava generosamente quando ci diceva che erano 5000). Come rispondere a quell'obbligo, proveniente da un pulpito più alto, da SAN PAOLO: Oportet SEMPER orare et NUNQUAM deficere ? Proprio così ?
Eccovi la risposta del monachesimo:
Post haec, quamquam
Apostolus semper orare nos iubeat
et sanctis etiam
ipse somnus oratio sit,
tamen divisas
orandi horas habere debemus ut, si forte
aliquo fuerimus
opere detenti, ipsum nos ad officium tempus admoneat:
horam... tertiam,
sextam, nonam,
diluculum quoque
et vesperam, nemo (est) qui nesciat.
Nec cibus a te
sumatur nisi oratione praemissa,
nec recedatur a
mensa nisi referantur gratiae Creatori.
Noctibus bis
terque surgendum,
revolvenda de
Scripturis quae memoriter tenemus.
Egredientes
hospitium armet oratio,
regredientibus de
platea oratio occurrat antequam sessio,
nec prius
corpusculum requiescat quam anima pascatur.
Ad omnem actum,
ad omnem incessum, manus pingat crucem !
STI. HYERONIMI Epistulae. Ad Eustochium (22,37 = Audi filia).
La Pagina, di S.Cipriano, viene dalla Liturgia Horarum, II, pag.81
Multa et per
prophetas, servos suos, dici Deus voluit et audiri:
sed quanto maiora
sunt quae Filius loquitur,
quae Dei sermo,
qui in prophetis fuit, PROPRIA VOCE TESTATUR,
non iam mandans
ut paretur venienti via,
sed IPSE veniens
et viam nobis aperiens, ut,
qui in tenebris
mortis errantes, improvidi, caeci prius fuimus,
luce gratiae
luminati, ITER VITAE
duce et rectore
Domino teneremus.
Qui inter cetera
salutaria sua monita et praecepta divina,
quibus populo suo
consulit ad salutem,
etiam orandi ipse
formam dedit,
ipse quid
precaremur monuit et instruxit.
Qui fecit vivere,
docuit et orare,
benignitate ea
scilicet qua et cetera dare et conferre dignatus est,
ut, dum prece et
oratione quam Filius docuit apud Patrem loquimur,
facilius
audiamur.
Iam praedixerat
horam venire,
quando veri
adoratores adorarent Patrem in Spiritu et Veritate,
et implevit quod
ante promisit,
ut qui Spiritum
et Veritatem de eius sanctificatione percepimus,
de traditione
quoque eius vere et spiritaliter adoremus.
Quae enim potest
esse magis spiritualis oratio
quam quae a
Christo nobis data est,
a qua nobis et
Spiritus Sanctus missus est;
quae vera magis
apud Patrem precatio
quam quae a Filio,
qui est Veritas, de eius ore prolata est ?
Ut aliter orare
quam docuit, non ignorantia sola sit sed et culpa,
quando ipse
posuerit et dixerit:
Reicitis mandatum
Dei, ut traditionem vestram statuatis.
Oremus itaque,
fratres dilectissimi, sicut magister Deus docuit.
Amica et
familiaris oratio est Deum de suo rogare,
ad aures Eius
ascendere Christi orationem.
Agnoscat Pater
Filii sui verba cum precem facimus:
qui habitat intus
in pectore, ipse et in voce;
et cum ipsum
habeamus apud Patrem advocatum pro peccatis nostris,
quando peccatores
pro delictis nostris petimus,
advocati nostri
verba promamus.
Nam cum dicat:
Quia quodcumque
petierimus a Patre in nomine eius dabit nobis,
quanto efficacius
impetrabimus quod petimus Christi nomine,
si petamus ipsius
oratione ?
DICEMBRE 9
La verginità:
Una scelta coraggiosa
La chiamarono "illibatezza" in uno dei programmi più chiacchierati della TV italiana di non pochi anni fa. Con conduttori come Enzo Tortora era facile suscitare ogni sorta di plebiscitari referendum. Ma i valori eterni, tali resteranno, malgrado l'episodico contentino regalato alle contrastanti opinioni dei videodependenti, sottoposti al flusso delle effimere alte e basse maree.
La così detta "illibatezza" non uscì entusiasticamente quotata allora, nè si potrà sperare mai una referendaria valutazione su un valore che sarà sempre fragile, perchè se "illibatezza" vuol soltanto segnalare il fatto materiale, ma NEGATIVO! (che tale è "quell'atto non ancora compiuto"); verginità è invece inseparabile di un qualche senso di eroica oblazione, o almeno, di un impegnato "rimandiamo", oppure “rinunciamo”. Oggi la telematica offre -dicono "senza falsi pudori"- quell'oceanico flusso di immagini per le quali non scarseggieranno mai i guardoni.
Voglio invece, io e qui, avere il
coraggio di sorprendervi con un titoletto che avrei anche potuto darvi già nel
titolo, e che avrebbe potuto suonare così: Esaltante CHRISTIANAE
VIRGINITATIS ENCOMIUM ! Si tratta del resto di una PAGINA che, si poteva
ben capirlo, proviene dalle HYERONIMI EPISTULAE, più concretamente dalla n.22, indirizzata
alla giovanissima "teenager" romana, Eustochion (cultura e gusto greco, come lo dice il solo
diminutivo in -ion. Quella verginella, col nome ormai romanizzato, è
oggi da molti nominata Eustoquia).
Stralcerò dalla lettera di S.Girolamo,
AUDI FILIA, quanto basti per invitarvi a leggere il resto: prima, qui
subito, un brevissimo brano (38); poi riempirà a tutto tondo la PAGINA odierna
la chiusura originale (41).
38... Potes et tu
esse MATER DOMINI... Et mirum in modum ille,
quem in
latitudine pectoris tui paulo ante descripseras,
quem in novitate
cordis stilo volante signaveras,
postquam spolia
ex hostibus ceperit,
postquam
denudaverit principatus et potestates, et affixerit eas Cruci,
conceptus
adolescit, et maior effectus
sponsam te
incipit habere de matre. Grandis labor sed grande praemium,
esse quod
martyres, esse quod apostoli, esse quod Christus est !
Quae quidem
universa tum prosunt cum in Ecclesia fiunt,
cum in una domo
Pascha celebramus, si arcam ingredimur cum Noe,
si pereunte
Hiericho, Raab iustificata nos
continet.
Ceterum virgines,
quales apud diversas haereses
et quales apud
impurissimum Manicheum esse dicuntur,
scorta sunt
aestimanda, non virgines.
Si enim corporis
earum auctor est diabolus,
quomodo possunt honorare
plasticam hostis sui ?
Sed quia sciunt
virginale vocabulum gloriosum,
sub ovium
pellibus lupos tegunt. Christum
mentitur antichristus
et turpitudinem
vitae falso nominis honore convestiunt.
Gaude, soror;
gaude, filia; gaude mi virgo !
Quod aliae
simulant, tu vere ecce coepisti.
(41)
Egredere quaeso paulisper e corpore,
et praesentis
laboris ante oculos tuos pinge mercedem
quam nec oculus
vidit nec auris audivit, nec in cor hominis ascendit.
Qualis erit illa
dies, cum tibi Maria, Mater Domini,
choris occurret
comitata virgineis,
cum post Rubrum
Mare et submersum cum suo exercitu Pharaonem,
tympanum tenens
praecinet responsuris:
Cantemus
Domino; gloriose enim magnificatus est;
equum et
ascensorem proiecit in mare !
Tunc Thecla in
tuos laeta volabit amplexus.
Tunc et ipse
sponsus occurret et dicet:
Surge, veni,
proxima mea, speciosa mea, columba mea,
quia ecce hyems
transiit, pluvia abiit sibi.
Tunc angeli
mirabuntur et dicent:
Quae est ista
prospiciens quasi diluculum,
speciosa ut Luna,
electa ut Sol...? Videbunt te filiae et
laudabunt te;
reginae et
concubinae te praedicabunt.
Tunc et alius
castitatis chorus occurret:
Sara cum nuptis
veniet: filia Phanuelis, Anna, cum viduis.
Erunt ut in diversis
gregibus, carnis et spiritus, matres tuae.
Laetabitur illa
quod genuit; exultabit ista quod docuit.
Tunc vere super
asinam Dominus ascendet,
et caelestem
ingredietur Hierusalem.
Tunc parvuli, de
quibus in Esaia salvator effatur:
Ecce ego et pueri
quos mihi dedit Dominus,
palmas victoriae
sublevantes, consono ora cantabunt:
osanna in
excelsis; benedictus qui venit in nomine Domini,
osanna in
excelsis !
Tunc centum
quadraginta quattuor milia, in conspectu throni et seniorum,
tenebunt citharas
et cantabunt canticum novum.
Et nemo poterit
scire canticum illud nisi numerus definitus:
hi sunt, qui se
cum mulieribus non coinquinaverunt,
virgines enim
permanserunt.
Quotiescumque te
vana saeculi delectarit ambitio,
quoties in mundo
aliquid videris gloriosum,
ad paradisum
mente transgredere; esse incipe quod futura es,
et audies ab
sponso tuo:
Pone me sicut
signaculum in corde tuo, sicut signaculum in brachio tuo.
Et opere pariter
ac mente munita clamabis:
Aqua multa non
poterit extinguere caritatem
et flumina non
cooperient eam !
DICEMBRE 10
San
Girolamo:
sorprendente
intervento... da psichiatra !
Sarà questa Pagina una stralcio breve di una risposta lunga. Quest'inatteso documento lo trovo nella serie delle Lettere di S.Girolamo, al num.117, e vi trascriverò quanto di esso basti per dirvi in quale complessità di problemi spirituali vengono cacciati i "pastori di anime" quando proprio queste anime cascano nelle sabbie movili della non infallibile psichiatria.
Questa volta però, al nostro monaco che
vuol consecrarsi allo studio della Scrittura Sacra nella pace di Betlemme, è
venuto a rubargli la pace psicologica altro monaco della Gallia, che gli chiede proprio un intervento da specialista per
risolvere un suo dolente caso familiare: una sua sorella (25 anni), che sembra
essere stata prima una candidata all'ascetismo della verginità consacrata, sta
ora in procinto di mandare alle ortiche un matrimonio, civile soltanto o
neanche, che poi la sta portando al limite di ogni soportazione con la madre,
rinchiusasi in una decisione irreconciliabile: Ambedue sono giunte al patto
irrevocabile di vite e camere separate !!!
A me sembra che la risposta l'abbia
vergato S.Girolamo in fretta, dando al monaco della Gallia l'appuntamento per
la vigilia della sua partenza. Poi, superato il dubbio se consegnarli un
documento troppo impegnativo, si arrende a vergare un brano che spieghi quel
suo scritto tecnico, e glielo consegna in fretta perchè la nave sta ormai
richiamando al porto i ritardatari. Capirete così, nella sola lettura di questa
che noi avremmo definito come un "postdata" dell'ultimo momento, con
l'ultima riga molto impegnativa, che i compilatori delle lettere del nostro
Santo avrebbero dovuto interpretare ad litteram, cioè non avrebbero dovuto pubblicarla.
Io a questo
punto mi fermerò; sufficientemente soddisfatto di aver suscitato la voglia o la
capacità tecnica di cercare per conto vostro il resto delle 7 lunghe PAGINE. Se
NAVIGATORI siete, navi-gate pure, perchè l'intero testo è stato
confidenzialmente affidato al monaco francese; egli è ormai sulla passerella
per l'imbarco; il testo è stato per noi recuperato in seguito, dai compilatori
delle OPERA OMNIA.
Non entro nell'intera tematica che questa inaspettata lettera rasenta, avvicina o supera. Il giudizio dovrà essere vostro. Vi anticipo uno soltanto dei tanti pregi che potrei elencare. Sorprende in questo monaco contemplativo, la memoria -quasi telematica?- che lo aiuta a ripescare tante delle sue "lezioni di vita" accumulate nella sua gioventù e nel protratto lavoro di guidare nell'ascetismo quelle matrone e verginelle romane che a lui si affidavano con entusiasmo.
Il postino bussa già alla porta, ma il limato preziosismo linguistico di S.Girolamo, e la sua convenzionale dichiarazione di non voler autorizzare la divulgazione di una Lettera che egli presenta come "esercitazione di scuola", ci dimostra che egli, oltre alla capacità di dialogare con FREUD, aveva anche le qualità sufficienti per candidarsi ad un premio di "giornalismo".
"Aiutino" forse opportuno per i principianti :
CONSTANTIA non è la nostra
"costanza", che in buon latino sarebbe perseverantia;
e sara’ meglio tradurre come COERENZA ! Lettera 117 (B.A.C. Valero, I, pag.354).
Retulit mihi quidam frater e Gallia,
se habere sororem
virginem matremque viduam,
quae, in eadem
urbe! divisis habitarent cellulis, et,
vel ob hospitii
solitudinem vel ob custodiendas facultates,
praesules sibi quosdam
clericos adsumpsissent;
ut maiore
dedecore iungerentur alienis quam a se fuerant separatae !
Cumque ego
ingemiscerem,
et multo plura
TACENDO quam LOQUENDO significarem,
" quaeso te
-inquit- corripias eas litteris tuis
et ad concordiam
revoces, ut mater filiam, filia matrem agnoscat".
Cui ego: Optimam
-inquam- mihi iniungis provinciam,
ut ALIENUS
conciliem quas FILIUS FRATERque non potuit !
Quasi vero
episcopalem cathedram teneam
et non clausus
cellula ac procul a turba remotus,
vel praeterita
plangam vitia, vel vitare nitar praesentia.
Sed et incongruum
est latére corpore et lingua per orbem vagari !
Et ille:
"Nimium -ait- formidolosus!
Ubi illa quondam constantia
in qua,
multo sale orbem
defricans, Lucilianum quippiam retulisti?"
Hoc est -aio-
quod me fugat et labra dividere non sinit.
Postquam enim
arguendo crimina factus sum criminosus,
et iuxta tritum
vulgi sermone proverbium:
Iurantibus et
negantibus cunctis, me aures nec credo habere nec tango;
ipsique parietes
in me maledicta resonarunt,
et in me
psallebant qui bibebant vinum.
Coactus malo,
tacere didici, rectius esse arbitrans
ponere custodiam
ori meo et ostium munitum labiis meis,
quam declinare
cor meum in verba malitiae:
et dum carpo
vitia, in vitium detractionis incurrere !
Quod cum
dixissem: " Non est -inquit-
detrahere, verum dicere:
nec privata
correptio generalem doctrinam facit;
cum aut rarus aut
nullus sit qui sub huius culpae reatum cadat.
Quaeso ergo te ne
me, tanto itinere vexatum, frustra venisse patiaris.
Scit enim Dominus
quod, post visionem sanctorum locorum,
hanc vel maxime
causam habui
ut TUIS LITTERIS
sorori me redderes et matri!"
Et ego: Iam iam
-inquam- quod vis faciam:
nam et epistolae
transmarinae sunt,
et specialiter
sermo dictatus raros potest invenire quos mordeat.
Te autem moneo ut
clam sermonem hunc habeas.
(Sequitur plenior exhortatio, sed... PAGINARUM huiuscemodi
8-9).
DICEMBRE 11
ANAGNI, e la sua fatale storia
Per riguardo agli "odierni"
abitanti di Anagni, ritengo piu’ che giusto proclamare in anticipo che loro non hanno niente a che fare con
questa storia del passato. Anche se il Kircher –del quale sara’ la nostra
pagina- non sembra aver raggiunto questo atteggiamento di
“perdono a chi per niente ha offeso”.
Ma, sia il ricordo di Sciarra
Colonna, che l'attentato al Papa Gian Paolo II obbligava a ricordarlo, sia
anche il fatto che la vittima di quel malaugurto affronto... era il Papa che
indisse il primo formale Giubileo; i massmedia hanno ricordato -anche troppo-
un'offesa, che la Chiesa invece non ha voluto per niente ricordare quando di
perdono si è parlato.
Inoltre Anagni, anche senza questa pagina negativa
che non dovrebbe danneggiare coloro ai quali non appartiene questa macchia, è
sempre una di quelle città che non possono essere saltate in un
"itinerario turistico latino".
Una pagina su Anagni risulterà in ogni caso
gradita a chi almeno sa amare le grandi bellezze naturali d'Italia. E una
visita alle sue chiese, nonché al suo meraviglioso Duomo recentemente
restaurato, non dovrebbe essere cancellata.
La pagina è ovviamente del già noto e più volte citato Kircher.
KIRCHER, l.c. c.III
ANAGNIA
non antiquitate minus
quam
rebus gestis celebre Hernicorum oppidum est.
Virgilius
ob fertilitatem eam commendat...
Ex hac
enim quattuor orti sunt Summi Pontifices:
Innocentius
III, Gregorius IX, Alexander IV... et BONIFACIUS VIII.
Hic,
ex nobili Caietanorum Ducum familia,
primus
Annum Jubilaeum anno quovis centesimo instituit
ac
celebravit anno 1300.
Quem
ritum posteris mandavit centesimo quoque anno
antiquae
legis imitatione servari;...
tandem
a suis propriis concivibus Anagniae patria sua
captus
consignatusque in manus Sciarrae Columnae inimici sui mortalis
Romamque
redux post captivitatem
in
Castro Sancti Angeli fatis cessit.
Praeter
complures Cardinales, Episcopos sine numero habuit.
Hodie
quasi deserta iacet,
et
partim peste, partim civilium caedium
truculentia
ad
nihilum quasi reducta:
huius
causam dicere rogati indigenae
respondent
ultroque fatentur
post
actionem indignam qua Bonifacium VIII, Christi Vicarium,
in
manus inimicorum iniuste tradiderunt,
iusto
Dei iudicio, omni maledictionis genere se percussos fuisse.
Iam
enim annonae caritate, pestis pedissequa,
nunc
incendiis, modo intestinis urbis dissidiis
sanguine
multorum contaminatis,
civitas
mirum in modum
adusque
integrarum familiarum exstirpationem afflicta,
numquam
in pristinum dignitatis statum se reducere potuit.
Unde
peccatum antecessorum suorum in Bonifacium VIII commissum,
tantorum
malorum causam considerantes
ut
Deum propitium redderent, a Clemente VIII
peccati
commissi absolutionem petiisse, eamque obtinuisse dicuntur.
Ut vel
hinc pateat quantopere Deus puniat eos
qui temeraria mente
Christo
Domino sacerdotibusque Deo consecratis,
maxime
autem Vicario Eius in terris violentas manus imponunt.
Certe in
nulla historia legitur tales, vindices Dei manus evasisse !
DICEMBRE
12
Poco o niente abbiamo letto di ISAIA
E meritava più dell’ una
tantum !
Mi ritrovo, piazzata nel mese di
Dicembre, una PAGINA -la prima di Isaia- che, in partenza avevo prescelto come
Lettura Quaresimale. Pensi ciascuno dei lettori a riqualificarla meglio, dopo
averla letta... e intesa !
Quest' ISAIA, che nell'edizione
Vaticana della Bibbia si trova alla Pag.1249, accetta la sua vocazione
profetica ai tempi di Senaquerib, uno dei tanti condottieri che periodicamente
invadevano la Judea (739 a.C.). Nell'uso della lingua è da tutti considerato un
maestro, per via principalmente di una prepotente concisione, delle felicissime
e lapidarie conclusioni... Tuttavia, questa predicazione incisiva, piena di
immagini, non sempre di chiara comprensione, fà sì che i periti lo considerino
di difficile lettura. In latino però, sarà trasparente !
Visio ISAIAE fili Amos, quam vidit super Iudam et
Ierusalem
in diebus Oziae, Ioatham, Achaz, Ezechiae, regum Iudae.
Audite caeli et auribus percipe, terra, quoniam Dominus
locutus est:
" Filios enutrivi et exaltavi, ipsi autem spreverunt
me !
Cognovit bos possesorem suum, et asinus praesepe domini
sui:
Israel non cognovit: populus meus non intellexit !
Vae genti peccatrici,
populo gravi iniquitate, semini nequam, filiis sceleratis
!
Dereliquerunt Dominum, blasphemaverunt Sanctum Israel,
abalienati sunt retrorsum.
Super quo percutiemini vos ultra, addentes
praevaricationem ?
Omne caput languidum et omne cor maerens !
A planta pedis usque ad verticem, non est in eo sanitas:
vulnus et livor et plaga tumens non est circumligata
nec curata medicamine neque fota oleo.
Terra vestra deserta, civitates vestrae succensae igni;
regionem vestram coram vobis alieni devorant
et desolabitur sicut in vastitate hostili.
Et derelinquetur filia Sion ut umbraculum in vinea,
sicut tugurium in cucumeraio, sicut civitas quae obsessa
est !
Nisi Dominus exercituum reliquisset nobis semen,
quasi Sodoma fuissemus, et quasi Gomorra similes essemus.
Audite verbum Domini, Principes Sodomorum:
percipite auribus legem Dei nostri, populus Gomorrae.
Quo mihi multitudinem victimarum vestrarum, dicit
Dominus.
Plenus sum holocaustis arietum et adipe pinguium;
et sanguinem vitulorum et agnorum et hircorum nolui.
Cum veneritis ante conspectum meum,
quis quaesivit haec de manibus vestris ut ambularetis in
atriis meis ?
Ne afferatis ultra sacrificium vanum;
abominatio mihi incensum, neomenia et sabbatum et
conventus;
non feram scelus cum coetu sollemni;
kalendas vestras et sollemnitates vestras odivit anima
mea,
facta sunt mihi molesta, laboravi sustinens.
Et cum extenderitis manus vestras, avertam oculos meos a
vobis;
et cum multiplicaveritis orationem, non exaudiam.
Manus enim vestrae sanguine plena sunt. Lavamini, mundi
estote,
auferte malum cogitationum vestrarum ab oculis meis;
quiescite agere perverse, discite benefacere,
quaerite iudicium, subvenite oppresso, iudicate pupillo,
defendite viduam.
Et venite et iudicio contendamus, dicit Dominus.
Si fuerint peccata vestra ut coccinum, quasi nix
dealbabuntur;
et si fuerint rubra quasi vermiculus, velut lana erunt.
Si volueritis et audieritis, bona terrae comedetis;
quod si nolueritis et me ad iracundiam provocaveritis,
gladius devorabit vos quia os Domini locutum est !
Quomodo facta es meretrix, civitas fidelis, plena iudicii
?
Iustitia habitavit in ea, nunc autem homicidae !
Argentum tuum versum est in scoriam, vinum tuum mixtum
est aqua;
principes tui infideles, socii furum;
omnes diligunt munera, sequuntur retributiones,
pupillo non iudicant, et causa viduae non ingreditur ad
illos !
Propter hoc -ait Dominus, Deus exercituum, Fortis Israel-
" Heu, consolabor super hostibus meis et vindicabor
de inimicis meis.
Et convertam manum meam ad te
et excoquam ad purum scoriam tuam et auferam omne stamnum
tuum.
Et restituam iudices tuos ut fuerunt prius
et consiliarios tuos sicut antiquitus;
post haec vocaberis CIVITAS IUSTITIAE, URBS FIDELIS"
Sion in iudicio redimetur, et qui in ea reversi sunt, in
iustitia.
Erit autem ruina scelestis et peccatoribus simul,
et qui dereliquerunt Dominum consumentur.
Confundemini enim terebinthis in quibus delectati estis,
et erubescetis super hortis quos elegistis.
Non eritis velut quercus, defluentibus foliis,
et velut hortus absque aqua;
et erit fortitudo vestra ut favilla stuppae, et opus eius
quasi scintilla,
et succendetur utrumque simul, et non erit qui exstinguat.
DICEMBRE 13
Cosa ricordate
del LIBRO DI GIOBBE ?
Ben poco, sicuramente. Noi,
che abbiamo raggiunto la nostra "maturità" in tempi molto più
"elastici", quando cioè erano ben poche le distrazioni che oggi
rubano il tempo anche ai ragazzini, bisognosi di aprirsi ad una cultura ormai
soffocata proprio dalle troppe sollicitazioni, una parola almeno l'abbiamo
sentito... chi sa a proposito di quale evento che metteva alla prova la nostra
pazienza. Mentre caricavamo i nervi, abbiamo almeno sentito da qualche
interlocutore che "qui ci vuole la pazienza di Giobbe"!
Sul Giobbe concreto, chi più chi
meno, abbiamo anche sentito l'erudite lucubrazioni dei biblisti, che oggi accettano
arrendevoli l'interpretazione più comoda, che cioè si tratti di un prodotto
soltanto didascalico, scritto da un garbatissimo fantasista, che ha saputo
creare tutta un'atmosfera di "casi limiti" per invogliare ad una
presa di coscienza della nostra misteriosa posizione dinanzi ad un Dio, che é
indubbiamente amore, ma con tante altre varianti da parte nostra, da
disorientarci sul nostro totale itinerario nella vita.
E guarda caso,
viene questo autore anonimo ad esortarci con questo caso limite ad una
soluzione non meno limite: Si bona suscepimus de manu Dei, mala autem cur
non sustineamus ?
Ecco, non vi darò un testo
indigeribile: a me basta la sfida esplicita della prima sua pagina. E mi
prometto che più di uno cercherà nella Bibbia Sacra almeno la possibilità di
fare un lettura totale, se non altro, per superare la crisi di dover dire: è la
prima pagina l'unica che conosco! Nella Vulgata Vaticana, pag.813.
Vir erat in terra HUS nomine IOB,
et erat vir ille simplex et rectus ac timens Deum et recedens
a malo.
Natique sunt ei septem filii et tres filiae.
Et fuit possessio eius septem milia ovium et tria milia
camellorum,
quingenta quoque iuga boum et quingenta asinae ac familia
multa nimis;
eratque vir ille magnus inter omnes Orientales.
Et ibant filii eius et faciebant convivium per domos,
unusquisque in die suo.
Et mittentes vocabant tres sorores suas
ut comederent et biberent cum eis.
Cumque in orbem transissent dies convivii,
mittebat ad eos IOB et sanctificabat illos,
consurgensque diluculo offerebat holocausta pro singulis.
Dicebat enim: Ne forte peccaverint filii mei
et benedixerint Deo in cordibus suis.
Sic faciebat IOB cunctis diebus.
Quadam autem die, cum venissent filii Dei ut assisterent
coram Domino,
affuit inter eos etiam SATAN. Cui dixit Dominus: "
Unde venis?"
Qui respondens ait: " Circuivi terram et perambulavi
eam".
Dixitque Dominus ad eum:
" Numquid considerasti servum meum IOB, quod non sit
ei similis in terra,
homo simplex et rectus ac timens Deum et recedens a malo?
"
Cui respondens Satan ait:
" Numquid IOB frustra timet Deum? Nonne tu vallasti
eum ac domum eius
universamque substantiam per circuitum,
operibus manuum eius benedixisti, et possessio eius crevit in terra ?
Sed extende paululum manum tuam et tange cuncta quae
possidet,
nisi in faciem benedixerit tibi!"
Dixit ergo Dominus ad Satan:
" Ecce universa quae habet in manu tua sunt;
tantum in eum ne extendas manum tuam".
Egressusque est Satan a facie Domini.
Cum autem quadam die filii et filiae eius
comederent et biberent vinum in domo fratris sui
primogeniti,
nuntius venit ad Iob, qui diceret:
" Boves arabant et asinae pascebantur iuxta eos,
et irruerunt Sabaei tuleruntqe omnia et pueros
percusserunt gladio,
et evasi ego solus ut nuntiarem tibi".
Cumque adhuc ille loqueretur, venit alter et dixit:
" Ignis Dei cecidit e caelo, et tactas oves
puerosque consumpsit,
et effugi ego solus ut nuntiarem tibi".
Sed et illo adhuc loquente, venit alius et dixit:
" Chaldaei fecerunt tres turmas et invaserunt
camelos et tulerunt eos
necnon et pueros percusserunt gladio,
et ego fugi solus ut nuntiarem tibi".
Adhuc loquebatur ille et ecce alius intravit et dixit:
" Filiis tuis et filiabus vescentibus et viventibus
vinum
in domo fratis sui primogeniti,
repente ventus vehemens irruit a regione deserti
et concussit quattuor angulos domus:
quae corruens oppressit liberos tuos et mortui sunt,
et effugi ego solus ut nuntiarem tibi".
Tum surrexit IOB et scidit vestimenta sua ,
et tonso capite corruens in terram adoravit et dixit:
" Nudus egressus sum de utero matris meae, et nudus
revertar illuc.
Dominus dedit, Dominus abstulit;
sicut Domino placuit, ita factum est: sit nomen Domini
benedictum".
In omnibus his non peccavit IOB labiis suis,
neque stultum quid contra Deum locutus est.
DICEMBRE 14
Incredibile
pagina del PETRARCA
La VITA: questa sconosciuta !
Forse era titolo più
adeguato quello di "una pessimistica pagina del Petrarca". Risulta
infatti sconvolgente questo intestardirsi nel voler definire la VITA solo in
termini limitativi o negativi. Nè sarà facile scoprire quale malefico insetto
abbia punto il nostro grandissimo poeta fino a spingerlo a cimentarsi in una
gara con se stesso, alla ricerca di definizioni... argute, dissonanti,
cabalistiche, per sprofondare in un inutile sforzo di sintesi, come se ogni
definizione dovesse necessariamente avere una formolazione sincopata.
Il Petrarca però ci prova, e riempie
così, senza stancarsi, un'insoportabile pagina, che a mio parere, deturpa
perfino le più di 1600 che compongono le sue OPERA OMNIA.
Non avrò nemmeno
la pazienza di trascriverla per intero: solo un saggio dell'inizio e poi la
fine (in tutto, meno della terza parte), e soltanto perchè il mio scopo è qui
non quello di lodare un maestro, quanto di far vedere quanto sia ricca e
malleabile la lingua latina, capace anche di questo exploit
inverosimile, che a me è sembrato addirittura provocato... da una scelerata
sfida goliardica!
La chiave per capire questo pazzesco
accumulo di definizioni “negative” della VITA, la troveremo alcune pagine più
avanti, quando sentiremo il Petrarca ricordare la prima e meravigliosa scoperta
della Val Chiusa : egli dirà allora al cugino Guido, Arcivescovo di
Genova:
Ex quo quid VITA
hominum esset agnovi,
illud ferme solum tempus VITA mihi fuerit,
reliquum omne... supplicium !
Peccato però che non
ci sia reso conto che, anche a livello filosofico, e più ancora a livello
religioso e cristiano, erano percorribili altre vie per analizzare a fondo
l'ingente contenuto del concetto VITA. Seneca ha saputo viverla in un
consapevole senso di ringraziamento agli dèi, che ci hanno invitato a questo
permanente banchetto che è la VITA
(dove siamo addiritura circondati dai divini benefici, anzi dal loro
AMORE: usque ad delicias amamur!).
Ma la luce definitiva sulla VITA l'abbiamo in Cristo, che si proclama venuto
nel nostro mondo Ut VITAM habeant, atque abundantius habeant! E altrove: Ego sum via, et veritas, et VITA. Oggi le definizioni del Petrarca
possono farle proprie soltanto gli agnostici, che si vogliono consapevolmente
definire "allo sbando", e che, non sapendo spiegarsi il senso finale
della VITA, preferiscono indagare -senza Dio- il meccanismo biologico della sua
comparsa e propagazione. (E su questa "infelice" Pagina del Petrarca
ritorneremo... nella PAGINA di congedo, alla fine del QUOTIDIE).
Mi viene spontanea a questo punto
una citazione che qui calza a pennello. Appartiene a quell'ricercatore
(Antonino Zichichi) che da anni passa le sue notti sotto il Gran Sasso nel
Centro Europeo di Ricerche Subnucleari (CERN). Ricomparso brevemente per qualche
conferenza e articolo, lasciava (Il TEMPO 17 SETT.2000) delle bellissime
testimonianze di Fede, dalle quali non posso qui sopprimere l'ultima: "La
chiave dell'esistenza di uno scienziato sta nella VERITA` che egli cerca di
agguantare. Io non lavoro perché mi pagano, ma perché voglio scoprire come è fatto il mondo, le leggi del Creatore! Ecco perché passo le notti nei nostri laboratori."
Il resto è ora del PETRARCA, De Rebus Familiaribus Epistolae, lib.VIII, VIII.
Quid mihi de hac vita quam degimus videatur,
interrogas, neque inmerito: multae enim et variae
de hac ipsa OPINIONES HOMINUM sunt. Meam brevibus accipe:
Videtur mihi VITA haec:
dura quaedam arca laborum, palaestra discriminum, plena
fallaciarum,
labyrinthus errorum, circulatorum ludus,
desertum horribile, limosa palus, senticulosa regio,
vallis hispida,
mons praerruptus, caligantes speluncae, habitatio
ferarum,
terra infelix, campus lapidosus, vepricosum nemus,
pratum herbidum plenumque serpentibus,
florens hortus at sterilis, fons curarum, fluvius
lacrimarum,
mare miseriarum, quies anxia, labor inefficax,
conatus irritus, grata phrenesis, pondus infaustum,
dulce virus, degener metus, inconsulta securitas.
Vana spes, ficta, fabulosa, falsa laetitia, verus dolor,
risus inconditus, fletus inutilis, inane suspirium,
confusus ordo, tumultuosa confusio, trepidatio
turbulenta,
sollicitudo perpetua, inhonora inertia, inops copia,
dives inopia,
imbecilla potentia, tremulae vires, aegra sanitas, iugis
morbus,
gemina aegritudo, pulchra deformitas, laboriosa militia,
periculosa tentatio, superba miseria, miseranda
felicitas...
En, amice, qualis mihi haec videtur,
quae tam multis exoptatissima ac gratissima VITA est.
Necdum tamen conceptum omnem meae mentis expressi,
peior enim est multo miserior
quam a me seu a quocumque hominum dici possit.
Sed quo ex ingenio, ex his paucis,
totum reor animum loquentis introspicis;
unum tot in malis habet bonum:
quod ad bonam et aeternam VITAM, nisi dexter trames deseratur, via est.
Vale. Inter Colles Euganeos, III Kal Dec.
------
Poche parole di Seneca controbilanciano il tono cupo del Petrarca.
C'è un altro mondo dove potremmo essere liberi... anche dall'incubo dei
terremoti !
SENECA, N.Q. VI De Terrae Motu,
XXXII, 4 ss.
Illic non tremunt terrae,
nec inter se venti cum magno nubium fragore concurrunt,
non incendia regiones urbesque vastant,
non naufragiorum totas classes sorbentium metus est,
non arma contrariis disposita vexillis
et in mutuam perniciem multorum milium par furor,
non pestilentia et ardentes promiscue
communes, populis cadentibus, rogi.
DICEMBRE 15
La TARAHUMARA in latino ?
Tra le infinite rarità
tematiche che possono dare rilievo al Latino di tanti secoli, mi viene oggi
incontro anche quella zona montagnosa del Messico, abitata -ancor oggi- da
genti che sono rimaste -lì concretamente tra le Sierre- al margine del
vorticoso progresso che sta cambiando il mondo, anche a Ciudad de México, che è
oggi la più superconcentrata megalopoli, a raggio mondiale. Indiani analoghi a
questi della Tarahumara erano ad esempio quelli trovati dall'Anchieta a
Piratininga, dove oggi pullulano i grattacieli di Sâo Paolo, nel Brasile.
Mi capita tra le mani una pregevole
monografia su uno di quei missionarii delle prime ore, arricchita da sagge
introduzioni storiche... ma in tedesco o croata. Quindi, affrontando anche il
rischio di trasmettervi la sola visione delle cose che traspaiono per me nel
Latino, mi limiterò a darvi in quattro giornate quello che susciterà più
facilmente il vostro interesse, e premetto oggi, senza altro perditempo, la
parte strettamente descrittiva della regione. Stralcio, dalla recentissima
biografia di IVAN RATTKAY le pp.174 ss. e trovo quasi un obbligo l'uso della
nuova e quasi direi liturgica impaginazione. Quella quadrangolare, non evitata
in questa moderna edizione (ARTRESOR, naklada, Ilica 75, ZAGREB 1998) umilia il
Latino, rendendone di obbligo la traduzione.
TARAHUMARA provincia,... salubriorem caeteris aeris
temperiem
amoenioremque situm a natura matre nacta,
intermixtis collium camporumque varietatibus
gratiosam desiderabilemque sese suis exterisque praebet.
Hinc ab argenti aurique fodinis pretiosa,
divitum metallorum fecunda mater,
totam fere Americam ac exinde europeas partes abunde
ditat;
inde copiosa armentorum pecudumque ubertate facilem
reddit rationem;
incolarum multitudine, rivulorum amoenitate,
longe extensis in planitiem campis
amplissima laetitiae suppeditat argumenta.
Nec nimio, ut Africa, aestu torretur, nec excesiva
frigoris saevitia horret.
Suavibus plerumque ventorum flatibus inclementiam aeris
temperat;
copiosae nivis impatiens sed nimii udoris,
floreo ut plurimum amictu vestitur.
Cum sol altissimus aestiva zodiaci signa perambulat,
salubribus imbribus recreatur, amoenissimisque varii
coloris floribus
finita prata ad relaxandas oculorum acies diffundit;
tunc et tritici (quod turcicum vocamus) copia ingens
in maturam segetem reducitur caeterorumque olerum
fructuumque copia,
quos vel natura educat vel ars excolit humana, ad
maturitatem evocatur;
nec deesset suo muneri in procreandis uvis tellus,
si permitteretur excoli;
sed ne nimius ab expressis uvis liquor
gentem hanc ad ebrietatem summe inclinatam
in maiora vitia ac damna impellat,
neque commerciorum in hoc genere ex Hispania utilitas
tollatur,
prohibentur Indi plantare vites !
Nec ad varietatem ciborum deessent volatilia
(omnis enim generis coloris hic reperiuntur aves,
rubicundae totae, quas cardinales vocant; virides ut
psittaci,
flavae, caeruleae... et si quod pulchri in avibus
desideratur)
si aut incolae curiositate aut ambitione aut utilitate
ducerentur;
sed quod commoditatibus hisce quandoque destituantur,
est quod Hispani plerumque sese in fodinis occupent,
Indi vero ab innata pigritia aut parva talium
aestimatione prohibeantur.
Hinc si sublimior genius Spiritus vitales excitaret ad
curiosa vel utilia,
aut sanguis gloriosior
ingenium ad haec quaerenda et appetenda provocaret,
aut denique politior vivendi ratio stimularet,
terra haec cuilibet Europeae similis reddi posset.
Est et suus montibus decor ab arborum pinorum quercuumque
frequentia,
populi iuxta fluvios gratissimas proiciunt umbras;
radices etiam et herbas ad curandos corporum morbos
salubres
varias natura indulsit;
inter quas praecipua quae viperarum noxium virus
quantocius reprimit,
alia quae tarantularum morsus venenosos extinguit,
alia quae ab infectis veneno telis trementia corpora
antidota virtute sanat.
Est et alia ex qua vinum, nostro vino adusto simile,
nec palato insipidum nec corpori noxium conficiunt, quod
Mescal vocant;
sunt et aliae plurimae quarum virtutes plerumque
incognitae,
et quia paucae pro medicina serviunt, nec medica
delectantur arte,
sed Deo sortem naturaeque committunt;
si quis enim morbo aliquo infestatur aut noxiis humoribus
vexatur,
sine adhibito medicamine
aut sanitati restituuntur aut debitum naturae persolvunt.
Et quia raro in comedendo excessum faciunt,
in peractam usque aetatem sine canis perveniunt,
nec varietate ciborum stomachum onerant,
nec diversitas eduliorum noxios humores causat.
Solo frumento contenti, robustam conservant naturam
et licet ovium gallinarumque considerabilem quantitatem
habeant,
eas tamen pro dapibus haud adhibent, sed diffiso vellere,
vestes sibi conficiunt, post, sicut et gallinas,
pro variis rebus ad vestitum necessariis Hispanis
vendunt,
qui saepius in anno hanc provinciam peragrant.
Nullus autem pecuniae hic locus est, nisi inter Hispanos,
in oppido Parral dicto, quod ad fines huius provinciae
iacet...
Amoeniora, eheus,
subsequuntur... sed longiora ut in Anthologiam recipiantur.
Locum ergo demus nostro
missionario.
DICEMBRE 16
Prodeat tandem
Ivan
Rattkay (1647-1683)
Prima di
completare la mia annata antologica, ho voluto esplorare per voi questa
modernissima biografia latina (stampata a Zagreb, Croazia 1998). Dilaterà il
vostro spazio culturale, geografico e linguistico. Ne sarà protagonista un
gesuita giovanissimo che aveva egli stesso scritto buone pagine in latino, e
con la sua morte prematura risvegliò almeno un paio dei confratelli di più
ricca carattura latina.
Seppur nato croata
(IVAN RATTKAY, dai Baroni RATCAY, nella Stiria, 23.V.1647, in un massiccio
castello, ancor oggi prepotente e fotografabile, Veliki Tabor), la prima
diretta sua notizia ce lo presenta giovanissimo nel suo primo viaggio alla
corte di Vienna per arruolarsi fra i "paggi" (inter ephebos
Imperatoris Leopoldi), oggi scomparsi. Ma ciò stesso lascia lo spazio per
rivederlo quando, in partenza per le missioni, si congeda dall'amico Imperatore
ed esce ricolmo di affetto e di regali; perfino, con un orologio tascabile
ricordato con pudore nel dover spiegare quel privilegio dinanzi ai Superiori.
Chi vorrà cercare il libro, si prepari con il tedesco e il croata.
Il pezzo forte
però della biografia resta sempre il Latino: disuguale, a seconda delle diverse
mani, ma sufficiente per arricchire la vostra assuefazione.
Ora, per entrare in medias res e aprirvi l'appetito,
incomincio dal brano che più intensamente mi ha colpito, e che io mi affrettai
a segnalare nei miei appunti, come "una inattesa ventata latina di aria
pre-romantica". Sarà la cronaca dei giorni della agitata partenza in nave,
da Sevilla e Cadice, fino a Veracruz nel Messico. Faccio notare che, anche, da
una parolina che qui sorprende, che il nostro eroe sembra essere partito in
atteggiamento "indifferente", essendo ben esplicito il nome delle
Isole Mariane -vicine alle Caroline- alle quali si arrivava allora anche via
Veracruz; un particolare che ci ricorda il viaggio analogo, 9 anni prima, di un
altro gesuita, oriundo di Burgos SPAGNA, e finito martire (1672) proprio nelle
Mariane; Diego Luis de San Vitores, beatificato nel 1985. Aveva a quel tempo chiesto il Generale dei
Gesuiti, anche alle Province
Germaniche...
UT
qui vocationem a Deo ad Indicas sentirent Missiones,
desiderii
sui compotes fierent.
Sese
igitur (noster IVAN) Provinciali actutum obtulit,
et
Viennam citatus, pauculos intra dies necessaria ad iter expediret...
Philosophicis
ergo cathedris valere iussis, aprili mense 1678,
per
diversas Italiae Provincias Genuam delatus,
inde
cum 20 sociis, navem conscendit.
Per chi a questo
punto sentirà l'attrattiva di conoscere meglio questo nostro piccolo eroe,
potrà trovare nelle citata edizione anche due lettere in originale tedesco, dal
Mexico (la prima, 16 nov.1680 pp.94-123; un'altra, 126-149).
Vi avevo
annunciato di voler incominciare la PAGINA "in
medias res". Mi sono sbagliato, perchè anche lui, una volta sbarcato
nel Mexico, non sembra aver più rivisto il mare: quindi facciamo un passo
indietro, e altro autore ci darà, con la bellezza del Latino su misura, la
pagina pre-romantica che vi annunciavo:
Accidit ut, dum Hispali 25 iunii, navim vir apostolicus
conscenderet,
notabile Solis deliquium ingrueret, haud obscurum procul
dubio,
aerumnarum barbaras apud gentes ferendarum praesagium !
Attamen, ubi nox advenerat,
serena coeli facies stellis fulgentibus arridens
tot veluti oculis in Ioannis favorem intenta
felici rursus itineri praelusit.
Alias fortunatis per Baetim fluvium ventorum impulsibus
ferebatur.
Ast, ubi post sinuosos gyros ille in materna sese viscera
diffundit,
gravi stomachi nausea correptus,
mox ac amoeniori oceani malacia fruitus portui
propinquavit Gaditano,
malum omne abstersit.
Insuper spectaculo illic hactenus non viso fuit
recreatus,
dum eo uno in portu naves ducentas, facile plures,
castellis non multum dissimiles,
auro praefulgidas opereque sculptoreo insigne intueri
licuit.
Comparatis hac in urbe quae diuturnae navigationi
necessaria videbantur,
tempus imminebat quo Europa ultimum valere iussa,
levatis anchoris in Marianas Insulas evolaret.
Quae tum cordi eius oborta sint gaudia,
testatum fecit P.Ioannes ubi, in terram abiectus,
actis Deo Optimo gratiis,
beatam illam diem mille praeconiis celebravit,
praemissisque ad navim suspiriis,
pio se ad angustias et prolixi itineris taedia
aerumnasque affectu obtulit,
id unum constanter exoptans:
pro Deo eiusque Ecclesia vivere emorique.
Iam secundis velis per Oceani semitam decurrebat
navigium,
dum gubernator, sive ut aliarum navium graviores evitaret
incursus,
sive ut adsiti periculum scopuli effugeret,,
ad littus propius admovendam navim existimavit;
sed qui vitare scyllam conatus est, in charybdim -ut
dicitur- incidit
et in oppositos scopulos impegit !
Gravi tum allisione navis concutitur: fit repente clamor:
aenearum machinarum ora in subsidii signum solvuntur.
Sollicito eiulatu personant omnia:
supremus ipse navigii rector, arrepta Deiparae Virginis
icone,
inter lachrymas et suspiria in has voces erumpit:
Sic me deseris, Mater clementissima? Sic me Domina derelinquis ?
Advolant interim plenis velis minores naviculae
periturae onerariae in auxilium missae;
sed quod paucae admodum essent
geminato tormentorum fragore plures evocantur.
DICEMBRE 17
RATTKAY IVAN :
Tentata media omnia ut ingens haec et onustissima navis,
iam fluctibus pene sepulta, a scopulis evelleretur, sed
irrito conatu.
In celocem igitur, rebus omnibus naufragio absorptis,
exponitur P.Ioannes,
et vespere sub horam octavam in Collegium Gaditanum
revertit !
Nec ulla iam abitus spes in tam repentino grandique
infortunio,
nisi tandem,
P.Ioannis precibus, rei Indicae Procurator inclinatus,
de alio eidem navigio prospexisset.
Viderat nimirum dicti Procuratoris Zelum,
posthabitis Mexicanae ditionis operariis, in eos dumtaxat
intentum,
qui ad Philippinas Insulas destinabantur... (hic clarescit mutatio!)
ad decimum usque Augusti diem classis vehebatur,
cum turbulenta caeli marisque facies,
horrendo impetu ferocientes Euri, montosa fluctuum
cacumina,
crudelitate in onerariam tanta desaeviere,
ut sine lege, in omnem circumacta partem, ruptis
visceribus,
postliminio discerpenda crederetur.
Nautae antiquius nihil habuere quam ut graviora onera,
quin pretiosa quaeque, mari placando offerrent !
Et emolliri visus est furor eiusdem,
posteaquam puerum annorum quindecim, e navis fastigio
excussum,
veluti donatam sibi victimam absumpsit.
In vesperum iam sexagesimus quintus dies inclinabat,
ex quo, praeter caelum ac maria nihil P.Joannis aspectui
obiiciebatur,
donec tandem aurora subsequa
altissimarum rupium vicina caelo fastigia eminus
conspicienda dedit.
Instauratis ad Portum Divitem (Puerto Rico) tantisper viribus,
vicesima secunda Augusti navim denuo conscendunt,
et licet periculis sane plurimis ultimo hoc itinere
obnoxii fuerint
(ut enim formidolosam Oceani rabiem,
ventorum proelia, scopulorum frequentiam non commemorem),
pyratas quoque in sui exitium armatos senserunt.
Provida tamen Dei manu feliciter eluctati,
ipso Natae Virginis octavo die VERAM CRUCEM (Veracruz),
celebrem Americae urbem, appulerunt.
Felici brevitate usus navigatione,
post unius dumtaxat mensis Mexici commoratione,
Provincialis eum ad Tarahumaram destinavit.
Magnam certe religiosis suis virtutibus
apud omnes qui Patrem intimius noverant aestimationem
conciliaverat.
PAUPERTATIS adeo
fuit amans,
ut toto quo in Missionibus vixit triennio, numquam novam
induerit tunicam,
adeo detrita saepissimeque sarcita utens,
ut vel novitiorum infimus ea indui erubesceret;
femoralibus adhuc a Germania ante quinquennium allatis
utebatur,
vix ulla suppellettile linea,
unde sine linteaminibus passim quoque dormiebat,
saepe sub dio aut nuda humo in itineribus somnum
capiebat;
etsi autem media ipsi non deessent, quibus commodius
viveret,
deque necessariis suis posset prospicere,
in se tamen parcissimus suique negligens,
omnia impendebat
in alios, praesertim Indos suos,
quibus bene facere posse gaudebat.
CASTITATIS adeo
eximius cultor fuit,
ut vel remotissimas eam laedendi fugeret occasiones,
quapropter cum alii Patres ipsi suaderent
Hispanum hominem uxoratum reciperet a servitiis,
qui ipsum in temporalibus curandis adiuvaret,
nunquam consentire voluit,
inquiens se omne Hispanarum servitium procul a domo
desiderare.
OBOEDIENTIA quoque sectator maximus in id potissimum
intendebat,
ut omnia e superiorum nutu regularet, quibus proinde
saepe scribebat
eorum consilium et voluntatem exacte inquirens,
ne quid ex proprio arbitrio aggrederetur,
idque ea diligentia, ut etiam in rebus minimis ab iis
dirigi exoptaret,
et de actis rationem redderet, ita ut quibusdam
scrupulose nimium hac in parte procedere iudicaretur.
HUMILITAS quoque in Patre Ioanne fuit eximia, quam abunde
declarat
quod, cum permagnae esset nobilitatis, nunquam tamen
de hac vel verbulum loqui auditus, et cum ab aliis,
huius consciis mentio fieret, id sibi displicere
monstravit.
Ad abiectissima sese demittebat ministeria,
ipse sibi vestes resarcire, etiam calceos quandoque
solebat;
nihil de se nisi abiecti sentire et dicere,
naevos suos in confessionibus exaggerare,
ab omnibus pro malo et peccatore haberi desiderabat.
MORTIFICATIONIS adeo studiosus,
ut plerumque aspero indutus cilicio circumiret,
quod post mortem cruore quoque infectum repertum est.
Quandoque procul a domo se spatiatum ire fingebat,
et speluncam aliquam intrabat flagris in se desaeviturus.
(p.264)
DICEMBRE 18
RATTKAY, quarta puntata.
Non essendo
questo il luogo proprio per una intera biografia, ma soltando un'Antologia
nella quale ci accontentiamo di segnalare ghiotti filoni di lettura, mi
affretterò in questa quarta giornata dedicata al croata RATTKAY a rispondere
alla vostra interpellazione: MARTIRE sembra averlo voluto fare chi, con strana
disinvoltura, ci dice in altro dei documenti raccolti dall'editore (attribuito
a Michael Bombardi, Graz 1727) che la sua morte è avvenuta veneno in America
Septentrionali sublatus anno 1680.
Dove è manifesto lo sbaglio di data (1683!), e sospetta l'assoluta mancanza di
prove di questo crimine, in contradizione manifesta con le altre fonti.
Raccoglierò
quindi in quest'ultima PAGINA la prematura morte come la racconta il suo
confessore e compagno; dal primo accenno alla sua diagnosi, sembrerebbe tutta
quanta qualificarsi come "crisi di delusione" (nonche’ allergia alle
insopportabili e permanenti sbornie di quegli indiani, se abbiamo saputo
leggere tra le righe) .
Quo factum ut viribus valde deficeret
et gravi corporis infirmitate prosterneretur,
donec a missionum Rettore evocatus, viribus licet
imbecillibus,
iter 30 leucarum aggrederetur et ad eumdem perveniret,
ubi viribus refectis recuperatisque,
eidem in missione commodiore
(IESUS CARICHIC dicta)
succedere iussus,
illico Superiorum voluntati obedivit, eoque profectus
Indorum abministratione
reliquum prope vitae suae triennium gloriose impendit.
Baptizavit hoc tempore aliquot centena Indorum capita;
quatuor Indorum pagis quibus missionarius praeerat
in administrandis Sacramentis indefessus,
in explicanda catechesi assiduus; nocte saepe concubia ad
infirmos,
longe licet distantes evocatus, illico accurrere solebat;
pueros puellasque quotidie ad doctrinam christianam
convocari faciebat, in pago praesertim principali,
ubi ut plurimum residebat ob maioris gentis frequentiam.
Omnis propemodum cura sua in benefaciendo Indis
et procurando tum victui tum vestitui necessaria,
versabatur;
in eo magnam eleemosynae regiae sustentationi suae
deputatae, partem,
ipse sibi detrahens necessaria ut Indis suis succurreret,
impendebat magnum hoc sibi solacium asserens,
cum suppeterent quae inter eos repartiretur.
A questo punto
ritengo opportuno avvertire che quanto manca per vederlo morire, sembra scritto
da un suo compagno di viaggio e vicino di "missione". Divenuto suo confessore,
protegge ovviamente il suo anonimato: ma dovrebbe essere Iosephus Neüman (cf.lettera al P.Generale dei Gesuiti, 12
genn.1684).
Nihil tamen horum Patrem Ioannem aeque affligebat
prouti offensae Dei et peccata, quae ab Indis curae suae
commissis
impune perpetrari audiebat aut videbat, HAEC SUPERARE !
Patri suo vicino missionario saepe conquestus,
quod operam suam cum his Indis LUDERE sibi videretur;
nullusque catechesis, doctrinae et instructionis,
licet assiduae fructus appareret;
unde eos DESERERE iamiam meditabatur
et ad gentem
GUAZAPARAM, Tarahumarae vicinam
(quod melioris sibi videretur naturae, rebusque divinis
addicta magis)
transitum petere...
Ardentissima (superioribus exposuit) desideria
potius EX HAC
VITA DISCEDENDI
quam Indorum suorum gravissimas offensas amplius
tolerare...
Accurrit ille in pervigilio festi ac Patrem,
ob Indorum suorum quotidie
magis impune ebrietatibus vacantium audaciam,
valde afflictum et queribundum reperit...
Enixe PETEBAT, siquidem genti suae prodesse non posset,
mortem sibi a Domino impetraret. (p.260)
Eodem die, circa vesperum, peius sentire cepit,
ac decumbere coactus, non amplius consurrexit. (p.160)
Etsi autem alia nulla in eo notari posset infirmitas,
neque ipse quidquam sibi dolere in toto corpore
assereret,
praeterquam sentiret
"languorem ac debilitatem permagnam in membris
omnibus",
adeo tamen in dies viribus deficiebat
ut magnis passibus ad mortem properare videretur,
cuius ipse CUPIDISSIMUS,
aliud nihil praesertim ultimis ante mortem diebus in
votis habebat
quam cito dissolvi.
Bis in infirmitate confessus,
saepius in ultimo quoque agone absolutus,
Sacramentis quoque caeteris ad aeternitatem munitus,
ad ultimum usque vitae instans sibi praesentissimus,
inter ferventissimos amoris divini actus
et repetitis saepius Iesu et Mariae nominibus,
sacerdote ad lectulum animae commendationem orante,
animam suo creatori reddidit 26 decembris...
Postquam vitae egisset annos 36, in Societate 19,
in Missionibus Indicis Americae Septemtrionalis 3.
DICEMBRE
19
Un interludio di RELAX con due carrellate rapide
sugli svaghi sportivi degli indios americani.
Le 4 giornate
dedicate a questo missionario (che a molti sarà risultato di "normale amministrazione"),
le chiuderemo con una pagina di relax, avendo trovato nella stessa biografia il
lato sportivo di questi indiani delle "sierras" mexicane. Non potremo
definire questo loro sport come calcio, molto meno quello che ad esso
aggancieremo, sui guaranies del Sudamerica. Accontentiamoci di quello che
offre il mercato, che indubbiamente non è un granché. Come, del resto, nemmeno
il pallone sarà un pallone regolamentare.
Questo
approssimativo CALCIO DEI TARAHUMARA, lo potrete trovare nell'edizione già
menzionata, pag.194. Ne seguirà l'altra, sui Guaraníes! proveniente anch'essa
da altro missionario storico, il Dobrizhoffer, nella sua Historia
di Abiponibus, II, 57-58.
Ludus eorum (tarahumarensium
scilicet) praecipuus PILA est,
non manu facta, sed a natura ex guttis arborum fissarum,
concreta, mollis, ad instar magni pomi cotonii grandis.
Hanc in quadrato aliquo spatio
(velut apud nos -in Bohemia?- in lusu piramidum),
ex quavis parte SEX aut QUINQUE sibi invicem proiciunt,
solo faemore tecti, et super illud cirrei vaccino tecti,
excipiunt pedibus manibusque terrae acclines,
exceptamque faemore, librant;
pilam suscipiunt ac rursus alteri parti obiiciunt, donec
aliqua pars erret.
Si faemore accipere non possunt, humeris saltitantem
excipiunt;
si autem alteram partem corporis
praeter foemora aut humeros pila tangit, perdunt !
Et sic luditur usquedum ad certum numerum perveniant.
Iucundum videre est qua se agilitate ibidem exerceant,
nec tota die fatigantur,
et si quandoque nimium calefiunt, etiam sudore madentes,
aquam frequenter hauriunt.
(Sese) etiam exercent in capiendis cuniculis,
quos si vident a longe, equites peditesve,
tamdiu insequuntur donec praedam assequantur....
Eccovi ora la sportività dei Guaraníes...
Nihil porro mireris Abipones athletice valere
ac, macrobiorum instar, multum vivere.
CONTINUO IN MOTU VERSANTUR.
Aequitatio, venatio, natatus illis quotidianus.
Bellum, quod vel feris vel hostibus inferunt,
creberrimae excursionis est causa.
Flumina nando superare, arbores mellis gratia scandere,
hastas, arcus, sagittas cultello elaborare,
funes e corio texere, ephippia concinnare,
frequens et quod pedes manusque fatiget illis est
negotium.
Quodsi ab his vacationem sibi indulgeant, cursui certant
equites,
praemio proposito, quod qui primus accesserit victori cedit.
Saepe ipsi quibus currunt equi victoriae praemium
designantur.
_________
Familiarissimus item Abiponibus quo PEDIBUS utuntur ludus
alter;
illius instrumentum est LIGNUM, tres palmos longum
affabre baculi instar rotundatum.
Illius extremitates crassiores, medium gracilius est.
(Ab illis yuële vel hepiginrancaté: ab Hispanis
macana dicitur,
et Hungarorum pusagan aliquomodo refert).
Hoc lignum ad metam iactant nisu maximo,
ita ut per intervalla terrae illidatur identidem,
identidem in saltum subsiliat, eo fere modo quo pueri huiates
lapillos per fluvii superficiem vibrare solent.
Quinquageni saepe, saepe centeni, longo consistunt
ordine,
singulisque mutatis vicibus lignum iaciunt suum.
Qui longius, qui rectius iecerit, praemium laudemque refert.
Hoc ludo, quem a pueris in plures continuant horas,
et oblectantur et fatigantur, incredibili corporis utilitate !
DICEMBRE
20
Capita... anche a
noi, preti! Un cotidiano boccone di
LETTURA, biblica o patristica, ha accompagnato da sempre la preghiera vocale dei sacerdoti “romani”, e
il classico libricino, il BREVIARIUM
non è cambiato , se non in lunghezza.
Quello oggi in uso, al quale le
disposizioni postconciliari hanno preferito dare un nuovo titolo, e’ la LITURGIA HORARUM.
La mia lieta
esperienza di oggi mi spinge a spartire ancora con voi la mia più felice
scoperta: che cioè altro è LEGGERE meccanicamente un testo, altro assaporarlo a
dovere, centellinandone ogni parola e assimilando ogni preciso pensiero; io vi
aiuto con la così detta "impaginazione a bandiera", migliorata ancora
dalle maiuscole, le sottolineature, il corsivo, ecc. Questa volta vi aiuterò
con una calzante citazione di Quintiliano :
LECTIO libera est nec actionis impetu trascurrit;
sed repetere saepius licet,
sive dubites sive memoriae penitus
adfigere velis.
Repetamus autem et retractemus, et ut
cibos
MANSOS ac prope LIQUEFACTOS demittimus
quo facilius digerantur,
ita lectio non cruda sed multa
iteratione mollita et velut confecta,
memoriae imitationique tradatur.
Il testo che oggi
mi veniva incontro mi è sembrato tutto nuovo. Chi sa quante altre annate l'avrò
letto in fretta e furia, lasciandolo scivolare senza lasciar traccia: ingoiato
invece parola a parola... sarà ora una consolante esperienza. A me
personalmente è sembrato il miglior appendice da aggiungere alla monotona ed
affrettata recitazione del CREDO nelle nostre maggiori solennità liturgiche. In
esso, elencati i capisaldi della nostra fede dogmatica sulla TRINITA` DI DIO,
si aggiungono in fretta le più consolanti certezze della nostra speranza, alle
quali questo testo di S.Agostino sembrar star offrendo il suo giusto posto,
come normale appendice: ...ET EXSPECTO RESURRECTIONEM MORTUORUM, ET VITAM VENTURI SAECULI.
Nè sembra superflua
una riflessione dell'Enciclica di Giovanni Paolo II FIDES ET RATIO, che qui calza a pennello: "Davanti alla
ricchezza della salvezza operata da Cristo, cadono le barriere che separano le
diverse culture. La promessa di Dio in Cristo diventa, adesso, un'offerta
universale: non più limitata alla particolarità di un popolo, della sua lingua
e dei suoi costumi, ma estesa a tutti, come patrimonio a cui ciascuno può
attingere liberamente." (n.70)
AUGUSTINUS EPISCOPUS, In Psalmum 109
Tempus constituit Deus promissis suis,
et tempus eis quae promissit implendis !
Promissionum tempus erat
tempore Prophetarum usque ad Ioannem Baptistam;
ab illo autem et deinceps, usque ad finem,
tempus est implendi quae promissa sunt.
Fidelis Deus qui se nostrum debitorem fecit,
non ALIQUID a nobis accipiendo, sed TANTA nobis
promittendo !
Parum erat PROMISSIO; etiam SCRIPTO se teneri voluit,
veluti faciens nobiscum chirographum promissorum suorum,
ut, cum ea quae promisit solvere inciperet,
in scriptura promissorum consideraremus ordinem
solvendorum.
Tempus itaque prophetiae,
praedictio erat, ut saepe iam diximus, promissionum.
Promisit SALUTEM AETERNAM,
et BEATAM VITAM cum Angelis sine fine,
et HEREDITATEM IMMARCESCIBILEM, vitam aeternam,
DULCEDINEM vultus sui, DOMUM sanctificationis suae in
caelis;
ex RESURRECTIONE A MORTUIS, NULLUM deinceps MORIENDI
METUM.
Hoc est promissum eius tamquam FINALE,
quo decurrit nostra omnis intentio, quo cum venerimus,
NIHIL AMPLIUS requiramus, NIHIL AMPLIUS exigamus.
Sed ad illud quod erit in fine quo ordine veniatur,
neque hoc tacuit, PROMITTENDO et PRAENUNTIANDO.
Promisit enim hominibus DIVINITATEM, mortalibus
IMMORTALITATEM,
peccatoribus IUSTIFICATIONEM, abiectis GLORIFICATIONEM.
Verumtamen fratres,
quia incredibile videbatur hominibus quod promittebat
DEUS,
ex hac mortalitate, corruptione, abiectione, infirmitate,
pulvere et cinere FUTUROS HOMINES, aequales angelis Dei,
non solum scripturam cum hominibus fecit, ut CREDERENT,
sed etiam fidei suae posuit MEDIATOREM non quemlibet
Principen,
aut quemlibet Angelum vel Archangelum, sed UNICUM FILIUM:
ut, qua via nos perducturus esset ad illum finem quem
promisit,
per eum ipsum FILIUM suum et ostenderet et praeberet.
Parum enim erat Deo si FILIUM SUUM faceret demonstratorem
viae;
EUM IPSUM VIAM fecit,
ut per ILLUM ires,
regentem TE, ambulantem per SE !
Unicus itaque FILIUS DEI venturus ad homines, assumpturus
hominem !
Et per id quod sumpsit futurus homo
(moriturus, resurrecturus, ascensurus in caelum,
sessurus ad dexteram Patris et impleturus in gentibus
quae promisit),
post impletionem promissorum suorum in gentibus,
etiam hoc impleturus: ut veniat et quod praerogavit
exigat,
discernat vasa irae a vasis misericordiae,
reddat IMPIIS quod minatus est, IUSTIS quod pollicitus
est.
Hoc ergo totum prophetandum fuit, praenuntiandum fuit,
venturum commendandum fuit,
ut non subito veniens horreretur, sed CREDITUM
exspectaretur !
DICEMBRE
21- 22- 23
La
FABULA DE HOMINE
dell'umanista Juan Luis Vives
(1492-1540)
Ve la voglio
offrire, lavorata "a modo mio" con questa casuale introduzione
autobiografica che vi renderà divertente questa bizzarra novità, sulla quale
non mi sento autorizzato a redigere una vera valutazione, letteraria o
culturale che sia. Lascio a voi un possibile paragone con l'Encomium Moriae
(Elogio della pazzia!) di Erasmo, altro personaggio molto legato a Luis Vives;
costui però era nato a Valencia, in Spagna.
Incontravo ieri
qui, a Roma (16.3.2000) un confratello, di curriculum culturale analogo
al mio. Io sto ammainando le vele per la mia Terza Età, egli invece le sta
"izzando" come professore di cultura classica nell'Università SOPHIA
di Tokyo. Formatosi ad Oxford, egli mi parlava di materie classiche ovviamente,
ma... mentre, costretto a congedarsi, rivedeva il solo Indice di queste mie
nuove PAGINE, mi dice a bruciapelo: "Perché non vi aggiungi la bellissima
FABULA DE HOMINE di Luis Vives?" (1518,
se ne parla di influsso da Pico della Mirandola...).
Era la prima volta
che ne sentivo parlare; e lacune di questo genere possiamo averle tutti. Da
colmare realmente? L'occhiata
giornaliera alla stampa mi gettava nel baratro dei quotidiani smarrimenti. Dove
oggi tutto sembra da rottamare secondo nuove planimetrie... che senso può
avere questo mio gesto di buttare in faccia al mondo di oggi un pezzo latino,
di bravura così assurdamente gratuita, quale è a prima vista questa
"festiciola a tempo perso" delle divinità olimpiche, di quella
mitologia poi, che grazie a Dio abbiamo azzerato? (E qui GIUNONE sembra voler celebrare –in famiglia- un
anniversario!!) Voglio tuttavia
aiutarvi con due citazioni che vi faranno salire la febbre. La prima è di
Sofocle, al quale viene attribuita l'ineffabile asserzione che: Da tutti i prodigi
del mondo, il più grande è l'UOMO! La
seconda, di Seneca: Quam contempta res (=contemptibilis) est HOMO, nisi SUPRA HUMANA surrexerit.
Ecco ora -per
farla breve- la mia "amlettica" aporia. Un SI o un NO dovevo dirmelo presto.
Ieri era un sabato, e sono lieto di star stampando questo argomento prima che
finisca la domenica. Lascio al vostro diritto decidere se dirmi che ho perso
una giornata oppure che vi ho regalato una indefinibile e stuzzicante sorpresa.
Sorpresa però che lo stesso autore si affrettava a prevenire annunciandola così
da Lovanio, anno 1518, ad un ANTONIO BERGENSI, iuveni nobilissimo.
Si vacat, nobilissime Antoni, nugari
aliquando, en tibi opusculum meum...
FABULAM DE HOMINE, id est
de mundana scena in qua
suam unaquaeque rerum personam agit,
primaeque sunt partes ipsius, HOMINES.
Argumentum est antiquum, quod, cum
nugis, habet multa seria,
etenim illud nobis,
si paullo altius animum ipsum
cogitatione erigere volumus,
ostendit vilitatem istarum rerum quas
ingenti cum labore, anxii sollicitique,
caeci atque dementes quaerimus, et
subinde admonere meliora potest.
Omnia enim quae sunt in humana vita,
praeter VIRTUTEM, tamquam
pueriles quidam lusus, ridicula sunt, ac
subito, utpote inania, evanescunt.
Libet mihi a ludis fabulisque auspicari
hanc meam DE HOMINE dissertationem,
quoniam et HOMO IPSE ludus ac fabula
est !
Ferunt post epulum quoddam magnificum et adipale,
quo deos omnes natali suo excepit Juno Regina,
divos, curis solutos et calefactos nectare, interrogasse
Junonem
parassetne ludos aliquos quos post convivium
spectarent,
ut nihil tam solemni deesset diei
quominus undique esset laetitia divorum absolutus.
Ipsam, ut in hoc quoque diis immortalibus gratificaretur
(respondisse) precatam esse enixe fratrem-maritumque Jovem,
ut quando omnipotens esset, ex tempore
amphitheatrum faceret
novasque induceret personas ad speciem iustorum ludorum,
ne ea ex parte dies, quam ipsa honoratissimum volebat,
mancus deorum opinione videretur.
Tum subito nutu omnipotentis Jovis, quo uno aguntur
omnia,
exstitit
MUNDUS HIC UNIVERSUS,
tam ornatus, tam varius, ac subinde pulcher, uti
cernitis.
Hoc fuit amphitheatrum in cuius supremo (loco?) -utpote coelis-
fori sedesque sunt deorum spectantium;
in infimo -quod nonnulli medium vocant-,
terra, hoc est, scena locata, in quam prodirent personae
agentes;
universa scilicet, animalia resque aliae omnes.
Paratis omnibus et e convivio sublatis mensis,
adesse iam in scena personatos histriones nuntiat
Mercurius Brauveta;
laeti exeunt spectatores, et pro dignitate
designatus cuique locus.
Ludis praeerat dictator Jupiter Maximus,
qui ubi adesse deos omnes vidit, signum dedit,
quod omnia cum faceret, omnibus ut nossent monstravit
iussitque;
ac ne quis aliter quam sibi placeret, ageret,
ordinem seriemque ludorum omnium histrico gregi
praescripsit
a qua ne digitum quidem, ut aiunt, transversum
abscederent.
Simul igitur ac primam vocem signumque Summi Jovis
qui erant in scena senserunt, prodierunt ordine suo in
proscenium,
et illic tam scite, tam composite, tam Roscie,
tragoedias, comoedias, satyras, mimos, atellanas aliaque
eiusmodi egerunt,
ut iurarint se "pulchrius ac iucundius quicquam
nunquam spectasse";
deorum oblectatione voluptate laetissima; et paene
exiliens ipsa Juno,
singulos
identidem eorum rogabat, quam ludi placerent ?
Omnes eadem perstabant sententia,
nihil unquam admirabilius, nihil spectatu,
nihil Junone ipsa dignius atque eo natali quem
celebrabant die !
Nequibat loco consistere SUMMI dei SUMMA coniunx,
sed exultans alacrisque perambulans immortalium subsellia
deorum,
inter alia subinde ab unoquoque illorum quaerebat
quem maxime histrionem
probarent ex omnibus ?
Sapientissimi deorum
NIHIL ESSE HOMINE ADMIRABILIUS
responderunt,
quibus et ipse deorum pater nutu assensus est;
nam cum gestus, verba, omnes denique eius personae actus,
attentius spectabant, maiore ac maiore stupore defigebantur
!
Placebat ipse sibi Jupiter, videns tantopere admirari
laudarique HOMINEM,
foeturam suam, ab omnibus diis ! Qui assidebant Jovi,
cum in humano Archimimo tam sibi eum placere viderent,
facile intellexerunt
illam ab ipso personam esse factam;
quin, et intentius perspicientes,
multam Jovis effigiem
in homine ipso agnoverunt,
qua vel hebetissimus deorum iudicasset natum esse eum a Jove.
Homo ipse qui sub persona latet, sed emicans crebro
atque exiliens
paene foras, et multis se in rebus clare ostendens,
plane divinus joveusque est, immortalitatis ipsius Jovis
particeps,
sapientiae, prudentiae, memoriae, virtutum...
ita consors, ut haec maxima munera de suo thesauro,
atque adeo DE SE IPSO impertitum illi esse Jovem facile
cognoscatur.
Deinde, ut ipse deorum maximus virtute sua omne
complectitur,
omnia est, sic et hunc ipsius Pantomimum esse videbant,
namque is nonnunquam ita sese transformabat,
ut sub persona plantae prodiret, agens unam vitam absque
ullo sensu;
paullum cum se abdidisset, in scenam regrediebatur
Ethologus et Ethopaeus, deformatus in mille species belluarum;
leonem diceres iratum et furentem, rapacem voracemque
lupum,
saevum aprum, astutulam vulpeculam, voluptuosam
sordidamque suem,
timidum leporem, invidum canem, stolidum asinum.
Postquam hoc egerat, semotus parumper a conspectu, velo
diducto,
redibat mox prudens, iustus, socius, humanus, benignus,
comes, homo;
frequentabat cum aliis civitates, vicissim imperabat et
parebat imperio;
quae ad publicos attinebant usus atque utilitates,
ipse cum aliis curabat, denique nullus non erat
civilis sociusque.
Non expectabant dii eum pluribus visum iri formis,
cum ecce adest repente in eorum speciem reformatus,
supra hominis ingenium, totus innixus sapientissime
menti.
Summe Jupiter, quantum illis spectaculum !
Primum stupescere se in scenam etiam introductos,
expressosque ab hoc tam Ethico mimo, quem plerique
multiformem illum Protheum, Oceani filium, esse
affirmabant.
Deinde, sublati incredibili plausu,
iam non agere sinebant
hunc summum histrionem
sed a Junone poscebant ut, deposita persona,
in subsellia cum reliquis diis reciperetur,
fieretque potius spectator quam actor.
Iam illa hoc gestiebat a marito impetrare, cum eodem
momento
exit HOMO ferens sustinensque ipsum deorum
OPTIMUM MAXIMUM JOVEM,
miris et inenarrabilibus gestibus patris effigiem
reddens,
ipsas etiam minorum supergressus naturas deorum,
ad inaccessibilem
illam penetrans lucem, caligine vallatam,
quam inhabitat Jupiter, Regum et deorum Rex.
Hunc simul ac dii conspicati sunt, primum animo commoti
atque turbati,
dominum putarunt patremque suum in scenam descendisse;
post vero, sedata mente, oculos identidem ad Jovis sellam
tollebant,
ut viderent sederetne illic ipse
an personatus prodiisset aliquid acturus.
Quem cum illic esse viderent oculosque converterent ad
hominem,
referebant itidem intutum ad Jovem:
tam scite enim tamque decenter is Jovem actu exprimebat
suo,
ut iam deorsum in scenam, iam sursum in Jovis sellam
oculos subinde iactarent, ne fallerentur ab effigie,
et histrionis tam simili imitatione.
Fuere ex aliis histrionibus qui iurarint
non illum esse hominem, sed eundem ipsum Jovem esse,
qui tamen pro tanto errore, acerbas poenas luerunt.
Verum dii universi venerationem imaginis parentis omnium
deorum,
divinos homini et suffragiis suis decreverunt honores,
atque a Jove impetratum est, ipsa supplicante Junone,
ut is homo, qui deorum et Jovis personas tam apte
egisset,
persona deposita, inter deos sederet.
Concessit Jupiter diis quod ipse ultro, multo antea,
suo homini deferendum statuerat. Ita, evocatus a scena HOMO,
ubi in deorum sedes a Mercurio introductus est, victor
declaratus,
ibi non vocibus ullis, sed admirabili quodam exceptus
silentio,
detectus totus homo, ostendit immortalibus diis
naturam suam illis germanam, quae natura, persona
corporeque intecta,
animal reddit tam varium, tam desultorium, tam
versipellem,
polypum et camaleonta,
quam in scena viderant.
Ipse tunc Jupiter agnitus declaratusque
non deorum modo sed hominum etiam pater,
suis utrisque filiis
placido benignoque vultu aggaudebat,
et PARENS ab
utrisque consalutatus atque adoratus, AUGUSTUM
utrumque nomen libens accepit, qua etiam nunc appellatione
grata
utentes, deorum illum et hominum patrem nuncupamus.
Verum prius quam Mercurius in divas sedes introisset,
brachiis personales gestans exuvias, illas, maximo cum
ardore
dii circunspexerunt, quas, postquam diu et multum sunt
contemplati,
Jovis sapientiam et artem admirati sunt atque adorarunt;
ipse enim eas fecerat non minus actibus omnibus decoras
quam utiles.
Celsum caput divinae mentis arcem et aulam,
in eo sensoria quinque ornate utiliterque et digesta et
sita;
auriculae, secundum tempora,
non molli pelle dependulae nec osse duro immobiles
firmatae,
sed sinuosa cartilagine in orbem coactae duae,
ut utrimque venientes excipiant sonos,
et pulverem, stipulas, floccos, culices temere
volitantes,
ne interiora capitis penetrent, suis in ambagibus
detineant.
Pari numero oculi etiam duo, excelsi,
tanquam rerum omnium speculatores,
tenui ciliorum palpebrarumque vallo muniti,
adversus easdem stipulas, floccos, pulverem et minutissimas bestiolas;
indices animae, humanique vultus maxima pars.
Ipsa denique vestis personae, seu persona potius,
tota usque adeo decens, diducta in brachia et crura, quae
oblonga
in digitos desinebant, tam speciosos, tam commodos omni operi...
Non vacat persequi singula, quae alii plurimis verbis
exsecuti sunt.
Illam unam clausulam addam: omnia sic congruentia et
inter se apta esse,
ut ipsis aliquid si detrahatur vel mutetur vel etiam
addatur,
tota illa convenientia et pulchritudo,
tota usus facultas, extemplo amittatur.
Nullo enim ingenio inveniri potest appositior homini
persona,
nisi quis forte quae fieri non potuerunt desideret !
At HOMINEM simul ut viderunt dii, amplexi fratrem ipsi
suum,
indignum iudicarunt qui in scenam unquam prodiisset
ludicramque exercuisset
artem infamem,
et suam atque patris similitudinem non poterant satis
exosculari;
perscrutabantur singula, perlustrabant tam multos hominis
recessus,
delectabantur ea potius re quam ludorum omnium
spectaculis,
Nec
vidisse semel satis est, juvat usque morari !
Illic enim mens quaedam tanti capax consilii,
tantae prudentiae, sapientiae, rationis;
tam fecunda, ut vel ex se sola incredibiles edat partus. Inventa sunt eius:
urbes, domus; animalium, herbarum, lapidum, metallorum
usus;
cunctarum rerum appellationes et nomina, quod multi
sapientissimi
inter reliqua eius inventa in primis demirati sunt.
illius immensae varietatis sonorum vocis humanae,
ex quibus conscriptae et traditae disciplinae tot,
quibus etiam ipsa religio continetur,
Jovis patris cognitio
et cultus, ac reliquorum deorum
fratrum.
Quae una res, cum in nullo sit animalium nisi in isto,
ostendit agnationem illam quam habet cum diis.
Ad haec, parum illa omnia profuisset invenisse, nisi et accessisset
quasi thesaurus rerum omnium,
qui opes has divinas reconditas servaret,
MEMORIA scilicet,
promptuarium universorum quae diximus.
Ex quibus duobus quasi conflatur PROVIDENTIA, et futurorum
coniectura,
scintilla plane
illius divinae atque inmensae scientiae,
quae perspicit omnia futura tamquam exstantia.
Haec atque alia dii contuentes, cum non teneret eos
satietas,
haud secus ac qui
in speculo suam intuentur formosam imaginem,
delectantur ea nec gravate diutius immorantur, sic illi,
cum et se et patrem ipsum Jovem IN HOMINE tam expressos
viderent,
iuvabat eos, quae iam saepe viderant, saepius conspicere,
et alia ex aliis quaerentes, quonam modo plantas
herbasque,
quonam modo belluas, hominem, deos, deum regem Jovem,
in proscenio egisset sciscitabantur. Qua arte? quo
gestu?
Quae omnia placide ac diserte quum exposuisset HOMO,
iussum est a Jove ex convivii partibus ambrosiam nectarque illi apponi.
Libenter, neglectis
spectaculis, merendam fecerunt
cum eo multi divorum;
usque adeo fraterno delectabantur hospite, seu cive
potius,
qui posteaquam ex labore illo ludorum,
caelestibus cibis refectus praetextaque purpurea indutus
ut ceteri dii, coronatus processit ad spectandum.
Ei plurimi assurrexere divorum, plurimi perlibenter loco
cedebant,
quin et diversi per vestem trahebant gressumque
morabantur
ut apud se esset... quoad Summus Jupiter, Mercurio eum
ducente,
nuit ut inter primores deorum reciperetur in orchestra.
Qui pro maximo id acceperunt beneficio; tantum abest
ut dii ex amplissimo ordine fastidierint hominem paullo
antea histrionem.
Acceptus ab illis
honorifice et ad primas sedes invitatus,
sedit immistus
eorum catervae,
inde ludos spectavit, qui suo semper tenore persecuti
sunt.
Quoad, subducens ipse Apollo lucem, Junonis precibus
(nam architriclini et reliqui ministri submoniti a coquis
nuntiabant plus satis coenam esse paratam), noctem
invexit.
Ita accensis funalibus,
fascibus, cereis, lychnuchis, lucernis,
qua astra ferebant, eadem pompa coenae epulo recepti sunt
quo prandii.
HOMINEM etiam ipsa invitavit Juno, paterque Jupiter
annuit et nutu totum tremefecit Olympum,
et ut inter principes deos spectaverat,
ita inter eos accubuit in convivio, recepta quam
tantisper posuerat persona,
namque is ipsi personae habitus est honos,
ut quoniam hominis usibus sese tam bene accommodarat
deorum mensa,
lautissimoque
convivio digna judicaretur,
sensuque rerum illi communicato, frueretur aeterna epuli
laetitia.
DICEMBRE
24
Dopo questa citazione,
UNA TANTUM
Concediamo
a Luis Vives un rapido BIS !
E non rischiamo
niente se lo prendiamo dallo stesso volume che ho tra le mani. E' così prolifico
questo generoso umanista spagnolo, che posso anche permettermi la libertà di
non fare più lunghi percorsi e quasi di scegliere a occhi chiusi, dalle prime
pagine che seguono in questo stesso volume.
Infatti in questo
stesso QUARTO TOMO delle sue OPERA OMNIA del 1745, riprodotte in Edizione
fotostatica 1964 (Gregg Prest Limited, di Londra), il nostro facondo moralista
(che è un laico, padre di famiglia) dilaga sull'intero palinsesto delle umane
preoccupazioni, con una prolissità che si
indovina dal solo Elenchus Tractatuum, qui in hoc Tomo continentur.
Infatti, dopo la
FABULA DE HOMINE che già conoscete, e di altri tre titoli che qui ometto, segue
questa sequenza dei titoli -solo nell'indice- che vi consente di misurare
l'ampiezza di orizzonte dell'autore: vi aggiungo il numero della pagina,
affinchè vi sia facile calcolare la lunghezza degli argomenti:
Praefatio in
libros De Institutione Foeminae
Christianae, ad Serenissimam D. Catharinam Hispanam, Angliae Reginam (pag.65: e si tratta nientedimeno, di quella Caterina, dalla
quale, poichè repudiata da Enrico VIII d.Inghilterra, inizia la storica
sequenza che porterà alla nascita della chiesa inglese protestante. Ma andiamo
avanti con l'Indice). De institutione foeminae christianae, (Liber I) qui
est de Virginibus 70. De educatione Principis infantis caput I; ibidem. De
reliqua infantia 71. De primis exercitamentis 73. De doctrina puellarum
77. Qui non legendi scriptores, qui legendi 85. De virginitate 90. Quomodo
virgo corpus tractabit 96. De ornamentis 102. De solitudine virginis 116. De
virtutibus foeminae et de exemplis, quae imitetur 121. Quomodo foris aget 129.
De saltationibus 141. De amoribus 145. De Amore virginis 153. De quaerendo
sponso 155...
(Liber II) De
coniugio 172. Quid cogitare debeat quae nubit 175. Duo maxima in muliere
coniugata 178. Quomodo se erga maritum habebit 183. De concordia coniugum
205. Quomodo privatim se cum marito habere debet 217. De zelotypia 223. De
ornamentis 228. De publico 234. Quomodo agendum domi 244. De liberis et quae
circa illos cura 253. De bis nuptis et novercis 269... e così via, anche De viduis 280...
De secundis nuptiis 297... nonché dell'infinita casistica che un
moralista tutto fare quale era lui, trova in ogni direzione. Le ragazze di
oggi, teenagers o no, potrebbero sentirsi scandalizzate dinanzi ad una così impegnativa
predica. Ricordino tuttavia che il Vives è un padre di familia, non un teologo
tomista !
Vi ho
sottolineato il capitolo... di minore rischio. Io, parlando in vernacolo lo
cambierei in "Sulle casalinghe", ed ecco qui, senza pretendere la
selezione dell'intero capitolo, le parti principali, per non copiare più di una
sola pagina. Incominciando da questo tenero ricordo delle 4 figlie della Regina
Elisabetha di Castiglia, che passa a la storia –insieme al marito Fernando-
come I RE CATTOLICI.
Regina
Isabella, Fernando coniux, nere,
suere, acu pingere
quatuor
filias suas doctas esse voluit;
ex
quibus duae Lusitaniae fuerunt Reginae...
Discet ad haec
culinariam,
non illam popinariam sordidam immodicorum ciborum,
et quae pluribus ministret, quam publici coqui tractant,
nec voluptatis nimiae ac gulae;
sed sobriam, mundam, temperatam, frugalem,
quae parentibus et fratribus cibos paret virgo,
marito vero et liberis nupta;
sic enim et ab illis et ab his non exiguam initura
gratiam,
si non omnia in famulas reiecerit, sed ipsa suis manibus
curarit
et concinnarit quae iucundiora erunt parentibus, viro,
liberis,
quam a famulabus ministrata, atque eo magis si aegrotent.
Nemini culinae nomen sordeat, necessariae,
et sine qua nec aegri convalescimus nec vivimus sani,
quam nec Achiles Rex et Regis filius et horum
praestantissimus fastidivit,
ad quem cum Ulysses, Ajax et Phoenix venissent
de reconciliatione cum Agamennone acturi,
ipse, paratis mensis, praecinctus, culinam ac cibos
paravit.
optimos carissimosque sibi Principes convivio excepturus
suavi et sobrio.
Spectat id quoque ad frugalitatem et munditias,
nam, praesente domina aut filiafamilias,
omnia fiunt lautius, nitidius, adde etiam accuratius,
minore sumpto.
Quae ista est tanta manuum sollicitudo, aut tantum
culinae fastidium,
ut ne interesse quidem aut spectare sustineat
quod esurus est carissimus vel parens, vel coniux, vel
etiam filius ?
Sciant quae id agunt, foedari magis manum si porrigatur
alieno viro
quam si intingatur fuligine;
turpius esse conspici in chorea quam in culina,
vilius taxillos aut lusoria folia scite tractare quam
cibos;
minus decere probam gustare in comessatione potum
ab alieno viro traditum, quam sorbitiunculam viro suo
tradendam.
Hanc ergo artem mea callebit femina,
quo magis omnes suos demereatur sibi, et quo tum rectius
ac purius,
tum minoris curatae dapes ad mensam veniant.
Vidi ego hic et in Hispania, et in Francia,
qui convaluerint cibo ab uxoribus aut filiabus aut
nuribus cocto,
qui eas postea multo habuerint quam antea cariores.
Vidi contra, exosas viris uxores, soceris nurus, patribus
filias,
quod se artem negarint tenere instruendi epulas.
Atque adeo, quod viri in hac Belgica cauponentur saepe ac
multum
praecipuam esse causam autumo
neglegentiam et ignaviam feminarum in coquendis cibis,
quae cogit viros a domo abhorrere,
et alibi quaerere quod domi non inveniunt.
DICEMBRE 25
NATALE del Ciclo B
Un discorsetto di suono antico
Appartiene alla categoria
che diciamo "dei sapori antichi" o dei "valori. Adatto anche,
per la sua brevità, per non perdere la nostra PAGINA LATINA nemmeno il
eterni" e ci sorprenderà come minimo per quella schiettezza della
primissima teologia cristiana, che S.Pietro Crisologo ha riversato su
queste brevi righe.
A quale anno
risalgono? Se il suo autore è nato ad Imola (Forum Cornelii) l'anno 380, e in
seguito è stato vescovo di Ravenna (424-450), buttate un numero probabile e non
sbaglierete di troppo. Il nostro santo è invocato dalla Chiesa come Verbi
tui praeconem egregium. E non lo sarà solo per questo Sermo 148, raccolto
nel rispettivo Tomo del Migne PL 52.
Il nostro brano
lo ritrovate più specificamente nella LITURGIA HORARUM III,1298.
Quando
concipit VIRGO,
virgo
parit, manet virgo;
non
est consuetudo, sed signum;
non
est ratio, sed virtus;
auctor
est, non natura;
non
est commune, sed solum;
divinum
est, non humanum.
Nasci
Christum non fuit necessitas, sed potestas;
fuit
sacramentum pietatis,
reparatio
salutis humanae.
Qui non nascendo
ex intacto limo fecit hominem,
nascendo ipse
hominem de corpore fecit intacto;
manus quae in nostrum plasma lutum dignanter assumpsit,
ad reparationem nostram dignanter assumpsit et carnem.
Ergo quod Creator in creatura sua, quod Deus invenitur in
carne,
creaturae honor est, non est Creatoris iniuria.
Homo, quare tibi tam vilis es, qui tam pretiosus es Deo ?
Quare sic honoratus a Deo teipsum taliter inhonoras ?
Quare quaeris unde factus sis, et ad quid factus sis non
requiris ?
Nonne tota ista quam vides tibi facta est mundi domus ?
Tibi infusa
lux circumfusas removet tenebras,
tibi est temperata nox, tibi dimensus est dies:
tibi caelum, solis, lunae, stellarum vario fulgore
radiatum est;
tibi terra floribus, nemoribus, fructibus est depicta;
tibi creata est in aëre, campis, in aqua
speciosa continens mirabilis animantium multitudo,
ne gaudium novi saeculi tristis solitudo confunderet.
Adhuc tamen quid adiciat ad honorem tuum tuus Creator
excogitat;
in te imaginem suam ponit,
ut terris invisibilem conditorem visibilis imago
praesentem poneret,
et in terrenis dedit tibi vices suas, ut non fraudaretur
Domini vicario mundi tam larga possessio.
Deus quod per se fecit in te, in se clementer excepit,
et in homine se vere videri voluit in quo ante imaginario
voluit se videri;
deditque ut proprietas esset IPSE,
qui ante ut similitudo esset acceperat.
Nascitur ergo Christus,
ut nascendo corruptam redintegret naturam;
infantiam suscepit ille, patitur nutrimenta, percurrit
aetates,
ut unam perfectam, manentem, quam ipse fecerat, instauret
aetatem;
portat hominem, ne iam cadere homo possit;
quem terrenum fecerat, fecit esse caelestem.
Animatum humano spiritu, spiritum vivificat in divinum:
et sic totum tollit in Deum ut in eo
quod peccati, quod mortis, quod laboris, quod doloris,
quod terrae est, nihil relinquat,
praestante Domino Iesu Christo
qui cum Patre vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti
Deus,
nunc et semper et per immortalia saecula saeculorum. AMEN
DICEMBRE 26
CANTABRI et ASTURES
Incominciamo
dalle più visibili coordinate. Quella HISPANIA, che Roma aveva strappato alle voglie
di Annibale più di un secolo prima, e che durante la Guerra Civile tra Pompeo e
Cesare aveva visto il prevalere del secondo, continuava ancora agli inizi del
periodo augusteo a dare non pochi grattacapi alle Legioni.
Non andaba giù a
Roma la prospettiva di lasciare irrisolta quella questione; Augusto, che guerrafondaio non era, aveva un suo segreto
e nobilissimo piano: passare alla storia come colui che si era affrettato per
davvero a chiudere le polifamose porte del tempio di Giano. Ecco perché mentre,
nell'anno 27 a.C., fa un sopralluogo nella Tarraconensis -metà orientale della "penisola
iberica"-, decide di prendere personalmente, a partire del nuovo anno, il
comando militare.
Ed è ANNEO CLORO,
che sembra un archivista ben informato (ma anche deciso a non far la
cronistoria di Roma come una continua filastrocca di guerre) sbrigherà
sinteticamente nel suo ultimo capitolo anche questa, che mira alla PAX ROMANA.
Augusto, come
detto, passa l'inverno del 27 a Tarragona. Subito si muove verso Segisama (oggi
Sasamón, poco ad Est di Burgos). Tra questa e le altre città dell'altipiano di
Castiglia, isolate da sempre dal mare Cantabro per via dell'asperrima e
impermeabile Cordillera Cantábrica, nella quale tutto diventa sempre più aspro
verso l'Ovest, soprattutto per i così detti oggi PICOS DE EUROPA, vi ci sono
arroccati quei popoli montanari che Orazio ricorderà con una brevissima ma
efficace qualifica: ...et Cantabrum, indoctum iuga ferre nostra!
Augusto raccoglie la sfida e vuol essere -LUI personalmente- autore
della chiusura di questo cocente capitolo !
Basti ciò per
allegerire quanto ci dirà ANNEO FLORO, dal quale voglio strappare proprio gli
ultimi asserti, chiudendo così in bellezza la "canonizazione" di un
Augusto che, appunto per questo spirito pacifico, finirà per riscuotere -già
allora- un alto rispetto internazionale. Vedremo alla fine questa sua
"consecrazione" a Roma, non solo con la polaroid delle porte di Giano
ben chiuse, ma anche con quella delle carovane orientali e della restituzione
dei labari conquistati dai Parti nella giornata di Carre. Questo recupero dei
"lábari" sarà proprio il disegno in rilievo sulla corazza del
notissimo "Augusto di Prima Porta". Più antefatti, nell'introduzione
della seconda pagina.
ANNAEI FLORI, EPITOME
RERUM ROMANARUM, lib.IV, cap.XII
Sub Occasu pacata FERE omnis Hispania,
nisi quam Pyrenaei desinentis scopulis inhaerentem
citerior alluebat Oceanus.
Hic duae validissimae gentes CANTABRI et ASTURES
immunes imperii agitabant.
Cantabrorum et prior et altior et magis pertinax
IN REBELLANDO
animus fuit:
qui non contenti libertatem suam defendere,
proximis etiam imperitare tentabant
Vaccaeosque et Autrigonas crebris incursionibus
fatigabant.
In hos igitur, quia vehementius agere nunciabantur,
non MANDATA expeditio, sed SUMPTA est. (ab ipsomet Augusto)
Ipse venit SEGISAMAM: castra posuit:
tripertito exercitu totam indidem amplexus Cantabriam,
efferam gentem, ritu ferarum, quasi indagine debellabat.
Nec ab Oceano quies, cum ab infesta classe
ipsa quoque terga hostium caederentur.
Primum adversus CANTABROS sub moenibus Vellicae proeliatus est.
Hinc fuga in eminentissimum Vinnium montem,
quem maria prius Oceani quam arma romana ascensura esse crediderant.
Tertio Aracillum oppidum magna vi repugnat.
Captum tamen postremo fuit.
Edullii Montis obsidio
(quem perpetua quindecim millium fossa comprehensum
cinxit)
undique simul adeunte Romano, postquam extrema barbari
vident,
certatim igne, ferro, inter epulas,
venenoque quod ibi vulgo ex arboribus taxeis exprimitur,
praecepere mortem;
seque pars maior a captivitate, quae videbatur,
vindicavere.
Haec per Antistium, Furnium, Agrippam legatos
hibernans in Tarraconis maritimis Caesar accepit.
Ipse PRAESENS, hos deduxit montibus, hos obsidibus
adstrinxit,
hos sub corona, iure belli, venumdedit.
Digna res lauro, digna curru senatui visa est:
sed iam Caesar tantus erat, ut posset triumphos contemnere !
ASTURES per idem tempus
ingenti agmine a montibus suis descenderant.
Nec temere sumptus ut a barbaris impetus:
sed positis castris apud Asturam Flumen, trifariam diviso
agmine,
tria simul Romanorum castra aggredi parabant.
Fuisset et anceps et cruentum et ultimum mutua clade
certamen,
tum tam fortibus, tam subito, tam cum consilio
venientibus,
nisi
Brigaecini prodidissent. A
quibus praemonitus Carisius,
cum exercitu adveniens, oppressit consilia.
Sic quoque tamen, non incruento certamine.
Reliquias fusi exercitus validissima civitas Lancia
excepit:
ubi adeo certatum est, ut cum in captam urbem faces
poscerentur,
aegre dux impetraverit veniam, ut victoriae romanae
STANS potius
esset quam INCENSA monumentum.
DICEMBRE
27
Non è obviamente
FLORO l'unica fonte di questo scorcio Romano (anche se non è poco quanto egli
stesso aggiungerà nella PAGINA odierna, che prosegue senza omissis). Non tutto è oggi chiaramente rintracciabile con le sue
sole informazioni.
Un mio
stimatissimo collega, Eutimio Martino, si è cimentato in anni recenti
nella quasi donchisciottesca avventura di percorrere passo passo le
veneratissime e superstiti prove di quanto qui (o da altri) descritto. Ha
raccolto addirittura i risultati delle sue ricerche in una "nueva lectura
de las fuentes" (Roma contra Cántabros y Astures), offrendo così ai
Cantabri e Asturiani di oggi una viscerale memoria storica che sarà sempre
godibile in concrete gite sui luoghi sacri dell'ancestrale eroismo,
nominalmente sul fossato di ben 15 chilometri, ancora percorribile in
nostalgico pellegrinaggio. Qui però, a livello di "specimen
antologico" di buona prosa latina, non possiamo nemmeno entrare nel campo
critico nè discutere uno solo dei possibilissimi errori di Floro o di quelli
che hanno preferito dar più credito ad altre fonti.
Noi qui ci
affacieremo soltanto su un problema che non sarà proprio risolto da questa che solo
intende essere una godibile Antologia.
Godiamoci perciò,
e per incominciare, la fine di questa guerra e il sorgere di quel nuovo SOLE,
che proprio qui vedremo evoluzionare verso una novissima definizione
anagrafica. Quell' Ottavianus infatti,
che qui appare ancora designato come Caesar, comparirà dinanzi a noi e
dinanzi al Senato Romano, alla ricerca del suo definitivo nominativo storico:
potrebbe essere stato ROMULUS;
fu invece preferito un inedito AUGUSTUS
(coniato soltanto allora e da collegarsi visibilmente con la radice, quasi
sacrale, di augeo, augmentum...)
Non sfugga a
nessuno che una sintesi storica "schiaccia" regolarmente la durata, e
anche gli itinerari, di ogni evento. L’ Augustus
ha "ibernato" più volte a Tarragona, e Agrippa ha dovuto soffocare,
ancora lì, un rigurgito di resistenza l'anno 19. Ancora lo stesso Augusto ci è
andato laggiù, per la riorganizzazione delle proprie conquiste -in Spagna e
Francia- ma soltanto l'anno 13 ha potuto finalmente erigere a Roma quel
notissimo e felice monumento che tutti conosciamo come l' ARA PACIS AUGUSTAE.
Nella quale -muro esterno, rivolto verso la tomba di Augusto-
possiamo oggi leggere il meglio del Monumentum
Ancyranum ( = testamento di Augusto, come riportato da un tempio del Asia
Minore). Ecco le brevi parole allusive al caso nostro:
Cum ex Hispania Galliaque, rebus in his provinciis
prospere gestis, Romam redii Ti.Nerone
P.Quintilio consulibus,
ARAM PACIS AUGUSTAE Senatus pro reditu meo consacrandam
censuit...
Ritorniamo ora sul testo di Floro.
Hic finis Augusto bellicorum certaminum fuit:
idem rebellandi finis Hispaniae.
Certa mox fides et aeterna PAX,
quum ipsorum ingenio in pacis partes promptiore,
tum consilio Caesaris, qui fiduciam montium timens, in
quos se recipiebat,
castra sua sed quae in plano erant, habitare et incolere
iussit,
Ingentis esse consilii illud observari coepit.
Natura regionis, circa omnis aurifera,
miniique et chrysocollae el aliorum colorum ferax.
Itaque exerceri solum iussit.
Sic Astures et latentes in profundo opes suas atque
divitias,
dum aliis quaerunt, nosse coeperunt.
Omnibus ad Occasum et Meridiem pacatis gentibus,
ad Septemtrionem quoque, dumtaxat intra Rhenum atque Danubium,
item ad Orientem, intra Cyrum et Euphratem:
illi quoque reliqui, qui immunes imperii erant,
sentiebant tamen magnitudinem,
et victorem gentium populum romanum reverabantur (SPQR
!!!).
Nam et Scythae misere legatos et Sarmatae, amicitiam petentes.
Seres etiam habitantesque sub ipso sole Indi,
cum gemmis et margaritis, elephantes quoque inter munera
trahentes,
nihil magis quam longinquitatem viae imputabant,
quam quadriennio impleverant:
et tamen ipse hominum color ab alio venire caelo fatebatur
!
Parthi quoque, quasi victoriae poeniteret,
rapta clade Crassiana ultro signa retulere.
Sic ubique cuncta atque continua
totius generis humanis aut pax fuit aut pactio.
Aususque tandem Caesar, septingentesimo ab Urbe condita
anno,
JANUM geminum cludere,
bis ante se clusum, sub Numa Rege et victa primum Carthagine.
Hinc conversus ad pacem,
pronum in omnia mala et in luxuriam fluens saeculum
gravibus severisque legibus multis coercuit. Ob haec tot
facta ingentia
DICTATOR PERPETUUS ET PATER PATRIAE DICTUS.
Tractatum etiam in Senatu,
an quia condidisset IMPERIUM, R O M U L U S vocaretur:
sed sanctius et reverentius visum est nomen A U G U S T I
ut scilicet iam tum, dum coluit terras,
ipso nomine et titulo consecraretur.
DICEMBRE
28
Il GIUDIZIO FINALE
: quando? come ?
Indubbiamente:
non è una PAGINA LATINA il posto migliore per la teologia del nostro destino
escatologico o finale. Ma, poiché il Latino ha convogliato per secoli i nostri
più impenetrabili misteri, un campione di buon latino, anche sul vero e profondo
nostro umano destino, non potremo mai escluderlo.
E` poi chiaro che
il vero GIUDIZIO non sarà mai quello di Michelangelo, come il vero inferno non
sarà quello del Dante o quello dei grandisimi mosaicisti di Monreale o di
Torcello. Siamo umani però, e non potremo mai fare a meno di quello che è il
nostro limite, intellettivo o figurativo che sia. Voglio arrivare all'ultima
conseguenza: neanche Cristo poteva fare a meno di "abbassare" il suo
concreto linguaggio quanto esigeva la VERITA ULTIMA ; se voleva renderla
accesibile alla comprensione umana, resa cioè "compatibile" con le
nostre limitazioni... anche linguistiche. Perciò la sue espressioni di
"pecore buone a destra e pecore cattive a sinistra"... vanno valutate
al contagocce! Abbiamo capito bene il
midollo delle "nostre" verità, ma faremo male a "filmare"
il risultato con identiche metafore.
Ho letto
recentemente il VIDA, quel personalissimo uomo di chiesa, che io ricordo come contem-poraneo
di S.Ignazio (lo precede infatti nella nascita e lo segue di poco nella morte).
Il VIDA sa dare sapore e suono virgiliano ai suoi esametri cesellati. E ci
regala spesso felicissime cariche di religiosità. Perfino nel tema rigoroso e
veritiero che occorre per i così detti "novissima".
Volendo però darvelo nella mia normale offerta in PAGINE, mi ritrovo anche un
bel motivo per raccomandarvi la lettura LATINA della Bibbia. Anzi, mi permetto
un'originalità poco frequente, poiché essendo disuguale il resoconto di tre
degli evangelisti, io preferisco darvi, una tantum, la cosí detta
lettura "concordata" di Lohmann-Cathrein. Quindi, in una somma che
mette insieme Lc 21,25-30; Mc 13,24-37; Mt 24,29-42.
Nella compilazione
di questi testi, amalgamati però, è andata persa l'indicazione del luogo e
tempo -forse diversificati- di questi ammonimenti. Supplisca perció il titolo
aggiunto a questa serie di insegnamenti:
QUALIS
FUTURUS SIT ALTER
CHRISTI ADVENTUS.
Statim autem post tribulationem dierum illorum
erunt signa in sole et luna et stellis.
Sol obscurabitur et luna non dabit lumen suum
et stellae cadent de caelo; et in terris erit pressura gentium
prae confusione sonitus maris et fluctuum,
arescentibus hominibus prae timore et exspectatione
quae superveniet universo orbi;
nam virtutes caelorum commovebuntur.
Et tunc parebit signum Filii hominis in caelo,
et tunc plangent omnes tribus terrae.
Et tunc videbunt Filium Hominis venientem in nubibus
caeli
cum virtute multa et gloria et maiestate.
Et mittet angelos suos cum tuba et voce magna,
et congregabunt electos eius a quatuor ventis,
a summo terrae usque ad summum caeli.
His autem fieri incipientibus, respicite et levate capita
vestra,
quoniam appropinquat redemptio vestra.
Et dixit illis: "Ab arbore fici discite parabolam.
Cum iam ramus eius tener fuerit et nata fuerint folia,
scitis quia prope est aestas. Ita et vos: cum videritis haec omnia fieri,
scitote quoniam prope, in ostiis, est Regnum Dei.
Amen dico vobis,
quia non praeteribit generatio haec donec omnia haec
fiant.
Caelum et terra transibunt, verba autem mea non
transibunt !
De die autem illa, et hora, nemo scit,
neque angeli caelorum, neque Filius, nisi solus Pater !
Sicut autem in diebus Noe, ita erit et adventus Filii
hominis;
sicut enim erant in diebus ante diluvium, comedentes et
bibentes,
nubentes et nuptui tradentes,
usque ad eum diem quo intravit Noe in arcam;
et non cognoverunt donec venit diluvium et tulit omnes;
ita erit et adventus Filii hominis.
Tunc duo erunt in agro: unus assumetur et unus
relinquetur;
duae molentes in mola: una assumetur et una relinquetur.
Videte ergo; vigilate et orate, quia nescitis quando
tempus sit,
nescitis qua hora Dominus vester sit venturus.
Attendite autem vobis, ne forte graventur corda vestra
in crapula, et ebrietate et curis huius vitae,
et superveniat in vos repentina dies illa.
Tanquam
laqueus enim superveniet
in omnes qui sedent super faciem omnis terrae.
Sicut homo qui peregre profectus reliquit domum suam,
et dedit servis suis potestatem cuiusque operis,
et ianitori praecepit ut vigilet !
Vigilate ergo (nescitis enim quando Dominus domus veniat:
sero, an media nocte, an galli cantu, an mane)
ne -cum venerit repente- inveniat vos dormientes.
Quod autem vobis dico, OMNIBUS dico.
Vigilate itaque, omni tempore orantes, ut digni habeamini
fugere ista omnia quae futura sunt, et stare ante Filium hominis.
DICEMBRE 29
GIUDIZIO FINALE, versione metrica del VIDA.
Della personalità
del Vida ho già anticipato quanto basta per contattare una così inaspettata
fisionomia culturale. Sarà la sua irruenza sicuramente la qualità personale che
meglio lo controdistingua. Prenderò un brano, nè lungo nè breve, quanto non mi
obblighi a riformare la pagina di congedo che sarà quella di domani. Buona
lettura ! Se mai la vostra vita ha un vuoto da colmare in questa che oggi
viviamo "crisi di trascendenza" benvenuto sia anche questo piccolo
scossone !
La pagina è tratta
dai già citati HYMNI DE REBUS DIVINIS, edizione ROMA 1824, pp.242 ss.
nell' Inno Dei
Filio, DEO OPTIMO MAXIMO, vicino alla fine.
Idem etiam effoeto cum venerit ultima mundo
tempestas, rapidis qua flagrent omnia flammis,
mortales iterum, missu Genitoris, in oras
advenies, hominum ut vitas et crimina quaeras
pro meritisque voces ad poenas et praemia quemque.
Te genus humanum
aspiciet fulgere per auras
aereas, fulva in nebula, quem mille sequentur
Sanctorum hinc atque hinc acies coetusque volucrum.
Quatuor aere cavo ventos de partibus orbis
omnibus humanum genus huc excire iubebis.
Omnibus innumerae gentes a finibus ibunt
magnum in concilium, non tantum corpora viva,
verum etiam quondam defuncta cadavera vita,
ossaque ab exesis surgent rediviva sepulcris
atque iterum blandae data inibunt limina lucis.
Mille hominum hinc illinc acies, novaque agmina ubique
occurrent tibi per volucres liquidi aeris auras.
Interea magni simulator iudicis hostis
seditione potens multos sub imagine falsa
ludet, et abductos recto sub signa vocabit,
atque tibi infestas contrarius instruet alas.
Quem verus mundi pro talibus arbiter ausis
turbine corripiens terrae ima in viscera condes.
Ut vero genus humanum tot millia campis
institerint latis, victor medio ipse theatro
secernes, dextraque pios in parte locabis,
laeta gregem ceu pastor agens in pascua mites
matutinus oves semper seiungit ab haedis:
laeva autem coges sontes miserabile vulgus.
Tum caelum quoque signa dabit. Tum cardine rupto
axis uterque loco absiliet stellaeque ferentur
aethere praecipites. Tum sol ferrugine tectus
protinus amissa ceu moerens luce latebit,
lunaque obisse suum mirabitur obruta lumen.
Omnia
noctescent tenebris caliginis
atrae.
Tum flammae ultrices, vibrataque fulgura caelo
corripient subitis mortalia cuncta favillis.
Ardebunt fontes: ardebunt flumina, et alta
aequora: flammescetque auris candentibus aër:
et veter extremos considet mundus in ignes.
Tum caelo lignum venerabile sideris instar
fulgebit nostrae monimentum insigne salutis,
aethere mixta comas ramis felicibus arbos.
A laeva sontes et quos scelera impia dammant,
ibunt infernos
Erebi flammantis in ignes
omnes, ut sua quemque prement commissa, cremandi.
Dextra autem insontes, quorumve oblita piacla,
digrediens terris tecum ad tua regna vocabis,
felicem quemque in sedem quam cuique paravit
protinus a prima Pater aequus origine rerum,
insignique vehes victor super astra triumpho.
Salve, vera DEI soboles, rex aetheris idem
bis genite, humani generis certissima ubique
spes atque indubitata salus, lux aurea mundi,
nobiscum DEUS, interpres superumque hominumque.
Tu capitis nostri gemmis contexta corona,
ipsum tu caput et decus omne, et gloria nostra.
Tu Rex, tu nostri dux agminis inclytus ille,
quem metuunt infernae acies gens aethere pulsa.
Tu custos, vigil et magni tu pastor ovilis.
Tu medica arte potens qui vulnera nostra mederis.
Tu via, tu veri vis, tu te vita secutis.
Tu nostri fundamentum templi atque columna,
templum ipsum, et contermina vertice turris,
perque gradus ara assurgens, araeque sacerdos.
Ianua tu ac reserans caeli penetralia vectis.
Tu ratis et portus. Tu lex. Tu legifer ipse.
Tu folia evolvis signato in codice clausa
abstrusasque notas, septenaque claustra resignas.
Tu nobis nostra aversum ob commissa parentem
concilias bonus. Atque tua pro gente precando
usque assurgenti te comminus obiicis irae,
vulneraque obtendis, quae quondam es corpore passus
deditus, et laceros pro nobis detegis artus...
DICEMBRE 30
Preparate già il cenone di domani ?
Un' ANTOLOGIA, se
stiamo all'etimologia del vocabolo (= un mazzolin di fiori), potrebbe essere sentita
come doverosamente distante dalle umane nefandezze. E la sbornia (o sbronza)
-in latino ebrietas, compensata dalla sua spontanea fuga (e perciò sobrietas) non ha niente di pregevole. Tuttavia,
secondo il popolare detto italiano, può essa capitare "nelle migliori
famiglie". E guarda caso, appena vergata la pagina nera di quei
colonizzatori della Marylandia, fradici proprio nel giorno del Natale, mi
veniva incontro nelle mie letture... una sbornia collettiva di dimensione
biblica.
Vi darà perciò
questa PAGINA l'opportunità di leggere in versione integrale un episodio del
quale saranno ben pochi a ricordare impressioni che forse furono determinanti
nella catechesi infantile.
Vi sto
accennando, e qui concludo la mia introduzione, ai tempi del mitico Nabucodonosor:
responsabile della grande "cattività degli Ebrei in Babilonia, e della
destruzione del tempio di Gerusalemme". A questo momento però il regno è
in mano ad un suo figlio, Baltassar. La sua sbornia gigante avrà un testimone
di eccezionale portata storica: il profeta Daniele.
De libro Danielis prophetae, 5,1ss.
In diebus illis: Baltassar rex
fecit grande convivium optimatibus suis mille,
et unusquisque secundum suam bibebat aetatem.
Praecepit ergo iam temulentus
ut afferrentur vasa aurea et argentea
quae asportaverat Nabuchodonosor pater eius
de templo quod fuit in Ierusalem,
ut biberent in eis rex et optimates eius, uxoresque eius
et concubinae.
In eadem hora apparuerunt digiti,
quasi manus hominis scribentis contra candelabrum,
in superficie parietis aulae regiae;
et rex aspiciebat articulos manus scribentis.
Tum facies regis commutata est, et cogitationes eius
conturbabant eum,
et compages renum eius solvebantur,
et genua eius ad se invicem collidebantur.
Exclamavit itaque rex fortiter,
ut introducerent magos, chaldaeos et aruspices;
et proloquens rex ait sapientibus Babylonis:
"Quicumque legerit scripturam hanc
et interpretationem eius manifestam mihi fecerit,
purpura vestietur et torquem auream habebit in collo,
et tertius in regno meo erit".
Tum ingressi omnes sapientes regis non potuerunt
nec scripturam legere
nec interpretationem indicare regi;
unde Baltassar satis conturbatus est et vultus illius
immutatus est,
sed et optimates eius turbabantur.
Igitur introductus est DANIEL coram rege: ad quem
praefatus rex ait:
" Tu es Daniel, de filiis captivitatis Iudae,
quem adduxit pater meus rex de Iudaea ?
Audivi de te quoniam spiritum deorum habeas,
et scientia intelligentiaque ac sapientia ampliores inventae
sunt in te.
Et nunc introgressi sunt in conspectu meo sapientes magi
ut scripturam hanc intellegerent et interpretationem eius
indicarent mihi,
et nequiverunt sensum huius sermonis edicere; porro ego
audivi de te
quod possis obscura interpretari et ligata dissolvere.
Si ergo vales scripturam legere et interpretationem eius
indicare mihi,
purpura vestiéris et torquem auream circa collum tuum
habebis,
et tertius in regno meo princeps eris."
Ad quae, respondens Daniel, ait coram rege:
"Munera tua sint tibi, et dona domus tuae alteri da;
scripturam autem legam tibi, rex, et interpretationem
eius ostendam tibi.
Haec est autem scriptura quae digesta est:
MANE,
THECEL, PHARES.
Et haec est interpretatio sermonis:
MANE, numeravit Deus regnum tuum et complevit illud:
THECEL, appensus es in statera et inventus es minus habens.
PHARES, divisum est regnum tuum et datum est Medis et
Persis".
Tum, iubente rege, indutus est Daniel purpura
et circumdata est torques aurea collo eius,
et praedicatum est de eo
quod haberet potestatem tertius in regno suo.
Eadem nocte interfectus est BALTASSAR, rex Chaldaeus,
et Darius Medus successit in regnum, annos natus sexaginta duos.
DICEMBRE 31
La giornata
odierna sembra obbligata per scambiarsi i migliori auguri: per chiudere in
bellezza un'anno che sprofonda forse nel "nulla di fatto", e aprire
l'animo, o le vele, alla speranza di un'altro migliore. Mi sento perciò nel dovere
di stare alle buone regole e scambiare con i miei lettori, nell'ultima pagina,
un gentile pensiero.
Ricordo, a chi
forse la conosce meglio di me, questa augurale formula, abbastanza usuale tra
umanisti : Aristo teles vuol dire BUONA FINE, e Arist arco
BUON INIZIO. Avete quindi ben capito! e ve lo pronuncio per conto mio con
tutto il cuore: ARISTOTELES, ARISTARCO = Buon cenone oggi; Augurale BUON ANNO, domani !!!
Questo pensiero
mi viene incontro nel modo più naturale per la data odierna. Proviene dalla
pagina stessa che oggi ci offre la LITURGIA
HORARUM: un'ottimistico ed esultante brano della Ecclesiastica
Historia di Eusebio di Cesarea.
Un respiro di
serenità? Un'insufficiente overdose di speranza? Dipenderà dalla profondità
della vostra lettura. Seneca si orientava verso tempi migliori al solo pensiero
di dover riorientarsi definitivamente eo unde lucet. Riconoscerete
almeno a questa pagina il pregio augurale di dilatare la nostra pupilla fino a
farci percepire i primi bagliori di quella che potrebbe essere un'alba nuova,
un passo avanti nell'avventura della vita. La quale vorrei fosse per tutti -vi
riporto ancora parole di un Seneca cosmonauta- una trionfale immersione nel
divino, in mezzo alle galassie, illuminate tutte a festa. Quantus ille fulgor, tot
sideribus inter se lumen miscentibus ! (cf.BREVITER, Dicembre 13).
Con lo stesso
pienone di ottimismo ci si presenta oggi Eusebio, quando, finite le
persecuzioni, respira ormai a pieni pulmoni l'aria della normalità. Una pagina
che ha lo stesso osiggenante effetto del nostro TEDEUM (TE, DEUM) invitandoci ad un più deciso e religioso
impegno .
EUSEBIO DI CESAREA, Ecclesiastica historia, PG 20, 842‑847,
oppure l.c.
De omnibus gloria sit Omnipotenti Regique omnium DEO.
Gratia item Servatori ac Redemptori animarum nostrarum
IESU CHRISTO,
per quem precamur ut pax nobis firma et stabilis,
immunisque
tum ab externarum rerum
tum ab omnibus animi molestiis ac perturbationibus
perpetuo conservetur.
Iamque dies serenus ac liquidus, nulla amplius nube
fuscatus,
Ecclesias Christi toto orbe diffusas
caelestis LUCIS splendore illustrabat.
Licebatque, iis etiam qui a coetu religionis nostrae
alieni essent,
si non iisdem frui nobiscum,
at certe partem aliquam et quasi effluxum percipere
eorum bonorum quae nobis a Deo fuerant procurata.
Nobis vero praecipue, qui spem omnem in CHRISTO positam
habemus,
incredibilis quaedam inerat laetitia,
et divina quaedam hilaritas in omnium vultu emicabat,
cum loca cuncta, quae tyrannorum impietas paulo ante
subruerat,
tamquam ex diuturna ac pestifera labe reviviscere
videremus:
templaque rursus a solo in immensam altitudinem erigi,
et longe maiore cultu ac splendore
quam illa quae prius expugnata fuissent nitescere.
Votivum enim nobis ac desideratum spectaculum
praebebatur,
dedicationum scilicet festivitas per singulas urbes,
et oratoriorum recens structorum consecrationes.
Ad haec,
Episcoporum conventus;
peregrinorum ab externis et procul dissitis regionibus
concursus;
populorum mutua inter se caritas ac benevolentia,
cum MEMBRA CORPORIS CHRISTI in unam compagem
coalescerent.
Itaque iuxta propheticum oraculum,
quo ea quae ventura erant sub arcana quadam imagine
praedicebantur:
os aptabatur ossi, et iunctura iuncturae,
et quaecunque alia idem propheticus sermo
sub obscuris verborum involucris vere utique
pronuntiavit.
Una erat DIVINI
SPIRITUS virtus per universa commeans membra:
una omnium anima; eadem alacritas fidei;
unus omnium concentus
DIVINITATEM hymnis celebrantium.
Iamvero antistitum absolutissimae caerimoniae
et accurata sacrificia sacerdotum
et divini quidam augustique Ecclesiae ritus,
hinc Psalmos canentium
et reliquas nobis divinitus traditas voces auscultantium:
illinc divina et arcana obeuntium ministeria.
Mystica quoque Salutaris Passionis symbola tradebantur.
Denique omnis aetas et promiscua utriusque sexus
multitudo,
toto pectore precationibus et gratiarum actionibus
incumbens,
cum summa animorum laetitia DEUM bonorum auctorem
venerabatur.
( Non vi perdete il BIS finale !)
Un ultimissimo BIS da concerto, in onore di SANTA CECILIA.
ACCENNAVO, in una
precedente citazione del Petrarca (Dic.14), ad una che a me sembrava
"goliardica sfida di lessico latino(?)" sul tema della VITA. E mi
sembrava anche doverosa la ricerca di qualche antitossina, di qualcosa più
digeribile, proveniente da quei tempi di indiscussa sete di martirio, in vigore
nelle comunità cristiane del periodo delle grandi persecuzioni... Forse
l'anonima Passio Sanctae CAECILIAE non sia nemmeno databile : ma
indubbiamente, anche così, quadra per me affibiarla alla fede totale di quelle
primitive comunità cristiane, fiere di darne una testimonianza... che magari
fossimo noi capaci di trasmettere ai troppi miscredenti del nostro tempo. Mi
sembra sia sufficiente questa introduzione per augurarvi, con l'inizio di un
nuovo secolo, la migliore prolunga del GRANDE GIUBILEO. Giovanni Paolo II ce
l’ha detto con una ben più efficace metafora :
DUC IN ALTUM !
Dati cronologici
di questa PASSIO? Vorremmo averli trovati, ma i migliori ricercatori si
sono arresi, e si accontentano di dirci: temporibus Diocletiani; quindi mettete
un interrogativo 222-230 circa? e gustiamoci questa PAGINA "di
sapore antico". Cecilia -mentre il
promesso sposo e il futuribile cognato si stanno ancora iniziando alla fede
cristiana- offre loro la sua sicurezza
da brava catechista. Eccola ora, con
in mano l'arduo punto della VITA FUTURA !
Dicit ei Caecilia:
Si ista esset una vita, et non alia, iuste ISTAM perdere timeremus.
Si autem est vita longe HAC MELIOR
et quae numquam finire potest, ut quid ISTAM
perdere timeamus
quando per huius perditionem ad ILLIUS adquisitionem
attingimus ?
Tiburtius respondit:
Adhuc nunquam hoc audivi: ergo est alia VITA praeter istam ?
Dicit ei Caecilia:
et hoc quod in mundo vivitur VITA est ?
in qua humores tumidant, dolores extenuant, ardores
exsiccant,
aëres morbidant, escae inflant, ieiunia macerant, ioci
solvunt,
tristitiae comsumunt, solicitudo coarctat, securitas hebetat,
divitiae iactant, paupertas deiicit,
iuventus extollit, senectus incurvat, frangit infirmitas,
maeror consumit... et his omnibus MORS furibunda succedit
et iam universis gaudiis carnalibus finem ponit
ut, cum esse desierit, nec fuisse putetur ?
Pro nihilo enim computatur iam omne quod NON
EST !
ILLA autem vita quae ISTI vitae succedit
aut perpetuis tribulationibus datur iniustis,
aut aeternis gaudiis iustis offertur.
Respondit Tiburtius.
Et quis ibi fuit, et huc veniens, nobis
potuit hoc indicare
ut merito possimus ista asserentibus
credere ?
Tunc beata Caecilia, erigens se, stetit et cum magna
constantia dixit:
CREATOR, ex
semetipso antequam ista omnia faceret,
genuit
FILIUM et protulit ex virtute
sua SPIRITUM SANCTUM.
Filium ut crearet omnia,
Spiritum ut vivificaret
universa.
Omnia quae facta sunt Filius ex Patre genitus condidit,
universa autem quae condita sunt
ex Patre procedens Spiritus Sanctus animavit.
Dicit ei Tiburtius: certe unum DEUM
asseritis;
quomodo nunc TRES esse testaris ?
Respondit Caecilia:
Unus DEUS est in maiestate sua, quem ita in Sancta
Trinitate dividimus.
ut uno in homine dicimus esse Sapientiam,
dicimus habere INGENIUM, MEMORIAM, INTELLECTUM.
Nam INGENIO adinvenimus quod non didicimus,
MEMORIA tenemus quod docemur,
INTELLECTU advertimus quidquid vel videre nobis
contigerit vel audire.
Quid modo facimus ?
Numquid non ista tria una SAPIENTIA in homine possidet ?
Si ergo homo in una Sapientia trium possidet nomen,
quomodo non DEUS OMNIPOTENS
in una deitate sua TRINITATIS obtineat maiestatem ?
Tunc Tiburtius prostratus in terra
coepit clamare dicens:
Non mihi videtur humana lingua rationem
reddere,
sed puto quod Angelus Dei per os tuum
loquatur !
Et cum multas gratias ageret, quod breviter
UNUM DEUM esse in TRIBUS PERSONIS evidentius ostendisset,
conversus ad fratrem suum dixit:
De Deo Uno mihi satisfactum esse
confiteor,
superest ut ad inquisitionem meam, ut
coeperat, sermo percurrat.
quia tirocinii tempus fratrem tuum tibi prohibet dare responsum.
Me autem, quam ab ipsis cunabulis Christi sapientia
docuit,
ad quancumque causam quaerere volueris,
imparatam habere non poteris.
Dicit ei Tiburtius: Haec inquisivi:
quis inde huc veniens, aliam quam nobis
indicatis VITAM ostendit ?
Caecilia dixit:
Unigenitum Filium suum de caelis Pater
per Virginem misit ad terras;
qui stans super Montem Sanctum,
clamavit voce magna dicens: VENITE AD ME POPULI .
Currit ad eum omnis sexus, omnis aetas omnisque
condicio...