D I C E M B R E  

                                    I N D I C E

 

  1  Un Santo non è mai solo: il TURRIANUS                                           Maffei

  2  e anche il BARZAEUS, all'ombra del XAVERIUS.                                idem

  3  Ma solo LUI è diventato IL DIVINO IMPAZIENTE                                idem

 

  4  Fabiola: Anche Lei non era UNA TANTUM !                             S.Girolamo

  5  pur meritando un SECONDO TEMPO                                                     idem

  6  Bonosus: quello SI, era un pezzo unico !                                               idem

  7  Nel Monachesimo invece, erano tutti anonimi !                                   idem

  8  Orate Fratres ! Ce lo dice S.Girolamo                                                      idem

 

  9  Ci dice anche: la verginità, scelta coraggiosa !                                     idem

10  Caso psichiatrico in mano a S.Geronimo                                              idem

11  ANAGNI, e lo schiaffo a Papa Bonifacio                                           Kircher

12  Un brano di Isaia                                                                                         Isaia

13  E altro di Giobbe (Vir erat...)                                                                       Job

 

14  La VITA... perché così disperato il Petrarca?                                 Petrarca

 

15  Apriamo un breve ciclo per la TARAHUMARA (Mexico)              Rattkay

16  Prodeat Rattkay,                                                                                           idem

17  sequatur                                                                                                         idem

18  quarta puntata                                                                                               idem

19  Il Calcio di questi, e quello dei Guaranies                               idem + Giann.

 

20  Le buone letture: raccomendazione anche nostra                   S.Agostino

 

21  Una sconcertante mitologia: la FABULA DE HOMINE !           Luis Vives

22  idem                                                                                                                  idem

23  idem                                                                                                                  idem

24 Altra pagina dello stesso Luis Vives. (richiesto il BIS)                         idem

 

25  NATALE (secolo V)                                                                         S.Crisologo

 

26  Cantabri et Astures (La PAX ROMANA anche laggiù)                       Floro

27  Nella Hispania Cantabra, con Floro e Augusto                                     idem

 

27  Il Giudizio Finale (ex Evangeliorum concordia)                                Vulgata

29  Id. negli esametri virgiliani del VIDA.                                                        Vida

30  Il vostro "cenone" di domani...sarà "biblico" ?                     Liber Danielis

31  ARISTO-TELES e ARIST-ARCO. Auguri... da Cesarea              Eusebius

 

In omaggio: ci sara’ un BIS da concerto, per........................  SANTA CECILIA.

 

 


  DICEMBRE  1

                                     Un  SANTO  non spunta mai solo:

                                     può però anche capitare...  che faccia ombra agli altri !

 

Il mio pensiero, in attesa della ricorrenza del 3 dicembre, quando dovrò ricor­dare un Santo di prima magnitudine, mi suggerisce l'opportunità di anticipare un paio di quei personaggi di analoga statura, che affiancarono il grande XAVERIO (Francisco de Javier): con­cretamente: COSME DE TORRES  (=TURRIANUS per quanti rimase­ro fedeli al Latino), e GASPAR BARZAEUS, uomo quanto mai originale (nato BERZE in zona fiamminga), al quale io ero rimasto fedele quando saccheggiando la sua biografia fui colpito dalla decisione del Saverio (quando stava per iniziare l'impresa del Giappone) di "tenerlo in serbo", confinato ad ORMUZ (Hormutium), in attesa di richiamarlo quando avesse incontrato un posto di lavoro proporzio­nato alle sue molteplici "genialità".

 

Incominciamo dunque dal Turrianus.

 

Costui, formato Ignazio di Loyola nei suoi trascorsi giovanili, e navigatore in vita e tra i vari continenti, resta "imprigionato" nelle maglie del Saverio quando per caso, nel suo primo giro del mondo scopre che proprio ad Amboino, dove il SAVERIO sta ancora saggiando quale metodo­logia sia piu’ valida per tutto l'Oriente -come egli stesso ci racconta nella sua autopresentazione-, vive l'esperienza che soltanto al suo fianco troverà la solida pace dell'anima. Era allora sicuramente sacerdote, ma non in piena regola con le istituzioni cano­niche, tanto che, prima di arruolarsi con il Saverio nella Compagnia di Ignazio, dovrà cercare una totale riconciliazione con la gerarchia.

 

Ascoltiamo lui direttamente; tenendo però conto che non possiamo qui raccon­tare l'intero suo viaggio, da Sevilla al Messico, e di là al Pacifico e alla Micronesia. Lo contatteremo soltanto da quando, dopo una serie indefinibile di isole, una finalmente è riconoscibile dal nome, Mindanao, nelle Filippine. L'intero testo proviene del solito Maffei, il quale, impegnatosi nel diffondere per l'Europa le Lettere dei missionari, non poteva tirarsi indietro dinanzi a questa autopresentazione fornita da Cosme de Torres. Epistolarum lib.I, pp.95-96. (Non sarebbe facile indicare qui le moltissime edizioni o compilazioni).

 

 

Cum quintum iam et quinquagesimum diem in alto,

procul ab omni terrae conspectu navigassemus,

ad insulas denique venimus,

multas numero, magnitudine perexiguas, loco depressas;

quarum incolae,  nudi, pisce tantum atque arborum foliis victitabant.

Hic dies octo substitimus.

 

Decimo inde die insulam conspeximus amoenissimam,

frequentioribus ac proceris admodum consitam palmis:

sed nos vehemens venti vis descensu prohibuit.


Post decem alios vel duodecim dies, insulam tenuimus magnam,

sed ab habitatoribus paene desertam,

Vendenaum nomine (=Mindanao),  cuius ambitus est 200 leucarum.

 

In ea, cum quadragesimum circiter diem morati,

neminem ex incolis vidissemus,  ad extremum

barbari navigio ad nos accedebant , pacis petendae gratia

sanguinem e pectore brachiisque suo more mittentes.

 

Sed nostrarum perterriti strepitu bombardarum,

ita repente in fugam vertere sese, numquam ut postea comparuerint.

 

Seminudi incedere, arboribus pro tectis uti dicuntur:

pro scalis autem arundinibus mirae proceritatis et crassitudinis.

 

Inde cum ad Septemtrionem navigaremus,

vento adversante, cursum ad meridiem avertimus,

parvamque in insulam descendimus, carne et oryza abundantem.

 

Sesquiannum circiter ibi traduximus.

Incolae sunt iaculandi peritissimi,  venenatisque utuntur sagittis,

quas ut inficiant, virulentas quasdam bestiolas

viridium instar lacertarum enutriunt.

 

Inde, de nostris ad 400 amissis,  paene coacti discedere,

contendimus ad Malucum; quo in loco, mora ferme biennii facta,

quod classi nostrae Novam in Hispaniam reditus non patebat,

de sacerdotum aliquot virorumque comitum nostrorum sententia,

cum Praefecto Lusitanorum qui erat ibidem

transegimus ut nos in hasce Indiae regiones adduceret.

 

In eo itinere insulam attigimus quae dicitur Amboinus.

Ibi XAVERIUM reperi: cuius primo congressu

in ipsius imitationem sum vehementer incensus...

 

Defatigato iam animo, cum nullam plane requiem invenirem,

ad nostrum Divi Pauli Collegium  (in Goa, India) veni...

Ubi res tota ita placuit, ut mihi posthac in Societate omnino

vivendum ac permanendum esse decernerem.

 

Saverio, scoperti i pregi di questo Cosme de Torres = Turrianus, se lo porterà a suo tempo

in Giappone. Poi, dovendo partire per l'India, lo lascierà a Yamaguchi. Poi si vedrà !

 

At Xaverius, ex IAPONE Indiam,  ex India retro Sinarum littora petiturus,

primum Christianos in digressu confirmat.

COSMUM TURRIANUM et Ioannem Fernandum

Amangutiano praeficit gregi ; ipse in Bungum,

quo Lusitanorum appulsam audierat navem,  recta contendit.


 

 

  DICEMBRE  2

                                                Vi ho presentato dunque il TURRIANUS.

                                                Apriamo ora l'altro capitolo: il BARZAEUS.

 

Anche costui, del nome fiammingo olandese Gaspare Barzée, era entrato da poco nella più intima cerchia del Xaverius. Il quale, saggiata la feconda speranza del Giappone, sta ora sognando una nuova priorità, la Cina. Eccolo alla ricerca di nuovi nomi per la program­mazione: tutto però rimandato fino all'ormai incorag­giante visita a Goa, dove incontrerà questa volta (febbraio 1552) l'uomo che si cerca e che sarà ora il protagonista di questa pagina.

 

La disponibilità di spazio però ci consente una sosta su piccole notizie del momento. Il Saverio lascia ormai a Bungo una fiorente comunità cristiana, dove spicca un daimio principale che sarà il padre di uno dei PRINCIPI Giapponesi che vennero in Europa, e che noi abbiamo già più volte incontrato. Il SAVERIO inoltre portava con se a Goa, ex ipso etiam fidelium numero, due giapponesi d.o.c. MATTEO e BERNARDO, ad Urbem usque Romam Iaponicae indolis exempli causa mittendos.  Dove e` chiaro: Questo BERNARDO e` il Giaponese in pole position dinanzi al Colosseo !

 

Avremmo anche l'interessante notizia della sosta diplomatica coi portoghesi, che egli trova in questa sua prima sosta a Sanciàn, a 30 leghe da Canton (nov.1551). Giungerà a Goa nel febb.1552. E sarà una sua decisione, quella che introdurrà nella nostra cronaca il nuovo pro­tagonista  BARZAEUS.

 

Ibi Gasparem ac socios perquam suaviter amplexatus,

reliquum unum esse cognoscit qui dudum in lecto decumberet.

Is e diuturno ac letali morbo desperatus a caeteris,

numquam tamen spem abiecerat,

modo Xaverius ante supremum adesset diem: neque mendax fuit fiducia.

Uti valetudinarium ingressus pater,

iacentem grato sermone ac salutatione, uti solebat, impertiit

impositisque capiti manibus,

consuetam in eam rem ex Evangelio effatus est verba,

illico levationem sensit aegrotus, mox etiam vires omnino recepit.

 

Prima della partenza, Xaverius pianificherà il seguito:

 

Ante omnia Gasparem...  quamquam invitum

et comitandi per asperrima quaeque Patris cupiditate flagrantem,

Goano collegio caeterisque praeposuit.

In Iaponensem denique vineam

Cosmo TURRIANO et Ioanni Fernando subsidiarios designavit...

Ipse inter pias deducentium lacrymas

discessit XV Kal.Maii, tertio circiter mense quam e Iapone redierat.

 

Il Barzaeus dunque, convalescente... lasciato per ora a Goa, ricomparirà fra poco ad HORMUZ, nel Golfo Persico, dove, in permanente contatto col Saverio, diventa pioniere in un nuovo e fecondo apostolato, con gli occhi però, e la posta, rivolti permanentemente al Giappone, e in attesa degli ordini "dal capo". Ecco ora la sua PAGINA. (Che poi viene dal solito MAFFEI. Commentarii de Rebus Indicis, usque ad annum 1568 )


Hormutium est insula, in Sinu Persico,

urbem eiusdem nominis continens.

Ea, quod vel propter inquilinorum colluviem mistam variis nationibus

Ethnicis, Mauris, Iudaeisque,

Christianorum fidei sinceraeque religioni valde periculosa,

vel propter solis nimium ardorem aestusque gravissimos,

humanis corporibus est vehementer infesta.

 

Idcirco ibi fere semper aliqui e Societate versari soliti sunt,

per intervalla sibi invicem succedentes, ut cúm rei christianae,

quoad fieri potest, sine intermissione prospicerent,

túm etiam eadem, sive incommoda sive merita,

ad plures sui ordinis homines pertinerent.

Iidem socii, cum opus fuit,

classium quae in expeditionem educerentur sese comites praebuere,

ut navalis turbae ac propugnatorum animas curarent simul et corpora....

 

Primus in eam urbem a Societate GASPAR venit,

moresque hominum, plane solutos ac perditos,

summa adhibita diligentia, brevi magna ex parte correxit...

 

Aestate media, caloribus maximis, quo anni tempore Hormutii

aqua collo tenus mersi vulgo homines iacent,

Gaspar singulis hebdomadis bis terve concionari,

cum Iudaeis, Mauris Ethnicisque

de religione concertare atque disserere,

quaestiones de officiis (quos Casus Conscientiae appellant)

publice explicare, catechismum pueris maurisque vicatim,

aere campano coactis, cotidie exponere,

discordias atque inimicitias tollere,

mulierculas e caeno flagitiorum extrahere,

valetudinaria invisere aegrotisque sedulo ministrare,

quieti non plus quam tres horas ferme tribuere...

 

Idem, spatio paene bimestri, dum contra hostes classis instruitur,

militum confessionibus audiendis ita distentus est,

ut ad somnum una dumtaxat hora superesset,

ipsumque biduum nullo cibo traduceret...

Maurorum cantica sacrilegasque vociferationes

non modo compressit, sed etiam ex Alcorano

(ita enim incolae Mahometis fanum appellant,

quod aiunt fuisse Hormutii celeberrimum omnium)

eiecit ac sustulit contra omnium spem, vi tumultuque nullo,

crucibus tantum sex cum agmine psallentium puerorum in Alcorano defixis !

 

Qua re Mauri usque adeo perterriti fractique sunt,

ut deserto confestim fano diffugerint...


 

 

   DICEMBRE  3

                                        Cosa  dire, in una sola giornata, sul XAVERIUS ?

 

La sua PAGINA  sarà necessariamente breve. Nemmeno toccheremo qui quel vuoto totale creato con la sua morte a Sancian. Sarà a questo punto il Turrianus il nuovo Provinciale di GOA; centro logistico per l'Oriente, finchè non potrà sorgere altro analogo a Macau. Il Barzeo invece è da questo  momento l’automatico  successore del Saverio.

 

Gaspare BARCEO, seguendo silenziosamente le consegne del "navarro", aveva aspettato impaziente ad Ormuz un richiamo ancora non preciso, se verso il Giappone, oppure verso la Cina. Indebolite nel frattempo le sue forze, e richiamato come Provinciale a Goa, non ebbe la gioia di incontrare vivo il Saverio: anzi, era egli stesso crollato nell'Ottobre 1553, quando ormai, da Malac­ca, stava per arrivare a Goa la salma del Divino Impaziente.

 

 

Huic tantae gratulationi GASPAR adesse non potuit,

ad aeterna, ut sperandum est, gaudia paucos ante menses evectus.

Is, Indicae Provinciae administratione suscepta,

publice privatimque multa praeclare instituit,

quorum hodieque usus cum uberrimo perseverant animarum fructu.

 

Dumque in domesticam pariter disciplinam

et communem ecclesiarum utilitatem intentus,

affecto iam corpusculo

acerbius graviusque quam ferre posset imperitat,

inter concionandi ardorem et contentionem

defectus repente viribus, intra pulpitum conciderat.

 

Collecto dein spiritu domum regressus acrique correptus febri,

mox inter sodalium caros amplexus animam efflavit

XV Kal.Nov. anno saeculi huiusce quinquagesimo tertio.

 

Elatus est magno civitatis luctu, quam sibi suisque universam

excellenti caritate officiisque devinxerat.

 

Successor GASPARIS, Melchior Nonnius...commendata vicariis citeriore Provincia,

cum sociis aliquot Iaponem petebat...

 

Per la PAGINA DEL SAVERIUS, che a questo punto non doveva mancare, riporterò qui quanto basti dal documento da me già piazzato su Internet tra gli ALTRI SITUS RACCOMANDATI nella richissima offerta di Pagine Latine, ch'io ho potuto piazzare sotto il provvidenziale patrocinio della PONTIFICIA UNIVERSITA GREGORIANA, col titolo: SINARUM ET JAPONIAE GENTES.

 

Un testo che proviene, come gli altri, dalla prosa –sempre trionfante- del Maffei.

 

 

                                             XAVERIUS... MORTI  DEMUM  MATURUS,

                                                IN  INSULA  SANTIANO  OCCUMBIT

 

Qua febre, dies aliquot acerbe vexatus,

cum onerariae in salo iactationem aegre admodum ferret,

in casam inde sese recepit apertam ventoque ac frigore perviam,

ex iis quas ad extremam littoris oram Lusitani,

ab Sinis aedificatione prohibiti,  e paleis ac ramalibus momento excitare

atque in discessu disturbare consueverant.

 

Ibi, quinto ab discessu die,

dum Sinam ex composito portitorem exspectat,

navarchis iam Lusitanis praeter unum cunctis ex eo loco profectis,

cum ad refocillandas vires nihil omnino suppeteret,

in summa rerum omnium egestate

germanus Christi in morte pariter et in vita discipulus,

accensa divino amore iacula, e Psalmis ferme petita,

subinde in caelum emittens, IESUMque ac MARIAM suaviter invocans

e corpore ex quo iampridem eminebat excessit IV Nonas Decembris

anno Christi Nati (nam de ipsius quidem aetate nihil traditur)

supra sesquimillesimum quinquagesimo secundo (1552):

Indicae vero suae peregrinationis undecimo.

 

Ea de re serius moniti Lusitani moerentes accurrunt:

mirantur habitum, quiescenti quam mortuo propiorem,

compositos artus, decoram faciem,

ipsa denique pietatem adhuc spirantia lineamenta.

 

Dein, rati id quod erat,  indignum ac nefas tanti sacerdotis corpus

tamque de Lusitano vel imprimis genere benemeriti,

nullo exsequiarum honore,

desertis in locis et barbaro solo relinquere,

cum ipsis vestimentis in arcam inclusum,  viva operiunt calce,

quo celerius exesis acrimonia carnibus,

nuda secum ossa deportarent; ipsam dein arcam

deserto et squalido quodam in eius insulae colle defodiunt.

 

Post dies aliquot, confectis negotiis,

ad sepulcrum universi conveniunt,

corpus diligenter inspiciunt attrectantque.

Non modo integrum solidumque et adspectu iucundum inveniunt,

sed etiam, quo magis obstupuere, suaviter admodum flagrans.

 

Laeti suam de viri sanctitate opinionem comprobari divinitus,

in eadem vivae calcis arca reconditum,

venerabundi omnes in navem imponunt.

 

 


    DICEMBRE  4

                                                         F a b i o l a.

                                                         La ricordavate... proprio  così ?

 

Beh..! Un pò diversa. Formato Hollywood, parametri Paramount. Chi è ancora capace di leggere il Latino potrà qui godersi il privilegio di risalire alle fonti, che in questo caso saranno autentiche al 100% (dato il mio nobile impegno di promozionare il Latino originale senza umiliarlo a passare per qualsiasi altro vernacolo). Le Lettere di San Girolamo, per quanto ad ogni autore possa venire la voglia di "lavorare di fantasia", avranno qui tutto il gusto della acque sorgive. Siamo proprio al momento in cui egli si autopre­senta come un appassionato diversorii Bethleemitici et Praesepis dominici ama­tor. E a lui intendo dedicare un personale Ciclo di ben 9 giornate.

 

Focalizzate dunque per la Fabiola la sua data anagrafica e il resto combaccierà da solo, con questo latino geronimiano, pieno di tenerezza, comprensione, am­mi­razione... Notate quanto sia palpabile la sua gioia di star riversando in una lingua immortale un profilo di conversione che, proprio per questa scelta, non sarà intaccato nemmeno dal decorso dei secoli. S.Girolamo, che in quella sua sede logistica di Betlemme, dove ha preferito consacrare la sua vita allo studio della Sacra Scrittura, ed ha incrocciato pochi mesi fa proprio quella Fabiola, ci fornirà -esattamente l'anno 400, al momento di ricevere la notizia della sua dormitio- il più completo profilo di una vita esemplare.

 

Dalla sua lunga lettera ad un OCEANUS (che qui possiamo anche ignorare) noi non potremo scegliere se non quanto ci occorre per questo "primo piano" foto­grafico; che tuttavia bisognerà spartire, come nel cinema, nei tradizionali Due Tempi, cioè in due delle nostre GIORNATE.

 

PRIMO TEMPO. Fabiola, una matrona cristiana a Roma, entra in scena dopo aver compiuto un solenne "passo falso" che oggi, purtroppo, è quasi considerato "di normale ammi­nistrazione". Fallito il suo matrimonio con un marito incorreggi­bile nei suoi nemmeno nascosti tradimenti, si è lasciata andare a "seconde nozze", vivente adhuc marito ripudiato. Soluzione inacettabile per la moralità cristiana, ieri come oggi: Girolamo non tenta nemmeno di aprire una facile polemica: Aliae sunt leges Caesaris, aliae Christi; aliud Papinianus, aliud Paulus noster praecepit. Siamo al caso limite, che la Chiesa allora dichiarava tale, senza appellarsi alla posteriormente ufficializzata "sacramentalità" del vincolo coniugale. Igitur et Fabia, dum multa diaboli vitat vulnera, unum incauta vulnus accepit.

 

Grazie a Dio però, l'insolubile problema si risolve in questo caso da solo: morto il secondo marito, Fabiola, in semet reversa, affronta eroicamente il successivo "secondo tempo", la penitenza pubblica -parallela in qualche modo con quella di Teodosio a Milano, ma qui ancor più solenne, in S.Giovanni in Laterano, che è, come oggi si legge nella sua facciata, OMNIUM ECCLESIARUM ORBIS  MATER  ET  CAPUT.

 

La parola passa a questo punto a S.Girolamo.

 

EPISTOLAE, 77 Ad Oceanum, de morte Fabiolae.


Quod secundum sortita matrimonium, prius reliquerit,

non laudabo conversam nisi ream (prius) absolvero.

Tanta prior maritus vitia habuisse narratur,

ut ne scortum quidem et vile mancipium ea sustinere posset.

Quae si voluero dicere, perdam virtutem feminae,

quae maluit culpam subire discidii

quam corporis sui infamare partem et maculas eius detegere.

 

Hoc solum proferam quod verecundae matronae et Christianae satis est.

Praecepit Dominus uxorem non debere dimitti,

excepta causa fornicationis, et si dimissa fuerit, manere innuptam.

Quidquid viris iubetur, hoc consequenter redundat ad feminas:

neque enim adultera uxor dimittenda est et vir moechus tenendus !...

 

Apud nos, quod non licet feminis, aeque non licet viris;

et eadem servitus pari condicione censetur !...

 

Sed quid ego in abolitis et antiquis moror,

quaerens excusare culpam, cuius poenitentiam ipsa confessa est ?

Quis hoc crederet, ut post mortem secundi viri in semet reversa

(quo tempore solent viduae neglegentes,

iugo servitutis excusso, agere se liberius, adire balneas,

volitare per plateas, vultus circumferre meretricios...),

saccum indueret, errorem publice fateretur et,

tota Urbe spectante romana, ante diem Paschae,

in Basilica quondam Laterani  (qui caesariano truncatus est gladio)

staret in ordine poenitentium,

episcopo, presbyteris et omni populo conlacrimanti, sparsum crinem,

ora lurida, squalidas manus, sordida colla submitteret ?

 

Quae peccata fletus iste non purget ?

Quas inveteratas maculas haec lamenta non abluant?

Petrus trinam negationem trina confessione delevit.

Aaron... David... (plurima, ut solet, nomina recenset).

Aperuit cunctis vulnus suum,

et decolore in corpore cicatricem flens Roma conspexit.

Dissuta habuit latera, nudum caput, clausum os.

Non est ingressa ecclesiam Domini,

sed extra castra cum Maria, sorore Moysi separata, consedit,

ut quam sacerdos eiecereat, ipse revocaret.

 

Descendit de solio deliciarum suarum, accepit molam, fecit farinam,

et discalceatis pedibus transivit fluenta lacrimarum...

Faciem per quam secundo viro placuerat verberabat,

oderat gemmas, linteamina videre non poterat, ornamenta fugiebat.

Sic dolebat, quasi adulterium commisisset,

et multis impendiis medicaminum unum vulnus sanare cupiebat.


 

 

   DICEMBRE  5

                                                                 F a b i o l a ,  2º tempo

 

Anche qui, un secondo tempo che più impensabile non c'era. In tre quadri que­sta volta.  A) Fabiola si dà da fare per aprire un nosocomio (che qui è così denominato in greco, dallo stesso Girolamo) a Porto Romano.  B) Parte poi verso Bethlemme all'incontro di S.Girolamo.  C) E` costretta a rientrare di corsa in Italia poichè la Palestina è zona ad alto rischio per via delle orde barbare. Inaspettatamente la dolorosa notizia della sua morte sorprende lo stesso Giro­lamo.

 

Probabilmente inedito sembrerà a molti quel filmato veristico della molteplice attività di Fabiola: ci sembrerà di assistere, in versione originale, alle prime mosse di una Madre Teresa di Calcutta... laggiù, in India. E non vi perdete il commento realistico di Girolamo, che sa riconoscere il merito totale di questa santità cristiana, esercitata pagando di persona, pur ricono­scendo i buoni sentimenti di quanti, egli precisa, divites et religiosos, e ne elenca la causa, ob stomachi angustiam, che tuttavia sanno exercere huiusce­modi misericordiam per aliena ministeria, et clementes esse pecunia non manu. Lasciamo il resto alla vostra attenzione: non va persa nemmeno una parola.  Anzi, andrebbero rintracciati gli  omissa  mediante una lettura integrale !

 

 

Recepta (igitur) sub oculis omnis Ecclesiae communione, quid fecit ?

Scilicet in die bona, malorumne oblita est ?

et post naufragium, rursum temptare voluit pericula navigandi ?

 

A)  Quin potius, omnem censum quem habere poterat

(erat autem amplissimus, et respondens generi eius),

dilapidavit ac vendidit,

et in pecuniam congregatum, usibus pauperum praeparavit;

et prima omnium NOSOCOMIUM instituit,

in quo aegrotantes colligeret de plateis, et,

consumpta languoribus atque inedia, miserorum membra refoveret.

 

Describam nunc ego diversas hominum calamitates,

truncas nares, effosos oculos, semiustos pedes, luridas manus,

tumentes alvos, exile femur, crura turgentia,

et de exesis ac putridis carnibus vermiculos bullientes ?

Quotiens morbo regio et poedore confectos,

humeris suis ipsa portavit ! 

quotiens lavit purulentam vulnerum saniem,

quam alius aspicere non audebat.

Praebebat cibos propria manu,

et spirans cadaver sorbitiunculis intrigabat.

 

Scio multos, divites et religiosos, ob stomachi angustiam,

exercere huiuscemodi misericordiam per aliena ministeria,

et clementes esse pecunia, non manu !


Quos equidem non reprobo,

et teneritudinem animi nequaquam interpretor infidelitatem;

sed sicut imbecillitati stomachi veniam tribuo,

sic perfectae mentis ardorem in caelum laudibus fero.

 

Magna fides ista contemnit... (sequitur consueta amplificatio).

Quod monasterium non illis opibus sustentatum est ?

quem nudum et clinicum non Fabiolae vestimenta texerunt ?

in quos se indigentium non effudit praeceps et festina largitio ?

Angusta misericordiae Roma fuit !

 

Peragrabat insuper  Insulas,  Etruscum Mare,

Vulscorumque provinciam,  et reconditos curvorum litorum sinus,

in quibus monachorum consistunt chori, vel proprio corpore,

vel transmissa per fideles ac sanctos viros munificentia circuibat.        

 

B)  Unde repente et contra opinionem omnium Hyerosolimam navigavit,

ubi multorum excepta concursu, nostro parumper usa est hospitio.

Cuius societatis recordans, videor mihi adhuc videre quam vidi.

Iesu bone, quo illa fervore, quo studio intenta erat

divinis voluminibus, et veluti quandam famem satiare desiderans,

per prophetas, evangelia psalmosque currebat,

quaestiones proponens, et solutas recondens in scriniolo pectoris sui...

 

C)  Verum quod coepimus persequamur.

Quaerentibus nobis dignum tantae feminae habitaculum,

cum ita solitudinem cuperet ut diversorio Mariae carere nollet,

ecce subito... Oriens totus intremuit, ab ultima Moeotide,

inter glacialem Tanain et Massagetarum immanes populos,

ubi Caucasi rupibus feras gentes Alexandri claustra cohibent,

erupisse Hunorum examina, quae pernicibus equis huc illuc volitantia,

caedis pariter ac terroris cuncta complerent.

 

Aberat tunc Romanus Exercitus, et bellis civilibus in Italia tenebatur...

Consonus inter omnes rumor petere eos Hyerosolymam

et ob nimiam auri cupiditatem ad hanc urbem concurrere...

 

Tum et nos compulsi sumus parare naves, esse in litore...

Illa, quia tota in sarcinis erat et in omni orbe peregrina,

reversa est ad patriam  ut ibi pauper viveret  ubi dives fuerat.

 

Nos hoc tantum (nunc) dolemus,

quod pretiosissimum de sanctis locis monile perdidimus...

 

Totius Urbis populos exsequiae congregarunt...

non plateae, non porticus, non imminentia desuper tecta

capere poterant prospectantes...


 

 

   DICEMBRE  6

                                                                        BONOSUS  Un coraggioso...

                                                                        e  fantasioso!   anacoreta

 

Vi sto oggi imbastendo una PAGINA turbolenta: su una di quelle bizzarre forme di ascetismo che non sembra proprio combacciare coi gusti moderni; siamo oggi trop­po razionalisti per abbracciare scelte di così manifesta arbitrarietà. Bonoso era stato, oltre a collactaneus di Girolamo, anche suo bravo contubernalis durante gli studi a Treviri (Oggi Trier), in Germania, dove si sono spartiti la stessa stanza (donde il contubernalis latino, efficacissimo e quasi pittorico).

 

Memento quaeso istum bellatorem tuum mecum

quondam fuisse tironem... scis enim  et ego et ille

a tenera pariter infantia ad florentem usque adoleverimus aetatem,

ut idem nos nutricum sinus, idem amplexus fuerint baiulorum,

et cum, post Romana studia,

ad Rheni semibarbaras ripas eodem cibo, pari frueremur hospitio...

 

Niente di anormale quindi, ma guarda un pò... cosa viene ora a scegliere questo Bonosus per darsi uno scossone nella sua identità cristiana: ripiega su uno sperduto scoglio, e lì, 24 ore su 24, deciso ad approfondire il suo rapporto con Dio, in totale incomunicazione con gli umani...

 

Sono consapevole di starvi offrendo un brano volutamente retorico. Tuttavia, per coloro che altro qui non cercano se non l'assuefazione al buon latino, anche questo esibizionismo lessicale può diventare "una goduria", come dicono i napoletani... Anzi, vi regalo a titolo personale una mia bizzarra autodefinizione (gioco col MIO nome!) che fu sicuramente suscitata da quel prospicit che troverete alla fine della terza riga di questa Lettera (Ad Rufinum, num.3) su Bonosus ;

                       

                        FELIX  ILLE  EST - qui futura prudenter prospicit,

                                                       -  praesentia cautus conspicit,

                                                       -  radices suas in praeteritis respicit.

 

Rientriamo ora nel programmato personaggio, qui sese tantummodo inspicit. Geronimiano quindi soltanto al 40%

 

Bonosus tuus, immo meus, et ut verius dicam noster,

scalam praesagatam, Jacob somniante, iam ascendit:

portat crucem suam nec de crastino cogitat, nec post tergum respicit !

Seminat in lacrimis ut in gaudio metat,

et sacramento Moysi serpentem in eremo suspendit.

Cedant huic veritati

tam Graeco quam Romano stilo mendaciis ficta miracula.

Ecce puer honestis saeculo nobiscum artibus institutus,

cui opes adfatim, dignitas apprime inter aequales,

contempta matre, sororibus et carissimo sibi germano...

Insulam pelago circumsonante navifragam,

cui asperae cautes et nuda saxa et solitudo terrori est,

quasi quidam novus paradisi colonus insedit !


Nullus ibi agricolarum, nullus monachorum,

ne parvulus quidem quem nosti Onesimus,

quo velut fratre minusculo fruebatur,

in tanta vastitate adhaeret lateri comes.

 

Solus ibi, immo iam, Christo comitante, non solus,

videt gloriam Dei, quam etiam Apostoli nisi in deserto non viderant.

Non quidem conspicit turritas urbes,

sed in novae civitatis censu dedit nomen suum.

 

Horrent sacco membra deformi,

sed sic melius obviam Christo rapietur in nubibus.

Nulla euriporum amoenitate perfruitur,

sed de latere Domini aquam vitae bibit.

 

Propone tibi ante oculos, amice dulcissime,

et in praesentiam rei totus animo ac mente convertere;

tunc poteris laudare victoriam cum laborem proeliantis agnoveris.

 

Totam circa insulam fremit insanum mare

et sinuosis montibus inlisum scopulis aequor reclamat;

nullo terra gramine viret:

nullis vernans campus densatur umbraculis;

abruptae rupes quasi quemdam horroris carcerem claudunt.

 

Ille securus, intrepidus et totus de apostolo armatus,

nunc Deum audit cum divina relegit,

nunc cum Deo loquitur cum Dominum rogat, et fortasse,

ad exemplum Iohannis,  aliquid videt dum in insula commoratur !

Quas nunc diabolum nectere credis tricas,

quas parare arbitraris insidias...? 

 

Forsitan antiquae fraudis memor famem suadere temptabit.

Sed iam illi responsum est  non in solo pane vivere hominem !

 

Opes forsitan gloriamque proponet, sed dicetur illi:

Qui cupiunt divites fieri incidunt in muscipulum et temptationes !

et: Mihi gloriatio omnis in Christo est !

 

Fessa ieiuniis membra morbo gravante concutiet;

sed apostoli repercutietur eloquio:

Quando infirmor, tum fortior sum;  et  Virtus in infirmitate perficitur!

 

Minabitur mortem sed audiet: Cupio dissolvi et esse cum Christo !

Ignita iacula vibrabit, sed excipientur scuto fidei.

Et, ne multa, impugnabit satanas, sed tutabitur Christus !


 

 

    DICEMBRE  7

                                                        Il monachesimo in Egitto:

                                                         con  una breve scheda di S.Girolamo

 

Breve, anche perchè non possiamo rubargli troppe delle sue manifeste "indi­scre­zioni": ma quanto basta almeno per venire incontro  -con informazioni di prima mano- alla moderna sete di autenticità nella nostra ricerca di Dio in questo nostro mondo, ormai saturo di assordanti inviti a farne a meno.

 

SANCTI HYERONIMI EPISTULAE,

Epist. 22, Ad Eustochium, cap.34 ss. Edición Valero, nella BAC, p.248

                                   

 

Et quoniam monachorum fecimus mentionem,

et  te scio libenter audire quae sancta sunt,  aurem paulisper adcommoda.

 

TRIA sunt in Aegypto genera monachorum:

- coenobium quod illi SAUHES gentili lingua vocant,

  nos "in commune viventes" possumus appellare;

- anachoretae, qui soli habitant per deserta

  et ab eo quod procul ab hominibus recesserint  nuncupantur;

-         tertium genus est, quod dicunt REMNUOTH,

-         deterrimum atque neglectum,

            et quod in nostra provincia aut solum aut primum est.

 

Hi bini vel terni nec multo plures simul habitant

suo arbitratu ac ditione viventes, et de eo quod laboraverint

in medium partes conferunt,  ut habeant alimenta communia.

 

Habitant autem quam plurimum in urbibus et castellis,

et quasi arx sit sancta, non vita,

quidquid vendiderint, maioris est pretii.

Inter hos saepe sunt iurgia, quia suo viventes cibo,

non patiuntur se alicui esse subiectos.

Re vera solent certare ieiuniis, et rem secreti... victoriae faciunt.

Apud hos affectata sunt omnia: lapsae manicae,

caligae follicantes, vestis grossior, crebra suspiria,

visitatio virginum, detrectatio clericorum...

et si quando festior dies venerit, saturantur ad vomitum.

 

His igitur quasi quibusdam testibus exterminatis,

veniamus ad eos qui plures in commune habitant,

id est quos vocari  COENOBIUM  diximus.

Prima apud eos confoederatio est

oboedire maioribus et quidquid iusserint facere.

Divisi sunt per decurias atque centurias,

ita ut novem hominibus decimus praesit,

et rursus decem praepositos sub se centesimus habeat.

Manent separati sed iunctis cellulis.


Usque ad horam nonam quasi iustitium est;

nemo pergit ad alium, exceptis his quos decanos diximus,

ut si cogitationibus forte quis fluctuat, illius consoletur alloquiis.

 

Post horam nonam in commune concurritur;

psalmi resonant, Scripturae ex more recitantur,

et completis orationibus cunctisque residentibus,

MEDIUS, quem patrem vocant, incipit disputare.

Quo loquente tantum silentium fit

ut nemo ad alium respicere, nemo audeat excreare.

Dicentis laus in fletu est audientum !

 

Tacite volvuntur per ora lacrimae

et ne in singultus quidem erumpit dolor.

Cum vero de Regno Christi, de futura Beatitudine,

de gloria coeperit adnuntiare ventura, videas cunctos

moderato suspirio et oculis ad caelum levatis, intra se dicere:

Quis dabit mihi pennas sicut columbae, et volabo et requiescam ?

 

Post hoc concilium solvitur, et unaquaeque decuria, cum suo parente,

pergit ad mensas, quibus per singulas ebdomadas vicissim ministrant.

Nullus in cibo strepitus, nemo comedens loquitur.

Vivitur pane, leguminibus et olere, quae sale et oleo condiuntur.

Vinum tantum senes accipiunt, quibus et parvulis saepe fit prandium,

ut aliorum fessa sustentetur aetas, aliorum non frangatur incipiens.

 

Dein consurgunt pariter, et hymno dicto, ad praesepia  redeunt.

Ibi usque ad vesperam cum suis unusquisque loquitur

et dicit: "vidistis illum et illum, quanta in ipso sit gratia,

quantum silentium, quam moderatus incessus? "

 

Si infirmum viderint, consolantur:

si in Dei amore ferventem, cohortantur ad studium.

Et quia nocte extra orationes publicas,

in suo cubili unusquisque vigilat, circumeunt cellulas singulorum,

et aure adposita, quid faciant diligenter explorant.

 

Quem tardiorem deprehenderint, non increpant,

sed, dissimulato quod norunt, eum saepius visitant

et prius incipientes provocant magis orare quam cogunt.

Si vero quis coeperit aegrotare, transfertur ad exedram latiorem,

et tanto senum ministerio confovetur

ut nec delicias urbium nec matris quaerat affectum.

Dominicis diebus orationi tantum et lectionibus vacant;

quod quidem et omni tempore, completis opusculis faciunt.

Cotidie de Scripturis aliquid discitur.

Ieiunium totius anni aequale est,

excepta Quadragesima, in qua sola conceditur strictius vivere...


 

 

   DICEMBRE  8

                                                            ORATE, FRATRES !

                                                            Oportet semper orare.

 

Etiam dormientes?  Un Girolamo generoso vi dirà expliciter che anche il sonno può diventare preghiera. Io, che Dottore della Chiesa non sono, vi consiglierei di crederlo alla lettera, esattamente come rispondo a chi mi confessa ingenuamente che, appena incominciate le "preghiere della sera", si addormenta. Niente di meglio! Vuol dire che vi addormentate senza spegnere l'interruttore, e il battito del cuore resta accesso, puntando verso il cielo, nella direzione più opportuna. A questi, e a tutti quanti, gioverà leggere in buon latino il brano che vi darò nell'odierna PAGINA, che ritrovo nella Liturgia Horarum e proviene da San Cipriano.

 

Prima della quale potrei anche dilatare un vostro spazio teologico con la dimensione storica che, secondo s.Girolamo, davano già nei primissimi secoli del cristianesimo i monachi dell'Egitto (che forse egli conteggiava generosamente quando ci diceva che erano 5000). Come rispondere a quell'obbligo, proveniente da un pulpito più alto, da SAN PAOLO: Oportet SEMPER orare et NUNQUAM deficere ? Proprio così ?

 

Eccovi la risposta del monachesimo:

 

Post haec, quamquam Apostolus semper orare nos iubeat

et sanctis etiam ipse somnus  oratio sit,

tamen divisas orandi horas  habere debemus ut,  si forte

aliquo fuerimus opere detenti, ipsum nos ad officium tempus admoneat:

horam... tertiam, sextam, nonam,

diluculum quoque et vesperam, nemo (est) qui nesciat.

 

Nec cibus a te sumatur nisi oratione praemissa,

nec recedatur a mensa nisi referantur gratiae Creatori.

Noctibus bis terque surgendum,

revolvenda de Scripturis quae memoriter tenemus.

Egredientes hospitium armet oratio,

regredientibus de platea oratio occurrat antequam sessio,

nec prius corpusculum requiescat quam anima pascatur.

 

Ad omnem actum, ad omnem incessum, manus pingat crucem !

 

STI. HYERONIMI Epistulae. Ad Eustochium (22,37 = Audi filia).

La Pagina, di S.Cipriano, viene dalla Liturgia Horarum, II, pag.81


Multa et per prophetas, servos suos, dici Deus voluit et audiri:

sed quanto maiora sunt quae Filius loquitur,

quae Dei sermo, qui in prophetis fuit, PROPRIA VOCE TESTATUR,

non iam mandans ut paretur venienti via,

sed IPSE veniens et viam nobis aperiens, ut,

qui in tenebris mortis errantes, improvidi, caeci prius fuimus,

luce gratiae luminati, ITER VITAE

duce et rectore Domino teneremus.

 

Qui inter cetera salutaria sua monita et praecepta divina,

quibus populo suo consulit ad salutem,

etiam orandi ipse formam dedit,

ipse quid precaremur monuit et instruxit.

Qui fecit vivere, docuit et orare,

benignitate ea scilicet qua et cetera dare et conferre dignatus est,

ut, dum prece et oratione quam Filius docuit apud Patrem loquimur,

facilius audiamur.

 

Iam praedixerat horam venire,

quando veri adoratores adorarent Patrem in Spiritu et Veritate,

et implevit quod ante promisit,

ut qui Spiritum et Veritatem de eius sanctificatione percepimus,

de traditione quoque eius vere et spiritaliter adoremus.

 

Quae enim potest esse magis spiritualis oratio

quam quae a Christo nobis data est,

a qua nobis et Spiritus Sanctus missus est;

quae vera magis apud Patrem precatio

quam quae a Filio, qui est Veritas, de eius ore prolata est ?

 

Ut aliter orare quam docuit, non ignorantia sola sit sed et culpa,

quando ipse posuerit et dixerit:

Reicitis mandatum Dei, ut traditionem vestram statuatis.

 

Oremus itaque, fratres dilectissimi, sicut magister Deus docuit.

Amica et familiaris oratio est Deum de suo rogare,

ad aures Eius ascendere Christi orationem.

 

Agnoscat Pater Filii sui verba cum precem facimus:

qui habitat intus in pectore, ipse et in voce;

et cum ipsum habeamus apud Patrem advocatum pro peccatis nostris,

quando peccatores pro delictis nostris petimus,

advocati nostri verba promamus.

Nam cum dicat:

Quia quodcumque petierimus a Patre in nomine eius dabit nobis,

quanto efficacius impetrabimus quod petimus Christi nomine,

si petamus ipsius oratione ?


 

 

  DICEMBRE  9

                                                             La verginità:

                                                             Una scelta coraggiosa

 

La chiamarono "illibatezza" in uno dei programmi più chiacchierati della TV italiana di non pochi anni fa. Con conduttori come Enzo Tortora era facile suscitare ogni sorta di plebiscitari referendum. Ma i valori eterni, tali reste­ranno, malgrado l'episodico contentino regalato alle contrastanti opinioni dei videodependenti, sottoposti al flusso delle effimere alte e basse maree.

 

La così detta "illibatezza" non uscì entusiasticamente quotata allora, nè si potrà sperare mai una referendaria valutazione su un valore che sarà sempre fragile, per­chè se "illi­batezza" vuol soltanto segnalare il fatto materiale, ma NEGATIVO! (che tale è "quell'atto non ancora compiuto"); verginità è invece inseparabile di un qualche senso di eroica oblazione, o almeno, di un impegnato  "rimandiamo", oppure “rinunciamo”. Oggi la telematica offre -dicono "senza falsi pudori"- quell'oceanico flusso di immagini per le quali non scarseggieranno mai i guardoni.

 

Voglio invece, io e qui, avere il coraggio di sorprendervi con un titoletto che avrei anche potuto darvi già nel titolo, e che avrebbe potuto suonare così: Esaltante CHRISTIANAE VIRGINITATIS ENCOMIUM ! Si tratta del resto di una PAGINA che, si poteva ben capirlo, proviene dalle HYERONIMI EPISTULAE, più concretamente dalla n.22, indirizzata alla giovanissima "teenager" romana, Eustochion (cultura e gusto greco, come lo dice il solo diminutivo in -ion. Quella verginella, col nome ormai romanizzato, è oggi da molti nominata Eustoquia). Stralcerò dalla lettera di S.Girolamo, AUDI FILIA, quanto basti per invitarvi a leggere il resto: prima, qui subito, un brevissimo brano (38); poi riempirà a tutto tondo la PAGINA odierna la chiusura originale (41).

 

38... Potes et tu esse MATER DOMINI... Et mirum in modum ille,

quem in latitudine pectoris tui paulo ante descripseras,

quem in novitate cordis stilo volante signaveras,

postquam spolia ex hostibus ceperit,

postquam denudaverit principatus et potestates, et affixerit eas Cruci,

conceptus adolescit, et maior effectus

sponsam te incipit habere de matre. Grandis labor sed grande praemium,

esse quod martyres, esse quod apostoli, esse quod Christus est !

 

Quae quidem universa tum prosunt cum in Ecclesia fiunt,

cum in una domo Pascha celebramus, si arcam ingredimur cum Noe,

si pereunte Hiericho, Raab iustificata  nos continet.

Ceterum virgines, quales apud diversas haereses

et quales apud impurissimum Manicheum esse dicuntur,

scorta sunt aestimanda, non virgines.

 

Si enim corporis earum auctor est diabolus,

quomodo possunt honorare plasticam hostis sui ?

Sed quia sciunt virginale vocabulum gloriosum,

sub ovium pellibus lupos tegunt.  Christum mentitur antichristus

et turpitudinem vitae falso nominis honore convestiunt.

 

Gaude, soror; gaude, filia; gaude mi virgo !

Quod aliae simulant, tu vere ecce coepisti.

                       
(41)  Egredere quaeso paulisper e corpore,

et praesentis laboris ante oculos tuos pinge mercedem

quam nec oculus vidit nec auris audivit, nec in cor hominis ascendit.

 

Qualis erit illa dies, cum tibi Maria, Mater Domini,

choris occurret comitata virgineis,

cum post Rubrum Mare et submersum cum suo exercitu Pharaonem,

tympanum tenens praecinet responsuris:

Cantemus Domino; gloriose enim magnificatus est;

equum et ascensorem proiecit in mare !

Tunc Thecla in tuos laeta volabit amplexus.

Tunc et ipse sponsus occurret et dicet:

Surge, veni, proxima mea, speciosa mea, columba mea,

quia ecce hyems transiit, pluvia abiit sibi.

 

Tunc angeli mirabuntur et dicent:

Quae est ista prospiciens quasi diluculum,

speciosa ut Luna, electa ut Sol...?  Videbunt te filiae et laudabunt te;

reginae et concubinae te praedicabunt.

 

Tunc et alius castitatis chorus occurret:

Sara cum nuptis veniet: filia Phanuelis, Anna, cum viduis.

Erunt ut in diversis gregibus, carnis et spiritus, matres tuae.

Laetabitur illa quod genuit; exultabit ista quod docuit.

 

Tunc vere super asinam Dominus ascendet,

et caelestem ingredietur Hierusalem.

Tunc parvuli, de quibus in Esaia salvator effatur:

Ecce ego et pueri quos mihi dedit Dominus,

palmas victoriae sublevantes, consono ora cantabunt:

osanna in excelsis; benedictus qui venit in nomine Domini,

osanna in excelsis !

 

Tunc centum quadraginta quattuor milia, in conspectu throni et seniorum,

tenebunt citharas et cantabunt canticum novum.

Et nemo poterit scire canticum illud nisi numerus definitus:

hi sunt, qui se cum mulieribus non coinquinaverunt,

virgines enim permanserunt.

 

Quotiescumque te vana saeculi delectarit ambitio,

quoties in mundo aliquid videris gloriosum,

ad paradisum mente transgredere; esse incipe quod futura es,

et audies ab sponso tuo:

Pone me sicut signaculum in corde tuo, sicut signaculum in brachio tuo.

 

Et opere pariter ac mente munita clamabis:

Aqua multa non poterit extinguere caritatem

et flumina non cooperient eam !


 

 

  DICEMBRE  10

                                                San Girolamo:

                                                sorprendente intervento... da  psichiatra !

 

Sarà questa Pagina una stralcio breve di una risposta lunga. Quest'inatteso documento lo trovo nella serie delle Lettere di S.Girolamo, al num.117, e vi trascriverò quanto di esso basti per dirvi in quale complessità di problemi spirituali vengono cacciati i "pastori di anime" quando proprio queste anime cascano nelle sabbie movili della non infallibile psichiatria.

 

Questa volta però, al nostro monaco che vuol consecrarsi allo studio della Scrittura Sacra nella pace di Betlemme, è venuto a rubargli la pace psicologica altro monaco della Gallia, che gli chiede proprio un intervento da specialista per risolvere un suo dolente caso familiare: una sua sorella (25 anni), che sembra essere stata prima una candidata all'ascetismo della verginità consa­crata, sta ora in procinto di mandare alle ortiche un matrimonio, civile soltanto o neanche, che poi la sta portando al limite di ogni soportazione con la madre, rinchiusasi in una decisione irrecon­ciliabile: Ambedue sono giunte al patto irrevocabile di vite e camere separate !!!

 

A me sembra che la risposta l'abbia vergato S.Girolamo in fretta, dando al monaco della Gallia l'appuntamento per la vigilia della sua partenza. Poi, superato il dubbio se consegnarli un documento troppo impegnativo, si arrende a vergare un brano che spieghi quel suo scritto tecnico, e glielo consegna in fretta perchè la nave sta ormai richiamando al porto i ritardatari. Capirete così, nella sola lettura di questa che noi avremmo definito come un "postdata" dell'ultimo momento, con l'ultima riga molto impegnativa, che i compi­la­tori delle lettere del nostro Santo avrebbero dovuto interpretare ad litteram, cioè non avrebbero dovuto pubblicarla.

 

Io a questo punto mi fermerò; sufficientemente soddisfatto di aver suscitato la voglia o la capacità tecnica di cercare per conto vostro il resto delle 7 lunghe PAGINE. Se NAVIGATORI siete, navi-gate pure, perchè l'intero testo è stato confidenzialmente affidato al monaco francese; egli è ormai sulla passerella per l'imbarco; il testo è stato per noi recuperato in seguito, dai compilatori delle OPERA OMNIA.

 

Non entro nell'intera tematica che questa inaspettata lettera rasenta, avvicina o supera. Il giudizio dovrà essere vostro. Vi anticipo uno soltanto dei tanti pregi che potrei elencare. Sorprende in questo monaco contemplativo, la memoria -quasi telemati­ca?- che lo aiuta a ripescare tante delle sue "lezioni di vita" accumulate nella sua gioventù e nel protratto lavoro di guidare nell'ascetismo quelle matrone e vergi­nelle romane che a lui si affidavano con entusiasmo.

 

Il postino bussa già alla porta, ma il limato preziosismo linguistico di S.Girolamo, e la sua convenzionale dichiarazione di non voler autorizzare la divulgazione di una Lettera che egli presenta come "eserci­tazione di scuola", ci dimostra che egli, oltre alla capacità di dialogare con FREUD, aveva anche le qualità sufficienti per candidarsi ad un premio di "giornalismo".

 

"Aiutino" forse opportuno per i principianti :

CONSTANTIA non è la nostra "costanza", che in buon latino sarebbe perseverantia; 

e sara’ meglio tradurre come COERENZA !   Lettera 117 (B.A.C. Valero, I, pag.354). 


Retulit  mihi quidam frater e Gallia,

se habere sororem virginem matremque viduam,

quae, in eadem urbe!  divisis habitarent cellulis, et,

vel ob hospitii solitudinem vel ob custodiendas facultates,

praesules sibi quosdam clericos adsumpsissent;

ut maiore dedecore iungerentur alienis quam a se fuerant separatae !

 

Cumque ego ingemiscerem,

et multo plura TACENDO quam LOQUENDO significarem,

" quaeso te -inquit- corripias eas litteris tuis

et ad concordiam revoces, ut mater filiam, filia matrem agnoscat".

 

Cui ego: Optimam -inquam- mihi iniungis provinciam,

ut ALIENUS conciliem quas FILIUS FRATERque non potuit !

Quasi vero episcopalem cathedram teneam

et non clausus cellula ac procul a turba remotus,

vel praeterita plangam vitia, vel vitare nitar praesentia.

Sed et incongruum est latére corpore et lingua per orbem vagari !

Et ille: "Nimium -ait- formidolosus! 

Ubi illa quondam constantia in qua,

multo sale orbem defricans, Lucilianum quippiam retulisti?"

 

Hoc est -aio- quod me fugat et labra dividere non sinit.

Postquam enim arguendo crimina factus sum criminosus,

et iuxta tritum vulgi sermone proverbium:

Iurantibus et negantibus cunctis, me aures nec credo habere nec tango;

ipsique parietes in me maledicta resonarunt,

et in me psallebant qui bibebant vinum.

 

Coactus malo, tacere didici, rectius esse arbitrans

ponere custodiam ori meo et ostium munitum labiis meis,

quam declinare cor meum in verba malitiae:

et dum carpo vitia, in vitium detractionis incurrere !

 

Quod cum dixissem:  " Non est -inquit- detrahere, verum dicere:

nec privata correptio generalem doctrinam facit;

cum aut rarus aut nullus sit qui sub huius culpae reatum cadat.

Quaeso ergo te ne me, tanto itinere vexatum, frustra venisse patiaris.

Scit enim Dominus quod, post visionem sanctorum locorum,

hanc vel maxime causam habui

ut TUIS LITTERIS sorori me redderes et matri!"

 

Et ego: Iam iam -inquam- quod vis faciam:

nam et epistolae transmarinae sunt,

et specialiter sermo dictatus raros potest invenire quos mordeat.

Te autem moneo ut clam sermonem hunc habeas.

 

(Sequitur plenior exhortatio, sed... PAGINARUM huiuscemodi 8-9).


 

 

  DICEMBRE  11

                                                                ANAGNI, e la sua fatale storia

   

Per riguardo agli "odierni" abitanti di Anagni, ritengo piu’ che giusto proclamare in anticipo che loro non hanno niente a che fare con questa storia del passato. Anche se il Kircher –del quale sara’ la nostra pagina- non sembra aver raggiunto questo atteggiamento  di  “perdono a chi per niente ha offeso”. 

 

Ma, sia il ricordo di Sciarra Colonna, che l'attentato al Papa Gian Paolo II obbligava a ricordarlo, sia anche il fatto che la vittima di quel malaugurto affronto... era il Papa che indisse il primo formale Giubileo; i massmedia hanno ricordato -anche troppo- un'offesa, che la Chiesa invece non ha voluto per niente ricordare quando di perdono si è parlato.

 

Inoltre Anagni, anche senza questa pagina negativa che non dovrebbe danneggiare coloro ai quali non appartiene questa macchia, è sempre una di quelle città che non possono essere saltate in un "itinerario turistico latino".

 

Una pagina su Anagni risulterà in ogni caso gradita a chi almeno sa amare le grandi bellezze naturali d'Italia. E una visita alle sue chiese, nonché al suo meraviglioso Duomo recentemente restaurato, non dovrebbe essere cancellata.

 

La pagina è ovviamente del già noto e più volte citato Kircher.

 

 

KIRCHER, l.c. c.III


ANAGNIA non antiquitate minus

quam rebus gestis celebre Hernicorum oppidum est.

Virgilius ob fertilitatem eam commendat...

 

Ex hac enim quattuor orti sunt Summi Pontifices:

Innocentius III, Gregorius IX, Alexander IV... et BONIFACIUS VIII.

Hic, ex nobili Caietanorum Ducum familia,

primus Annum Jubilaeum anno quovis centesimo instituit

ac celebravit anno 1300.

 

Quem ritum posteris mandavit centesimo quoque anno

antiquae legis imitatione servari;...

tandem a suis propriis concivibus Anagniae patria sua

captus consignatusque in manus Sciarrae Columnae inimici sui mortalis

Romamque redux post captivitatem

in Castro Sancti Angeli fatis cessit.

 

Praeter complures Cardinales, Episcopos sine numero habuit.

 

Hodie quasi deserta iacet,

et partim peste,  partim civilium caedium truculentia

ad nihilum quasi reducta:

huius causam dicere rogati indigenae

respondent ultroque fatentur

post actionem indignam qua Bonifacium VIII, Christi Vicarium,

in manus inimicorum iniuste tradiderunt,

iusto Dei iudicio, omni maledictionis genere se percussos fuisse.

 

Iam enim annonae caritate, pestis pedissequa,

nunc incendiis, modo intestinis urbis dissidiis

sanguine multorum contaminatis,

civitas mirum in modum

adusque integrarum familiarum exstirpationem afflicta,

numquam in pristinum dignitatis statum se reducere potuit.

 

Unde peccatum antecessorum suorum in Bonifacium VIII commissum,

tantorum malorum causam considerantes

ut Deum propitium redderent, a Clemente VIII

peccati commissi absolutionem petiisse, eamque obtinuisse dicuntur.

 

Ut vel hinc pateat  quantopere Deus puniat eos qui  temeraria  mente

Christo Domino sacerdotibusque Deo consecratis,

maxime autem Vicario Eius in terris violentas manus imponunt.

 

Certe in nulla historia legitur tales, vindices Dei manus evasisse !

 

 


  DICEMBRE  12  

                                              Poco o niente abbiamo letto di ISAIA

                                              E  meritava più dell’ una tantum !       

 

Mi ritrovo, piazzata nel mese di Dicembre, una PAGINA -la prima di Isaia- che, in partenza avevo prescelto come Lettura Quaresimale. Pensi ciascuno dei lettori a riqualificarla meglio, dopo averla letta... e intesa !

 

Quest' ISAIA, che nell'edizione Vaticana della Bibbia si trova alla Pag.1249, accetta la sua vocazione profetica ai tempi di Senaquerib, uno dei tanti condottieri che periodicamente invadevano la Judea (739 a.C.). Nell'uso della lingua è da tutti considerato un maestro, per via principalmente di una prepotente concisione, delle felicissime e lapidarie conclusioni... Tuttavia, questa predicazione incisiva, piena di immagini, non sempre di chiara comprensione, fà sì che i periti lo considerino di difficile lettura. In latino però, sarà trasparente !

 

Visio ISAIAE fili Amos, quam vidit super Iudam et Ierusalem

in diebus Oziae, Ioatham, Achaz, Ezechiae, regum Iudae.

 

Audite caeli et auribus percipe, terra, quoniam Dominus locutus est:

" Filios enutrivi et exaltavi, ipsi autem spreverunt me !

Cognovit bos possesorem suum, et asinus praesepe domini sui:

Israel non cognovit: populus meus non intellexit !

 

Vae genti peccatrici,

populo gravi iniquitate, semini nequam, filiis sceleratis !

Dereliquerunt Dominum, blasphemaverunt Sanctum Israel,

abalienati sunt retrorsum.

Super quo percutiemini vos ultra, addentes praevaricationem ?

 

Omne caput languidum et omne cor maerens !

A planta pedis usque ad verticem, non est in eo sanitas:

vulnus et livor et plaga tumens non est circumligata

nec curata medicamine neque fota oleo.

 

Terra vestra deserta, civitates vestrae succensae igni;

regionem vestram coram vobis alieni devorant

et desolabitur sicut in vastitate hostili.

Et derelinquetur filia Sion ut umbraculum in vinea,

sicut tugurium in cucumeraio, sicut civitas quae obsessa est !

Nisi Dominus exercituum reliquisset nobis semen,

quasi Sodoma fuissemus, et quasi Gomorra similes essemus.

 

Audite verbum Domini, Principes Sodomorum:

percipite auribus legem Dei nostri, populus Gomorrae.

Quo mihi multitudinem victimarum vestrarum, dicit Dominus.

 

Plenus sum holocaustis arietum et adipe pinguium;

et sanguinem vitulorum et agnorum  et hircorum nolui.


Cum veneritis ante conspectum meum,

quis quaesivit haec de manibus vestris ut ambularetis in atriis meis ?

Ne afferatis ultra sacrificium vanum;

abominatio mihi incensum, neomenia et sabbatum et conventus;

non feram scelus cum coetu sollemni;

kalendas vestras et sollemnitates vestras odivit anima mea,

facta sunt mihi molesta, laboravi sustinens.

 

Et cum extenderitis manus vestras, avertam oculos meos a vobis;

et cum multiplicaveritis orationem, non exaudiam.

Manus enim vestrae sanguine plena sunt. Lavamini, mundi estote,

auferte malum cogitationum vestrarum ab oculis meis;

quiescite agere perverse, discite benefacere,

quaerite iudicium, subvenite oppresso, iudicate pupillo, defendite viduam.

Et venite et iudicio contendamus, dicit Dominus.

Si fuerint peccata vestra ut coccinum, quasi nix dealbabuntur;

et si fuerint rubra quasi vermiculus, velut lana erunt.

Si volueritis et audieritis, bona terrae comedetis;

quod si nolueritis et me ad iracundiam provocaveritis,

gladius devorabit vos quia os Domini locutum est !

 

Quomodo facta es meretrix, civitas fidelis, plena iudicii ?

Iustitia habitavit in ea, nunc autem homicidae !

Argentum tuum versum est in scoriam, vinum tuum mixtum est aqua;

principes tui infideles, socii furum;

omnes diligunt munera, sequuntur retributiones,

pupillo non iudicant, et causa viduae non ingreditur ad illos !

 

Propter hoc -ait Dominus, Deus exercituum, Fortis Israel-

" Heu, consolabor super hostibus meis et vindicabor de inimicis meis.

Et convertam manum meam ad te

et excoquam ad purum scoriam tuam et auferam omne stamnum tuum.

Et restituam iudices tuos ut fuerunt prius

et consiliarios tuos sicut antiquitus;

post haec vocaberis CIVITAS IUSTITIAE, URBS FIDELIS"

 

Sion in iudicio redimetur, et qui in ea reversi sunt, in iustitia.

Erit autem ruina scelestis et peccatoribus simul,

et qui dereliquerunt Dominum consumentur.

 

Confundemini enim terebinthis in quibus delectati estis,

et erubescetis super hortis quos elegistis.

 

Non eritis velut quercus, defluentibus foliis,

et velut hortus absque aqua;

et erit fortitudo vestra ut favilla stuppae, et opus eius quasi scintilla,

et succendetur utrumque simul, et non erit qui exstinguat.


 

 

   DICEMBRE  13

                                                   Cosa ricordate del LIBRO DI GIOBBE ?

 

Ben poco, sicuramente. Noi, che abbiamo raggiunto la nostra "maturità" in tempi molto più "elastici", quando cioè erano ben poche le distrazioni che oggi rubano il tempo anche ai ragazzini, bisognosi di aprirsi ad una cultura ormai soffocata proprio dalle troppe sollicitazioni, una parola almeno l'abbiamo sentito... chi sa a proposito di quale evento che metteva alla prova la nostra pazienza. Mentre caricavamo i nervi, abbiamo almeno sentito da qualche interlocutore che "qui ci vuole la pazienza di Giobbe"!

 

Sul Giobbe concreto, chi più chi meno, abbiamo anche sentito l'erudite lucubrazioni dei biblisti, che oggi accettano arrendevoli l'interpretazione più comoda, che cioè si tratti di un prodotto soltanto didascalico, scritto da un garbatissimo fantasista, che ha saputo creare tutta un'atmosfera di "casi limiti" per invogliare ad una presa di coscienza della nostra misteriosa posizione dinanzi ad un Dio, che é indubbiamente amore, ma con tante altre varianti da parte nostra, da disorientarci sul nostro totale itinerario nella vita.

 

E guarda caso, viene questo autore anonimo ad esortarci con questo caso limite ad una soluzione non meno limite: Si bona suscepimus de manu Dei, mala autem cur non susti­neamus ?

 

Ecco, non vi darò un testo indigeribile: a me basta la sfida esplicita della prima sua pagina. E mi prometto che più di uno cercherà nella Bibbia Sacra almeno la possibilità di fare un lettura totale, se non altro, per superare la crisi di dover dire: è la prima pagina l'unica che conosco! Nella Vulgata Vaticana, pag.813.

 

Vir erat in terra HUS nomine IOB,

et erat vir ille simplex et rectus ac timens Deum et recedens a malo.

Natique sunt ei septem filii et tres filiae.

 

Et fuit possessio eius septem milia ovium et tria milia camellorum,

quingenta quoque iuga boum et quingenta asinae ac familia multa nimis;

eratque vir ille magnus inter omnes Orientales.

 

Et ibant filii eius et faciebant convivium per domos,

unusquisque in die suo.

Et mittentes vocabant tres sorores suas

ut comederent et biberent cum eis.

Cumque in orbem transissent dies convivii,

mittebat ad eos IOB et sanctificabat illos,

consurgensque diluculo offerebat holocausta pro singulis.

Dicebat enim: Ne forte peccaverint filii mei

et benedixerint Deo in cordibus suis.

Sic faciebat IOB cunctis diebus.

 

Quadam autem die, cum venissent filii Dei ut assisterent coram Domino,

affuit inter eos etiam SATAN. Cui dixit Dominus: " Unde venis?"

Qui respondens ait: " Circuivi terram et perambulavi eam".


Dixitque Dominus ad eum:

" Numquid considerasti servum meum IOB, quod non sit ei similis in terra,

homo simplex et rectus ac timens Deum et recedens a malo? "

 

Cui respondens Satan ait:

" Numquid IOB frustra timet Deum? Nonne tu vallasti eum ac domum eius

universamque substantiam per circuitum,

operibus manuum eius benedixisti,  et possessio eius crevit in terra ?

Sed extende paululum manum tuam et tange cuncta quae possidet,

nisi in faciem benedixerit tibi!"

 

Dixit ergo Dominus ad Satan:

" Ecce universa quae habet in manu tua sunt;

tantum in eum ne extendas manum tuam".

 

Egressusque est Satan a facie Domini.

 

Cum autem quadam die filii et filiae eius

comederent et biberent vinum in domo fratris sui primogeniti,

nuntius venit ad Iob, qui diceret:

" Boves arabant et asinae pascebantur iuxta eos,

et irruerunt Sabaei tuleruntqe omnia et pueros percusserunt gladio,

et evasi ego solus ut nuntiarem tibi".

 

Cumque adhuc ille loqueretur, venit alter et dixit:

" Ignis Dei cecidit e caelo, et tactas oves puerosque consumpsit,

et effugi ego solus ut nuntiarem tibi".

 

Sed et illo adhuc loquente, venit alius et dixit:

" Chaldaei fecerunt tres turmas et invaserunt camelos et tulerunt eos

necnon et pueros percusserunt gladio,

et ego fugi solus ut nuntiarem tibi".

 

Adhuc loquebatur ille et ecce alius intravit et dixit:

" Filiis tuis et filiabus vescentibus et viventibus vinum

in domo fratis sui primogeniti,

repente ventus vehemens irruit a regione deserti

et concussit quattuor angulos domus:

quae corruens oppressit liberos tuos et mortui sunt,

et effugi ego solus ut nuntiarem tibi".

 

Tum surrexit IOB et scidit vestimenta sua ,

et tonso capite corruens in terram adoravit et dixit:

" Nudus egressus sum de utero matris meae, et nudus revertar illuc.

Dominus dedit, Dominus abstulit;

sicut Domino placuit, ita factum est: sit nomen Domini benedictum".

 

In omnibus his non peccavit IOB labiis suis,

neque stultum quid contra Deum locutus est.

 

 


   DICEMBRE  14

                                                         Incredibile pagina del PETRARCA

                                                         La VITA: questa sconosciuta !

 

Forse era titolo più adeguato quello di "una pessimistica pagina del Petrar­ca". Risulta infatti sconvolgente questo intestardirsi nel voler definire la VITA solo in termini limitativi o negativi. Nè sarà facile scoprire quale male­fico insetto abbia punto il nostro grandissimo poeta fino a spingerlo a cimen­­­tarsi in una gara con se stesso, alla ricerca di definizioni... argute, dissonanti, cabalistiche, per sprofondare in un inutile sforzo di sintesi, come se ogni definizione dovesse necessariamente avere una formolazione sin­­co­pata.

 

Il Petrarca però ci prova, e riempie così, sen­za stancarsi, un'insopor­ta­bile pagina, che a mio parere, deturpa perfino le più di 1600 che compongono le sue OPERA OMNIA. 

 

Non avrò nemmeno la pazienza di trascriverla per intero: solo un saggio dell'inizio e poi la fine (in tutto, meno della terza parte), e soltanto perchè il mio scopo è qui non quello di lodare un maestro, quanto di far vedere quanto sia ricca e malleabile la lingua latina, ca­pace anche di questo exploit inverosimile, che a me è sembrato addirittura provocato... da una scelerata sfida goliardica!

 

La chiave per capire questo pazzesco accumulo di definizioni “negative” della VITA, la troveremo alcune pagine più avanti, quando sentiremo il Petrarca ricordare la prima e meravigliosa scoperta della Val Chiusa : egli dirà allora al cugino Guido, Arcive­scovo di Genova: 

 

Ex quo quid  VITA hominum  esset agnovi,

illud ferme solum tempus VITA mihi fuerit,

reli­quum omne... supplicium !

 

Peccato però che non ci sia reso conto che, anche a livello filosofi­co, e più ancora a livello religioso e cristiano, erano percorribili altre vie per analizzare a fondo l'ingente contenuto del concetto VITA. Seneca ha saputo viverla in un consapevole senso di ringraziamento agli dèi, che ci hanno invitato a questo permanente banchetto che è la VITA  (dove siamo addiritura circondati dai divini benefici, anzi dal loro AMORE: usque ad delicias amamur!). Ma la luce definitiva sulla VITA l'abbiamo in Cristo, che si proclama venuto nel nostro mondo  Ut VITAM  habeant, atque abundan­tius habeant!  E altrove: Ego sum via, et veritas, et VITA. Oggi le definizioni del Petrarca possono farle proprie soltanto gli agnostici, che si vogliono consapevolmente definire "allo sbando", e che, non sa­pendo spiegarsi il senso finale della VITA, preferiscono indagare -senza Dio- il meccanismo biologico della sua comparsa e propagazione. (E su questa "infelice" Pagina del Petrarca ritorneremo... nella PAGINA di congedo, alla fine del QUOTIDIE).

 

Mi viene spontanea a questo punto una citazione che qui calza a pennello. Appartiene a quell'ri­cercatore (Antonino Zichichi) che da anni passa le sue notti sotto il Gran Sasso nel Centro Europeo di Ricerche Subnucleari (CERN). Ricomparso brevemente per qualche conferenza e arti­colo, lasciava (Il TEMPO 17 SETT.2000) delle bellissime testimonianze di Fede, dalle quali non posso qui sopprimere l'ultima: "La chiave dell'esistenza di uno scienziato sta nella VERITA` che egli cerca di agguantare. Io non lavoro perché mi pagano, ma perché voglio scoprire come è fatto il mondo, le leggi del Creatore!  Ecco perché passo le notti nei nostri laboratori."

 

Il resto è ora del PETRARCA, De Rebus Familiaribus Epistolae, lib.VIII, VIII.


Quid mihi de hac vita quam degimus videatur,

interrogas, neque inmerito: multae enim et variae

de hac ipsa OPINIONES HOMINUM sunt. Meam brevibus accipe:

 

Videtur mihi VITA haec:

dura quaedam arca laborum, palaestra discriminum, plena fallaciarum,

labyrinthus errorum, circulatorum ludus,

desertum horribile, limosa palus, senticulosa regio, vallis hispida,

mons praerruptus, caligantes speluncae, habitatio ferarum,

terra infelix, campus lapidosus, vepricosum nemus,

pratum herbidum plenumque serpentibus,

florens hortus at sterilis, fons curarum, fluvius lacrimarum,

mare miseriarum, quies anxia, labor inefficax,

conatus irritus, grata phrenesis, pondus infaustum,

dulce virus, degener metus, inconsulta securitas.

 

Vana spes, ficta, fabulosa, falsa laetitia, verus dolor,

risus inconditus, fletus inutilis, inane suspirium,

confusus ordo, tumultuosa confusio, trepidatio turbulenta,

sollicitudo perpetua, inhonora inertia, inops copia, dives inopia,

imbecilla potentia, tremulae vires, aegra sanitas, iugis morbus,

gemina aegritudo, pulchra deformitas, laboriosa militia,

periculosa tentatio, superba miseria, miseranda felicitas...

En, amice, qualis mihi haec videtur,

quae tam multis exoptatissima ac gratissima VITA est.

 

Necdum tamen conceptum omnem meae mentis expressi,

peior enim est multo miserior

quam a me seu a quocumque hominum dici possit.

Sed quo ex ingenio, ex his paucis,

totum reor animum loquentis introspicis;

unum tot in malis habet bonum:

quod ad bonam et aeternam VITAM,  nisi dexter trames deseratur, via est.

 

Vale. Inter Colles Euganeos, III Kal Dec.

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Poche parole di Seneca con­tro­­bilanciano il tono cupo del Petrarca.

C'è un altro mondo dove potremmo essere liberi... anche dall'incubo dei terremoti !

SENECA, N.Q.  VI De Terrae Motu, XXXII, 4 ss.

 

Illic non tremunt terrae,

nec inter se venti cum magno nubium fragore concurrunt,

non incendia regiones urbesque vastant,

non naufragiorum totas classes sorbentium metus est,

non arma contrariis disposita vexillis

et in mutuam perniciem multorum milium par furor,

non pestilentia et ardentes promiscue

communes, populis cadentibus, rogi.

 

 


   DICEMBRE  15        

                                                La TARAHUMARA in latino ?

 

Tra le infinite rarità tematiche che possono dare rilievo al Latino di tanti secoli, mi viene oggi incontro anche quella zona montagnosa del Messico, abitata -ancor oggi- da genti che sono rimaste -lì concretamente tra le Sierre- al margine del vorticoso progresso che sta cambiando il mondo, anche a Ciudad de México, che è oggi la più superconcentrata megalopoli, a raggio mondiale. Indiani analoghi a questi della Tarahumara erano ad esempio quelli trovati dall'Anchieta a Piratininga, dove oggi pullulano i grattacieli di Sâo Paolo, nel Brasile.

 

  Mi capita tra le mani una pregevole monografia su uno di quei missionarii delle prime ore, arricchita da sagge introduzioni storiche... ma in tedesco o croata. Quindi, affrontando anche il rischio di trasmettervi la sola visione delle cose che traspaiono per me nel Latino, mi limiterò a darvi in quattro giornate quello che susciterà più facilmente il vostro interesse, e premetto oggi, senza altro perditempo, la parte strettamente descrittiva della regione. Stralcio, dalla recentissima biografia di IVAN RATTKAY le pp.174 ss. e trovo quasi un obbligo l'uso della nuova e quasi direi liturgica impagi­nazione. Quella quadrangolare, non evitata in questa moderna edizione (ARTRESOR, naklada, Ilica 75, ZAGREB 1998) umilia il Latino, rendendone di obbligo la traduzione.

 

TARAHUMARA provincia,... salubriorem caeteris aeris temperiem

amoenioremque situm a natura matre nacta,

intermixtis collium camporumque varietatibus

gratiosam desiderabilemque sese suis exterisque praebet.

 

Hinc ab argenti aurique fodinis pretiosa,

divitum metallorum fecunda mater,

totam fere Americam ac exinde europeas partes abunde ditat;

inde copiosa armentorum pecudumque ubertate facilem reddit rationem;

incolarum multitudine, rivulorum amoenitate,

longe extensis in planitiem campis

amplissima laetitiae suppeditat argumenta.

 

Nec nimio, ut Africa, aestu torretur, nec excesiva frigoris saevitia horret.

Suavibus plerumque ventorum flatibus inclementiam aeris temperat;

copiosae nivis impatiens sed nimii udoris,

floreo ut plurimum amictu vestitur.

Cum sol altissimus aestiva zodiaci signa perambulat,

salubribus imbribus recreatur, amoenissimisque varii coloris floribus

finita prata ad relaxandas oculorum acies diffundit;

tunc et tritici (quod turcicum vocamus) copia ingens

in maturam segetem reducitur caeterorumque olerum fructuumque copia,

quos vel natura educat vel ars excolit humana, ad maturitatem evocatur;

nec deesset suo muneri in procreandis uvis tellus,

si permitteretur excoli;

sed ne nimius ab expressis uvis liquor

gentem hanc ad ebrietatem summe inclinatam

in maiora vitia ac damna impellat,

neque commerciorum in hoc genere ex Hispania utilitas tollatur,

prohibentur Indi plantare vites !


Nec ad varietatem ciborum deessent volatilia

(omnis enim generis coloris hic reperiuntur aves,

rubicundae totae, quas cardinales vocant; virides ut psittaci,

flavae, caeruleae... et si quod pulchri in avibus desideratur)

si aut incolae curiositate aut ambitione aut utilitate ducerentur;

sed quod commoditatibus hisce quandoque destituantur,

est quod Hispani plerumque sese in fodinis occupent,

Indi vero ab innata pigritia aut parva talium aestimatione prohibeantur.

 

Hinc si sublimior genius Spiritus vitales excitaret ad curiosa vel utilia,

aut sanguis gloriosior

ingenium ad haec quaerenda et appetenda provocaret,

aut denique politior vivendi ratio stimularet,

terra haec cuilibet Europeae similis reddi posset.

 

Est et suus montibus decor ab arborum pinorum quercuumque frequentia,

populi iuxta fluvios gratissimas proiciunt umbras;

radices etiam et herbas ad curandos corporum morbos salubres

varias natura indulsit;

inter quas praecipua quae viperarum noxium virus quantocius reprimit,

alia quae tarantularum morsus venenosos extinguit,

alia quae ab infectis veneno telis trementia corpora antidota virtute sanat.

 

Est et alia ex qua vinum, nostro vino adusto simile,

nec palato insipidum nec corpori noxium conficiunt, quod Mescal vocant;

sunt et aliae plurimae quarum virtutes plerumque incognitae,

et quia paucae pro medicina serviunt, nec medica delectantur arte,

sed Deo sortem naturaeque committunt;

si quis enim morbo aliquo infestatur aut noxiis humoribus vexatur,

sine adhibito medicamine

aut sanitati restituuntur aut debitum naturae persolvunt.

 

Et quia raro in comedendo excessum faciunt,

in peractam usque aetatem sine canis perveniunt,

nec varietate ciborum stomachum onerant,

nec diversitas eduliorum noxios humores causat.

Solo frumento contenti, robustam conservant naturam

et licet ovium gallinarumque considerabilem quantitatem habeant,

eas tamen pro dapibus haud adhibent, sed diffiso vellere,

vestes sibi conficiunt, post, sicut et gallinas,

pro variis rebus ad vestitum necessariis Hispanis vendunt,

qui saepius in anno hanc provinciam peragrant.

 

Nullus autem pecuniae hic locus est, nisi inter Hispanos,

in oppido Parral dicto, quod ad fines huius provinciae iacet...

 

Amoeniora, eheus, subsequuntur...  sed  longiora ut in Anthologiam recipiantur.

Locum ergo demus nostro missionario.


 

 

   DICEMBRE  16 

                                                       Prodeat tandem

                                                       Ivan Rattkay (1647-1683)

 

Prima di completare la mia annata antologica, ho voluto esplorare per voi questa modernissima biografia latina (stampata a Zagreb, Croazia 1998). Dilaterà il vostro spazio culturale, geografico e linguistico. Ne sarà protagonista un gesuita giovanissimo che aveva egli stesso scritto buone pagine in latino, e con la sua morte prematura risvegliò almeno un paio dei confratelli di più ricca carattura latina.

 

Seppur nato croata (IVAN RATTKAY, dai Baroni RATCAY, nella Stiria, 23.V.1647, in un massiccio castello, ancor oggi prepotente e fotografabile, Veliki Tabor), la prima diretta sua notizia ce lo presenta giovanissimo nel suo primo viaggio alla corte di Vienna per arruolarsi fra i "paggi" (inter ephebos Imperatoris Leopoldi), oggi scomparsi. Ma ciò stesso lascia lo spazio per rivederlo quando, in partenza per le missioni, si congeda dall'amico Imperatore ed esce ricolmo di affetto e di regali; perfino, con un orologio tascabile ricordato con pudore nel dover spiegare quel privilegio dinanzi ai Superiori. Chi vorrà cercare il libro, si prepari con il tedesco e il croata.

 

Il pezzo forte però della biografia resta sempre il Latino: disuguale, a seconda delle diverse mani, ma sufficiente per arricchire la vostra assuefazione.

 

Ora, per entrare in medias res e aprirvi l'appetito, incomincio dal brano che più intensamente mi ha colpito, e che io mi affrettai a segnalare nei miei appunti, come "una inattesa ventata latina di aria pre-romantica". Sarà la cronaca dei giorni della agitata partenza in nave, da Sevilla e Cadice, fino a Veracruz nel Messico. Faccio notare che, anche, da una parolina che qui sorprende, che il nostro eroe sembra essere partito in atteggiamento "indifferente", essendo ben esplicito il nome delle Isole Mariane -vicine alle Caroline- alle quali si arrivava allora anche via Veracruz; un particolare che ci ricorda il viaggio analogo, 9 anni prima, di un altro gesuita, oriundo di Burgos SPAGNA, e finito martire (1672) proprio nelle Mariane; Diego Luis de San Vitores, beatificato nel 1985.  Aveva a quel tempo chiesto il Generale dei Gesuiti,  anche alle Province Germaniche...

 

UT qui vocationem a Deo ad Indicas sentirent Missiones,

desiderii sui compotes fierent.

Sese igitur (noster IVAN) Provinciali actutum obtulit,

et Viennam citatus, pauculos intra dies necessaria ad iter expediret...

Philosophicis ergo cathedris valere iussis, aprili mense 1678,

per diversas Italiae Provincias Genuam delatus,

inde cum 20 sociis, navem conscendit.

 

Per chi a questo punto sentirà l'attrattiva di conoscere meglio questo nostro piccolo eroe, potrà trovare nelle citata edizione anche due lettere in originale tedesco, dal Mexico (la prima, 16 nov.1680 pp.94-123; un'altra, 126-149).            

Vi avevo annunciato di voler incominciare la PAGINA "in medias res". Mi sono sbagliato, perchè anche lui, una volta sbarcato nel Mexico, non sembra aver più rivisto il mare: quindi facciamo un passo indietro, e altro autore ci darà, con la bellezza del Latino su misura, la pagina pre-romantica che vi annunciavo:


Accidit ut, dum Hispali 25 iunii, navim vir apostolicus conscenderet,

notabile Solis deliquium ingrueret, haud obscurum procul dubio,

aerumnarum barbaras apud gentes ferendarum praesagium !

 

Attamen, ubi nox advenerat,

serena coeli facies stellis fulgentibus arridens

tot veluti oculis in Ioannis favorem intenta

felici rursus itineri praelusit.

 

Alias fortunatis per Baetim fluvium ventorum impulsibus ferebatur.

Ast, ubi post sinuosos gyros ille in materna sese viscera diffundit,

gravi stomachi nausea correptus,

mox ac amoeniori oceani malacia fruitus portui propinquavit Gaditano,

malum omne abstersit.

 

Insuper spectaculo illic hactenus non viso fuit recreatus,

dum eo uno in portu naves ducentas, facile plures,

castellis non multum dissimiles,

auro praefulgidas opereque sculptoreo insigne intueri licuit.

 

Comparatis hac in urbe quae diuturnae navigationi necessaria videbantur,

tempus imminebat quo Europa ultimum valere iussa,

levatis anchoris in Marianas Insulas evolaret.

Quae tum cordi eius oborta sint gaudia,

testatum fecit P.Ioannes ubi, in terram abiectus,

actis Deo Optimo gratiis,

beatam illam diem mille praeconiis celebravit,

praemissisque ad navim suspiriis,

pio se ad angustias et prolixi itineris taedia aerumnasque affectu obtulit,

id unum constanter exoptans:

pro Deo eiusque Ecclesia vivere emorique.

 

Iam secundis velis per Oceani semitam decurrebat navigium,

dum gubernator, sive ut aliarum navium graviores evitaret incursus,

sive ut adsiti periculum scopuli effugeret,,

ad littus propius admovendam navim existimavit;

sed qui vitare scyllam conatus est, in charybdim -ut dicitur- incidit

et in oppositos scopulos impegit !

 

Gravi tum allisione navis concutitur: fit repente clamor:

aenearum machinarum ora in subsidii signum solvuntur.

Sollicito eiulatu personant omnia:

supremus ipse navigii rector, arrepta Deiparae Virginis icone,

inter lachrymas et suspiria in has voces erumpit:

Sic me deseris, Mater clementissima?  Sic me Domina derelinquis ?

Advolant interim plenis velis minores naviculae

periturae onerariae in auxilium missae;

sed quod paucae admodum essent

geminato tormentorum fragore plures evocantur.


 

 

   DICEMBRE  17 

                                                   RATTKAY  IVAN :     

                                                   Proseguiamo senz'altra introduzione

 

Tentata media omnia ut ingens haec et onustissima navis,

iam fluctibus pene sepulta, a scopulis evelleretur, sed irrito conatu.

 

In celocem igitur, rebus omnibus naufragio absorptis, exponitur P.Ioannes,

et vespere sub horam octavam in Collegium Gaditanum revertit !

Nec ulla iam abitus spes in tam repentino grandique infortunio,

nisi tandem,  P.Ioannis precibus, rei Indicae Procurator inclinatus,

de alio eidem navigio prospexisset.

 

Viderat nimirum dicti Procuratoris Zelum,

posthabitis Mexicanae ditionis operariis, in eos dumtaxat intentum,

qui ad Philippinas Insulas destinabantur... (hic clarescit mutatio!)

 

Propitio ventorum afflatu

ad decimum usque Augusti diem classis vehebatur,

cum turbulenta caeli marisque facies,

horrendo impetu ferocientes Euri, montosa fluctuum cacumina,

crudelitate in onerariam tanta desaeviere,

ut sine lege, in omnem circumacta partem, ruptis visceribus,

postliminio discerpenda crederetur.

 

Nautae antiquius nihil habuere quam ut graviora onera,

quin pretiosa quaeque, mari placando offerrent !

Et emolliri visus est furor eiusdem,

posteaquam puerum annorum quindecim, e navis fastigio excussum,

veluti donatam sibi victimam absumpsit.

 

In vesperum iam sexagesimus quintus dies inclinabat,

ex quo, praeter caelum ac maria nihil P.Joannis aspectui obiiciebatur,

donec tandem aurora subsequa

altissimarum rupium vicina caelo fastigia eminus conspicienda dedit.

 

Instauratis ad Portum Divitem (Puerto Rico) tantisper viribus,

vicesima secunda Augusti navim denuo conscendunt,

et licet periculis sane plurimis ultimo hoc itinere obnoxii fuerint

(ut enim formidolosam Oceani rabiem,

ventorum proelia, scopulorum frequentiam non commemorem),

pyratas quoque in sui exitium armatos senserunt.

 

Provida tamen Dei manu feliciter eluctati,

ipso Natae Virginis octavo die  VERAM CRUCEM (Veracruz),

celebrem Americae urbem, appulerunt.

Felici brevitate usus navigatione,

post unius dumtaxat mensis Mexici commoratione,

Provincialis eum ad Tarahumaram destinavit.


Magnam certe religiosis suis virtutibus

apud omnes qui Patrem intimius noverant aestimationem conciliaverat.

PAUPERTATIS  adeo fuit amans,

ut toto quo in Missionibus vixit triennio, numquam novam

induerit tunicam,   adeo detrita saepissimeque sarcita utens,

ut vel novitiorum infimus ea indui erubesceret;

femoralibus adhuc a Germania ante quinquennium allatis utebatur,

vix ulla suppellettile linea,

unde sine linteaminibus passim quoque dormiebat,

saepe sub dio aut nuda humo in itineribus somnum capiebat;

etsi autem media ipsi non deessent, quibus commodius viveret,

deque necessariis suis posset prospicere,

in se tamen parcissimus suique negligens,

omnia impendebat  in alios, praesertim Indos suos,

quibus bene facere posse gaudebat.

 

CASTITATIS  adeo eximius cultor fuit,

ut vel remotissimas eam laedendi fugeret occasiones,

quapropter cum alii Patres ipsi suaderent

Hispanum hominem uxoratum reciperet a servitiis,

qui ipsum in temporalibus curandis adiuvaret,

nunquam consentire voluit,

inquiens se omne Hispanarum servitium procul a domo desiderare.

 

OBOEDIENTIA quoque sectator maximus in id potissimum intendebat,

ut omnia e superiorum nutu regularet, quibus proinde saepe scribebat

eorum consilium et voluntatem exacte inquirens,

ne quid ex proprio arbitrio aggrederetur,

idque ea diligentia, ut etiam in rebus minimis ab iis dirigi exoptaret,

et de actis rationem redderet, ita ut quibusdam

scrupulose nimium hac in parte procedere iudicaretur.

 

HUMILITAS quoque in Patre Ioanne fuit eximia, quam abunde declarat

quod, cum permagnae esset nobilitatis, nunquam tamen

de hac vel verbulum loqui auditus, et cum ab aliis,

huius consciis mentio fieret, id sibi displicere monstravit.

Ad abiectissima sese demittebat ministeria,

ipse sibi vestes resarcire, etiam calceos quandoque solebat;

nihil de se nisi abiecti sentire et dicere,

naevos suos in confessionibus exaggerare,

ab omnibus pro malo et peccatore haberi desiderabat.

 

MORTIFICATIONIS adeo studiosus,

ut plerumque aspero indutus cilicio circumiret,

quod post mortem cruore quoque infectum repertum est.

Quandoque procul a domo se spatiatum ire fingebat,

et speluncam aliquam intrabat flagris in se desaeviturus. (p.264)

 

 


  DICEMBRE  18

                                                 RATTKAY, quarta puntata.

 

Non essendo questo il luogo proprio per una intera biografia, ma soltando un'Antologia nella quale ci accontentiamo di segnalare ghiotti filoni di lettura, mi affretterò in questa quarta giornata dedicata al croata RATTKAY a rispondere alla vostra interpellazione: MARTIRE sembra averlo voluto fare chi, con strana disinvoltura, ci dice in altro dei documenti raccolti dall'editore (attribuito a Michael Bombardi, Graz 1727) che la sua morte è avvenuta veneno in America Septen­trionali sublatus anno 1680. Dove è manifesto lo sbaglio di data (1683!), e sospetta l'assoluta mancanza di prove di questo crimine, in contradizione manifesta con le altre fonti.

 

Raccoglierò quindi in quest'ultima PAGINA la prematura morte come la racconta il suo confessore e compagno; dal primo accenno alla sua diagnosi, sembrerebbe tutta quanta qualifi­carsi come "crisi di delusione" (nonche’ allergia alle insopportabili e permanenti sbornie di quegli indiani, se abbiamo saputo leggere tra le righe) .

 

Quo factum ut viribus valde deficeret

et gravi corporis infirmitate prosterneretur,

donec a missionum Rettore evocatus, viribus licet imbecillibus,

iter 30 leucarum aggrederetur et ad eumdem perveniret,

ubi viribus refectis recuperatisque,

eidem in missione commodiore

(IESUS CARICHIC dicta)  succedere iussus,

illico Superiorum voluntati obedivit, eoque profectus

Indorum abministratione

reliquum prope vitae suae triennium gloriose impendit.

 

Baptizavit hoc tempore aliquot centena Indorum capita;

quatuor Indorum pagis quibus missionarius praeerat

in administrandis Sacramentis indefessus,

in explicanda catechesi assiduus; nocte saepe concubia ad infirmos,

longe licet distantes evocatus, illico accurrere solebat;

pueros puellasque quotidie ad doctrinam christianam

convocari faciebat, in pago praesertim principali,

ubi ut plurimum residebat  ob maioris gentis frequentiam.

 

Omnis propemodum cura sua in benefaciendo Indis

et procurando tum victui tum vestitui necessaria, versabatur;

in eo magnam eleemosynae regiae sustentationi suae deputatae, partem,

ipse sibi detrahens necessaria ut  Indis suis succurreret,

impendebat magnum hoc sibi solacium asserens,

cum suppeterent quae inter eos repartiretur.

 

A questo punto ritengo opportuno avvertire che quanto manca per vederlo morire, sembra scritto da un suo compagno di viaggio e vicino di "missione". Divenuto suo confessore, protegge ovviamente il suo anonimato: ma dovrebbe essere Iosephus Neüman (cf.lettera al P.Generale dei Gesuiti, 12 genn.1684).


Nihil tamen horum Patrem Ioannem aeque affligebat

prouti offensae Dei et peccata, quae ab Indis curae suae commissis

impune perpetrari audiebat aut videbat,  HAEC SUPERARE !

 

Patri suo vicino missionario saepe conquestus,

quod operam suam cum his Indis LUDERE sibi videretur;

nullusque catechesis, doctrinae et instructionis,

licet assiduae fructus appareret;

unde eos DESERERE iamiam meditabatur

et ad gentem  GUAZAPARAM,  Tarahumarae vicinam

(quod melioris sibi videretur naturae, rebusque divinis addicta magis)

transitum petere...

 

Ardentissima (superioribus exposuit) desideria

potius  EX  HAC  VITA  DISCEDENDI

quam Indorum suorum gravissimas offensas amplius tolerare...

 

Accurrit ille in pervigilio festi ac Patrem,

ob Indorum suorum quotidie

magis impune ebrietatibus vacantium audaciam,

valde afflictum et queribundum reperit...

 

Enixe PETEBAT, siquidem genti suae prodesse non posset,

mortem sibi a Domino impetraret. (p.260)

Eodem die, circa vesperum, peius sentire cepit,

ac decumbere coactus, non amplius consurrexit. (p.160)

 

Etsi autem alia nulla in eo notari posset infirmitas,

neque ipse quidquam sibi dolere in toto corpore assereret,

praeterquam sentiret

"languorem ac debilitatem permagnam in membris omnibus",

adeo tamen in dies viribus deficiebat

ut magnis passibus ad mortem properare videretur,

cuius ipse CUPIDISSIMUS,

aliud nihil praesertim ultimis ante mortem diebus in votis habebat

quam cito dissolvi.

 

Bis in infirmitate confessus,

saepius in ultimo quoque agone absolutus,

Sacramentis quoque caeteris ad aeternitatem munitus,

ad ultimum usque vitae instans sibi praesentissimus,

inter ferventissimos amoris divini actus

et repetitis saepius Iesu et Mariae nominibus,

sacerdote ad lectulum animae commendationem orante,

animam suo creatori reddidit  26 decembris...

Postquam vitae egisset annos 36, in Societate 19,

in Missionibus Indicis Americae Septemtrionalis 3.


 

 

  DICEMBRE  19 

                                          Un interludio di RELAX con due carrellate rapide

                                          sugli svaghi sportivi degli indios americani.

           

Le 4 giornate dedicate a questo missionario (che a molti sarà risultato di "normale ammi­nistrazione"), le chiuderemo con una pagina di relax, avendo trovato nella stessa biografia il lato sportivo di questi indiani delle "sierras" mexicane. Non potremo definire questo loro sport come calcio, molto meno quello che ad esso aggancieremo, sui guaranies del Sudamerica. Accon­tentiamoci di quello che offre il mercato, che indubbiamente non è un granché. Come, del resto, nemmeno il pallone sarà un pallone regolamentare.

 

Questo approssimativo CALCIO DEI TARAHUMARA, lo potrete trovare nell'edizione già menzionata, pag.194. Ne seguirà l'altra, sui Guaraníes! proveniente anch'essa da altro missionario storico, il Dobrizhoffer, nella sua  Historia di Abiponibus, II, 57-58.

 

Ludus eorum (tarahumarensium scilicet) praecipuus PILA est,

non manu facta, sed a natura ex guttis arborum fissarum,

concreta, mollis, ad instar magni pomi cotonii grandis.

 

Hanc in quadrato aliquo spatio

(velut apud nos -in Bohemia?- in lusu piramidum),

ex quavis parte SEX aut QUINQUE sibi invicem proiciunt,

solo faemore tecti, et super illud cirrei vaccino tecti,

excipiunt pedibus manibusque terrae acclines,

exceptamque faemore, librant;

pilam suscipiunt ac rursus alteri parti obiiciunt, donec aliqua pars erret.

 

Si faemore accipere non possunt, humeris saltitantem excipiunt;

si autem alteram partem corporis

praeter foemora aut humeros pila tangit, perdunt !

 

Et sic luditur usquedum ad certum numerum perveniant.

 

Iucundum videre est qua se agilitate ibidem exerceant,

nec tota die fatigantur,

et si quandoque nimium calefiunt, etiam sudore madentes,

aquam frequenter hauriunt.

 

(Sese) etiam exercent in capiendis cuniculis,

quos si vident a longe, equites peditesve,

tamdiu insequuntur donec praedam assequantur.... 


Eccovi ora la sportività dei Guaraníes...

 

Nihil porro mireris Abipones athletice valere

ac, macrobiorum instar, multum vivere.

CONTINUO IN MOTU VERSANTUR.

 

Aequitatio, venatio, natatus illis quotidianus.

Bellum, quod vel feris vel hostibus inferunt,

creberrimae excursionis est causa.

 

Flumina nando superare, arbores mellis gratia scandere,

hastas, arcus, sagittas cultello elaborare,

funes e corio texere, ephippia concinnare,

frequens et quod pedes manusque fatiget illis est negotium.

 

Quodsi ab his vacationem sibi indulgeant, cursui certant equites,

praemio proposito, quod qui primus accesserit  victori cedit.

 

Saepe ipsi quibus currunt equi victoriae praemium designantur.

 

_________

 

 

Familiarissimus item Abiponibus quo PEDIBUS utuntur ludus alter;

illius instrumentum est LIGNUM, tres palmos longum

affabre baculi instar rotundatum.

 

Illius extremitates crassiores, medium gracilius est.

(Ab illis yuële vel hepiginrancaté: ab Hispanis macana dicitur,

et Hungarorum pusagan aliquomodo refert).

 

Hoc lignum ad metam iactant nisu maximo,

ita ut per intervalla terrae illidatur identidem,

identidem in saltum subsiliat,  eo fere modo quo pueri huiates

lapillos per fluvii superficiem vibrare solent.

 

Quinquageni saepe, saepe centeni, longo consistunt ordine,

singulisque mutatis vicibus lignum iaciunt suum.

 

Qui longius, qui rectius iecerit,  praemium laudemque refert.

 

Hoc ludo, quem a pueris in plures continuant horas,

et oblectantur et fatigantur,  incredibili corporis utilitate !

 

 


  DICEMBRE  20

                                                     Invito alla Lettura

                                                     Anzi, alla BUONA lettura !

 

Capita... anche a noi, preti!  Un cotidiano boccone di LETTURA, biblica o patristica, ha accompagnato da sempre la  preghiera vocale dei sacerdoti “romani”, e il classico libricino, il   BREVIARIUM non è cambiato , se non in lunghezza.  Quello oggi in uso, al  quale le disposizioni postconciliari hanno preferito dare un nuovo titolo, e’  la  LITURGIA HORARUM.

 

La mia lieta esperienza di oggi mi spinge a spartire ancora con voi la mia più felice scoperta: che cioè altro è LEGGERE meccanicamente un testo, altro assaporarlo a dovere, centellinandone ogni parola e assimilando ogni preciso pensiero; io vi aiuto con la così detta "impaginazione a bandiera", migliorata ancora dalle maiuscole, le sottolineature, il corsivo, ecc. Questa volta vi aiuterò con una calzante citazione di Quintiliano :

 

LECTIO libera est  nec actionis impetu trascurrit;

sed repetere saepius licet,

sive dubites sive memoriae penitus adfigere velis.

 

Repetamus autem et retractemus, et ut cibos

MANSOS ac prope LIQUEFACTOS demittimus quo facilius digerantur,

ita lectio non cruda sed multa iteratione mollita et velut confecta,

memoriae imitationique tradatur.

 

Il testo che oggi mi veniva incontro mi è sembrato tutto nuovo. Chi sa quante altre annate l'avrò letto in fretta e furia, lasciandolo scivolare senza lasciar traccia: ingoiato invece parola a parola... sarà ora una consolante esperienza. A me personalmente è sembrato il miglior appendice da aggiungere alla monotona ed affrettata recitazione del CREDO nelle nostre maggiori solennità liturgiche. In esso, elencati i capisaldi della nostra fede dogmatica sulla TRINITA` DI DIO, si aggiungono in fretta le più consolanti certezze della nostra speranza, alle quali questo testo di S.Agostino sembrar star offrendo il suo giusto posto, come normale appendice: ...ET EXSPECTO RESURRECTIONEM MORTUORUM,  ET VITAM VENTURI SAECULI.

 

Nè sembra superflua una riflessione dell'Enciclica di Giovanni Paolo II FIDES ET RATIO, che qui calza a pennello: "Davanti alla ricchezza della salvezza operata da Cristo, cadono le barriere che separano le diverse culture. La promessa di Dio in Cristo diventa, adesso, un'offerta universale: non più limitata alla particolarità di un popolo, della sua lingua e dei suoi costumi, ma estesa a tutti, come patrimonio a cui ciascuno può attingere liberamente." (n.70)

 

AUGUSTINUS EPISCOPUS, In Psalmum 109

 

Tempus constituit Deus promissis suis,

et tempus eis quae promissit implendis !

Promissionum tempus erat

tempore Prophetarum usque ad Ioannem Baptistam;

ab illo autem et deinceps, usque ad finem,

tempus est implendi quae promissa sunt.

Fidelis Deus qui se nostrum debitorem fecit,

non ALIQUID a nobis accipiendo, sed TANTA nobis promittendo !          

 

Parum erat PROMISSIO; etiam SCRIPTO se teneri voluit,

veluti faciens nobiscum chirographum promissorum suorum,

ut, cum ea quae promisit solvere inciperet,

in scriptura promissorum consideraremus ordinem solvendorum.

 

Tempus itaque prophetiae,

praedictio erat, ut saepe iam diximus, promissionum.

Promisit SALUTEM AETERNAM,

et BEATAM VITAM cum Angelis sine fine,

et HEREDITATEM IMMARCESCIBILEM, vitam aeternam,

DULCEDINEM vultus sui, DOMUM sanctificationis suae in caelis;

ex RESURRECTIONE A MORTUIS, NULLUM deinceps MORIENDI METUM.

 

Hoc est promissum eius tamquam FINALE,

quo decurrit nostra omnis intentio, quo cum venerimus,

NIHIL AMPLIUS requiramus, NIHIL AMPLIUS exigamus.

 

Sed ad illud quod erit in fine quo ordine veniatur,

neque hoc tacuit, PROMITTENDO et PRAENUNTIANDO.

Promisit enim hominibus DIVINITATEM, mortalibus IMMORTALITATEM,

peccatoribus IUSTIFICATIONEM, abiectis GLORIFICATIONEM.

                                                                                  

Verumtamen fratres,

quia incredibile videbatur hominibus quod promittebat DEUS,

ex hac mortalitate, corruptione, abiectione, infirmitate,

pulvere et cinere FUTUROS HOMINES, aequales angelis Dei,

non solum scripturam cum hominibus fecit, ut CREDERENT,

sed etiam fidei suae posuit MEDIATOREM non quemlibet Principen,

aut quemlibet Angelum vel Archangelum, sed UNICUM FILIUM:

ut, qua via nos perducturus esset ad illum finem quem promisit,

per eum ipsum FILIUM suum et ostenderet et praeberet.

 

Parum enim erat Deo si FILIUM SUUM faceret demonstratorem viae;

EUM  IPSUM  VIAM fecit,  ut per  ILLUM  ires,

regentem TE, ambulantem per SE !                

 

Unicus itaque FILIUS DEI venturus ad homines, assumpturus hominem !

Et per id quod sumpsit futurus homo

(moriturus, resurrecturus, ascensurus in caelum,

sessurus ad dexteram Patris et impleturus in gentibus quae promisit),

post impletionem promissorum suorum in gentibus,

etiam hoc impleturus: ut veniat et quod praerogavit exigat,

discernat vasa irae a vasis misericordiae,

reddat IMPIIS quod minatus est, IUSTIS quod pollicitus est.

 

Hoc ergo totum prophetandum fuit, praenuntiandum fuit,

venturum commendandum fuit,

ut non subito veniens horreretur, sed CREDITUM exspectaretur !


 

 

  DICEMBRE   21- 22- 23

                                                          La FABULA  DE  HOMINE

                                                          dell'umanista Juan Luis Vives (1492-1540)

 

Ve la voglio offrire, lavorata "a modo mio" con questa casuale intro­duzione autobio­grafica che vi renderà divertente questa biz­zarra novità, sulla quale non mi sento autorizzato a redigere una vera valu­tazione, letteraria o culturale che sia. Lascio a voi un possibile paragone con l'Encomium Moriae (Elogio della pazzia!) di Erasmo, altro personaggio molto legato a Luis Vives; costui però era nato a Valencia, in Spagna.

 

Incontravo ieri qui, a Roma (16.3.2000) un confratello, di curriculum culturale analogo al mio. Io sto ammainando le vele per la mia Terza Età, egli invece le sta "izzando" come professore di cultura classica nell'Università SOPHIA di Tokyo. Formatosi ad Oxford, egli mi parlava di materie classiche ovviamente, ma... mentre, costretto a congedarsi, rivedeva il solo Indice di queste mie nuove PAGINE, mi dice a bruciapelo: "Perché non vi aggiungi la bellissima FABULA DE HOMINE di Luis Vives?" (1518,  se ne parla di influsso da Pico della Mirandola...).

 

Era la prima volta che ne sentivo parlare; e lacune di questo genere possiamo averle tutti. Da colmare realmente?  L'occhiata giornaliera alla stampa mi gettava nel baratro dei quotidiani smarrimenti. Dove oggi tutto sembra da rotta­mare secondo nuove planime­trie... che senso può avere questo mio gesto di buttare in faccia al mondo di oggi un pezzo latino, di bravura così assurdamente gratuita, quale è a prima vista questa "festiciola a tempo perso" delle divinità olimpiche, di quella mitologia poi, che grazie a Dio abbiamo azzerato?  (E qui GIUNONE sembra voler celebrare –in famiglia- un anniversario!!)  Voglio tuttavia aiutarvi con due citazioni che vi faranno salire la febbre. La prima è di Sofocle, al quale viene attribuita l'ineffabile asserzione che: Da tutti i prodigi del mondo, il più grande è l'UOMO!  La seconda, di Seneca: Quam contempta res (=contemptibilis)  est HOMO, nisi SUPRA HUMANA surrexerit.

 

Ecco ora -per farla breve- la mia "amlettica" aporia. Un SI o un NO dovevo dirmelo presto. Ieri era un sabato, e sono lieto di star stampando questo argomento prima che finisca la domenica. Lascio al vostro diritto decidere se dirmi che ho perso una giornata oppure che vi ho regalato una indefinibile e stuzzicante sorpresa. Sorpresa però che lo stesso autore si affrettava a prevenire annunciandola così da Lovanio, anno 1518, ad un ANTONIO BERGENSI, iuveni nobilissimo. 

 

Si vacat, nobilissime Antoni, nugari aliquando, en tibi opusculum meum...

FABULAM  DE  HOMINE,  id est  de mundana scena in qua

suam unaquaeque rerum personam agit,

primaeque sunt partes ipsius, HOMINES.

Argumentum est antiquum, quod, cum nugis, habet multa seria,

etenim illud nobis,

si paullo altius animum ipsum cogitatione erigere volumus,

ostendit vilitatem istarum rerum quas ingenti cum labore, anxii sollicitique,

caeci atque dementes quaerimus, et subinde admonere meliora potest.

Omnia enim quae sunt in humana vita, praeter VIRTUTEM, tamquam

pueriles quidam lusus, ridicula sunt, ac subito, utpote inania, evanescunt.                     

Libet mihi a ludis fabulisque auspicari

hanc meam DE HOMINE dissertationem,

quoniam et HOMO IPSE ludus ac fabula est !


Ferunt post epulum quoddam magnificum et adipale,

quo deos omnes natali suo excepit Juno Regina,

divos, curis solutos et calefactos nectare, interrogasse Junonem

parassetne ludos aliquos quos post convivium spectarent,

ut nihil tam solemni deesset diei

quominus undique esset laetitia divorum absolutus.

 

Ipsam, ut in hoc quoque diis immortalibus gratificaretur

(respondisse) precatam esse  enixe fratrem-maritumque Jovem,

ut quando omnipotens esset, ex tempore amphitheatrum faceret

novasque induceret personas ad speciem iustorum ludorum,

ne ea ex parte dies, quam ipsa honoratissimum volebat,

mancus deorum opinione videretur.

 

Tum subito nutu omnipotentis Jovis, quo uno aguntur omnia,

exstitit  MUNDUS  HIC UNIVERSUS,

tam ornatus, tam varius, ac subinde pulcher, uti cernitis.

Hoc fuit amphitheatrum in cuius supremo (loco?) -utpote coelis-

fori sedesque sunt deorum spectantium;

in infimo -quod nonnulli medium vocant-,

terra, hoc est, scena locata, in quam prodirent personae agentes;

universa scilicet, animalia resque aliae omnes.

 

Paratis omnibus et e convivio  sublatis mensis,

adesse iam in scena personatos histriones nuntiat Mercurius Brauveta;

laeti exeunt spectatores,  et pro dignitate  designatus cuique locus.

 

Ludis praeerat dictator Jupiter Maximus,

qui ubi adesse deos omnes vidit, signum dedit,

quod omnia cum faceret, omnibus ut nossent monstravit iussitque;

ac ne quis aliter quam sibi placeret, ageret,

ordinem seriemque ludorum omnium histrico gregi praescripsit

a qua ne digitum quidem, ut aiunt, transversum abscederent.

 

Simul igitur ac primam vocem signumque Summi Jovis

qui erant in scena senserunt, prodierunt ordine suo in proscenium,

et illic tam scite, tam composite, tam Roscie,

tragoedias, comoedias, satyras, mimos, atellanas aliaque eiusmodi egerunt,

ut iurarint se "pulchrius ac iucundius quicquam nunquam spectasse";

deorum oblectatione voluptate laetissima; et paene exiliens  ipsa Juno,

singulos  identidem eorum rogabat, quam ludi placerent ?

 

Omnes eadem perstabant sententia, 

nihil unquam admirabilius, nihil spectatu,

nihil Junone ipsa dignius atque eo natali quem celebrabant die !

Nequibat loco consistere SUMMI dei SUMMA coniunx,

sed exultans alacrisque perambulans immortalium subsellia deorum,

inter alia subinde ab unoquoque illorum quaerebat

quem maxime histrionem  probarent ex omnibus ?


Sapientissimi deorum  NIHIL ESSE HOMINE ADMIRABILIUS 

responderunt,  quibus et ipse deorum pater nutu assensus est;

nam cum gestus, verba, omnes denique eius personae actus,

attentius spectabant, maiore ac maiore stupore defigebantur !

Placebat ipse sibi Jupiter, videns tantopere admirari laudarique HOMINEM,

foeturam suam, ab omnibus diis !  Qui assidebant Jovi,

cum in humano Archimimo tam sibi eum placere viderent,

facile intellexerunt  illam ab ipso personam esse factam;

quin, et intentius perspicientes,

multam Jovis effigiem  in homine ipso agnoverunt,

qua vel hebetissimus deorum iudicasset  natum esse eum a Jove.

Homo ipse qui sub persona latet, sed emicans crebro

atque exiliens  paene foras, et multis se in rebus clare ostendens,

plane divinus joveusque est, immortalitatis ipsius Jovis particeps,

sapientiae, prudentiae, memoriae, virtutum... 

ita consors, ut haec maxima munera de suo thesauro,

atque adeo DE SE IPSO impertitum illi esse Jovem facile cognoscatur.

 

Deinde, ut ipse deorum maximus virtute sua omne complectitur,

omnia est, sic et hunc ipsius Pantomimum esse videbant,

namque is nonnunquam ita sese transformabat,

ut sub persona plantae prodiret, agens unam vitam absque ullo sensu;

paullum cum se abdidisset, in scenam regrediebatur

Ethologus et Ethopaeus, deformatus in mille species  belluarum;

leonem diceres iratum et furentem, rapacem voracemque lupum,

saevum aprum, astutulam vulpeculam, voluptuosam sordidamque suem,

timidum leporem, invidum canem, stolidum asinum.

 

Postquam hoc egerat, semotus parumper a conspectu, velo diducto,

redibat mox prudens, iustus, socius, humanus, benignus, comes, homo;

frequentabat cum aliis civitates, vicissim imperabat et parebat imperio;

quae ad publicos attinebant usus atque utilitates,

ipse cum aliis curabat, denique nullus non erat civilis  sociusque.

 

Non expectabant dii eum pluribus visum iri formis,

cum ecce adest repente in eorum speciem reformatus,

supra hominis ingenium, totus innixus sapientissime menti.

Summe Jupiter, quantum illis spectaculum !

 

Primum stupescere se in scenam etiam introductos,

expressosque ab hoc tam Ethico mimo, quem plerique

multiformem illum Protheum, Oceani filium, esse affirmabant.

Deinde, sublati incredibili plausu,

iam non agere sinebant  hunc summum histrionem

sed a Junone poscebant ut, deposita persona,

in subsellia cum reliquis diis reciperetur,

fieretque potius spectator quam actor.


Iam illa hoc gestiebat a marito impetrare, cum eodem momento

exit HOMO ferens sustinensque ipsum deorum

OPTIMUM MAXIMUM JOVEM,

miris et inenarrabilibus gestibus patris effigiem reddens,

ipsas etiam minorum supergressus naturas deorum,

ad inaccessibilem  illam penetrans lucem, caligine vallatam,

quam inhabitat Jupiter, Regum et deorum Rex.

 

Hunc simul ac dii conspicati sunt, primum animo commoti atque turbati,

dominum putarunt patremque suum in scenam descendisse;

post vero, sedata mente, oculos identidem ad Jovis sellam tollebant,

ut viderent sederetne illic ipse

an personatus prodiisset aliquid acturus.

Quem cum illic esse viderent oculosque converterent ad hominem,

referebant itidem intutum ad Jovem:

tam scite enim tamque decenter is Jovem actu exprimebat suo,

ut iam deorsum in scenam, iam sursum in Jovis sellam

oculos subinde iactarent, ne fallerentur ab effigie,

et histrionis tam simili imitatione.

 

Fuere ex aliis histrionibus qui iurarint

non illum esse hominem, sed eundem ipsum Jovem esse,

qui tamen pro tanto errore, acerbas poenas luerunt.

Verum dii universi venerationem imaginis parentis omnium deorum,

divinos homini et suffragiis suis decreverunt honores,

atque a Jove impetratum est,  ipsa supplicante Junone,

ut is homo, qui deorum et Jovis personas tam apte egisset,

persona deposita, inter deos sederet.

 

Concessit Jupiter diis quod ipse ultro, multo antea,

suo homini deferendum statuerat.  Ita, evocatus a scena  HOMO,

ubi in deorum sedes a Mercurio introductus est, victor declaratus,

ibi non vocibus ullis, sed admirabili quodam exceptus silentio,

detectus totus homo, ostendit immortalibus diis

naturam suam illis germanam, quae natura, persona corporeque intecta,

animal reddit tam varium, tam desultorium, tam versipellem,

polypum et camaleonta,  quam in scena viderant.

 

Ipse tunc Jupiter agnitus declaratusque

non deorum modo sed hominum etiam pater,

suis utrisque filiis  placido benignoque vultu aggaudebat,

et  PARENS ab utrisque consalutatus atque adoratus, AUGUSTUM

utrumque nomen libens accepit, qua etiam nunc appellatione grata

utentes, deorum illum et hominum patrem nuncupamus.

 

Verum prius quam Mercurius in divas sedes introisset,

brachiis personales gestans exuvias, illas, maximo cum ardore

dii circunspexerunt, quas, postquam diu et multum sunt contemplati,

Jovis sapientiam et artem admirati sunt atque adorarunt;

ipse enim eas fecerat non minus actibus omnibus decoras quam utiles.


Celsum caput divinae mentis arcem et aulam,

in eo sensoria quinque ornate utiliterque et digesta et sita;

auriculae, secundum tempora,

non molli pelle dependulae nec osse duro immobiles firmatae,

sed sinuosa cartilagine in orbem coactae duae,

ut utrimque venientes excipiant sonos,

et pulverem, stipulas, floccos,  culices  temere volitantes,

ne interiora capitis penetrent, suis in ambagibus detineant.

Pari numero oculi etiam duo, excelsi,

tanquam rerum omnium speculatores,

tenui ciliorum palpebrarumque vallo muniti,

adversus easdem stipulas, floccos,  pulverem et minutissimas bestiolas;

indices animae, humanique vultus maxima pars.

 

Ipsa denique vestis personae, seu persona potius,

tota usque adeo decens, diducta in brachia et crura, quae oblonga

in digitos desinebant, tam speciosos,  tam commodos omni operi...

 

Non vacat persequi singula, quae alii plurimis verbis exsecuti sunt.

Illam unam clausulam addam: omnia sic congruentia et inter se apta esse,

ut ipsis aliquid si detrahatur vel mutetur vel etiam addatur,

tota illa convenientia et pulchritudo,

tota usus facultas, extemplo amittatur.

Nullo enim ingenio inveniri potest appositior homini persona,

nisi quis forte quae fieri non potuerunt desideret !

 

At HOMINEM simul ut viderunt dii, amplexi fratrem ipsi suum,

indignum iudicarunt qui in scenam unquam prodiisset

ludicramque exercuisset  artem infamem,

et suam atque patris similitudinem non poterant satis exosculari;

perscrutabantur singula, perlustrabant tam multos hominis recessus,

delectabantur ea potius re quam ludorum omnium spectaculis,

 

                       Nec vidisse semel satis est, juvat usque morari !

 

Illic enim mens quaedam tanti capax consilii,

tantae prudentiae, sapientiae, rationis;

tam fecunda, ut vel ex se sola incredibiles  edat partus. Inventa sunt eius:

urbes, domus; animalium, herbarum, lapidum, metallorum usus;

cunctarum rerum appellationes et nomina, quod multi sapientissimi

inter reliqua eius inventa in primis demirati sunt.

Deinde, quod neque minus est, paucis quibusdam litteris, comprehensio

illius immensae varietatis sonorum vocis humanae,

ex quibus conscriptae et traditae disciplinae tot,

quibus etiam ipsa religio  continetur,

Jovis patris cognitio  et cultus,  ac reliquorum deorum fratrum.

Quae una res, cum in nullo sit animalium nisi in isto,

ostendit agnationem illam quam habet cum diis.


Ad haec, parum illa omnia profuisset invenisse,  nisi et accessisset

quasi thesaurus rerum omnium,

qui opes has divinas reconditas servaret,

MEMORIA scilicet,  promptuarium universorum quae diximus.

 

Ex quibus duobus quasi conflatur PROVIDENTIA, et futurorum coniectura,

scintilla  plane illius divinae atque inmensae scientiae,

quae perspicit omnia futura tamquam exstantia.

 

Haec atque alia dii contuentes, cum non teneret eos satietas,

haud secus  ac qui in speculo suam intuentur formosam imaginem,

delectantur ea nec gravate diutius immorantur, sic illi,

cum et se et patrem ipsum Jovem IN HOMINE tam expressos viderent,

iuvabat eos, quae iam saepe viderant, saepius conspicere,

et alia ex aliis quaerentes, quonam modo plantas herbasque,

quonam modo belluas, hominem, deos, deum regem Jovem,

in proscenio egisset sciscitabantur. Qua arte? quo gestu? 

 

Quae omnia placide ac diserte quum exposuisset  HOMO,

iussum est a Jove ex convivii  partibus ambrosiam nectarque illi apponi.

Libenter, neglectis  spectaculis,  merendam fecerunt cum eo multi divorum;

usque adeo fraterno delectabantur hospite, seu cive potius,

qui posteaquam ex labore illo ludorum,

caelestibus cibis refectus praetextaque purpurea indutus

ut ceteri dii, coronatus processit  ad spectandum.

 

Ei plurimi assurrexere divorum, plurimi perlibenter loco cedebant,

quin et diversi per vestem trahebant gressumque morabantur

ut apud se esset... quoad Summus Jupiter, Mercurio eum ducente,

nuit ut inter primores deorum reciperetur in orchestra.

Qui pro maximo id acceperunt beneficio;  tantum abest

ut dii ex amplissimo ordine fastidierint hominem paullo antea histrionem.

Acceptus ab illis  honorifice et ad primas sedes invitatus,

sedit  immistus eorum catervae,

inde ludos spectavit, qui suo semper tenore persecuti sunt.

Quoad, subducens ipse Apollo lucem, Junonis precibus

(nam architriclini et reliqui ministri submoniti a coquis

nuntiabant plus satis coenam esse paratam), noctem invexit.

 

Ita accensis  funalibus, fascibus, cereis, lychnuchis, lucernis,

qua astra ferebant, eadem pompa coenae epulo recepti sunt quo prandii.

HOMINEM etiam ipsa invitavit Juno, paterque Jupiter

annuit et nutu totum tremefecit Olympum,

et ut inter principes deos spectaverat,

ita inter eos accubuit in convivio, recepta quam tantisper posuerat persona,

namque is ipsi personae habitus est honos,

ut quoniam hominis usibus sese tam bene accommodarat deorum mensa,

lautissimoque  convivio  digna judicaretur,

sensuque rerum illi communicato, frueretur aeterna epuli laetitia.


 

 

  DICEMBRE  24

                                            Dopo questa citazione,  UNA TANTUM

                                            Concediamo a Luis Vives un rapido BIS !

 

E non rischiamo niente se lo prendiamo dallo stesso volume che ho tra le mani. E' così prolifico questo generoso umanista spagnolo, che posso anche permet­ter­mi la libertà di non fare più lunghi percorsi e quasi di scegliere a occhi chiusi, dalle prime pagine che seguono in questo stesso volume.

 

Infatti in questo stesso QUARTO TOMO delle sue OPERA OMNIA del 1745, ripro­dotte in Edizione fotostatica 1964 (Gregg Prest Limited, di Londra), il nostro facondo moralista (che è un laico, padre di famiglia) dilaga sull'intero palin­sesto delle umane preoc­cupazioni, con una prolissità che si  indovina dal solo Elenchus Tractatuum, qui in hoc Tomo con­tinentur.

 

Infatti, dopo la FABULA DE HOMINE che già conoscete, e di altri tre titoli che qui ometto, segue questa sequenza dei titoli -solo nell'indice- che vi consente di misurare l'ampiezza di orizzonte dell'autore: vi aggiungo il numero della pagina, affinchè vi sia facile calcolare la lunghezza degli argomenti:

 

Praefatio in libros  De Institutione Foeminae Christianae, ad Serenissimam D. Ca­tharinam Hispanam, Angliae Reginam (pag.65: e si tratta nientedimeno, di quella Caterina, dalla quale, poichè repudiata da Enrico VIII d.Inghilterra, inizia la storica sequenza che porterà alla nascita della chiesa inglese pro­testante. Ma andiamo avanti con l'Indice). De institutione foeminae christianae, (Liber I) qui est de Virginibus 70. De educatione Principis infantis caput I; ibidem. De reliqua infantia 71. De primis exercitamentis 73. De doctrina puel­larum 77. Qui non legendi scriptores, qui legendi 85. De virginitate 90. Quomo­do virgo corpus tractabit 96. De ornamentis 102. De solitudine virginis 116. De virtutibus foeminae et de exemplis, quae imitetur 121. Quomodo foris aget 129. De saltationibus 141. De amoribus 145. De Amore virginis 153. De quaerendo sponso 155...

 

(Liber II) De coniugio 172. Quid cogitare debeat quae nubit 175. Duo maxima in muliere coniugata 178. Quomodo se erga maritum habebit 183. De concordia con­­iugum 205. Quomodo privatim se cum marito habere debet 217. De zelotypia 223. De ornamentis 228. De publico 234. Quomodo agendum domi 244. De liberis et quae circa illos cura 253. De bis nuptis et novercis 269... e così via, anche De viduis 280... De secundis nuptiis 297... nonché dell'infinita casistica che un moralista tutto fare quale era lui, trova in ogni direzione. Le ragazze di oggi, teenagers o no, potrebbero sentirsi scandalizzate dinanzi ad una così im­pegnativa predica. Ricordino tuttavia che il Vives è un padre di familia, non un teologo tomista !

 

Vi ho sottolineato il capitolo... di minore rischio. Io, parlando in vernacolo lo cambierei in "Sulle casalinghe", ed ecco qui, senza pretendere la selezione dell'intero capitolo, le parti principali, per non copiare più di una sola pagina. Incominciando da questo tenero ricordo delle 4 figlie della Regina Elisabetha di Castiglia, che passa a la storia –insieme al marito Fernando- come I RE CATTOLICI.

 

Regina Isabella, Fernando coniux,  nere, suere, acu pingere 

quatuor filias suas  doctas esse voluit;  

ex quibus duae Lusitaniae fuerunt Reginae...


Discet  ad  haec  culinariam,

non illam popinariam sordidam immodicorum ciborum,

et quae pluribus ministret, quam publici coqui tractant,

nec voluptatis nimiae ac gulae;

sed sobriam, mundam, temperatam, frugalem,

quae parentibus et fratribus cibos paret virgo,

marito vero et liberis nupta;

sic enim et ab illis et ab his non exiguam initura gratiam,

si non omnia in famulas reiecerit, sed ipsa suis manibus curarit

et concinnarit quae iucundiora erunt parentibus, viro, liberis,

quam a famulabus ministrata, atque eo magis si aegrotent.

 

Nemini culinae nomen sordeat, necessariae,

et sine qua nec aegri convalescimus nec vivimus sani,

quam nec Achiles Rex et Regis filius et horum praestantissimus fastidivit,

ad quem cum Ulysses, Ajax et Phoenix venissent

de reconciliatione cum Agamennone acturi,

ipse, paratis mensis, praecinctus, culinam ac cibos paravit.

optimos carissimosque sibi Principes convivio excepturus suavi et sobrio.

 

Spectat id quoque ad frugalitatem et munditias,

nam, praesente domina aut filiafamilias,

omnia fiunt lautius, nitidius, adde etiam accuratius, minore sumpto.

 

Quae ista est tanta manuum sollicitudo, aut tantum culinae fastidium,

ut ne interesse quidem aut spectare sustineat

quod esurus est carissimus vel parens, vel coniux, vel etiam filius ?

Sciant quae id agunt, foedari magis manum si porrigatur alieno viro

quam si intingatur fuligine;

turpius esse conspici in chorea quam in culina,

vilius taxillos aut lusoria folia scite tractare quam cibos;

minus decere probam gustare in comessatione potum

ab alieno viro traditum, quam sorbitiunculam viro suo tradendam.

Hanc ergo artem mea callebit femina,

quo magis omnes suos demereatur sibi, et quo tum rectius ac purius,

tum minoris curatae dapes ad mensam veniant.

 

Vidi ego hic et in Hispania, et in Francia,

qui convaluerint cibo ab uxoribus aut filiabus aut nuribus cocto,

qui eas postea multo habuerint quam antea cariores.

Vidi contra, exosas viris uxores, soceris nurus, patribus filias,

quod se artem negarint tenere instruendi epulas.

Atque adeo, quod viri in hac Belgica cauponentur saepe ac multum

praecipuam esse causam autumo

neglegentiam et ignaviam feminarum in coquendis cibis,

quae cogit viros a domo abhorrere,

et alibi quaerere quod domi non inveniunt.


 

 

  DICEMBRE  25                   

                                                      NATALE del Ciclo B

                                                Un discorsetto di suono antico

 

Appartiene alla categoria che diciamo "dei sapori antichi" o dei "valori. Adatto anche, per la sua brevità, per non perdere la nostra PAGINA LATINA nemmeno il eterni" e ci sorprenderà come minimo per quella schiettezza della primissima teologia cristiana, che S.Pietro Crisologo ha riversato su queste brevi righe.

 

A quale anno risalgono? Se il suo autore è nato ad Imola (Forum Cornelii) l'anno 380, e in seguito è stato vescovo di Ravenna (424-450), buttate un numero probabile e non sbaglierete di troppo. Il nostro santo è invocato dalla Chiesa come Verbi tui praeconem egregium. E non lo sarà solo per questo Sermo 148, raccolto nel rispettivo Tomo del Migne PL 52.

 

Il nostro brano lo ritrovate più specificamente nella LITURGIA HORARUM III,1298.

 

 

Quando concipit VIRGO,

virgo parit, manet virgo;

non est consuetudo, sed signum;

non est ratio, sed virtus;

auctor est, non natura;

non est commune, sed solum;

divinum est, non humanum.

 

 

Nasci Christum non fuit necessitas, sed potestas;

fuit sacramentum pietatis,

reparatio salutis humanae.

 

Qui non nascendo  ex intacto limo fecit hominem,

nascendo ipse  hominem de corpore fecit intacto;

manus quae in nostrum plasma lutum dignanter assumpsit,

ad reparationem nostram dignanter assumpsit et carnem.

 

Ergo quod Creator in creatura sua, quod Deus invenitur in carne,

creaturae honor est, non est Creatoris iniuria.

 

Homo, quare tibi tam vilis es, qui tam pretiosus es Deo ?

Quare sic honoratus a Deo teipsum taliter inhonoras ?

Quare quaeris unde factus sis, et ad quid factus sis non requiris ?

Nonne tota ista quam vides tibi facta est mundi domus ?

 

Tibi  infusa lux  circumfusas removet tenebras,

tibi est temperata nox, tibi dimensus est dies:

tibi caelum, solis, lunae, stellarum vario fulgore radiatum est;

tibi terra floribus, nemoribus, fructibus est depicta;

tibi creata est in aëre, campis, in aqua

speciosa continens mirabilis animantium multitudo,

ne gaudium novi saeculi tristis solitudo confunderet.

 

Adhuc tamen quid adiciat ad honorem tuum tuus Creator excogitat;

in te imaginem suam ponit,

ut terris invisibilem conditorem visibilis imago praesentem poneret,

et in terrenis dedit tibi vices suas, ut non fraudaretur

Domini vicario mundi tam larga possessio.

 

Deus quod per se fecit in te,  in se clementer excepit,

et in homine se vere videri voluit in quo ante imaginario voluit se videri;

deditque ut proprietas esset IPSE,

qui ante ut similitudo esset acceperat.

 

Nascitur ergo Christus,

ut nascendo corruptam redintegret  naturam;

infantiam suscepit ille, patitur nutrimenta, percurrit aetates,

ut unam perfectam, manentem, quam ipse fecerat, instauret aetatem;

portat hominem, ne iam cadere homo possit;

quem terrenum fecerat, fecit esse caelestem.

 

Animatum humano spiritu, spiritum vivificat in divinum:

et sic totum tollit in Deum ut in eo

quod peccati, quod mortis, quod laboris, quod doloris,

quod terrae est, nihil relinquat,

praestante Domino Iesu Christo

qui cum Patre vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus,

nunc et semper et per immortalia saecula saeculorum. AMEN


 

 

   DICEMBRE  26 

                                                    CANTABRI  et  ASTURES

 

Incominciamo dalle più visibili coordinate. Quella HISPANIA, che Roma aveva strappato alle voglie di Annibale più di un secolo prima, e che durante la Guerra Civile tra Pompeo e Cesare aveva visto il prevalere del secondo, conti­nuava ancora agli inizi del periodo augusteo a dare non pochi grattacapi alle Legioni.

 

Non andaba giù a Roma la prospettiva di lasciare irrisolta quella questione; Augusto, che  guerrafondaio non era, aveva un suo se­gre­to e nobilissimo piano: passare alla storia come colui che si era affrettato per davvero a chiudere le polifamose porte del tempio di Giano. Ecco perché mentre, nell'anno 27 a.C., fa un sopralluogo nella Tarraconensis -metà orientale della "penisola iberica"-, decide di prendere personalmente, a partire del nuovo anno, il comando militare.

 

Ed è ANNEO CLORO, che sembra un archivista ben infor­ma­to (ma anche deciso a non far la cronistoria di Roma come una continua fi­lastrocca di guerre) sbrigherà sinteticamente nel suo ultimo capitolo anche questa, che mira alla PAX ROMANA.

 

Augusto, come detto, passa l'inverno del 27 a Tarragona. Subito si muove verso Segisama (oggi Sasamón, poco ad Est di Burgos). Tra questa e le altre città dell'altipiano di Castiglia, isolate da sempre dal mare Cantabro per via dell'asperrima e impermeabile Cordillera Cantábrica, nella quale tutto diventa sempre più aspro verso l'Ovest, soprattutto per i così detti oggi PICOS DE EUROPA, vi ci sono arroccati quei popoli montanari che Orazio ricorderà con una brevissima ma efficace qualifica: ...et Cantabrum, indoctum iuga ferre nostra!  Augusto raccoglie la sfida e vuol essere -LUI personalmente- autore della chiusura di questo cocente capitolo !

 

Basti ciò per allegerire quanto ci dirà ANNEO FLORO, dal quale voglio strap­pare proprio gli ultimi asserti, chiudendo così in bellezza la "canonizazione" di un Augusto che, appunto per questo spirito pacifico, finirà per riscuotere -già allora- un alto rispetto internazionale. Vedremo alla fine questa sua "consecrazione" a Roma, non solo con la polaroid delle porte di Giano ben chiuse, ma anche con quella delle carovane orientali e della restituzione dei labari conquistati dai Parti nella giornata di Carre. Questo recupero dei "lábari" sarà proprio il disegno in rilievo sulla corazza del notissimo "Augusto di Prima Porta". Più antefatti, nell'in­tro­duzione della seconda pagina.

 

ANNAEI  FLORI,  EPITOME  RERUM  ROMANARUM, lib.IV, cap.XII

 

Sub Occasu pacata FERE omnis Hispania,

nisi quam Pyrenaei desinentis scopulis inhaerentem

citerior alluebat Oceanus.

Hic duae validissimae gentes  CANTABRI  et  ASTURES

immunes imperii agitabant.

 

Cantabrorum et prior et altior et magis pertinax

IN  REBELLANDO animus fuit:

qui non contenti libertatem suam defendere,

proximis etiam imperitare tentabant

Vaccaeosque et Autrigonas crebris incursionibus fatigabant.


In hos igitur, quia vehementius agere nunciabantur,

non MANDATA expeditio, sed SUMPTA est. (ab ipsomet Augusto)

Ipse venit SEGISAMAM: castra posuit:

tripertito exercitu totam indidem amplexus Cantabriam,

efferam gentem, ritu ferarum, quasi indagine debellabat.

Nec ab Oceano quies, cum ab infesta classe

ipsa quoque terga hostium caederentur.

 

Primum adversus CANTABROS  sub moenibus Vellicae proeliatus est.

Hinc fuga in eminentissimum Vinnium montem,

quem maria prius Oceani quam arma romana ascensura esse crediderant.         

Tertio Aracillum oppidum magna vi repugnat.

Captum tamen postremo fuit.

 

Edullii Montis obsidio

(quem perpetua quindecim millium fossa comprehensum cinxit)

undique simul adeunte Romano, postquam extrema  barbari  vident,

certatim igne, ferro, inter epulas,

venenoque quod ibi vulgo ex arboribus taxeis exprimitur,

praecepere mortem;

seque pars maior a captivitate, quae videbatur, vindicavere.

 

Haec per Antistium, Furnium, Agrippam legatos

hibernans in Tarraconis maritimis Caesar accepit.   

 

Ipse PRAESENS, hos deduxit montibus, hos obsidibus adstrinxit,

hos sub corona, iure belli, venumdedit.

Digna res lauro, digna curru senatui visa est:

sed iam Caesar tantus erat,  ut posset triumphos contemnere !

 

ASTURES per idem tempus

ingenti agmine a montibus suis descenderant.

Nec temere sumptus ut a barbaris impetus:

sed positis castris apud Asturam Flumen, trifariam diviso agmine,

tria simul Romanorum castra aggredi parabant.

 

Fuisset et anceps et cruentum et ultimum mutua clade certamen,

tum tam fortibus, tam subito, tam cum consilio venientibus,

nisi  Brigaecini  prodidissent. A quibus praemonitus Carisius,

cum exercitu adveniens, oppressit consilia. 

Sic quoque tamen, non incruento certamine.

 

Reliquias fusi exercitus validissima civitas Lancia excepit:

ubi adeo certatum est, ut cum in captam urbem faces poscerentur,

aegre dux impetraverit veniam, ut victoriae romanae

STANS  potius esset quam  INCENSA  monumentum.


 

 

   DICEMBRE  27

                                                       Ancora FLORO su Augusto

 

Non è obviamente FLORO l'unica fonte di questo scorcio Romano (anche se non è poco quanto egli stesso aggiungerà nella PAGINA odierna, che prosegue senza omissis). Non tutto è oggi chiaramente rintracciabile con le sue sole informazioni.

 

Un mio stimatissimo collega, Eutimio Martino, si è cimentato in anni recenti nella quasi donchisciottesca avventura di percorrere passo passo le veneratissime e superstiti prove di quanto qui (o da altri) descritto. Ha raccolto addirittura i risultati delle sue ricerche in una "nueva lectura de las fuentes" (Roma contra Cántabros y Astures), offrendo così ai Cantabri e Asturiani di oggi una viscerale memoria storica che sarà sempre godibile in concrete gite sui luoghi sacri dell'ancestrale eroismo, nominalmente sul fossato di ben 15 chilometri, ancora percorribile in nostalgico pellegrinaggio. Qui però, a livello di "specimen antologico" di buona prosa latina, non possiamo nemmeno entrare nel campo critico nè discutere uno solo dei possibilissimi errori di Floro o di quelli che hanno preferito dar più credito ad altre fonti.

 

Noi qui ci affacieremo soltanto su un problema che non sarà proprio risolto da questa che solo intende essere una godibile Antologia.

 

Godiamoci perciò, e per incominciare, la fine di questa guerra e il sorgere di quel nuovo SOLE, che proprio qui vedremo evoluzionare verso una novissima definizione anagrafica. Quell' Ottavianus infatti, che qui appare ancora designato come Caesar, comparirà dinanzi a noi e dinanzi al Senato Romano, alla ricerca del suo definitivo nominativo storico: potrebbe essere stato ROMULUS; fu invece preferito un inedito AUGUSTUS (coniato soltanto allora e da collegarsi visibilmente con la radice, quasi sacrale, di augeo, augmentum...)

 

Non sfugga a nessuno che una sintesi storica "schiaccia" regolarmente la durata, e anche gli itinerari, di ogni evento. L’ Augustus ha "ibernato" più volte a Tarragona, e Agrippa ha dovuto soffocare, ancora lì, un rigurgito di resistenza l'anno 19. Ancora lo stesso Augusto ci è andato laggiù, per la riorganizzazione delle proprie conquiste -in Spagna e Francia- ma soltanto l'anno 13 ha potuto finalmente erigere a Roma quel notissimo e felice monumento che tutti conosciamo come l' ARA  PACIS  AUGUSTAE.  Nella quale -muro esterno, rivolto verso la tomba di Augusto- possiamo oggi leggere il meglio del Monumentum Ancyranum ( = testamento di Augusto, come riportato da un tempio del Asia Minore). Ecco le brevi parole allusive al caso nostro:

 

Cum ex Hispania Galliaque, rebus in his provinciis prospere gestis, Romam redii   Ti.Nerone P.Quintilio con­sulibus,

ARAM PACIS AUGUSTAE Senatus pro reditu meo consacrandam censuit...

 

Ritorniamo ora sul testo di Floro.


Hic finis Augusto bellicorum certaminum fuit:

idem rebellandi finis Hispaniae.

Certa mox fides et aeterna PAX,

quum ipsorum ingenio in pacis partes promptiore,

tum consilio Caesaris, qui fiduciam montium timens, in quos se recipiebat,

castra sua sed quae in plano erant, habitare et incolere iussit,

 

Ingentis esse consilii illud observari coepit.

Natura regionis, circa omnis aurifera,

miniique et chrysocollae el aliorum colorum ferax.

 

Itaque exerceri solum iussit.

Sic Astures et latentes in profundo opes suas atque divitias,

dum aliis quaerunt, nosse coeperunt.

 

Omnibus ad Occasum et Meridiem pacatis gentibus,

ad Septemtrionem quoque, dumtaxat intra Rhenum atque Danubium,

item ad Orientem, intra Cyrum et Euphratem:

illi quoque reliqui, qui immunes imperii erant,

sentiebant tamen magnitudinem,

et victorem gentium populum romanum reverabantur (SPQR !!!).

 

Nam et Scythae misere legatos et Sarmatae, amicitiam petentes.

Seres etiam habitantesque sub ipso sole Indi,

cum gemmis et margaritis, elephantes quoque inter munera trahentes,

nihil magis quam longinquitatem viae imputabant,

quam quadriennio impleverant:

et tamen ipse hominum color ab alio venire caelo fatebatur !

 

Parthi quoque, quasi victoriae poeniteret,

rapta clade Crassiana ultro signa retulere.

 

Sic ubique cuncta atque continua

totius generis humanis aut pax fuit aut pactio.

Aususque tandem Caesar, septingentesimo ab Urbe condita anno,

JANUM  geminum  cludere,

bis ante se clusum, sub Numa Rege  et victa primum Carthagine.

 

Hinc conversus ad pacem,

pronum in omnia mala et in luxuriam fluens saeculum

gravibus severisque legibus multis coercuit. Ob haec tot facta ingentia

DICTATOR PERPETUUS ET PATER PATRIAE DICTUS.

Tractatum etiam in Senatu,

an quia condidisset IMPERIUM,  R O M U L U S  vocaretur:

sed sanctius et reverentius visum est nomen  A U G U S T I

ut scilicet iam tum, dum coluit terras,

ipso nomine et titulo consecraretur.

 

 


  DICEMBRE  28

                                            Il GIUDIZIO FINALE :  quando?  come ?

 

Indubbiamente: non è una PAGINA LATINA il posto migliore per la teologia del nostro destino escatologico o finale. Ma, poiché il Latino ha convogliato per secoli i nostri più impenetrabili misteri, un campione di buon latino, anche sul vero e pro­fondo nostro umano destino, non potremo mai escluderlo.

 

E` poi chiaro che il vero GIUDIZIO non sarà mai quello di Michelangelo, come il vero inferno non sarà quello del Dante o quello dei grandisimi mosaicisti di Monreale o di Torcello. Siamo umani però, e non potremo mai fare a meno di quello che è il nostro limite, intellettivo o figurativo che sia. Voglio arrivare all'ultima conseguenza: neanche Cristo poteva fare a meno di "abbassare" il suo concreto lin­­guaggio quanto esigeva la VERITA ULTIMA ; se voleva renderla accesibile alla comprensione umana, resa cioè "compatibile" con le nostre limi­tazioni... anche linguistiche. Perciò la sue espressioni di "pecore buone a destra e pecore cattive a sinistra"... vanno valutate al contagocce!  Abbiamo capito bene il midollo delle "nostre" verità, ma faremo male a "filmare" il risultato con identiche metafore.

 

Ho letto recentemente il VIDA, quel personalissimo uomo di chiesa, che io ricordo come contem-poraneo di S.Ignazio (lo precede infatti nella nascita e lo segue di poco nella morte). Il VIDA sa dare sapore e suono virgiliano ai suoi esametri cesellati. E ci regala spesso felicissime cariche di religiosità. Perfino nel tema rigoroso e veritiero che occorre per i così detti "novissima". Volendo però darvelo nella mia normale offerta in PAGINE, mi ritrovo anche un bel motivo per raccomandarvi la lettura LATINA della Bibbia. Anzi, mi permetto un'originalità poco frequente, poiché essendo disuguale il resoconto di tre degli evangelisti, io preferisco darvi, una tantum, la cosí detta lettura "concordata" di Lohmann-Cathrein. Quindi, in una somma che mette insieme Lc 21,25-30; Mc 13,24-37; Mt 24,29-42.

 

Nella compilazione di questi testi, amalgamati però, è andata persa l'indicazione del luogo e tempo -forse diversificati- di questi ammonimenti. Supplisca perció il titolo aggiunto a questa serie di insegnamenti:

 

QUALIS  FUTURUS  SIT  ALTER  CHRISTI  ADVENTUS.

 

Statim autem post tribulationem dierum illorum

erunt signa in sole et luna et stellis.

Sol obscurabitur et luna non dabit lumen suum

et stellae cadent de caelo;  et in terris erit pressura gentium

prae confusione sonitus maris et fluctuum,

arescentibus hominibus prae timore et exspectatione

quae superveniet universo orbi;

nam virtutes caelorum commovebuntur.

 

Et tunc parebit signum Filii hominis in caelo,

et tunc plangent omnes tribus terrae.


Et tunc videbunt Filium Hominis venientem in nubibus caeli

cum virtute multa et gloria et maiestate.

Et mittet angelos suos cum tuba et voce magna,

et congregabunt electos eius a quatuor ventis,

a summo terrae usque ad summum caeli.

 

His autem fieri incipientibus, respicite et levate capita vestra,

quoniam appropinquat redemptio vestra.

 

Et dixit illis: "Ab arbore fici discite parabolam.

Cum iam ramus eius tener fuerit  et  nata fuerint folia,

scitis quia prope est aestas.  Ita et vos: cum videritis haec omnia fieri,

scitote quoniam prope, in ostiis, est Regnum Dei.

 

Amen dico vobis,

quia non praeteribit generatio haec donec omnia haec fiant.

Caelum et terra transibunt, verba autem mea non transibunt !

De die autem illa, et hora, nemo scit,

neque angeli caelorum, neque Filius, nisi solus Pater !

 

Sicut autem in diebus Noe, ita erit et adventus Filii hominis;

sicut enim erant in diebus ante diluvium, comedentes et bibentes,

nubentes et nuptui tradentes,

usque ad eum diem quo intravit Noe in arcam;

et non cognoverunt donec venit diluvium et tulit omnes;

ita erit et adventus Filii hominis.

 

Tunc duo erunt in agro: unus assumetur et unus relinquetur;

duae molentes in mola: una assumetur et una relinquetur.

Videte ergo; vigilate et orate, quia nescitis quando tempus sit,

nescitis qua hora Dominus vester sit venturus.

Attendite autem vobis, ne forte graventur corda vestra

in crapula, et ebrietate et curis huius vitae,

et superveniat in vos repentina dies illa.

Tanquam  laqueus  enim  superveniet

in omnes qui sedent super faciem omnis terrae.

Sicut homo qui peregre profectus reliquit domum suam,

et dedit servis suis potestatem cuiusque operis,

et ianitori praecepit ut vigilet !

 

Vigilate ergo (nescitis enim quando Dominus domus veniat:

sero, an media nocte, an galli cantu, an mane)

ne -cum venerit repente- inveniat vos dormientes.

Quod autem vobis dico, OMNIBUS dico.

 

Vigilate itaque, omni tempore orantes, ut digni habeamini

fugere ista omnia quae futura sunt,  et stare ante Filium hominis.


 

 

   DICEMBRE  29

                                            GIUDIZIO FINALE, versione metrica del VIDA.

 

Della personalità del Vida ho già anticipato quanto basta per contattare una così inaspettata fisionomia culturale. Sarà la sua irruenza sicuramente la qualità personale che meglio lo controdistingua. Prenderò un brano, nè lungo nè breve, quanto non mi obblighi a riformare la pagina di congedo che sarà quella di domani. Buona lettura ! Se mai la vostra vita ha un vuoto da colmare in questa che oggi viviamo "crisi di trascen­denza" benvenuto sia anche questo piccolo scossone !

 

La pagina è tratta dai già citati HYMNI DE REBUS DIVINIS, edizione ROMA 1824, pp.242 ss.

nell' Inno Dei Filio, DEO OPTIMO MAXIMO, vicino alla fine. 

 

Idem etiam effoeto cum venerit ultima mundo

tempestas, rapidis qua flagrent omnia flammis,

mortales iterum, missu Genitoris, in oras

advenies, hominum ut vitas et crimina quaeras

pro meritisque voces ad poenas et praemia quemque.

 

Te genus humanum  aspiciet  fulgere per auras

aereas, fulva in nebula, quem mille sequentur

Sanctorum hinc atque hinc acies coetusque volucrum.

 

Quatuor aere cavo ventos de partibus orbis

omnibus humanum genus huc excire iubebis.

 

Omnibus innumerae gentes a finibus ibunt

magnum in concilium, non tantum corpora viva,

verum etiam quondam defuncta cadavera vita,

ossaque ab exesis surgent rediviva sepulcris

atque iterum blandae data inibunt limina lucis.

 

Mille hominum hinc illinc acies, novaque agmina ubique

occurrent tibi per volucres liquidi aeris auras.

 

Interea magni simulator iudicis hostis

seditione potens multos sub imagine falsa

ludet, et abductos recto sub signa vocabit,

atque tibi infestas contrarius instruet alas.

 

Quem verus mundi pro talibus arbiter ausis

turbine corripiens terrae ima in viscera condes.

 

Ut vero genus humanum tot millia campis

institerint latis, victor medio ipse theatro

secernes, dextraque pios in parte locabis,

laeta gregem ceu pastor agens in pascua mites

matutinus oves semper seiungit ab haedis:

laeva autem coges sontes miserabile vulgus.


Tum caelum quoque signa dabit. Tum cardine rupto

axis uterque loco absiliet stellaeque ferentur

aethere praecipites. Tum sol ferrugine tectus

protinus amissa ceu moerens luce latebit,

lunaque obisse suum mirabitur obruta lumen.

Omnia  noctescent  tenebris caliginis atrae.

Tum flammae ultrices, vibrataque fulgura caelo

corripient subitis mortalia cuncta favillis.

Ardebunt fontes: ardebunt flumina, et alta

aequora: flammescetque auris candentibus aër:

et veter extremos considet mundus in ignes.

Tum caelo lignum venerabile sideris instar

fulgebit nostrae monimentum insigne salutis,

aethere mixta comas ramis felicibus arbos.

 

A laeva sontes et quos scelera impia dammant,

ibunt  infernos Erebi flammantis in ignes

omnes, ut sua quemque prement commissa, cremandi.

 

Dextra autem insontes, quorumve oblita piacla,

digrediens terris tecum ad tua regna vocabis,

felicem quemque in sedem quam cuique paravit

protinus a prima Pater aequus origine rerum,

insignique vehes victor super astra triumpho.

 

Salve, vera DEI soboles, rex aetheris idem

bis genite, humani generis certissima ubique

spes atque indubitata salus, lux aurea mundi,

nobiscum DEUS, interpres superumque hominumque.

Tu capitis nostri gemmis contexta corona,

ipsum tu caput et decus omne, et gloria nostra.

Tu Rex, tu nostri dux agminis inclytus ille,

quem metuunt infernae acies gens aethere pulsa.

Tu custos, vigil et magni tu pastor ovilis.

Tu medica arte potens qui vulnera nostra mederis.

Tu via, tu veri vis, tu te vita secutis.

Tu nostri fundamentum templi atque columna,

templum ipsum, et contermina vertice turris,

perque gradus ara assurgens, araeque sacerdos.

Ianua tu ac reserans caeli penetralia vectis.

Tu ratis et portus. Tu lex. Tu legifer ipse.

Tu folia evolvis signato in codice clausa

abstrusasque notas, septenaque claustra resignas.

Tu nobis nostra aversum ob commissa parentem

concilias bonus. Atque tua pro gente precando

usque assurgenti te comminus obiicis irae,

vulneraque obtendis, quae quondam es corpore passus

deditus, et laceros pro nobis detegis artus...

 

 


  DICEMBRE 30

                                            Preparate già il cenone di domani ?

                                            Questa PAGINA potrebbe essere... ecologica !

 

Un' ANTOLOGIA, se stiamo all'etimologia del vocabolo (= un mazzolin di fiori), potrebbe essere sentita come doverosamente distante dalle umane nefandezze. E la sbornia (o sbronza) -in latino ebrietas, compensata dalla sua spontanea fuga (e perciò sobrietas)  non ha niente di pregevole. Tuttavia, secondo il popolare detto italiano, può essa capitare "nelle migliori famiglie". E guarda caso, appena vergata la pagina nera di quei colonizzatori della Marylandia, fradici proprio nel giorno del Natale, mi veniva incontro nelle mie letture... una sbornia collettiva di dimensione biblica.

 

Vi darà perciò questa PAGINA l'opportunità di leggere in versione integrale un episodio del quale saranno ben pochi a ricordare impressioni che forse furono determinanti nella catechesi infantile.

 

Vi sto accennando, e qui concludo la mia introduzione, ai tempi del mitico Nabucodonosor: responsabile della grande "cattività degli Ebrei in Babilonia, e della destruzione del tempio di Gerusalemme". A questo momento però il regno è in mano ad un suo figlio, Baltassar. La sua sbornia gigante avrà un testimone di eccezionale portata storica: il profeta Daniele.

 

De libro Danielis prophetae, 5,1ss.

 

In diebus illis: Baltassar rex

fecit grande convivium optimatibus suis mille,

et unusquisque secundum suam bibebat aetatem.

 

Praecepit ergo iam temulentus

ut afferrentur vasa aurea et argentea

quae asportaverat Nabuchodonosor pater eius

de templo quod fuit in Ierusalem,

ut biberent in eis rex et optimates eius, uxoresque eius et concubinae.

 

In eadem hora apparuerunt digiti,

quasi manus hominis scribentis contra candelabrum,

in superficie parietis aulae regiae;

et rex aspiciebat articulos manus scribentis.

 

Tum facies regis commutata est, et cogitationes eius conturbabant eum,

et compages renum eius solvebantur,

et genua eius ad se invicem collidebantur.

 

Exclamavit itaque rex fortiter,

ut introducerent magos, chaldaeos et aruspices;

et proloquens rex ait sapientibus Babylonis:

"Quicumque legerit scripturam hanc

et interpretationem eius manifestam mihi fecerit,

purpura vestietur et torquem auream habebit in collo,

et tertius in regno meo erit".

 

Tum ingressi omnes sapientes regis non potuerunt 

nec scripturam legere  nec interpretationem indicare regi;

unde Baltassar satis conturbatus est et vultus illius immutatus est,

sed et optimates eius turbabantur.

 

Igitur introductus est DANIEL coram rege: ad quem praefatus rex ait:

 

" Tu es Daniel, de filiis captivitatis Iudae,

quem adduxit pater meus rex de Iudaea ?

Audivi de te quoniam spiritum deorum habeas,

et scientia intelligentiaque ac sapientia ampliores inventae sunt in te.

Et nunc introgressi sunt in conspectu meo sapientes magi

ut scripturam hanc intellegerent et interpretationem eius indicarent mihi,

et nequiverunt sensum huius sermonis edicere; porro ego audivi de te

quod possis obscura interpretari et ligata dissolvere.

Si ergo vales scripturam legere et interpretationem eius indicare mihi,

purpura vestiéris et torquem auream circa collum tuum habebis,

et tertius in regno meo princeps eris."

 

Ad quae, respondens Daniel, ait coram rege:

 

"Munera tua sint tibi, et dona domus tuae alteri da;

scripturam autem legam tibi, rex, et interpretationem eius ostendam tibi.

 

Haec est autem scriptura quae digesta est:

 

MANE, THECEL, PHARES.

 

Et haec est interpretatio sermonis:

MANE, numeravit Deus regnum tuum et complevit illud:

THECEL, appensus es in statera et inventus es minus habens.

PHARES, divisum est regnum tuum et datum est Medis et Persis".

 

Tum, iubente rege, indutus est Daniel purpura

et circumdata est torques aurea collo eius,

et praedicatum est de eo

quod haberet potestatem tertius in regno suo.

 

Eadem nocte interfectus est  BALTASSAR,  rex Chaldaeus,

et Darius Medus successit in regnum,  annos natus sexaginta duos.

 

 


  DICEMBRE  31 

                                                         Aristoteles, Aristarco !!

  

La giornata odierna sembra obbligata per scambiarsi i migliori augu­ri: per chiudere in bellezza un'anno che sprofonda forse nel "nulla di fat­to", e aprire l'animo, o le vele, alla speranza di un'altro migliore. Mi sento perciò nel dovere di stare alle buone regole e scambiare con i miei lettori, nell'ultima pagina, un gentile pensiero.

 

Ricordo, a chi forse la conosce meglio di me, questa augurale formula, abba­stanza usuale tra umanisti : Aristo teles vuol dire BUONA FINE, e Arist arco BUON INIZIO. Avete quindi ben capito! e ve lo pro­nuncio per conto mio con tutto il cuore: ARISTOTELES, ARISTARCO = Buon cenone oggi;  Augurale BUON ANNO, domani !!!

 

Questo pensiero mi viene incontro nel modo più naturale per la data odierna. Proviene dalla pagina stes­sa che oggi ci offre la LITURGIA HORARUM: un'ottimistico ed esultante brano della Ecclesiastica Historia  di Eusebio di Cesarea.

 

Un respiro di serenità? Un'insufficiente overdose di speranza? Dipende­rà dal­la profondità della vostra lettura. Seneca si orientava verso tempi migliori al solo pensiero di dover riorientarsi definitivamente eo unde lucet. Ricono­sce­rete almeno a questa pagina il pregio augurale di dilata­re la nostra pupilla fino a farci percepire i primi bagliori di quella che potrebbe essere un'alba nuova, un passo avanti nell'avventura della vita. La quale vorrei fosse per tutti -vi riporto ancora parole di un Seneca cosmonauta- una trionfale immersione nel divino, in mezzo alle galassie, illuminate tutte a festa. Quantus ille fulgor, tot sideribus inter se lumen miscentibus ! (cf.BREVITER, Dicembre 13).

 

Con lo stesso pienone di ottimismo ci si presenta oggi Eusebio, quando, finite le persecuzioni, respira ormai a pieni pulmoni l'aria della normalità. Una pagina che ha lo stesso osiggenante effetto del nostro  TEDEUM (TE, DEUM)  invitandoci ad un più deciso e religioso impegno .

 

 

EUSEBIO  DI  CESAREA, Ecclesiastica historia, PG 20, 842‑847, oppure l.c.

 

 

De omnibus gloria sit Omnipotenti Regique omnium DEO.

Gratia item Servatori ac Redemptori animarum nostrarum IESU CHRISTO,

per quem precamur ut pax nobis firma et stabilis, immunisque

tum ab externarum rerum

tum ab omnibus animi molestiis ac perturbationibus

perpetuo conservetur.

 

Iamque dies serenus ac liquidus, nulla amplius nube fuscatus,

Ecclesias Christi toto orbe diffusas

caelestis LUCIS splendore illustrabat.


Licebatque, iis etiam qui a coetu religionis nostrae alieni essent,

si non iisdem frui nobiscum,

at certe partem aliquam et quasi effluxum percipere

eorum bonorum quae nobis a Deo fuerant procurata.

 

Nobis vero praecipue, qui spem omnem in CHRISTO positam habemus,

incredibilis quaedam inerat laetitia,

et divina quaedam hilaritas in omnium vultu emicabat,

cum loca cuncta, quae tyrannorum impietas paulo ante subruerat,

tamquam ex diuturna ac pestifera labe reviviscere videremus:

templaque rursus a solo in immensam altitudinem erigi,

et longe maiore cultu ac splendore

quam illa quae prius expugnata fuissent nitescere.

 

Votivum enim nobis ac desideratum spectaculum praebebatur,

dedicationum scilicet festivitas per singulas urbes,

et oratoriorum recens structorum consecrationes.

 

Ad haec,  Episcoporum conventus;

peregrinorum ab externis et procul dissitis regionibus concursus;

populorum mutua inter se caritas ac benevolentia,

cum MEMBRA CORPORIS CHRISTI in unam compagem coalescerent.

 

Itaque iuxta propheticum oraculum,

quo ea quae ventura erant sub arcana quadam imagine praedicebantur:

os aptabatur ossi, et iunctura iuncturae,

et quaecunque alia idem propheticus sermo

sub obscuris verborum involucris vere utique pronuntiavit.

 

Una erat  DIVINI SPIRITUS  virtus  per universa commeans membra:

una omnium anima; eadem alacritas fidei;

unus omnium concentus  DIVINITATEM  hymnis celebrantium.

 

Iamvero antistitum absolutissimae caerimoniae

et accurata sacrificia sacerdotum

et divini quidam augustique Ecclesiae ritus,

hinc Psalmos canentium

et reliquas nobis divinitus traditas voces auscultantium:

illinc divina et arcana obeuntium ministeria.

 

Mystica quoque Salutaris Passionis symbola tradebantur.

 

Denique omnis aetas et promiscua utriusque sexus multitudo,

toto pectore precationibus et gratiarum actionibus incumbens,

cum summa animorum laetitia  DEUM  bonorum auctorem venerabatur.          

 

( Non vi perdete il BIS  finale !)


Un ultimissimo BIS da concerto, in onore di SANTA CECILIA.

 

ACCENNAVO, in una precedente citazione del Petrarca (Dic.14), ad una che a me sembrava "goliardica sfida di lessico latino(?)" sul tema della VITA. E mi sembrava anche doverosa la ricerca di qualche antitossina, di qualcosa più digeribile, proveniente da quei tempi di indiscussa sete di martirio, in vigore nelle comunità cristiane del periodo delle grandi persecuzioni... Forse l'anonima Passio Sanctae CAECILIAE non sia nemmeno databile : ma indubbiamente, anche così, quadra per me affibiarla alla fede totale di quelle primitive comunità cristiane, fiere di darne una testimonianza... che magari fossimo noi capaci di trasmettere ai troppi miscredenti del nostro tempo. Mi sembra sia sufficiente questa introduzione per augurarvi, con l'inizio di un nuovo secolo, la migliore prolunga del GRANDE GIUBILEO. Giovanni Paolo II ce l’ha detto con una ben più efficace metafora :  DUC IN ALTUM !

 

Dati cronologici di questa PASSIO? Vorremmo averli trovati, ma i migliori ricercatori si sono arresi, e si accontentano di dirci: temporibus Diocletiani; quindi mettete un interrogativo 222-230 circa? e gustiamoci questa PAGINA "di sapore antico".  Cecilia -mentre il promesso sposo e il futuribile cognato si stanno ancora iniziando alla fede cristiana-  offre loro la sua sicurezza da brava cate­chista.  Eccola ora, con in mano l'arduo punto della VITA FUTURA !

 

Dicit ei Caecilia:

Si ista esset una vita, et non alia,  iuste ISTAM perdere timeremus.

Si autem est vita longe HAC MELIOR

et quae numquam finire potest, ut quid  ISTAM  perdere timeamus

quando per huius perditionem ad  ILLIUS  adquisitionem attingimus ?

 

Tiburtius respondit:

Adhuc nunquam hoc audivi:  ergo est alia VITA praeter istam ?

 

Dicit ei Caecilia:

et hoc quod in mundo vivitur VITA est ?

in qua humores tumidant, dolores extenuant, ardores exsiccant,

aëres morbidant, escae inflant, ieiunia macerant, ioci solvunt,

tristitiae comsumunt, solicitudo  coarctat, securitas hebetat,

divitiae iactant, paupertas deiicit,

iuventus extollit, senectus incurvat, frangit infirmitas,

maeror consumit... et his omnibus MORS furibunda succedit

et iam universis gaudiis carnalibus finem ponit

ut, cum esse desierit, nec fuisse putetur ?

Pro nihilo enim computatur iam omne quod  NON  EST !

ILLA autem vita quae ISTI vitae succedit

aut perpetuis tribulationibus datur iniustis,

aut aeternis gaudiis iustis offertur.

 

Respondit Tiburtius.

Et quis ibi fuit, et huc veniens, nobis potuit hoc indicare

ut merito possimus ista asserentibus credere ?

 

Tunc beata Caecilia, erigens se, stetit et cum magna constantia dixit:


Caeli terraeque, maris ac hominum ac volucrum,  repentium pecudumque

CREATOR,  ex semetipso  antequam ista omnia faceret,

genuit  FILIUM  et protulit ex virtute sua  SPIRITUM SANCTUM.

Filium ut crearet omnia,  Spiritum ut vivificaret  universa.

Omnia quae facta sunt Filius ex Patre genitus condidit,

universa autem quae condita sunt

ex Patre procedens Spiritus Sanctus animavit.

 

Dicit ei Tiburtius: certe unum DEUM asseritis;

quomodo nunc TRES esse testaris ?

 

Respondit Caecilia:

Unus DEUS est in maiestate sua, quem ita in Sancta Trinitate dividimus.

ut uno in homine dicimus esse Sapientiam,

dicimus habere INGENIUM, MEMORIAM,  INTELLECTUM.

Nam INGENIO adinvenimus quod non didicimus,

MEMORIA tenemus quod docemur,

INTELLECTU advertimus quidquid vel videre nobis contigerit vel audire.

Quid modo facimus ?

Numquid non ista tria una SAPIENTIA in homine possidet ?

Si ergo homo in una Sapientia trium possidet nomen,

quomodo non DEUS OMNIPOTENS

in una deitate sua TRINITATIS  obtineat maiestatem ?

 

Tunc Tiburtius prostratus in terra coepit clamare dicens:

Non mihi videtur humana lingua rationem reddere,

sed puto quod Angelus Dei per os tuum loquatur !

 

Et cum multas gratias ageret, quod breviter

UNUM DEUM esse in TRIBUS PERSONIS evidentius ostendisset,

conversus ad fratrem suum dixit:

 

De Deo Uno mihi satisfactum esse confiteor,

superest ut ad inquisitionem meam, ut coeperat, sermo percurrat.

 

Caecilia dixit: de his mecum loquere

quia tirocinii tempus fratrem tuum  tibi prohibet dare responsum.

Me autem, quam ab ipsis cunabulis Christi sapientia docuit,

ad quancumque causam quaerere volueris,

imparatam habere non poteris.

 

Dicit ei Tiburtius: Haec inquisivi:

quis inde huc veniens, aliam quam nobis indicatis VITAM ostendit ?

 

Caecilia dixit:

Unigenitum Filium suum de caelis Pater

per Virginem misit ad terras;

qui stans super Montem Sanctum,

clamavit voce magna dicens: VENITE AD ME POPULI .

Currit ad eum omnis sexus, omnis aetas omnisque condicio...