OTTOBRE 1

   O T T O B R E

 

                                         I N D E X

 

 

    1  Tre Santi in una stanza (Proprio a Montmartre!)                                Fabro

    2  Angeli Custodi                                                                                          Seneca

    3  A suo modo, Seneca aveva una sua devozione                                   idem

 

    4  Anticipiamo una Pagina sull'America                                               Sacchini

    5  e sulla metodologia SJ nell'evangelizzazione                         Rod.de Mello

    6  Analoga in qualche modo a quella in Cina                                          Bartoli

 

    7  Viviamo oggi i preparativi di LEPANTO nell'Escorial          Ambr.Morales

    8  LEPANTO in diretta (+ il Farnese, di Strada)                              Fam.Strada

    9  CARLO V... seppe dare spazio ai "rimorsi" ?                                          idem

  10  Si toleravano ai GRANDI le debolezze sessuali ?                                idem

  11  Filippo scopre un fratellastro, nel Monte di Torozos.                           idem

  12  L'abdicazione di Carlo V a Bruxelles                                                         idem

  13  L’inmediata  istaurazione di Filippo II di Spagna.                                   idem

 

  14  La riforma del Calendario (1582).                                                   Erythraeus

 

  15  Rientriamo nel nostro ZOO. Con le industriose api                      Mendoça

  16  Crudeli... con quell'anitra al torcicollo !                                          Erythraeus

  17  Saltiamo all'Africa: io sto con gli elefanti                                              Silveira

  18  Non dimentichiamo che per passare le Alpi...                                  Tito Livio

  19  Annibale seppe allenarli nel Rodano                                                         idem

  20  Con spettacolarità strategicamente gonfiata.                                           idem

 

  21  Un "elefante bianco" nel Regno di Pegu (India 1599)                        Iarricus

  22  Altro preferirà gli ippopotami.                                                                 Godinho

  23  Altri le megattere ad alto tonellaggio                                                        Maffei

 

  24  Oppure, in Africa, lo zoo umano del MONOMOTAPA !                    Godinho

  25  Un omuncio insignificante, ma fantasioso                                               Idem

  26  Che voleva essere l'Eolo della mitologia africana !                                Idem

  27  Si diceva perfino "padrone delle nuvole"                                                  Idem

 

  28  Rientriamo in Europa con i GERMANI di Tacito                                   Tacito

  29  Che per loro dimostra una simpatica ammirazione                                idem

 

  30  La Confoederatio Helvetica di Vercingetorice = CH                             Kollar

  31  Anche il Tirolo e l'Alto Adige connobbero il latino.                                idem

 

 

 


       OTTOBRE  1

                                                Tre Santi in una stanza

                                                come studenti alla Sorbona, 1529

 

Alla Sorbona i corsi universitari di quel tempo erano più puntuali di quanto noi, universitari del 1953-56, abbiamo vissuto, ad esempio, nella mia Alma Mater di Padova, dove lo slogan UNIVERSA UNIVERSIS PATAVINA LIBERTAS  consentiva per­­­fi­­­no ai Professori di annunziare -il 1º novembre- che le loro lezioni sarebbero cominciate "regolarmente"... il 18 novembre.

 

Il 1º Ottobre, per gli studenti -ugualmente goliardici- della Sorbona, era SAN REMIGIO, identificato a livello universitario con la data fissa "da sempre", di stare attento al calendario e mettersi in moto verso le scuole.

 

Ecco ora la pagina che in me ha suscitato la voglia di aprire un varco, in questa data precisa, tra le Pagine latine già regolarmente posizionate per tutto il mese di Ottobre. Leggevo infatti il Memoriale del Beato Fabro -biografia spirituale di uno dei primi compagni di S.Ignazio di Loyola-, quando ecco dove mi trovo insie­me TRE SANTI di mia devozione: il Loyola, il Saverio e il Fabro, tutti e tre al­loggiati in una piccola stanza di chi sa quale "pensione" vicina al Collegio di Santa Barbara, nel Quartier Latine di Parigi.

 

La Pagina prescelta vi renderà interessante tutto il contesto. Che sarà per voi più chiaro se prima vi dico chi era questo FABRO, non da tutti conosciuto. Un Savo­iardo, oggi citato tra noi come "il Beato Fabro" perché anche se un regolare processo fu desiderato da Pio IX, qui eum titulo et cultu caelicolarum honorari volebat, toccò allo stesso Papa, in tempi agitati, autorizzare "in  forma equi­valente" lo stesso culto. 

 

Questo Pietro Fabro (1506-1546) era già a Parigi fin dal 1525; e quando sta vergando i propri ricordi, ci dirà con precisione che l'anno 1529, aetatis meae vigesimo tertio, decima die ianuarii, creatus sum Baccalaureus in Artibus; et post Pascha, Licentiatus sub Magistro Joanne Penna, maximo in Medicina.

 

Siamo ormai nella linea giusta per iniziare la lettura del suo devotissimo reso­conto, dal quale risulta che il primo beneficio allora ricevuto dalla Provvidenza, fu quello di trovarsi a spartire stanza col Saverio: e che questa fortuna si protrarrà per tre anni e mezzo: dando mihi scilicet talem praecep­torem talemque societatem, qualem inveni in suo cubiculo, dico autem maxime, de Magistro Fran­cisco Xaverio, qui est de Societate Iesu. Stando così le cose, è inteso che il latino è tutto suo.  Ecco in arrivo il terzo "compagno di stanza", futuro Santo anche lui.

 

 

Hoc anno -1529- venit  IGNATIUS,

ut esset in eodem Collegio Sanctae Barbarae et in eodem cubiculo,

volens nobiscum ingredi cursum artium in Sancto Remigio sequenti.

Erat autem supra dictus Magister Xaverius id oneris suscepturus.


Benedicta sit in aeternum Divina Providentia,

quae sic ordinavit in meum bonum et salutem !

Cum enim ab illo fuisset sic ordinatum,

ut ego docerem praedictum sanctum virum,

consecutus sum eius exteriorem conversationem, deinde vero interiorem.

 

Qui cum simul viveremus in eodem cubiculo

et eadem mensa,  eadem bursa esset,

ipse mihi fuit in spiritualibus praeceptor,

dans modum ascendendi in cognitionem divinae voluntatis et propriae.

Tandem facti sumus unum in desideriis et voluntate,

iunctoque proposito eligendi hanc vitam quam nunc habemus,

quicumque sumus aut unquam fuerint de hac Societate,

qua non sum dignus.

 

Det mihi divina Clementia gratiam ad bene memoranda et ponderanda

beneficia quae hoc tempore per hunc virum mihi Dominus noster contulit;

praecipue vero quod mihi dederit primum intelligere conscientiam meam,

tentationes et scrupulos quibus tanto tempore detentus fueram,

non sciens nec intellegens aut inveniens viam qua possem quiescere.

 

Erant autem scrupuli ex timore

quod a multo tempore non fuissem bene confessus de peccatis;

quibus adeo vexabar,  ut libenter in remedium elegissem in desertum ire,

herbis ibi semper et radicibus me nutriendo;

tentationes autem, de foedis malisque imaginationibus carnalibus,

suggerente spiritu fornicationis,

quem tunc non cognoscebam per spiritum.

Sed mihi Ignatius consuluit  ut confiterer primum generaliter

doctori Castro, et deinde, singulis hebdomadis,

sumendo etiam Eucharistiam,

dans ad id examen quotidianum conscientiae.

necdum enim volebat me in aliis exercitiis ponere,

etiamsi haberem ad ea permagnum a Domino desiderium.

Sic nobis transierunt quatuor circiter anni,

in tali conversatione et animo, conversando etiam cum aliis.

Proficiebamque ego in Spiritu quotidie,

et gratia aliorum et gratia mei ipsius;

probabarque in multis flammis, in aquis tentationum,

multis quidem annis, et fere usquequo Parisiis discessi;

in vana gloria, in qua mihi Dominus dedit magnam cognitionem

mei ipsius meorumque defectuum:

permittens me in eisdem nimium profundari et angustiari,

in remedium vanae gloriae; et ita sola sua gratia,

mihi dedit in hac materia multam pacem...  

 

 


  OTTOBRE  2

                                                            Oggi: gli ANGELI CUSTODI !

                                                            Con un Seneca che ci crede...

                                                            e che... qualcosa ne aggiunge !

 

La festività cristiana degli ANGELI, probabilmente un pò dimenticata nella frastor­nata baraonda in cui ci è toccato oggi di vivere, e senza una precisa "lunghezza d'onda" attraverso la qua­le parla­re o pregare col proprio CUSTODE, mi ha fatto venire in mente un brano di Seneca, in un contesto già da me saccheggiato altrove. E ve lo riporto volentieri, perchè è anche bello arricchire da altri angoli quelle nozioni, sperdute forse per sempre tra gli annebbiati ricordi di una catechesi ormai troppo distante.

 

Non vi voglio rubare altro tempo per l'introduzione: sarà più efficace la sfida che direttamente ci arriva dai tempi lontani. Come d'abitudine, vi sminuzzerò la lettura dei primi paragrafi della lettera 110 Ad Lucilium, nella quale i nostri ANGELI CUSTODI sono per questo religiosissimo pagano DIVINITA'  PAEDAGOGICHE, qualcosa  che suonerebbe come “divinità di seconda categoria” ma che in greco risulta parola efficacissima, perché  Paedagoghein  =  puerum ducere vel educare. Del resto. Anche S.Bernardo a suo tempo ci dirà, parlando con Dio:  Beatos spiritus  propter nos mittis in ministerium, custodiae nostrae deputas, nostros fieri iubes paedagogos  (nel brano liturgico di oggi , che è tolto dal Sermo 12, sui Psalmi) .

 

Ex  Nomentano meo te saluto et iubeo te habere mentem bonam,

hoc est, propitios deos omnes,

quos habet placatos et faventes quisquis sibi se propitiavit.

 

Sepone in praesentia quae quibusdam placent:

unicuique nostrum PAEDAGOGUM dari DEUM,

non quidem ordinarium, sed hunc, inferioris notae, ex eorum numero

quos Ovidius ait "de plebe deos".

 

Ita tamen hoc seponas volo

ut memineris maiores nostros, qui crediderunt, Stoicos fuisse:

singulis enim et GENIUM et IUNONEM dederunt.

 

Postea videbimus an tantum diis vacet ut privatorum negotia procurent :

interim illud scito, sive adsignati sumus sive neglecti et fortunae dati,

nulli te posse imprecari quidquam gravius

quam si imprecatus fueris ut se habeat iratum.

 

Sed non est quare cuiquam, quem poena putaveris dignum,

optes ut infestos deos habeat:

habet -inquam- etiam si videtur eorum favore produci.

 

Adhibe diligentiam tuam et intuere

quid sint  RES NOSTRAE,  non quid vocentur:

et scies plura mala contingere nobis quam accidere.


Quoties enim FELICITATIS et causa et initium fuit

quod CALAMITAS vocabatur ?

Quoties magna gratulatione excepta res gradum sibi struxit in praeceps

et aliquem iam eminentem adlevavit etiamnunc,

tamquam adhuc ibi staret, unde tuto cadunt ?

Sed etiam illud "cadere" non habet in se mali quidquam,

si exitum spectes, ultra quem natura neminem deiecit.

PROPE est rerum omnium terminus, prope est -inquam-

et illud unde felix eicitur, et illud unde infelix emittitur:

nos utraque extendimus et longa, spe ac metu, facimus.

Sed si sapis, omnia humana condicione metire:

simul et quod gaudes et quod times contrahe !

Est autem tanti nihil diu gaudere, ne quid diu timeas ?

Sed quare istud malum adstringo?

Non est quod quicquam timendum putes:

vana sunt ista quae nos movent, quae attonitos habent.

Nemo nostrum quid veri esset excussit, sed metum alter alteri tradidit:

nemo ausus est ad id quo perturbabatur accedere

et naturam ac bonum timoris sui nosse.

Itaque res falsa et inanis habet adhuc fidem, quia non coarguitur.

Tanti putemus oculos intendere:

iam apparebit quam brevia, quam incerta, quam tuta timeantur.

Talis est animorum nostrorum confusio, qualis Lucretio visa est:

                        nam veluti pueri trepidant atque omnia caecis

                        in tenebris metuunt, ita nos in luce timemus.

 

Quid ergo? non omni puero stultiores sumus qui IN LUCE timemus ?

Sed falsum est, Lucreti :

non timemus in luce: omnia nobis fecimus tenebras ! 

Nihil videmus, nec quid noceat nec quid expediat:

tota vita incursitamus

nec ob hoc resistimus aut circumspectius pedem ponimus.

Vides autem quam sit furiosa res in tenebris impetus !

At mehercules id agimus ut longius revocandi simus,

et cum ignoremus quo feramur,

velociter tamen illo quo intendimus, perseveramus.

 

Sed lucescere, si velimus, potest. Uno autem modo potest,

si quis hanc humanorum divinorumque notitiam scientia acceperit,

si illa se non perfuderit sed infecerit,

si eadem, quamvis sciat, retractaverit et ad se saepe retulerit,

si quaesierit quae sint bona, quae mala,

quibus hoc falso sit nomen adscriptum,

si quaesierit de honestis, et turpibus, de providentia.

 

 


  OTTOBRE  3

                                                Quale la profondità di Seneca ?

 

Forse avete smarrito il passo mentre leggevate le sue complesse riflessioni su quelli che noi abbiamo voluto recepire come le prime sue nozioni sui nostri ANGELI CUSTODI. Ma quando, proprio nell'ultima riga della precedente PAGINA è comparso il nome della PROVVIDENZA, siete rimasti scioccati.

 

A questo punto anch'io ero tentato di troncare il seguito... ma rileggendolo con calma, ho pensato che anche tra quei pochi che si fermeranno su queste letture, difficili in ogni caso, vorranno tentare sè stessi, se mai siano capaci di seguire testi cosi lavorati senza il tradizionale aiuto della traduzione. Perciò, coraggio e avanti !

                    

Non vi tirate indietro; anche se non tutto vi risulterà trasparente, la profondità di certe frasi vi darà la vertigine, e vi porterà alla fine la sorprendente costatazione che Seneca è un'autore di ben altra qualità da quanto ci è stato tramandato da generazioni di amici o nemici che, il più delle volte, hanno avuto di lui soltanto una conoscenza indiretta e la critica passionale di chi di lui ha visto soltanto qualche superficiali dissonanza. E vi sottolineo due parole su Dio, che da sole vi danno la risposta al tono interrogativo del mio titolo: quale profondità !

 

Essendo ancor lunghe le altre due PAGINE possibili, qui vi dovrò lasciare. La terza e ultima parte di questa medesima lettera ve l'ho già imbastita nel BREVITER, nella data AGOSTO 19. Ad ogni modo, poiché sull'argomento RICCHEZZE il nostro Seneca ritorna volentieri, ritornerò anch'io, strappando proprio altri due brani alla più specifica LETTERA 115. Per ora accontentiamoci di quanto vi annunciavo, di questa.

 

 

Nec intra haec humani ingenii sagacitas sistitur:

prospicere et ultra mundum libet,

quo feratur, unde surrexerit,

in quem exitum tanta rerum velocitas properet.

 

Ab hac divina contemplatione abductum animum

in sordida et humilia pertraximus,

ut avaritiae serviret,

ut relicto mundo terminisque eius

et dominis cuncta versantibus, terram rimaretur

et quaereret quid ex illa effoderet, non contentus oblatis.


Quidquid nobis bono futurum erat,

DEUS et  PARENS NOSTER  in proximo posuit.

Non exspectavit  inquisitionem nostram,  sed ultro dedit :

nocitura in alto pressit.

 

Nihil nisi de nobis queri possumus:

ea quibus periremur, nolente rerum natura et abscondente, protulimus.

Addiximus animum voluptati,

cui indulgere initium omnium malorum est;

tradidimus ambitioni et famae, ceteris aeque vanis et inanibus.

 

Quid ergo nunc te hortor ut facias ?

Nihil novi -nec enim novis malis remedia quaeruntur- sed hoc primum:

ut tecum ipse dispicias quid sit necessarium, quid supervacuum.

 

Necessaria tibi ubique occurrent:

supervacua et semper et toto animo quaerenda sunt.

Non est autem quod te nimis laudes

si contempseris aureos lectos et gemmeam supellectilem :

quae est enim virtus supervacua contemnere ?

Tum te admirare cum contempseris necessaria.

 

Non magnam rem facis

quod vivere sine magno apparatu potes,

quod non desideras milliarios apros nec linguas phoenicopterorum

et alia portenta luxuriae iam tota animalia fastidientis

et certa membra ex singulis eligentis;

tum te admirabo si contempseris etiam sordidum panem,

si tibi persuaseris

herbam, ubi necesse est, non pecori tantum, sed homini nasci;

si scieris cacumina arborum explementum esse ventris,

in quem sic pretiosa congerimus tamquam recepta servantem.

 

Sine fastidio implendus est: quid enim ad rem pertinet quid accipiat,

perditurus quidquid acceperit ?

 

Delectant te disposita quae terra marique capiuntur,

alia eo gratiora si recentia perferuntur ad mensam,

alia si diu pasta et coacta pinguescere fluunt

ac vix saginam continent suam:

delectat te nidor  horum, arte quaesitus.

At mehercules ista sollicite scrutata varieque condita,

cum subierint ventrem, una atque eadem foeditas occupabit.

Vis ciborum voluptatem contemnere ? exitum specta !

 

 


  OTTOBRE  4                                                

                                    L'AMERICA !!!

                                    Altro modo di vedere la scoperta dell'America

 

Avevo predisposto questa pagina per il BREVITER, 12 ottobre. Trovata in seguito la pagina del Bembo, ricupero questa... che darà un altro tono alle riflessioni commemorative. Perché ci sono buoni motivi per guardare non ai riflessi borsistici, bensì in altra direzione. Preferiamo scegliere la partenza della prima spedizione di ge­suiti verso il Perù, voluta dal Generale S.Francesco Borgia. Trattasi qui di otto coraggiosi uomini, scelti da lui, due a due, dalle quattro Provin­ce spagnole del 1567 (Toledo, Andalusia, Aragona e Castiglia). Il primato però dei gesuiti appartiene a quegli altri tre, che erano partiti da Belém (Lisboa) verso il Bra­sile diciotto anni prima, il 1º febb. 1549.

 

Il testo di cui ci serviamo è quanto mai permeato di una sprizzante gioia, quella del cronista, felice di poter raccontarci fatti di così nobile responsabilità storica.

 

Nell'ospitare qui una pagina antologica, non possiamo fare a meno di pensare alle incontabili, che giacciono nelle cronache di altre famiglie religiose, che nelle Americhe sono giunte in pole position. Esse, quando nascono in 1540 i primi gesuiti, so­no già al lavoro negli sterminati spazi del Nuovo Continente. I Francesca­ni dal 1524; due anni dopo partivano i primi Dome­nicani; ai quali seguiva­no, nel 1530, i Mercedari. I primi Agostiniani erano partiti da Siviglia nel feb. 1533; altri nel 1535; qualcuno fa risalire a  565 gli Agostiniani all'inizio del nuovo secolo.

 

Ritorniamo ora all'annunciata partenza di questi gesuiti, da Siviglia

-inrealtà, a Sanlúcar de Barrameda-; il nostro autore ci darà in seguito anche  la descrizione dell'idil­liaca vita che quegli uomini di Dio sarebbero ri­usciti a organizzare a bordo. (Ve l'anticipo, in omaggio)

 

Procul ab eo navigio iurgia, rixae, contumeliosa Deo vel Superis dic­ta;

procul ioci petulantes ac ludi.

Tota vidisses navi fervere quasi offi­cinam religionis:

nautas, modo cum globulorum sertis in manu,

modo quater­nos aut quinos de pio libello audientes,

modo de catechismo sermones

qui singulis diebus mane ac vesperi explicabantur, inter se conferentes;

pari­que studio nobiliores, quibus inserebat se quoque Portillus (il Prov.),

vel Sanctorum vitas vel pium quodpiam Ludovici Granatensis volumen

terentes vel de rebus ad religionem spectantibus colloquentes;

ut venuste conquererentur surripi furtim sibi dies

nec spatii ad ludendum quidquam re­linqui !...

Prorsus totus dies non sanctissime modo,

sed etiam suavissime exigebatur...

In hac varietate piarum actionum ita iucunde navigabatur

ut non in Peruviam sed in caelum instituta profectio videretur.

 

(Vi suggerisco di rileggere -nel BREVITER- la pag.del 30 genn."I Novizi in concert".

Ma ora, come annunciato, torniamo indietro e vediamo questa partenza tutta "andalusa").

 

SACCHINI, Hist.S.I. p.III, L.III, n.266 ss


Iam stabant in Sancti Lucae portu mox conscensuri,

cum inhorruit subito mare: gravisque coorta tempestas

per octo perpetuos dies tetrum in modum desaeviit,

tamquam, ad incutiendum terrorem,

quos darent sese in casus, in quae ultro pericula ruerent, ostentaret.

 

Sed viros fortes, conspecta in laudandis coeptis discrimina,

cautos, non timidos, reddunt.

 

Ea specie irati maris animosa cohors,

tamquam voce admonita ut ad omnem parata eventum

ventis se ac fluctibus crederet ;

cum confessione generali asceticoque secessu

veterem erasisset hominem ac novum novo vigore complesset,

tum sese partim obedientiae fiducia,

partim exemplis hominum (quos MORTALIS LUCRI causa

in easdem procellas tendentium stimularet)

tempestates AETERNAE mercaturam QUIETIS

adeoque pretiosa pericula amabat potius quam horrebat.

 

Kalendis Novembribus, die Sanctorum universitati sacro,

placidius se aequor ostendit

navigiorumque et audaciae humanae patiens.

Itaque eo die adornata profectione,  postridie,

vectoribus prope cunctis nautisque  divino refectis viatico, vela fecerunt.

 

Abunde Philippus Rex ad viae impensas et vestimenta,

simulque ad bibliothecam ac supellectilem sacram suppeditavit:

negotio dato Peruviis magistratibus

ut in Urbe Regum (quae eadem Lima dicitur et est Peruviae princeps),

ad aedificium quoque situm attribuerent:

quibusque beneficiis ex regia liberalitate

ceterae religiosorum familiae fruerentur,

eorum omnium novus hic ordo particeps fieret.

 

Insignem quoque Hispalenses matronae

in veste lintea alioque apparatu sacro

et rebus quae aegris languidisque inter navigationem levandis usui forent

prope per vim obtrudendis, caritatem aperuerunt...

 

Amabant scilicet ea ratione collaborare Evangelio

et caelestium thesaurorum quos sacri mercatores quaesitum ibant

in partem aliquo pacto venire.

 

Unica tum ibat navis...

 

 


  OTTOBRE  5

                                                Metodologia dei gesuiti

                                                nell'evangelizzazione delle Americhe

 

Era implicita, nella mia presentazione della pagina del 12 ottobre, la mia speranza di trovare, in chi sa quale opera, opuscolo, o diatriba che dir si voglia, purché scritta a caldo e possibilmente in tono polemi­co, una qualche metodica descrizione dell'intera impresa missionaria, di cui furono principali protagonisti la Spagna e il Portogallo.  Il momento è scoccato nel modo più impensato, dopo aver maturato la decisione di non ritoccare più l'intero mosaico del BREVITER SED QUOTIDIE, ormai consegnato alla "memoria magne­tica" all' INTERNET.

 

In uno degli scaffali della nostra biblioteca, dove pochi giorni fa allungavo le mani su voluminosi libri latini, oltre alla JOSEPHI ANCHIETAE VITA, del BERETTA­RI (Beretarius, del quale Vi ho offerto poche brevissime "inserzioni" nel­le pagine appena ritoccate) mi balzava anche un' ANONIMA biografia sul non molto noto EMMANUEL CORREA SJ. Orbene, in questa operetta -da ANONI­MO editore a Fano 1789- compaiono anche altre ANONIME ma ro­venti ANIMAD-VERSIONES, con le quali però l'autore si premura a dirci espli­citamente: 

 

Fortasse, humanissime lector, haec ubi leges,

continuo in men­tem tibi veniet suspicari, me unum Jesuitarum esse.

Ut ingenue fatear, Je­suita non sum,

nec mea quidquam interest sursumne an deorsum Jesui­ta­rum res agantur.

Uno veritatis amore ducor !

 

Sarà vero ? Posso aggiungervi che, con l'aiuto delle sicure fonti a nostra disposizione, questo ANONIMO risulta essere il gesuita peruviano Jo­sé Rodríguez de Mello, nato nel 1704, riportato a Roma nel 1759 dalle pri­me avvisaglie della "grande persecuzione" (scrisse la biografia nel 1766), e qui morì nel 1783, quando ormai poteva ben iurare che "gesuita proprio non era" perché l'ordine era stato cancellato.

 

Ciò premesso, leggeremo ora questa bella pagina, avventurosamente ri­trovata. Invece di polemizzare con la nostra mentalità odierna sull'opera­to dei nostri maggiori nella colonizzazione ed evangelizzazione dell'Ameri­ca, cerchiamo di capire come la pensavano i protagonisti. A nome però di quelli:

 

Qui praeclara et luculenta in Brasiliae silvis

apostolatus sui vestigia reliquerant .

Multo sudore, fuso etiam aliquando sanguine,

hanc asperrimam et valde spinosam Domini vineam excolebant.

En autem quam tenebant excolen­di rationem...

 

E notate bene che "lingua brasilica" non è ancora il portoghese, bensì il vernacolo degli indios, con tanto anche... di cannibalismo. Fate una scappata alla nostra pa­gina (BREVITER LUGLIO 24). Dall' ANONIMO, come spiegato, Animadversio I, pag.165‑167


Sacras excursiones ad barbarorum silvas frequenter instituebant,

eosque adibant alloquebanturque lingua Brasilica

(quam multo ante studio perdidicerant),

blandis sermonibus silvestrium hominum ingenia demulcentes.

Deinde primas religionis,

cuius nullum omnino apud istos barbaros vestigium exstat,

notiones ingerebant eorumque animis instillabant:

 

DEUM EXISTERE, supremum rerum omnium artificem ac conditorem,

qui probos interminatae vitae felicitate

omnibus deliciis affluente remuneretur, improbos aeternis suppliciis afficiat.

AQUAM ESSE QUAMDAM SALUTAREM, qua eos ablui oporteret

qui a Deo Optimo Maximo in filios adoptari

et aeternae felicitatis participes fieri cuperent.

Tum demum omni ope nitebantur eis persuadere ut,

relictis silvis et indigna illa vivendi  MORE BELLUARUM RATIONE,

secum alio commigrare vellent,

ubi domicilium hominibus ratione praeditis conveniens ponerent,

et, christianis mysteriis probe eruditi, aqua illa salutari lavarentur,

ut beatam illam quae Dei filios manet hereditatem adire possent.

Interim hanc vitam mortalem sub potentissimi atque humanissimi

Lusitaniae Regis patrocinio ac tutela

longe commodius acturos quam si silvis suis degerent.

 

His sermonibus deliniti,

sed multo magis Dei miserantis intimo auxilio adiuti,

plurimi barbarorum animum inducebant

ut ea facerent omnia quae missionarius suggesserat.

Cum magna igitur barbarorum multitudine

ex silvis egrediebantur felices illi  BIPEDUM FERARUM VENATORES,

et ad loca Lusitanorum oppidis vicina

eas Christo Regique colonias deducebant.

 

Extruendis huiusmodi coloniarum pagis praediisque colendis,

locus a regiis administris assignabatur.

Unaquaeque colonia suum apud se missionarium retinebat,

qui omni cura et sollicitudine

Christianae fidei mysteriis, cognitu necessariis,

barbaros suos instruebat.

Optime instructos, sacro fonte expiabat,

et quam diligentissime curabat ut vitam dein

christianis hominibus dignam ducerent.

 

Caetera regendae gentis ratio

ad regiorum super hac re decretorum normam conformabatur.

 

 


  OTTOBRE  6

                                       Analoghe -in qualche modo- le "novità"

                                       del Cristianesimo in Cina

 

I punti caldi della prima predicazione del P.Matteo Ricci... sono in fondo i medesimi che oggi si trovano ad affrontare quanti, immersi in altre tradizioni religiose, "sentono dire" di una nuova dottrina. Troveremo in questa pagina, senz'altri commenti, parole che ci obbligheranno a pensare. E sarà sempre opportuno saperlo fare in chiave storica e critica (lo facevano così quei primi ascoltatori  cum illustri existima­tione christianarum rerum, maxime apud Literatos, ut qui nossent illas iusto pretio aestimare.) Spunti non mancano !

 

Ad esempio, il problema di accettare un Cristo "crocefisso". In fondo, un proble­ma già puntigliosamente risolto dai primissimi secoli: ne bastino due righe di S.Leone Magno nel suo Sermo 51, dove conclude con queste coraggiose parole:

 

Con­­firmetur ergo secundum praedicationem sacratissimi Evangelii

omnium fides, et nemo DE CHRISTI CRUCE,

per quam mundus redemptus est, erubescat !

 

Quando il Ricci si troverà a sua volta circondato dalla premurosa attenzione dei Mandarini, abbagliati dalle sue conoscenze scientifiche nonché dalle no­vità tecnologiche dei regali che egli intende offrire all'Imperatore, de­cide di rompere ogni indugio e dire chiaro l'u­nico scopo della sua penetrazione in Cina: parlerà finalmente a senso uni­co: di religione. Nefas sibi putavit otiari, sed procerum usus benevolen­tia et securitate habitationis, Christum coepit aperte praedicare, ac fre­quentari ab auditoribus, eius claritudine exempli doctrinaeque excitis.

 

Viene a questo punto presentata la prima famiglia di convertiti... Ma a noi interessa di più la tematica di questi incontri. Saranno essi l'og­getto dell'odierna pagina. Lo troveranno felicissimo quanti  l'im­magine della Chiesa  la preferiscono  come  ECCLESIA PAUPERUM.  Anche il Ricci:

 

Prolixe ac saepius illis narrabat de xenodochiis,

de publicis pauperum domibus, de nosocomiis etiam insanabilium,

imo et peste et elephantia ictorum,

de paedotrophiis ad alendos matrum inopum foetus,

de peregrinorum, undecumque nati, hospitiis largoque ad haec et talia

christianorum non modo sumptu, verum et benigna piaque opera:

etiam procerum summeque nobilium,

commodantium per se tam sanctis ministeriis

famulam sine fastu et nausea manum.

 

Addebat de Ordinum Religiosorum sanctimonia et virtute,

opponebatque illos cum gente impurissima Bonziorum...

 

BARTOLI DANIEL (latinizzato dal Janin)

Asiaticae Historiae, lib.II, n.63 (pag.192)


Postremo censebat animorum opes christianis omnibus communes;

dies per annum multos Dei cultui festos;

conciones a doctis et sanctis hominibus ad omnem virtutem;

psalmos, precationes, sacrorum celebrationem...

Habebant et loco prodigii Sinenses monogamiam christianam,

qua Reges quoque, vellent nollent,

oportebat  una esse uxore contentos, sterili licet

et prolis defectu Regnum aut sanguinem regium extinctura.

 

Qua lege Literati nullam aegrius concoquunt,

nulla (quod crebro meminit Riccius) a Christi fide

sibi alioqui maxime probata violentius avertuntur.

Putant enim naturae praecipientis effatum esse, quod iis Mentius,

ipsorum post Confucius princeps philosophorum, tradidit,

perpetuandam unicuique maiorum suorum memoriam

in successione posterorum;

esseque ingratissimum parricidam qui, nolens suscipere liberos,

maiores suos in se ipso extinguit universos,

quorum nulla est vita nisi quam erant in suis nepotibus victuri,

in quibus tota iterum gignitur renasciturque familia.

Praetervectis hunc scopulum superest haud minus difficilis,

publicae nimirum infamiae, cum prolem optatam consecuti,

si Christo dare nomen volunt, uxores, dempta una,

coguntur ad suos remittere, nullius culpae reas !

 

Admirationi denique illis erat sacerdotum innumerabilium castitas;

Hierarchicique Ordinis compositissima series,

et, suis ab summo distincta gradibus,

Dei unius Unus in terris Vicarius.

Cuius illis supremam dignitatem maiestatemque Riccius explicabat,

nullo cuiquam nisi electionis divinae titulo possidendam.

(In quo sibi fuisse propositum significat ut compararet

eorum animos ad legationem a Summo Pontifice optandam,

et scirent quanta veneratione deceret illam excipere.)

 

Sic, ait, utraque in aula  (Pechino et Nanchino)

tam asssidua est in ore omnium, etiam ethnicorum,

Summi Pontificis excellentia et potestas,

vix ut in Europa credi possit, Sinis certo certius persuasis

tam sacra hominum suffragatione ad eam potentiam evectum,

non posse esse nisi sanctum.

Et sunt ab iis editi de hac re libri,

cum sublimi laude Pontificiae Maiestatis; quae in Cosmographica item

a Patre (se ipso videlicet) descripta tabula,

multis locis ex occasione celebratur. Ita Riccius ipse.

 

 


   OTTOBRE  7

                                       Un sopralluogo previo

                                       per ricordare domani la Battaglia di Lepanto

 

Come già ricordato in questa stessa data del BREVITER SED QUOTIDIE, l'attesa del mondo cristiano per questo risolutivo scontro si protraeva da lunghi anni. E a suo modo ce lo dice in discreto latino Ambrosio de Morales, un segretario di Filippo II, che lascia nella biblioteca di El Escorial un lavoro non rifinito, che addirittura arriva soltanto fino al momento in cui la Santa Alleanza sa che la flotta turca, sempre minacciosa, è alla fonda proprio in quel Golfo di Corinto, nel quale diventerà fra poco famoso un nome  latino, Naupactum...

 

Da questo scritto, disponibile oggi in una moderna edizione della Universidad Nacional a Distancia (Madrid, giugno 1987), estrarrò 4-5 rilievi di complementario interesse sugli antecedenti tattici, psicologici, diplomatici. Concretamente l'insistenza perentoria del Papa Pio V, il viaggio pseudoturistico di Juan de Austria, alla ricerca di una precisa conoscenza di mari e porti, perfino la ricerca dell'arma definitiva, dalla quale voglio incominciare:

 

Tela praeterea igneae materiae, quae in hostem accensa mitterentur,

multa novo ingenio comparata.

Horum iaculorum, inter caetera, sex millia fuere

quae ignem ubi semel concepissent, extingui nullatenus poterant. (cap XXIV)

 

Legatum ab hac oratione

partem etiam apparatus ad pugnam comparati jubet inspicere

et igneae materiae iacula quam potenter arderent  ipsa

et contacta quaecumque inflammarent, intueri.

Immissum in ligneam portam unum, tamdiu valide ipsam accendit,

ut servi quamplures, haustam aquam superinicientes

donec ignea materies superfuit, extinguere non potuerint !

 

Prendiamo ora un altro momento: quando cioè, impedito Giovanni d'Austria di accordare il suo calendario a quello della programmazione pontificia, si fa desiderare a Roma, dove il Papa vuole giocare quanto prima tutte le sue carte. C'è stata inoltre una piccola ma significativa vittoria del Conde de Priego, quando al largo di Civita­vecchia, con la sola sua nave ha incontrato e fatto fuori due biremi turche...

 

Quid futurum cum classis tota simul coniuncta maria oppleat,

et tot nobilium, tot militum ardore, in Christiani Nominis hostes decertetur ?

DEUM iam de caelo signum dare !  vota Pii V et preces iam praevalere...

 

In ea laetitia Pius Pontifex Antonium Carrillo, comitis filium,

impuberem adhuc, qui tamen maritimo proelio pugnasset,

claro militis titulo et solemni ritu

ad Divi Petri Apostoli altare ipsemet sua manu accinxit. (cap.XVI)


Actum hinc in publico senatu de inaugurando, christiano more,

novo Duce,  qui Romam venire iustis de causis impediebatur.

Cardinali itaque Perrennoto, Atrebatensi Episcopo,

qui Neapolim vice Regis Philippi gubernabat, ea cura demandatur.

Vexillum propterea Sacri Foederis

ab ipso prius Summo Pontifice legitimis precibus

ad Divi Petri Apostoli altare consecratum, ad eumdem mittitur,

ut Austrio -qui eo iam appulerat- solemni modo traderet.

 

Egit deinde DE TOTA EXPEDITIONE cum comite sine arbitris Pontifex.

Neque multa tamen fuere quae edicerent.

Summis votis iam diu expetebat ut Sacri Foederis classis

hostilem classem ultro quaereret et cum ipsa confligeret.

Fiducia illi tota in Deo posita et tamquam caelitus admoneretur,

ita assidue pugnandum esse clamitabat.

 

Id per publicas, de  Pontificum more, Litteras quas BREVES vocant,

Philippo et Venetis saepe significarat,

id etiam epistolis privatim sua manu exaratis,

quod numquam Pontifices solent, poposcerat.

Philippum etiam his privatim epistolis antea monuerat:

caveret ne quis suorum eius animum suasionibus

ab Sacro Foedere averteret ;  sperare se Deum  precantem

et magna quadam certitudine de eius benignitate confidentem,

INGENS aliquod BONUM rei christianae de Foedere consequuturum.

 

Movebat Summi Pontificis auctoritas et viri imprimis sanctitas; qui,

cum monachus, senio confectus et rerum sacrarum curis totus immersus,

nihil de bello videretur posse cogitare,

in hoc tamen unum tanta sollicitudine, sumptu et industria incumbebat,

ut  in hoc unum, quasi reliquis posthabitis,

animum et curas omnes intenderet.

Quod ipsum etiam magnopere Philippum commoverat,

ut Sacrum Foedus iamdiu antea coire vehementer cuperet,

et nunc pugnandi consilia comprobaret.

 

Et religione prorsus omnium animi vulgo etiam tangebantur:

instare Deum et pia consilia, ut solet, si quando propitius aspiret,

URGERE multi passim affirmabant... (omitto hic, ratione spatii, lineas 5)  

Per ego te igitur Dei Optimi Maximi

praesens quod nos intuetur auditque numen,

per Iesu Christi vulnera et sanguinem,

quo christianam Ecclesiam sibi constabilivit,

peto et obtestor ut pugnam semper suadeas,

ut ultro hostem requirendi auctor esse velis...

 


  OTTOBRE  8

                                                            L'anniversario

                                                            della Battaglia di LEPANTO  (1571)

 

L'abbiamo vista più volte nei numerosi dipinti conservati nei nostri musei, ma siamo sempre usciti frastornati da quella confusione di navi messe per traver­so alla ricerca di un abbordaggio definitivo; e la confusione nostra esce per­dente qualora cerchiamo di identificare bandiere o pennoni, per riconoscere i quali non saremo mai abbastanza attrezzati. Due di questi vistosissimi ed efficaci dipinti si esibiscono ancora a Roma nel Collegio Spagnolo (in Via Giulia, con ingresso anche in Via di Monserrato), pieni di colore e di emozione.

 

L'emozione però noi la cercheremo nel latino di Famiano Strada, un autore così ben informato delle cose e tanto padrone del latino, da non esitare mai dinanzi alle più complesse situazioni o confusioni guerresche. Come ad esempio, nell'episo­dio di un coraggiosissimo exploit di Alessandro Farnese (che era nato a Roma nel 1546) e che, senza il classico "pensaci due volte", fiutata la certezza che, in mezzo alla battaglia, dovevano esserci a bordo della galera principale di Mustafá i soldi per le normali spese di una guerra, ci si butta allo sbaraglio... e finisce, dopo i fatti, per incassare umoristicamente perfino il pesante commento di Giovanni d'Austria; "troppo eroico... ma poco prudente!". Salato rimprovero, che egli, ricorrendo piamente alla fede nella Provvidenza divina, lascierà divulgarsi con un devotissimo commento: ero ben sicuro che per me in quel momento stava pregando Iddio mia moglie, Maria di Portogallo !

 

Sull'intera faccenda di Lepanto riversavo già nel BREVITER SED QUOTIDIE due ricchissime PAGINE, facendo entrare -in sottofondo- le immagini di 4 Santi. Qui MI LIMITO a questa sola PAGINA, che è dal ferratissimo

 

FAMIANUS STRADA, DE BELLO BELGICO, libro IX, pag.260-261

 

 

Premettiamo però qualche informazione... precedente:

 

Alexander Farnesius, invitatu Ioannis Austriaci praeter modum incensus,

expugnata tandem matre (Margherita Austriaca) exoratoque Rege (Philippo)

ad bellum se quam magnificentissime, ut primo in egressu, comparavit.

 

Octoginta duos e Placentina ac Parmensi nobilitate secum traxit ad bellum,

adhibitis praeterea, veluti praetoriana custodia, militibus ferme trecentis

a Paulo Vitellio, militiae claro, conquisitis;

non usitato delectu: quippe eorum plerisque

aut olim Centurionibus, aut Subcenturionibus, aut Signiferis,

aut alio perfunctis munere supra gregarios !

 

Obtulit se voluntarium militem avunculo Duci (Ioanni Austriaco).

Is eum deinceps duabus Genuensis Reipublicae triremibus imposuit...


At vero ubi ventum est ad pugnae locum

(Actiaca olim victoria ab Caesare Octaviano relata percelebrem)

instructa utrimque acie, ipse apud Marci Antonii Columnae triremem 

in media classe suam conscendit,

pone adstantibus duabus reliquis genuensibus.

Ac post effusam eminus sagittarum pilarumque procellam,

concurrentibus iam navigiis,

Alexander in Mustapham -exercitus quaestorem- intentus,

eius triremem quanta vi potest invadit,

consertisque manibus eam longe validiorem quam putaverat expertus est !

 

Aerarium illa vehebat, eoque praetorianis militibus supra trecentos,

plerisque veteranis ac pugnacissimis, firmata erat.

Cumque diutius ancipiti marte pugnaretur,

signis modo illatis modo repulsis, pudore simul iraque incensus Alexander,

arrepto -cui vibrando assueverat- praegrandi gladio,

in hostilem triremem saltu se proicit, ac furenti similis,

circumducto utraque manu ferro,

latam per hostium stragem aperuit militibus suis viam,

exemplo ac periculo Ducis usque adeo incitatis ut iam,

promptissimis quibusque Turcarum caesis,

reliqui deditionem facile pararent,

nisi advecto illuc valida cum triremi Scanderiae Praefecto,

auctis hostium copiis viribusque, redintegrata paululum fuisset pugna.

 

Sed recentes a tergo milites una ex Alexandri triremibus submittente,

cum victorum impetum non ultra sustinerent hostes,

confosso multis vulneribus Mustapha saucioque Scanderiae Praefecto,

mox etiam capto, non modo quaestoria illius triremi,

sed huius etiam auxiliari navigio Alexander potitus est;

tanta militum suorum praeda, ut complures fuerint qui

"sultanorum" -monetae genus est, haud minoris aureo Venetorum nummo-

duo milia, aliqui etiam tria, ex navi sane quaestoria secum abstulerint,

praeter ea quae reliquae duae per se triremes

ex triremibus hostium duabus totidemque biremibus expugnatis captisque

spolia et manubias reportarunt.  Ferunt Joannem Austriacum,

cui post finem pugnae multa de Farnesio Principe narraverant,

inter gratulantium officia,

suscepisse quidem illum singulari benevolentia atque praeconio:

cum ea tamen exceptione laudasse: quod eventu meliore quam consilio,

sese in hostes confertos et adhuc validos, dubio regressu, coniecisset !

Quam ille culpam, sibi quidem laudi ducens,

collata confidentiae causa in Mariae, Lusitanae coniugis, sanctimoniam,

cuius ad Deum precibus

tectum ac tutum se crederet, avunculi admonitionem festive transmisit...

 

 


  OTTOBRE  9

                                                  Seppe Carlo V dare spazio ai "rimorsi" ?

                                                  C'erano stati dopo il "sacco di Roma" ?       

 

Era, ovviamente, tutto diverso il sottofondo umano, diplomatico e religioso, con il quale si muovevano allora tutte le pedine della politica. Un discorso così, di colore esclusivamente moralistico, è stato impossibile in tutti i tempi. E io che storico non sono, ve lo lascio intatto e irrisolto. Mi limito a insinuarvelo dopo la PAGINA sui "rimorsi" di quel GRANDE in seguito alle sue "repe­ribili" responsabilità nel sacco di Roma del 1526-1527. Su questa problematica, che è esplicita in Famiano Strada, torno volentieri; mi accon­tento però di quelle poche righe che dilateranno di molto il vostro angolo visivo. Non sarò certamente io a guidare la vostra analisi; preferisco lasciare a voi il senso critico di  saperla pilotare !

 

Siamo ai primi capitoli della Storia DE BELLO BELGICO dello Strada, che parte appunto dalla Abdicazione di Carlo V (Bruxelles, 25 ottobre 1555). Siamo noi a frugare, nei commenti e ricordi, quanto sia stato determinante in quella decisione il peso di una coscienza cristiana, che oggi invece sembra assente nei nostri uomini politici, per i quali la "moralità", non sembra sempre alla base di quanti gli affidarono il governo; conta per loro la così detta "coscienza democratica". A voi il resto; io incomincio dalla pag.9, nella edizione RATISBONAE ET VIENNAE 1756.

 

Verum alii rem alio trahebant, atque in eiusmodi consilium

concessisse Caesarem affirmabant  UNA TACTUM  RELIGIONE,

stimulatumque conscientia multorum, quorum,

antequam rationem exposceretur a supremo hominum IUDICE,

placandam sibi praemature Maiestatem eius existimaverit.

Quippe esse non pauca quae Caroli vellicarent animum,

pietati omnino non surdum.

Icisse foedus cum Henrico, Angliae Rege, a fidelium societate,

diris Pontificiis in Caroli gratiam expuncto.

In quo ille et iniuriam quam ab Henrico acceperat,

repudiata Catharina uxore, Caesaris matertera:

et constantiam promissi numquam se cum haeretico Rege,

nisi is Pontificiae dignitati satisfaceret, in gratiam rediturum...

 

Praeterea in  Religionis causam iniecisse manus:

  quaeque Pontificis erant occupasse, evulgari iusso per Germaniam libro,

complectente Religionis capita, ad quorum observantiam interim

exigerentur omnes dum finem acciperet Tridentinum Concilium...

Demum, capta direptaque Urbe

in Romani Pontificis captivitatem consensisse;

adducturum insuper ad se illum in Hispaniam

nisi publica hominum infamia pervagasset !

Quamvis autem luctuosam Urbis Sacrae depopulationem

Caesar haud imputaverit sibi: immo ad eius nuntium illico

et publicam laetitiam ob natum Philippum filium vetuerit,

et ipse mutata veste iustitium atratus indixerit !                               


Quanti tamen esse

non modo in Urbis et sacrorum violatores NON ANIMADVERTISSE,

sed etiam eorumdem opera menses omnino septem

attinere Hadriana in Arce  CHRISTI  VICARIUM  perseverasse !

Praesertim tam arcte misereque custoditum

ut vetulam, olera vendentem, quod expetenti Pontifici

lactucas aliquot in arcis fossam proiecisset,

funiculo per puerum submitendas,

obvius forte Centurio suis furiose manibus ante portam suspenderit,

oculosque ingemiscentis ad ea Pontificis

exposito per plures dies infelici spectaculo everberaverit ! Ac postremo,

nullo Caesarem tantarum calamitatum sensu, GRANDE PRETIUM,

profano tamquam ab hoste, persolvi a Pontifice pro libertate voluisse.

 

Enimvero haud dubitandum quin eiusmodi facinora

ut pleraque erant execratione multorum praedamnata,

Carolus ipse, sicuti debebat, agnoverit damnaveritque:

ac eorum aculeo haerente deinceps in animo,

extremum illum vitae actum placando offenso Numini,

religiosus Princeps ordinaverit.

 

Quamquam non deerant qui Caesaris mentem

hic quoque haud in paucis absolverent, ac praesertim culpam derivarent

in temporum ac bellorum necessitatem inque armatam multitudinem,

cuius incitatum semel impetum regere non semper in unius sit manu.

Atque haec ferme de Caesare abdicante ea tempestate,

ut comperi, ferebantur, accepta hodieque aut reiecta,

pari studio et ignoratione veri.

 

Ego, etsi non sum nescius grandia consilia a multis plerumque causis,

ceu magna navigia a pluribus, remis impelli, tamen non facile mihi persuaserim,

in Caesaris animo magnam sibi partem vindicasse

aut fortunae commutabilis metum, aut alium quempiam leviorem motum.

Siquidem annis ante obitum eius ferme decem,

hoc est, in ipso victoriarum flore,

in eo quod Augustae condidit testamento (1548?),

de hac ipsa Regnorum abdicatione mentionem fecisse constat.

Quin etiam, exploratum habeo, ante hoc quoque tempus agitasse animum

Caesarem, depositis humanis curis, receptui aliquando canere.

Idque cum Francisco Borgia, Gandiae Duce,

qui postea Societatem Iesu est ingressus, UNICE communicasse,

severe admonito ne cui mortalium consilium hoc suum,

quod, requietem nactus a bellis aliquam, exequi decreverat, aperiret.

Neque tunc cum cessit Imperio Caesar eo res erant loco

ut ILLUM fortunae suae magnopere poeniteret..!

 

 


  OTTOBRE  10

                                       Ancora la stessa domanda:

                                       Si toleravano allora ai Grandi le debolezze sessuali ?

 

Scherzavo ieri sulla bizzarra e acrobatica ipotesi, se mai fosse stato possibile in altri tempi prospettare contro Carlo V quel processo morale che oggi in USA si configura come impeachment. Chi conosce oggi la "debolezza" sessuale del monarca sui cui vasti territori non tramontava mai il sole, avranno pensato che io, per pudico riguardo al nostro eroe (in realtà era nato a Gant, nella Fiandra) ho preferiro sorvolare su questa pagina sporca della nostra storia. L'Imperatore "nascondeva" al figlio Filippo II un "confratello" !

 

Eccovi ora due PAGINE gaudenti e piene di colore. Anzi, smaglianti nel latino di Famiano Strada,  nel suo DE BELLO BELGICO pag.289. Sull'identità di quella Barbara Blomberg, si noti che, dallo stesso Strada abbiamo ben altra versione; la troverete nel mio precedente BREVITER (1.OTTOBRE). Aggiungo qui  -invitato dalla presenza in queste nuove pagine di quella benemerita donna, Magdalena di Ulloa e che qui vedremo come incaricata dell'educazione di Giovanni d'Austria-  che toccherà a lei, con la medesima e silenziosa riservatezza, educare una delle 2 figlie dello stesso Giovanni d'Austria, sulle quali era all'oscuro perfino Filippo II.

 

Natus erat Ioannes Austriacus  Ratisbonae in Germania,

sortitus eumdem, qui parenti CAROLO CAESARI fuerat, natalem diem.

Mater ei Barbara Blomberga, Ratisbonensis, fortuna ac genere nobilis.

Ex qua, ad Carolum inducta ut moerorem cantu allevaret,

filium ille suscepit, iampridem viduus,

Isabella coniuge ante annos septem amissa: namque, ea vivente,

servasse Carolum perquam sancte coniugalem fidem, fama est.

 

Quin etiam, sollicitus ne quid in ea urbe resciretur,

infantem, expleto nondum anno, matri abreptum,

Aloysio Quisciadae (Luis Quijada), Imperatoriae Aulae Praefecto,

quem expertus erat arcanorum celantissimum, tradidit,

in Hispaniam deferendum, ut a Magdalena Ulloa,

honestissimis sanctissimisque moribus matrona, educaretur,

caveretque ne cui mortalium suboleret pueri pater.

 

Id, quod egregie praestitit Aloysius;

allatumque Villamgarsiam (Villagarcía de Campos, in provincia Valladolid),

suae ditionis oppidum, ita coniugi commendavit,

nihil ut aliud nisi amici, deque se optime meriti filium expresserit.

 

Quod mulieri aliquando movit, ex marito genitum,

eoque carius educavit.

Quamquam maius adhuc aliquid suspectare coepit,

animadversa in viro

plus quam paterna, super infantis educatione, vigilantia.


Forte ignis arripuerat aedium partem ubi Magdalena et Ioannes puer

noctu cubabant, crepitabatque iam circa lectum flamma,

cum somno excitus qui iuxta aderat Aloysius,

illuc repente advolat nudus, ereptumque incendio puerum alio transfert :

tum, quasi iam securus, ad coniugem periculo eximendam redit,

admirante illa praeter modum

quae, cum non ignoraret a viro plus oculis suis amari se,

grandius exinde aliquid de pueri patre opinari perseveravit.

 

Et sane indoles eius praecelsa, mores graviter officiosi,

incessus ipse atque aspectus... privato maiorem arguebant !

 

Ad aequalium puerorum greges ita se addebat,

ut egregius ipse et tanquam ductor haberetur: Cyrum diceres inter Pastores.

Cum iis luctatione aut cursu aut iactu sudis aut aliquo campestri ludo

eatenus congrediebatur dum videretur sibi victoriae securus.

Ideoque libentius indulgebat equitandi studio,

quod in eo facile omnibus anteiret.

Mane haec prima surgenti cura: equum inscendere,

turmam puerorum ducere,  hastas ad manubrium usque perfringere

aut suspensum in annulum recta inserere.

 

Ex quibus ille decursibus cum omnium plausus perpetuo victor auferret,

valuit puerilis aemulatio ut communi consilio pecuniaque

in oppidum conducerent equitandi magistrum,

a quo equum flectere condocefacti,

palmarium hunc concertatorem aliquando submitterent.

 

Et gaudebat Aloysius, homo militaris,

illa armorum indole, ac "rudimentis -ut aiebat- magnorum operum";

donec ab Imperatore Carolo admoneretur

ut filium, mitioribus artibus imbutum...

ad sacri ordinis amorem praepararet.

 

Sed ut aetas prima post tincturam voluptatis aegre alium colorem bibit,

difficile iam deserebat ludicra illa oblectamenta puer;

et Carolus, haud ita multo post, fato concessit.

 

Quo quidem supremo tempore aperuit Caesar Philippo filio Hispaniae Regi

(namque antea clam illo id habuerat)

Ioanni, qui apud Aloysium Quisciadam in Villagarsia educabatur,

EUMDEM ac Philippo PATREM esse !

Proinde advocaret ad se puerum, haberetque

non minus cura et caritate filium, quam sanguine germanum fratrem.

 

 


  OTTOBRE  11

                                                  Filippo incontra il fratellastro Giovanni

                                                  sotto il sole di Castiglia.

                                      

Sed Philippus Rex duos adhuc annos ab Caesaris obitu expectavit,

quo interim Carolus filius, Hispaniae princeps, adolesceret.

Tum, fratrem agniturus, Vallisoleto ad Spinae coenobium,

venandi gratia magno Nobilium comitatu proficiscitur:

ad eum locum iubet  a Villagarsia

occurrere cum venatorum grege Aloysium, secumque Ioannem trahere.

Aloysius, instructa venatione, equum superbe phaleratum ascendit ipse,

Ioannem vulgari iumento insidentem post se ducit,

venatorum globo inmistum.

Cumque ad Torosium Montem accessisset

(quem circa locum venari prospectabat  Regium comitatum),

ex equo repente desilit idemque ut faciat Ioanni significat.

 

Paret ille: simul Aloysius, ante eum provolutus in genua:

" Porrigat -inquit- osculandam mihi manum Celsitudo tua.

Novi quid habeat veneratio haec mea; mox ab Rege, qui te accersit,

intelleges. Nunc equum instratum tibi hoc ornatu scande". 

 

Restitit ad ea puer subita novitate attonitus:

tradidit tamen manum, atque equum subiit;

suspensis admiratione qui aderant et tanquam in scena,

quem exitum ea catastrophe habitura esset intentis.

Cum ecce in conspectum venit Philippus Rex cum venatorum equitatu:

illico Ioannes ad pedes, praeeunte Aloysio, se demittit

Regemque, in id officii decore compositus, de genu veneratur.

 

Tum Rex, manu puerum attollens,

num satis teneat quo patre sit genitus, blande interrogat.

Cumque is responsi dubius haereret,

quod illum quem patris habuerat loco, amisisse iam se videret,

REX, equo depositus "Macte -inquit- animo, puer, praenobilis filius es tu:

Carolus Quintus Imperator, qui caelo degit, utriusque nostrum PATER est".

In quae verba, puerum fraterne complexus, in equum reposuit;

iussitque illi famulos accedere

atque ut sanguinis Austriaci ac Caesaris prolem addecet, inservire.

 

Festo interim venatorum clamore personantibus late campis

ac laeto imprimis Procerum plausu diem illum faustum Regi,

faustum novo Regis fratri certatim effuseque gratulantium.

Rexque ipse solitus est dicere: " Numquam se

iucundiorem venando praedam, quam eo die retulisse domum".


Sic agnitus Ioannis Austriacus educari coeptus est in Aula,

cum Carolo Hispaniae Principe atque Alexandro Farnesio,

quem ab Italia non multo ante

a parentibus traditum avunculo Regis, in loco memoravimus.

Et erant aetate propemodum pares,

annum quartum decimum nondum supergressi:

non tamen par omnibus ingenium aspectusve aut mores.

Carolus, praeter colorem et capillum, ceterum corpore mendosus:

quippe humero elatior et tibia altera longior erat,

nec minus dehonestamentum ab indole feroci et contumaci.

Alexandro vehemens quidem ac proeliare ingenium,

sed obsequio promptum

et ad omnem urbanitatem aspectu decoro elegantique temperatum.

 

Longe tamen anteibat Austriacus et corporis habitudine

et morum suavitate. Facies illi non modo pulchra, sed etiam venusta;

subflavus capillus, praenitentes oculi argutique,

membra omnia inter se apte lepideque nexa.

Et augebant mores formam, simul et ipsi a forma mutuo augebantur.

Eminebat in adolescente comitas, industria, probitas,

et, UT IN NOVAE potentiae hospite, verecundia.

Quae virtutum ac formae commendatio, Caroli comparatione,

intendebat illi a principio amorem, mox invidiam,

quasi propria in domo Principem inumbranti.

 

Tetigitque nonnihil Philippum Regem Ioannis abalienatio a sacris ordinibus,

ad quorum initia, sero videlicet, urgebatur ex praescripto patris.

 

Auxit vero indignationem repentinus eius ab aula discessus;

cum Melitensis Belli cupiditate inflammatus,

non facta a Rege potestate (quam si sperasset, utique non elusisset)

celerrime Barcinonem iter arripuit,

comitante Nobilium globo; et erat tunc annorum undeviginti !

 

Addiditque levitati contumaciam, non audito Aloysio Quisciada,

qui eum, iussu Regis, insecutus fuerat. Sed navim Barcinone conscensurus,

acceptis ab Rege litteris reditum minaciter imperantibus,

opinione celerius Vallisoletum reversus, offensionem Regis

festinato obsequio non parum lenivit, nec post multo plane delevit,

cum nova Caroli Principis consilia ipse ante alios aperuit patri...

 

FAMIANUS STRADA.    De Bello Belgico, ab excessu Caroli Imperatoris,

                                       usque ad initia Praefecturae Alexandri Farnesii.

                                        Ratisbonae et Viennae, 1756. Liber X, pag.289 ss.

 

 


  OTTOBRE  12

                                      La dimensione EURO, raggiunta da Carlo V

                                      al momento della sua abdicazione  (Bruxellis 1555)

                                      

Portata storica indubbiamente. Mai si era vista un'abdicazione così. Ma erano in gioco non solo le forze fisiche di Carlo V, bensì il destino di un'Europa che, pur sentita e desiderata dai più chiaroveggenti, si ostinava a non decollare. Questa interpretazione la ritroveremo in parole esplicite di Carlo, ma più in quelle del cronista, quel gesuita romano, Famiano Strada (+ nel Collegio Romano 1649) che si premura già nel prologo del suo De Bello Belgico ab excessu Caroli V Impera­toris ad anticipare questa significativa inquadratura.

 

Bellum dicere aggredior, incertus animi, Belgarumne illud Hispanorumque,

an EUROPAE propemodum OMNIS appellem.

Quippe tot gentium aut armis aut pecunia, certe animis et consiliis,

etiamnunc geri videmus, quasi uno in Belgio, de Europae imperio dimicetur.

 

Sarà egli stesso ancora più esplicito a palesare il suo dolore.

Tanto da ricordarsi automaticamemte dei 10 anni della guerra di Troia !

 

Et tamen, tam multis populorum impendiis,

exhaustis Regum opibus, coniuratis Europae viribus,

haec Troia tot iam decenniis petitur, necdum capitur..!

 

Ci possiamo anche noi domandare con lui: Perché fu da Carlo scelto questo insolito gesto, che un suo grande storico moderno spagnolo qualifica come di impressionante sincerità, e alla pari col nostro Famiano Strada, che lo dice  ignotum Principum prodigium ?

 

Trahebatur adhuc ingentibus Europae motibus ferale bellum

inter CAROLUM V  Imperatorem et HENRICUM II, Galliae Regem,

ad quem cum haereditate transierant parentis irae animique,

cum Maria, Angliae Regina,

ubi primum nupsit Philippo, Hispaniae Principi,

de pace sedulo agitare coepit: eiusque opera hoc anno 

quinquagesimo quinto supra sexquimillesimum (1555),

missis Caletum (Calais) Caesareis Regiisque Procuratoribus,

etsi non pax, ut sperabatur,

certe quinquennalium fundamenta induciarum posita sunt.

Tum Caesar, evocato ex Anglia PHILIPPO filio,

quam Regnorum Imperiique abdicationem dudum animo meditabatur,

exequi tandem ac magna orbis terrarum parte spoliare ipse se statuit,

editurus ignotum principum aulae prodigium

ut -cum posset- imperare desisteret !

 

   A questo punto anche il nostro storico farà il giornalista della notizia bomba. (Nella quale

   -nota bene!- FILIPPO porta la qualifica di Angliae REX !!!   E non è un errore di stampa).


Ergo evulgato per Belgium arcano

multis utique  mortalibus Bruxellas accurrentibus,

octavo Kalendas Novembres, qui dies Ordinum comitiis

atque Aurei Velleris Equitibus Magistratibusque indictus erat,

CAESAR, in aula Regiarum Aedium, circumsedere iussis hinc....hinc....

primum Philippum filium

sodalitio Equitum Aurei Velleris solemni ritu praeficit.

 

Tum Philiberto Bruxellio, Senatori Principalis Consilii, significat,

ut quae in mandatis acceperat, ad Belgarum Ordines proloquatur.

Summa dictorum eius haec fuit:

               

Caesarem, ingravescente in dies valetudine praefractum prostratumque,

serio admoneri ut suprema componat,

et quam rerum molem sustinere diutius

pro dignitate qua se imperiumque deceat haud possit,

mature transferat in PHILIPPUM filium, Angliae Regem,

aetate ac sapientia tanto oneri parem.     

 

                Itaque Caesarem

                - quod sibi, quod Regi, quod Provinciis bene vertat! -

                omni se Belgiae Burgundiaeque Imperio abdicare:

                iuratam sibi fidem populis remittere:

                PHILIPPO filio, Angliae Regi, ius possessionemque

                Belgiae Burgundiaeque ex animi sententia tradere.

 

Haec Philibertum rite memorantem, surgens improviso CAESAR

humerisque Guilielmi Orangii Principis innitens, interpellat.

 

Atque (e codice quem ad sublevandam memoriam attulerat

tamquam a Rationario Imperii)

gallica lingua recitare ipse coepit

quae a septimo decimo aetatis anno ad eam usque diem peregisset:

 

                Expeditiones profectionesque

                novem in Germaniam,

                sex in Hispaniam,

                septem in Italiam,

                quatuor in Galliam,

                decem in Belgium,

                duas in Angliam,

                totidem in Africam, mari undecies remenso,

                bella, paces, foedera, victorias...

 

Enucleate singula magnificeque magis quam superbe.


Addiditque:

 

Eorum operum finem non alium propositum sibi

quam Religionis et Imperii tutelam.

Id a se, dum per valetudinem licuerit, ita DEO duce,

praestitum ut Carolus hactenus vixisse et imperasse,

nullos, nisi hostes, poenitere possit.

 

Iam, quando vires ac propemodum vita deficerent,

non sibi futurum dominandi amorem, ante suorum salutem.

Pro sene membris capto ac magna sui parte praesepulto,

validum iuventa experrectique vigoris ac virtutis Principem substituere.

 

Ei ut obedientiam Provinciae praestent,

simul ut inter se concordiam

atque in Orthodoxa Religione constantiam sedulo servent.

 

Demum, ut sibi, si quid in ea cura peccatum fuerit, benigne condonent ;

oratos ex animo velle.

Se certe illorum fidei obsequiique semper memorem apud Deum futurum,

cui victurus erat uni, perpaucos illos qui superessent dies.

 

Hinc -conversus ad filium-

 

" Si haec -inquit- Provinciarum possessio

ad te morte mea pervenisset, meritus aliquid essem apud filium,

relicto tam opulento auctoque per me patrimonio.

Nunc, quando non necessitatis haec, sed voluntatis haereditas est,

et praemori patrem libuit ut mortis beneficium anteverterem,

quidquid mihi pro hac anticipati temporis usura plus debes,

id in horum amorem curamque populorum ut transferas, iure postulo.

Reliqui Reges se filiis vitam tradere, Regna se tradituros gaudent.

Ego posthumum hoc donum praeripere fato volui,

geminatum gaudium arbitratus

si te non magis viventem ex me

quam ex me regnantem vivus aspicerem.

Exemplum hoc meum pauci imitabuntur :

nam et ego quem sequerer ex omni retro antiquitate vix habui.

Laudabunt certe consilium ubi te dignum comperient,

in quo prima haec documenta monstrarentur.

Id efficies, si quam adhuc coluisti sapientiam,

si Dominatoris omnium timorem,

si Catholicae Religionis patrocinium,

si iuris legumque tutelam,

vera utique Regnorum firmamenta, perpetuo retinueris.


Unum superest, quod voveam ad extremum pater:

ut tibi proles huiusmodi adolescat,

in quam Regna transferre possis, necesse non habeas "

Haec fatus, procumbentem in genua filium

poscentemque patris dexteram, arcte complectitur,

ac caelestem illi opem, imposita eius capiti manu,

pie paterneque precatus, subortis lacrymis substitit

ex eorumque qui aderant oculis ubertim lacrymas expressit.

 

Tum PHILIPPUS et reverenter osculatus patris dexteram

et humaniter Belgarum Ordinibus assurgens,

excusata apud eos Gallicae linguae ignoratione,

iussit pro se id muneris exequi

Antonium Perenottum, Granvellanum Atrebatensium Antistitem.

 

Qui Regis mentem, ut gratam in parentem,

ita paternis monitis exemplisque animatam erga Belgarum populos,

disertissima est oratione interpretatus...

________

 

At Carolus, ex tanto rerum dominatore iam nullus,

aula novo Principi relicta,

privata in domo aliquandiu consedit.

Instructa donec classe, e Zelandia solvens

cum sororibus Heleonora ac Maria Reginis,

secunda navigatione Laredum, Cantabriae portum, invectus est...

 

Vix descenderat e praetoria navi Caesar,

cum foede illico exorta in portu tempestas,

classem impetu disiecit...

    

                Addamus licet:

                CAROLUM in Coenobium YUSTE recessisse mense februario 1557,

                in eoque mortem obiisse die 21 septembris 1558.

 

Aliquot post annis, cum Cardinalis Granvellanus, ex occasione,

Philippo Regi revocaret in mentem anniversalem illum esse diem quo Carolus

pater, Imperio Regnisque cesserat, respondisse fertur illico REX:

"Et hunc quoque diem anniversarium esse, quo illum cessisse poenituit! "

 

Atque Strada historicus -haec nova atque sibi ignota inveniens- sic scribit:

 

Mihi certe

in dicta et  facta Caroli toto illo privatae vitae biennio inspicienti,

libellosque et commentarios super eo seccessu cum cura et ratione volutanti,

nusquam pro­fec­to vestigium ullum eiusmodi poenitentiae compertum est.

 

 


  OTTOBRE  14    

                                                           La riforma del calendario            

                                                           vista al momento della decisione.

 

Si vuole ben poco di buon umore per trovare divertente questa tematica. Potremmo incominciare dal trambusto creato da Giulio Cesare, che misse a rischio la fedeltà del mondo agricolo con le sue opportunistiche decisioni di aggiungere, uno dopo l'altro, due "mesi intercalari", manipolando così il tempo in cui aveva il comando delle sue LEGIONI. Le pioggie o il freddo non arrivano sui nostri campi se non quando le interdipendenze astronomiche obbligano nubi e venti a mettersi in moto, pressioni che niente hanno a che fare con la politica o le scadenze convenzionali delle nostre matematiche...

 

E tanti altri argomenti pro e contro la decisione storica che oggi ci racconterà l'Erythraeus. In realtà, il tema non richiede altra spiegazione, nemmeno riempitive o spiegative di quanto egli stesso ha accumulato per riempire la sua PAGINA, che poi quadra alla perfezione con la nostra. Semmai, una rilettura di questo argomento in qualche Enciclopedia, per fiutare l'ampiezza di questa decisione.

 

Oggi l'ora ufficiale, imposta per tante di quelle ragioni di convenienza lavorale o di puntualità dei voli e delle ferrovie a lunghe distanze, ci ha convinto tutti che possiamo campare con i nostri artificiali accordi per i secoli. L'ora locale oggi risulta "sconosciuta". Fate la prova, ad esempio se venite a Roma, nella Piazza di San Pietro. Quel suo famoso obelisco, proiettando la sua ombra sul gnomon, tracciato con pietra bianca sul pavimento, vi dirà quando sono esatttamente le 12 ora locale, anzi, soltanto sotto quell'obelisco. E potrete allora costatare che anche il Papa vive entro un orario "mitteleuropeo" e che le 12, in realtà, non suonano allo stesso momento a Madrid o a Vienna, come neanche coincidono con Roma, Genova o Venezia.

 

Fanno meglio gli astronomi che usano un "orario" astrale, valido ugualmente per tutti gli Osservatorii mondiali o satellitari, per i quali ovviamente non esiste la nostra piccola subdivisione del tempo in "giorno e notte". Già Seneca al suo tempo si sentiva straneo a questo nostro terrestre condizionamento, che spacca il flusso del tempo in giorno e notte. Là fuori, tra le galassie, questa nostra nozione sarebbe perfino incomprensibile: proprio perché, con solo un sole a destra e un'altro a sinistra, non c'è più spazio per l'alternanza luce e ombra. Quantus ille fulgor, tot sideribus inter se lumen miscentibus !

 

Rientriamo ora nel brano oggi scelto, su quel OTTOBRE 1582, che, cancellando 10 giorni, cambia anche per gli storici, precise datazioni, anniversari, onomastici ecc.

 

Il nostro polifacetico Erythraeus dedica questo breve capitolo, il CV della sua Pinacotheca, ad un -non per altro noto- Aloysius Lilius, che, in forza di questa informazione latina, dovrà in seguito recuperare il suo "giorno di gloria" che la nostra storia ha deviato a favore di altri. I quali poi, -ve lo aggiungo per il diletto dei visitatori della Basilica di S.Pietro- sono lì raffigurati in rilevo marmoreo nella tomba del Papa Gregorio XIII, i protagonisti di questa riforma del Calendario: spiccano nel marmo, se non mi sbaglio, il Bellarmino, il Clavius... Dunque, dimenticato del tutto questo calabrese LUIGI GIGLIO !!!

 

  

Nunquam Aloysii Lilii Calabri memoria ex hominum animis excidet.     

Hic, medicus ac philosophus doctissimus,

solus perfecit quod multi excogitarunt, pauci attigerunt, nemo persolvit.

 

Nam cum ita essent FASTI perturbati ut vix temporum ratio congrueret,

Romani Pontifices de eisdem corrigendis sedulo coeperunt excogitare,

ad id praesertim, ut Paschatis  festorumque dierum

ex eo dependentium recursus, ex certa ratione competerent.

 

Sed cum usque ad Gregorii XIII Pontificatus annum decimum,

nemo ex caelestium motuum peritis

(ob magnas ac fere inexplicabiles difficultates

quae ab eiusmodi emendatione non poterant esse seiunctae)

constanti ratione ac saeculis omnibus duratura

quae in fastis collapsa esset, restitui posse ostenderet,

delatus est Gregorio XIII

ab Antonio Lilio (Aloysii germano fratre, nam ille decesserat)

exiguus mole libellus, sed re maximus,

qui rationem qua fieri id posset, breviter ac dilucide complectebatur.

 

Nimirum ut ex mense Octobri -anno 1582- decem dies eximerentur,

ut quo die, verbi causa, esse oporteret IV NONAS Octobris,

IDUS proscriberentur; ita enim fore ut deinceps anni tempora

cum solis lunaeque ratione congruerent, et -quod caput est-

aequinoctium vernum in eam sedem rediret

unde, post Concilium Nicenum, decem dierum spatio aberraverat.

 

Itaque liber pluribus exemplis descriptus

missus est in omnes orbis terrae Academias.

Praeterea delecti hic Romae complures doctissimi in hoc genere viri,

in quibus Christophorus Clavius principem locum obtinebat,

quorum ille censurae subiceretur.

Sed diligenter quae ille afferret inspectis excussisque,

summa omnium approbatione receptus est,

affirmatumque nihil eo fieri potuisse perfectius.

 

Quocirca Romanus Pontifex amplissima constitutione decrevit ut,

veteribus fastis explosis eiectisque, deinceps

quae essent ab Aloysio correcti emendatique ad Pascha,

eosque dies festos qui ab eo derivarentur,

inveniendos celebrandosque adhiberentur.

Quamobrem tantum hominis ingenium,

unde tam ingens utilitas fructusque Ecclesiae universae emanavit,

dignum est ut nunquam ex hominum memoria labatur et cadat,

sed in omnium sermone ac celebritate versetur.

 

 


   OTTOBRE 15

                                                VIRGILIUS coram apibus obstupescit.

                                                Potremmo qui  dimenticarlo  ?

 

Alle api e al mito di Aristeo dedica Virgilio i 566 esametri della sua gioiosa Georgica IV, che facilmente troverete a portata di mano. Se volete con­sultare qualsiasi buona Enciclopedia, usci­rete storditi. Qui una sola PAGINA -inferiore in ogni caso ai limatissimi e ispiratissimi versi vergiliani- vi lascierà trasecolati. Perchè il nostro autore, il lusitano Mendoça, che per ogni tema sembra aver tutto un dizionario di vocaboli, li sfodera retoricamente sui più impensabili argomenti: ad esempio, in questa pagina sua sulle api, nel suo VIRIDARIUM, libro VIII Satur­naliorum, Decas X, Capite primo, pag.321. La superiorità di Virgilio, ovviamente, il nostro la riconosce: anzi, prepone in apertura il suo nome con esemplare obiettività:

 

VIRGILIUS apum ingenium, so­ler­tiam, molitionem,

cum attentius et otiosius contemplatur, obstupescit !

Quid faciunt apes?

Primo, quodam veluti tectorio, alveum illinunt amarioribus succis

contra aliarum bestiolarum aviditates;

id se facturas consciae, quod expetantur.

 

Deinde sortito munere, officia inter sese partiuntur:

quaedam poliunt, quaedam suggerunt:

textum alvei et concamerationem ad summa tecta perducunt;

singulos arcus binis limitibus distinguunt

ut aliis aditus, aliis exitus concedatur:

favos superiori parte affingunt pensilesque demittunt intra latera,

ne alveum contingant, nunc obliquos, nunc rotundos.

Ruentes ceras fulciunt pilaribus intergerinis

a sole fornicatis priores versus inanes faciunt (furantemne invitant?)  

novissimos constipant melle, nonnisi adverso alveo eximendos.

 

Mira inter eas alacritas operandi; notantur inertes, desides castigantur.

Munditia mira est: amoliuntur e medio florum omnia excrementa:

totus alveus domus est, regia est, respublica est,

non tumultuantium hominum et feriantium,

sed eorum qui arte, qui doctrina, qui ingenio gubernentur.

 

Quid Virgilius, ut hanc artem, hanc solertiam,

haec opera tanto exculta ingenio, verbis exprimat ? Quid ?

 

Il Mendoça riporta qui un solo esametro virgiliano. Ma ciononostante, prosegue nel suo proprio exploit, che sembra fatto nell'opportunità di una qualsiasi celebrazione accademica. Lo ritroviamo, slegato da quello che abbiamo scelto per questa presentazione della PAGINA odierna; proviene dalla sua Oratio IX, Libro VI, pag.217. Un brano che anche a lui strappa un'efficacissima esclama­zione: Christe Sancte! quam vivum, quam expressum sapientiae ingenium mihi ob oculos obversatur !


Agite vero, quid est in ape quod singulare non sapiat ingenium,

divinum non redoleat artificium ?

Quis non miretur in parva mole, in gracili corpuscolo,

in insectis membris tenui modo fistula cohaerentibus,

tam sedulam curam, tam pertinax studium, tam exercitum laborem ?

 

Sub auroram gemino unius vel triplici bombo,

tamquam buxo aliquo excitatae, provolant omnes ex alveario:

et qua se offerunt pubescentes herbarum tori,

vernantes florum pulvini, emicantium fontium scatebrae,

liberrimo vagantur incessu.

 

Iam carpunt flosculos ex fatiscente paulatim calyculo erumpentes;

iam pedibus egerunt herbas suavissimos odores exhalantes;

iam puros latices ex perenni fontium scaturigine iucundissime delibant:

iam sugunt caelestem illum rorem frondium lanugine insidentem,

iucunda viriditate conspicuum,

in subtiles orbes conglobatum, gemmas caelo expolitas imitantem.

 

Quod si ventos et imbres augurentur, suis fundatae sarcinulis

in eumdem quo egressae fuerint alveum reconduntur: quem primum

contra minorum vermium aviditates, quodam veluti tectorio illinunt,

ceram figunt, pilarumque intergerinis a solo concameratis fulciunt;

tandem suavissimo nectare constipant.

Quis non videt sapientiae ingenium

in apibus mirabiliter expressum, ne iam dicam adumbratum ?

 

DEBORA quidem (= Dei Sapientia) caelestium rerum studio provecta,

procul a sentibus abdacta, totam mentem

ad divinam illam praestantemque naturam assidua meditatione conferebat;

ibi, ut in speculo, non modo facta mysteria intuebatur,

verum etiam abditissima rerum futurarum penetralia circumibat,

arcanum destinatricis Providentiae ordinem collustrabat,

res aliquando in lucem prodituras multo ante praecinebat.

 

Quid vero SAPIENTIA?  Iisdem fere vestigiis inhaeret: apis marinae more

modoque pulcherrimo in viridario collucentis,

singulis naturae sacrariis obeundis strenuam operam impendit.

Nihil non videt, nihil non explorat

quod natura parens gremio suo complectatur:

tamque perspicaci intuitu investigat rerum omnium affectiones

inter se mirabiili vinculo colligatas,

ex iisdemque eventus necessaria lege deducendos,

ut iam a primo satu divinatricem vim

habuisse, expressisse et arripuisse videatur !

 

 

 

  OTTOBRE  16

                                                       Infelice quell'anatra al torcicollo !

                                                       in una regata paesana,  di altri tempi !

               

Prima però di orientare la nostra curiosità verso gli elefanti, gli ippopotami e altre bellezze a formato gigante...paullo minora canamus!  Questa pagina sarà ambivalente... e forse anche negativa. Infatti essa ricorderà quel tipo di sports, che oggi, per via di quella sua manifesta dose di crudeltà gratuita, potrebbe mobi­litare gli animalisti. Qui tuttavia non ha neanche lo spazio letterario per configurare un iniziale progetto di denuncia.

 

Con sguardo più partecipativo potremo in seguito goderci lo spettacolo di una di quelle regate movimentatissime, che ovunque hanno da sempre la capacità di ricreare quel clima pindarico che la TV ci offre ogni anno con le classiche regate di Oxford e Cambridge.

 

IANUS NICIUS ERYTHRAEUS, Eumenia, lib. X, pag.247 s.

 

 

Sic novum quoddam ludi genus inchoatum est, nobis antea incognitum.

Pendebat in medio funis,

ad utramque partem fluminis alligati per pedes anser, futurus praemium

illius qui avulsum a reliquo corpore eiusdem collum retulisset.

 

Quod cum natatores multi, suis cymbis evecti,

saepius conarentur, minus assequi poterant:

nam partim anseris collum apprehendere,

partim illud nequibant abrumpere,

ac fiebat ut isti diu in aëre dependentes

ac sua corporis mole deorsum abrepti,

vel in cymbas vel in profluentem, omnium cum risu, devolverentur !

 

Duabus circiter horis in hac hilaritate consumptis,

horias ad duodecim, pari fere impetu venientes, aspicimus,

atque ex clamore hominum, ex tubarum sono, ex lictorum edictionibus,

qui cymbas ultro citroque commeantes decedere

atque ad ripam appellere imperabant,

eas esse horias comperimus, quae inter sese de praemio certabant.

 

Erat autem earum cursus ita incitatus ac vehemens,

ut avium potius volatui

quam navigii cuiusdam celeritati propius videretur accedere.

 

Instabant remiges;  urgebant quantum vis humana poterat,

remis undas pellebant, verberabant, findebant.

 

Earum una in oculis nostris

antecedentem alteram gravi ictu percussam subvertit ac submersit:

remiges, natandi arte periti, ad ripas ad unum incolumes pervenere.

 

Neque illis minore fuit opus artificio,

nam alioqui in rapidissimos vortices illapsi ab iisque abrepti,

facile fuissent in profundum abstracti.

 

Alia quae ad proximum vadum impegerat,

cum nemo esset qui eam conaretur extrahere, constitit;

ceterae omnes cursum tenuere.

 

Non exspectavimus dum praeconis voce

certaminis victrix citaretur:

sed gratiis amico, qui nos tam liberaliter acceperat, actis, discessimus.

 

 


  OTTOBRE  17

                                                 CICLO  ANIMALISTICO  di  OTTOBRE :

                                                 io sto con gli  ELEFANTI !

 

Al mio sparso zoo del BREVITER SED QUOTIDIE, voglio aggiungere in questo CICLO B alcune PAGINE animalistiche: trascurate o non ancora scoperte quando mi sembrava ormai ripieno il mio "latino zoo" che raccolse un indubbio gradimento. Ora mi ritrovo per primo questa suggestiva aggiunta sugli elefanti... e non mi tiro indietro. Quel "Divino Impaziente" che in 10 anni risvegliava non solo l'India e il SudAsia Orientale, ma anche il Giappone, verso la tardiva novità del Vangelo, e stava già predisponendo la base logistica per l'auspicabile assalto all'impenetrabile Cina, faceva dilagare le schiere foltissime dei gesuiti della prima ora verso l'Oriente. E poteva capitare ‑è il nostro caso di oggi‑ che un Provinciale dell'India, finito il suo breve triennio a Goa, spiccassi il volo in opposta direzione, non solo verso il Sud del Mozambico, donde proveniva una richiesta di aiuto del Re Monomotapa, ma ben oltre, fino ad una ancora sperduta "Cafraria"...

 

Non c'era allora il moderno nostro giornalismo. Tutti i ritmi vitali (figuriamoci le communicazioni) erano piú lenti: non era infatti agevole per il missionario portoghese mettersi a raccontare per scritto quanto gli era accaduto, e poi aspettare che i lenti corrieri del tempo trasmettesse­ro le sue carte a Lisboa. Ma una volta superate quelle distanze, il testo passava dal portoghese al latino, poi, stampato a Köln (MDCXVI), dilagava per l'Europa e America.

 

Io sto legendo proprio un libri­cino che appartenne otrora alla Domus Probationis Sancti Andreae (il No­viziato dei gesuiti di Roma, quello dirimpetto alla "manica lunga" del Pa­lazzo del Quirinale; che a quel tempo era, con l'altro di Coimbra, uno dei più fecondi vivai dei missionari gesuiti della seconda ondata). Ovviamente si vuole ogni tanto in quei "notiziari" qualche "evasione" descrit­tiva. Ne leggerete oggi una, felicissima: lo spaccato sulla "caccia agli elefanti", in quel loro habitat concreto, nella Cafraria, dove esistono, anno 1560 circa, perfino un Re e un Regno !

 

TONGE regia urbs est et Regni caput, ultra aequatorem gradibus circiter tribus et viginti

ad  austrum sita. Magno alluitur flumine, quod inibi ma­ris aestuario exceptum,

propter immistam salsuginem, incommodos habet ad potum latices.

Nec alibi in urbe aqua ad bibendum apta, nisi a remotis fontibus importetur.

Loco iacet humili, montibus intercluso et impervio ventis.

Totum per annum, tribus aut quatuor dumtaxat mensibus exceptis,

cum videlicet ad Cancri Tropicum sol cursum efficit,

tanta aestus vis, ut torreri omnia videantur.

Eaque, cum coeli et soli malignitate, advenis maxime noxia est et paene intollerabilis.

Prope loca maritima tantum com­muniter pluviarum est,

quantum ad humanos usus satis. Summa in continenti siccitas ex qua oritur ut saepe

segetes vel non nascantur vel natae, humo­ris inopia, ad maturitatem non perveniant.

Indicum milium terra fert:  fa­bam, cicerem, phaseolum et caetera fere legumina.

Gallinam nutrit abundan­tem: boum genus locis paucis,

parce minorem pecudem pluribus et largius.

 

Communis incolarum victus ELEPHANTI caro est;

magna huius armenti per agros et sylvas copia.

Qui eius venationi incumbunt,

certo a reliquis differunt signo, quod etiam inurunt filiis,

quo discernantur ab aliis qui eo de genere non sunt.

Ad hanc venationem centum quinquaginta Cafres plerumque coeunt.

 

His distributa officia; partim elephantorum greges,

agris palantes quaerunt;  partim prope nemora, arctos ad tramites

quibus angustus est ad interiorem sylvam aditus,

armati securibus occultantur.

 

Priores fugere in nemora elephantes compellunt:

posteriores, cum bestiae per angustas illas semitas singulatim

(plures enim simul unus aditus non capit)

caeco sese impetu in sylvam recipiunt

magna vi et dexteritate earum poplites sic a tergo feriunt,

ut vel statim vel paulo post,

cum tantam corporis molem sustinere non possint, in terram concidant.

 

Hoc ubi factum utraque simul convenit venatorum caterva,

et caesa animalia... in frusta secat.

Proboscidem, quae pars est potior, Regi destinant:

reliquam inter se carnem eburque partiuntur,

atque illam ad esum, hoc ad commercium servant.

 

Vulgus una ante et altera retro pelle tantum pudenda tegit: caetera nudum.

Nobiles linteum induunt ex gossipio, sex vel septem longum ulnas;

illud stringunt in medio, cingulis ex arboris cortice confectis;

appendunt insuper a collo gladiolos,

filo adeo brevi ut vix infra alas demittantur.

Ex nobilioribus aliqui indicis utuntur vestibus,

mediisque brachiis et cruribus, sive ex ebore sive ex aere,

cui apud illos maius pretium, armillas sibi circumdant, ornatus causa.

Arma omnibus communia, praeter gladiolos de quibus dixi,

sagittae sunt et frameae.

 

Ad virilis saevitiae et veritatis ostentationem

capitis capillos varie intorquent et in cornua figurant.

Ditiores, extremis cornuum partibus,

induunt aurum ut elegantiores videantur.

 

Foeminae sibi vestes modo suo texunt, iisque teguntur,

additis a pectore et tergo globulis plurimis, precarios imitantibus.

Mille in capite effingunt orbiculatim formas, abrasis ab his capillis.

 

Cafres porro omnes, qui Tongensi Regi oboediunt,

ex his fere sunt quos patrio vocabulo vocant  MOCARANGAS.

 

Genus hominum non nimis ad malum proclive.

Multo maximam Cafrariae partem tenent alii,

ingenio nequiores, quos BOTONGOS appellant...

 

 


  OTTOBRE  18

                                                 Altri elefanti diventarono famosi

                                                 nella grande HISTORIA :  

                                                 Annibale, prima di passare gli ALPI,

                                                 allenava  i suoi  col passo del  Rodano !

 

Oltrepassare un fiume è sempre stato un gesto simbolico, guerresco, più che una difficoltà insormontabile. A meno che i fiumi siano quelli ve­ri, voglio dire, più o meno quelli Uralici o Cinesi, oppure quelli Nord o Sud-americani, dinanzi ai quali il nostro casalingo Rubicone non ci strappa nemmeno un sorrisetto. Per la strategia moderna è ben chiaro che i nostri vecchi fiumi europei, Rheno e Po compressi, contano ben poco; figuratevi poi il flavus Tyberis, che quasi potrebbe sparire dalle carte strategi­che. Proprio perciò diventa perfino divertente costatare, a distanza di secoli, quanto prendessero sul serio i guerrieri di altri tempi queste "barriere naturali". La curiosità si accresce e diventa stimolante quando a dover passare il fiume c'è una piccola ma ingombrante e teatrale mandria di elefanti.

 

Introduciamo così due passi tradizionali, che molti dei lettori avranno già trovato in altre Antologie. "Annibale passa il Rodano" (e vi ci vorranno due pagine) e poi il particolareggiato "Passaggio degli elefanti".

 

Data: estate del 218 a.C., visto che Annibale passerà le Alpi con i valichi innevati, ma si troverà al Ticino in Ottobre. L'esercito a questo punto del passaggio del Rodano si calcola sui 50.000 pedites e 9.000 equi­tes (cartaginesi e spagnoli); lo scoraggiamento e il passaggio delle Alpi abbasseranno queste cifre -almeno per i più informati moderni storici- a 20.000 fanti e 6.000 cavalieri.

 

 

TITUS LIVIUS, A.U.C. XXI, cap.27 ss.


Hannibal, ceteris metu aut pretio pacatis,

iam in Volcarum pervenerat agrum, gentis validae.

Colunt autem circa utramque ripam Rhodani;

sed diffisi citeriore agro arceri Poenum posse,

ut flumen pro munimento haberent,

omnibus ferme suis trans Rhodanum traiectis,

ulteriorem ripam amnis armis obtinebant.

 

Ceteros accolas fluminis Hannibal,

et eorum ipsorum quos sedes suae tenuerant,

simul perlicit donis ad naves undique contrahendas fabricandasque:

simul et ipsi traici exercitum, levarique quam primum regionem suam

tanta hominum urgente turba cupiebant.

 

Itaque ingens coacta vis navium est

lintriumque temere ad vicinalem usum paratarum;

novasque alias primum Galli inchoantes cavabant ex singulis arboribus:

deinde et ipsi milites,

simul copia materiae, simul facilitate operis inducti,

alveos informes (nihil dummodo innare aquae

et capere onera possent curantes),

quibus se suaque transveherent, raptim faciebant.

 

Iamque omnibus satis comparatis ad traiciendum,

terrebant ex adverso hostes, omnem ripam equis virisque obtinentes.

 

Quos ut averteret, Hannonem, Bomilcaris filium,

vigilia prima noctis, cum parte copiarum, maxime Hispanis,

adverso flumine ire iter unius diei iubet:

et ubi primum possit quam occultissime traiecto amni,

circumducere agmen, ut quum opus facto sit, adoriatur a tergo hostem.

 

Ad id dati duces Galli edocent inde milia quinque et viginti ferme supra,

parvae insulae circumfusum agmen

latiorem, ubi dividebatur eoque minus alto alveo, transitum ostendere.

 

Ibi raptim caesa materia ratesque fabricatae,

in quibus equi virique et alia onera traicerentur.

Hispani sine ulla mole, in utres vestimentis coniectis,

ipsi caetris superpositis incubantes, flumen tranavere.

 

Et alius exercitus, ratibus iunctis traiectus,

castris prope flumen positis,

nocturno itinere atque operis labore fessus, quiete unius diei reficitur,

intento duce ad consilium opportune exsequendum.

 

 


   OTTOBRE  19

                                                   Annibale passa il Rodano 

                                                   Quello sì, era uno stratega !  (2)         

 

Quando le mie PAGINE non richiedono una particolare introduzione, ho ricorso spesso a riempire lo spazio –della pagina pari- con delle barzellette,... risultate in seguito...innecessarie. Spesso le ho qui cancellate: questa volta pero’...faccio un’eccezione. 

 


Postero die profecti,

e loco edito, fumo significant se transisse et haud procul abesse.

 

Quod ubi accepit Hannibal, ne tempori deesset,

dat signum ad traiciendum.

 

Iam paratas aptatasque habebat pedes lintres,

eques fere propter equos nantes.

 

Navium agmen, ad excipiendum adversi impetum fluminis,

parte superiore transmittens,

tranquillitatem infra traicientibus lintribus praebebat.

 

Equorum pars magna nantes, loris a puppibus trahebantur,

praeter eos quos, instratos frenatosque

ut extemplo egresso in ripam equiti usui essent,

imposuerant in naves.

 

Galli occursant in ripam,

cum variis ululatibus cantuque moris sui,

quatientes scuta super capita

vibrantesque dextris tela:

quamquam et ex adverso terrebat tanta vis navium

cum ingenti sono fluminis

et clamore vario nautarum et militum

qui nitebantur perrumpere impetum fluminis,

et qui ex altera ripa

traicientes suos hortabantur.

 

Iam satis paventes adverso tumultu

terribilior a tergo adortus clamor,

castris ab Hannone captis.

 

Mox et ipse aderat,

ancepsque terror circumstabat,

et e navibus tanta vi armatorum in terram evadente,

et ab tergo improvisa premente acie.

 

Galli, postquam utroque vim facere conati, pellebantur,

qua patere visum maxime iter, perrumpunt,

trepidique in vicos passim suos diffugiunt.

 

Hannibal, ceteris copiis per otium traiectis,

spernens iam gallicos tumultus, castra locat.

 
 

  OTTOBRE  20

                                       Il passaggio degli elefanti,

                                       con spettacolarità strategicamente gonfiata !

 

A questo punto, ed essendo questa pagina forse troppo nota ai miei lettori, non riesco a rassegnarmi e tenermi per me un episodio quanto mai stuzzicante, che tuttavia... non uscirà dal tema pachidermico !  Se lo scelgo per quest'Antologia, lo faccio per fare anche una concessione a quel gusto dell'ORRORE, che oggi potrebbe perfino essere un ingrediente caratteriale... anche tra gli amanti del Latino.

 

Si parlerà quindi di ELEFANTI. Ma anche di quelli visti a Roma al tempo di Cicerone e ricomparsi perdenti in una severa pagina di Seneca (riportata nel BREVITER, Gennaio 6). Il moralista se la prendeva con Pompeo, per il poco felice pri­mato di aver introdotto nel programma romano degli spettacoli anche quello di veder gli ergastolani  SPAPPOLATI  dagli elefanti ! 

 

Princeps civitatis

et inter antiquos principes, ut fama tradidit, bonitatis eximiae,

memorabi­le putavit spectaculi genus novo more perdere homines.

"Depugnant? Parum est.   Lancinantur? Parum est !

Ingenti mole animalium exterantur. "

Satius erat ista in oblivionem ire,

ne quis postea potens disceret invideretque rei minime humanae !

 

Possiamo anche inoltrarci per questo itinerario dell'orrore, con le poche righe che ci rac­contano -roba da inorridire- in una veristica Storia del Tonkino. Per doveroso riguardo non vi darò questa volta la denuncia dell'autore.

 

Denique, ut finis sit,

hoc sane in regnis istis duobus, Tunchini et Cocincinae,

maxime proprium esse adverti,

ut nemo ADULTERII CONVICTUS, sive vir fuerit sive foemina,

mortis unquam supplicium evadat.

 

Ubi enim manifesto tenetur crimen, rapitur in campum reus,

ubi parati adsunt elephanti ad repetendam hanc poenam eruditi.

Datur uni eorum a ductore signum; ille protinus, miserum (adulterum),

proboscide quasi manu in aërem levans, in sublime proicit

et cadentem, acutissimis dentibus exceptum, transfigit;

ac demum, aegre animam agentem

pedibus proculcat discerpitque miserum in modum.

Eoque mortuo, idem absque mora de complice sceleris supplicium sumitur.

 

Ora però rivediamo la serena conclusione di Annibale al Rodano.

TITO LIVIO, Ab Urbe Condita XXI, 26‑29


Elephantorum traiciendorum varia consilia fuisse credo:

certe variata memoria actae rei.

 

Quidam, congregatis ad ripam elephantis,

tradunt ferocissimum ex illis, irritatum a rectore suo,

cum refugientem in aquam nantem sequeretur, traxisse gregem,

ut quemque timentem altitudinem destitueret vadum,

impetu ipso fluminis in alteram ripam rapiente.

 

Ceterum magis constat ratibus traiectos.

Id ut tutius consilium ante rem foret,

ita acta re ad fidem pronius est.

 

Ratem unam, ducentos longam pedes, quinquaginta latam,

a terra in amnem porrexerunt:

quam, ne secunda aqua deferretur,

pluribus validis retinaculis parte superiore ripae religatam,

pontis in modum, humo iniecta, constraverunt,

ut belluae audacter

velut per solum ingrederentur.

 

Altera ratis, aeque lata, longa pedes centum,

ad traiciendum flumen apta, huic copulata est:

et quum elephanti,

per stabilem ratem, tamquam viam, praegredientibus feminis acti,

in minorem, applicatam, transgressi sunt,

extemplo, resolutis quibus leviter adnexa erat vinculis,

ab actuariis aliquot navibus  ad alteram ripam pertrahitur.

 

Ita, primis expositis, alii deinde repetiti ac traiecti sunt.

 

Nihil sane trepidabant,  donec continenti velut ponte agerentur:

primus erat pavor cum, soluta ab ceteris rate,

in altum raperentur.

 

Ibi, urgentes inter se, cedentibus extremis ab aqua,

trepidationis aliquantum edebant;

donec quietem ipse timor circumspectantibus aquam fecisset.

 

Excidére etiam saevientes quidam in flumen;

sed pondere ipso stabiles,

deiectis rectoribus, quaerendis pedetemptim vadis, in terram evasere.

 

 


  OTTOBRE 21

                                                 Elephas albus, India tota notissimus !

 

Non sapremo se oggi ricompare laggiù quest'eccezione biologica. Ma i nostri missionari dei passati secoli non sembrano parlare a vanvera. Le notizie sullo scomparso REGNO PEGUANO certamente qualche elemento di fantasia ce l'avranno, perché gli stessi protagonisti gesuiti si sono soltanto affacciati allo storico sfacelo di quel regno, scomparso sotto i loro occhi.

 

Una cronaca però esiste, con tutto il rimpianto di quanto è andato perduto. E io mi ero così affezzionato al resoconto latino, da conservare ancora il resto delle lunghe pagine: qui però... mi limito a trascrivervi quella che testimonia a favore di questo anomalo ELEFANTE BIANCO, spettacolarmente presente negli ultimi epi­so­di dello sfacelo del REGNO DI PEGU (confinante con l'odierna Birmania? Siam?). Il nostro brano incomincia dal tentativo di mettere a salvo ogni pezzo di oro zecchino. I nomi dei contendenti, Arracano e Tangusio, sono per noi... intercam­biabili !

 

PETRUS IARRICUS, Thesaurus Rerum Indicarum, caput XXIV (701 ss). Il latino però

sembra questa volta di M.Martino Martínez, del quale prendiamo quanto basta.

 

De opulentissimo olim REGNO PEGUSIANO,

quomodo ad extremam redacto inopiam !

 

Post Bengalanum, proxime PEGUSIANUM REGNUM,

eadem in ora, ad occasum (?) tendenti, occurrit.

Sunt qui nomine OPHIR, unde Davidi et Salomoni filio eius aurum, gemmae

et lignum thynum (e quo templi et regii palatii fulcra basesque paratae)

magna copia ferebatur,

hoc denotari Regnum in Sacris Litteris velint.

 

Sunt enim qui REGEM trecenta et sexaginta sex combalengas

(genus est cucurbitae rotundae ac praegrandis) ex auro fudisse volunt,

quarum singulae centum octoginta auri pendebant pondo.

Has ita absconderat, soli ut eunuchi Regis conscii forent,

quos, ne rem proderent, CC neci dedit,

nova quotidie feritate in suos saeviens et incrudescens.

REX item sexaginta septem deorum simulacra ex auro paraverat,

et omnigenis gemmis margaritisque ornarat.

Verum illum numina tueri non potuere

quin haec aliaque multa in Tangusiani manus inciderent.

 

Arracano dedit hic quinque harum statuarum,

quin et urnas quinque gemmis pretiosissimis repletas;

filiam quoque matrimonio illi iunxit;

obsides filios reliquit duos, quin et Regis Pegusiani titulum.

 

Cessit et album illum elephantem,

quo nullum esse putabat thesaurum ampliorem.


Ingens et vasta haec bellua est, toto Oriente notissima,

eodem quo Rex honore colitur !

Et nonnisi magna cum pompa, si quando foras prodierit, deduci solet.

Quantum e casibus, qui Regibus quinque vel sex,

in quorum bellua haec potestate fuit, evenere colligere est.

Ipse mihi persuaserim diabolicum quid et scelestum subesse:

quotquot enim illam habuere Reges, fortunae facti ludibrium,

tragica plerumque catastrophe aut Regno aut vita excidere !

Arracanus ergo, hisce onustus spoliis,

anno undesexcentesimo (1599) ad sua ovans rediit,

et in regiam urbem Arratanum, magno triumpho invectus est.

 

Praecedebat  ELEPHAS ALBUS  superbe adornatus,

sequebatur frater et duo Regis Pegusiani filii obsides.

At eius filia, in uxorem cooptata,

dum se ad dexteram Regis collocandam in triumpho sperat,

spe frustrata, ad sinistram constituta est, et vetus regina ad dextram,

monilibus gemmisque Pegusio advectis resplendens.

 

Ergo indignata adornare triumphum se suasque noluit,

verum subducens se de turba et lacrymata,

"alienis ‑inquit‑ se prius Regina superbiat exuviis,

et pluma se iactet aliena!"

(Quidquid enim collo capiteque gestabat, e Pegu delatum erat).

 

At longe funestior patris eius sors fuit,

ut qui a Tangusiano et vita et thesauris exutus fuerit;

sicut historiae huius prodet Appendix.

Hoc pacto animadvertere in magnates Deus solet,

qui omnem in potentia opibusque spem collocant

et se non ut patres tutoresque,

sed tamquam tyranni et sanguisugae gerunt.

 

Ergo calamitosus Regni huius status obstitit

quominus aliqui Patrum eo, uti decretum erat, mitterentur,

verum aliquot post annis, cum Lusitani

Regis Arranani (ad quem tum Pegusium spectabat)

bona cum venia in ora maritima arcem construxissent,

haud procul inde oppidum,

quo plurimi Pegusianorum profugi ante se recepere,

duo hic missi sunt, qui evangelicam incepere fidem promulgare.

 

Aperiat utinam Deus hominibus hisce -in quos tam graviter,

merito tamen ob gravissima quibus infecti erant crimina, animadvertit-

cor animumque, quo ad saniorem mentem perveniant.

 

 


  OTTOBRE  22

                                            Qualcuno però -dal fiume Zambeze, 1560 -

                                            obietterà: ma... io sto con gli ippopotami !

 

A Piero Angela dobbiamo gratitudine tutti i televidenti italiani: ci ha regalato in successive annate una doverosissima apertura verso il mondo animale, nel qua­le, con il meglio dei documentaristi di tutto il mondo, ha saputo scoprire non esclusivamente il lato selvaggio, ma quel che più con­ta, anche la tenerez­za, l'istinto materno, la fedeltà ai doveri familiari. Commovente spesso lo smarrimento, pateticamente evidenziato, di quei proge­nitori animali che, passando in rassegna i loro cuccioli dopo una stressante cac­cia al cibo quotidiano, riman­go­no inebetiti dinanzi alla prova schiacciante del passag­gio prepotente di altri predatori.

 

Partendo da questa diuturna esperienza mi sono affezionato anche io, nelle mie letture latine, agli episodi di vita animali. E con pagine e spigolature di questo stesso libro ho collezionato nel BREVITER uno zoo, dal quale non manca nemme­no LO SQUALO !

 

Oggi punto il mio teleobiettivo sulle coste pianeggiante del fiume Zambeze, in quel del Mozambico. E mi consento di poter cambiare il titolo in altro più cinemato­grafico: Io sto con gli ippopotami ! "Serata speciale" in ogni caso: non solo vedremo il "peso pesante" dell'IPPO­POTAMO, non attaccato da nessuno: vedremo invece un singolarissimo com­battimento a tre: LEONE, BUFA­LO e COCCODRILO. Per quale volete scommettere ? Diffidate dalle apparenze... ma non dimenticate che, in Africa, Sua Maestà è il LEONE. Hic sunt leones, diceva la prima cartografia dei LATINI.

 

Non vorrei creare confusioni con i preamboli: ma mi viene il sospetto che lo scrittore che ho tra le mani abbia voluto insinuare la teoria che quegli uomini allo stato brado, che egli ci dipinge, siano proprio al pri­mo scalino del regno animale. Ci dice infatti:

 

Gens locis variis nonnihil diversa,

magna ex parte deformis visu et cultu horrida.

Nonnulli rubram cretam, ficulneo quodam oleo

et aliis ingratis medicamentis coagmentatam, incrustant capiti;

lima dentes expoliunt, labrumque inferius perforant,

aereo aut stanneo frusto foramen opplent.

Quod ad religionem et mores, magis sunt belluis quam hominibus simi­les;

nullum agnoscunt numen, nulla inter ipsos iustitia, nulla fides,

nul­lum flagitiis supplicium;

nulla fere virtus ex iis quae in generis humani societate cernuntur.

Pudori enim, probitati, integritati, bonis artibus nullus est locus;

suis tantum student commodis; et si quid esse putant e re sua,

id nisi aliter possint, per vim et insidias sibi vindicant.

Deni­que una tantum corporis figura differre a bestiis videntur;

adeo rationis lumen depravati mores extinguunt !

 

Qui l'indicazione bibliografica appartiene anche a Pagine precedenti.

NICOLAUS GODINHO, Vita Gonzali Sylveriae, lib.II, cap. VIII.


Sunt in Quilimane flumine animalium genera complura,

hisce nostris locis ignota. In his HIPPOPOTAMUS,

ab Indico valde diversus: foedum animal, et nimium deforme:

caput illi figura asturconi simile: magnitudine tam enormi

ut aperto ore iustae homo staturae

utramque inter malam stare rectus possit; media in fronte stellam habet:

cauda eidem perexigua, et quae vix cauda sit;

crura brevissima: brevissimi item pedes et in stellam desinentes:

parte quippe extrema anserinis similes, ad natandum actis.

Dies agit in aqua, noctes in terra. Communis illi cibus herba est;

hanc per campos et prata noctu quaerens, hinnitibus implet auras:

cum satur ad flumen regreditur, tanta fertur vi et celeritate,

ut oppositas etiam arbores perrumpat ac secum rapiat.

 

Cocodrilum etiam hic amnis gignit, non illi absimilem quem Nilus habet.

Praeter pleraque eorum quae de Niliaco scribuntur,

haec in isto amplius observata: crustis tegitur grandibus ac duris,

ut singulae singulos veluti aeneos thoraces efficiant:

nullum adhuc illis in locis repertum est venenum eius epate efficacius.

Cervorum frequenter ac bubalorum victitat carnibus:

per insidias haec animalia capit

dum, mali ignara, potus causa ad fluvium contendunt.

 

Haec vero capiendi ratio illi est: latet sub aqua occulto in loco,

ripae vicino; cum cervus aut bubalus accedit osque admovet liquori,

magno impetu irruit, tenaciter apprehendit, in fluvium trahit...inibi comedit.

 

Paulo ante quam Franciscus Barretus, in Monomotapam missus,

ad ea loca veniret, res accidit hoc in genere mirabilis.

Insequebatur LEO fugientem BUBALUM,

hic, ut erat ex cursu defessus, relicto a tergo leone,

ad fluminis ripam bibiturus accedit:

cum bibere incipit, ecce tibi ex insidiis irruens COCODRILUS,

apprehenso bubali rostro, trahere illum in profluentem conatur:

resistit constanter bubalus, pedibus terra nisus.

 

Magna utrimque certatur vi:

sed dum implicatae bestiae pugnam producunt,

ista trahendo, illa resistendo, advenit LEO,

BUBALI odore pellectus, eiusque in armum ungues iniciens,

utramque inter se colligatam belluam

tanto impetu extrahit et in terram proicit,

ut ex iactu rupta et aperta COCODRILO alvus sit !

 

 


  OTTOBRE  23

                                                             Io invece sto con le balene

                                                             Una  MEGATTERA... super !

 

Dove, quando?  Qualcuno mi vorrà chiudere la strada, asserendo con autosuffi­­cenza che questa balena, a differenza di quelle che i mirabolanti documentari odierni ci fanno vedere... sono totalmente frutto della spaventata fantasia umana... di altri tempi, per l'appunto.

 

Io non ne sono del tutto sicuro. Quelle balene, con le quali anche gli odierni subaquei operatori di cinepresa sono riusciti a stabilire un sorprendente rapporto di neutralità, per non dire un assaggio di amichevole toleranza, sono state ubicate in quel freddo mare che si interpone tra la Nuova Zelanda e l'Antartide.

 

Questa invece che qui compare solitaria (a differenza di quelle che, quasi fossero informate che tra noi uomini esiste la così detta GREENPACE, scorrazzano per i mari con spavaldo senso di gruppo) dovremo localizzarla sulla rotta dei galeoni Portoghesi verso l'India, senza una maggiore precisione, e in uno qualsiasi dei primi decenni del sec.XVI.

 

E l'autore latino, bravissimo qui come in qualsiasi altro argomento, è il ber­gamasco Giov.Pietro MAFFEI, gesuita, con lasciapassare permanente negli archivi di Stato di Lisboa quando il Portogallo aveva aperto la rotta commerciale tra l'Europa e l'Oriente asiatico, superando per l'appunto il famigerato e temuto Capo di Buona Speranza. Anzi, sarà utile a tutti inquadrare, con lo stesso autore, il momento nel quale venne inventato questo nome: in un dialogo tra il Re del Portogallo e il suo Ammiraglio Bartolomeo Diaz: costui aveva dovuto rinunciarvi in un suo primo tentativo:

 

Deficiente iam commeatu,

sexdecim fere mensibus navigando consumptis, in Lusitaniam redierat.

Cumque, in explicando apud Regem itineris totius progressu,

Diazius ad descriptionem ingentis illius Promontorii devenisset

(frontem Africae nonnulli dixere),

idque ob atrocissimas circa ipsum exortas tempestates,

PROCELLOSUM CAPUT iure appellandum affirmaret,

"Quin immo, BONAE SPEI CAPUT esto, inquit Rex". -

 

Quod illi deinde nomen stabile firmumque permansit,

quippe cum tanta ab occasu distantia ac tam enormi in Austrum procursu,

ad optatas Orientis opes et Asiatica emporia

Lusitanis digitum paene videretur intendere.

 

Ioann.Petrus MAFFEIUS,  Historiarum Indicarum lib.I, pag.23, quae praemisi;

lib.autem VII, pag.202-203, quae sequuntur.


Per eosdem fere menses novum et multiplex aliud in mari miraculum extitit.

 

Dum classis navium novem, duce Georgio Britto,

ex Lusitaniam Indiam petit, rostrata celsior, Rhoterigi Vasaei Pereriae,

veluti fraeno equus adducto, ita substitit,

magno cum aquae sonitu ac motu,

qualis  -ubi in vada et syrtes incurritur-  edi consuevit.

 

Ast, licet terrore perculsi nautae,

dimissa utrimque bolide, profundum sine dubio mare comperiunt !

 

Cum inflatis vento velis haereret navigium nihilominus,

dispiciendi causa (quod esset nox), admotis ad marginem luminibus,

implexam alveo, INGENTEM BELLUAM vident.

 

Carinae, centum et quinque dodrantium longitudine,

(dodrans est 3/4 alterius mensurae melius notae, igitur...)

applicuerat corpus; cauda gubernaculum illigarat:

alis immanibus latera ad summum usque cingebat:

quas in alas per imprudentiam nonnulli manus iniecerant.

 

Ad spectaculum adeo tetrum, ingenti videlicet horrore,

nautae militesque perfusi;

ut vero dolii magnitudine, vasto hiatu, novissime caput extulit,

metu exanimati paene omnes,

i n f e r n u m  profecto monstrum divinitus immissum credere,

ad viva scilicet tot noxiorum corpora glutienda !

 

Pauci quibus in tanto discrimine mens animusque constiterat,

consultandi gratia in unam partem secedunt.

Erant qui contis et iaculis ballistisque depellendum suaderent cetum:

alii contra, nihil magis tali tempore vitandum aiebant,

ne tantae molis animal, vulneribus irritatum,

concussu ipso et agitatione violenta navem everteret.

In summa inopia consilii, cum nihil explicaretur

et maior in singula momenta terror instaret,

suppliciter ac demisse veniam pacemque Dei et Caelestium exposcere,

atque ad vota precesque confugere placitum est. Neque ea irrita fuere.

Sacerdos cum linteo et stola et signo Crucis in medium prodiit.

Ab eo, sacris carminibus et exorcismis delinita,

bellua  (mirum dictu),  nulla cuiusquam noxa relicto navigio,

cum e portentosis narium fistulis ingentem reflasset aquae vim,

sese admodum placido lapsu in mare demisit.

Lusitani, tamquam ex orco praeter spem erecti,

debitas divinae clementiae laudes et grates agebant.


 

 

  OTTOBRE  24

                                                 Ma... cos'era questo MONOMOTAPA ?

                                                 Tutto vero: niente romanzato!

 

Passiamo all'Africa. E`questo il fascino delle pagine stralciate dalle cronache missiona­rie: che non sono mai state composte per ingannare nessuno. I tempi erano così, e così rie­mergono uomini e fatti dalla prosa quotidiana: figuriamoci poi se "interlocuto­ri" del nostro intraprendente gesuita sono quei CAFRI, il cui appellativo et­nico è passato per noi come il più offensivo campione degli insulti. (Non cerca­te negli Atlanti una località denominata Cafra­ria: cercatela, se non vi bastano le informazioni latine, sotto il nome moderno di TRANSKEI, denominazione di una porzione del Sudafrica).

 

Io mi trovo oggi in mano una pagina inimmaginabile: grondante di originalissi­me informazioni di prima mano, che tocca a voi decifrare. E` indub­biamente lun­ga; ma non me la sento di tagliare una sola parola; anzi, ve la dovrò predi­sporre in tre puntate, non rassegnandomi a cancellare nemme­no qualche minu­zia descrittiva di scarso rilievo; più di uno sospetterebbe che con gli omissis io avrei falsato il resoconto.

 

L'ardimentoso missionario è il portoghese Gonzalo Silveira. Erano in tre a ten­tare di dare una risposta agli appelli che provenivano dalla co­sta sud­orien­tale dell'Africa: e tutti e tre avevano a questo punto supera­te le inevita­bili av­versità climatiche: ma due stavano ora in viaggio di ritorno a Goa, mentre il Silveira andava avanti, da solo, verso il Regno del Monomotapa. Eccolo, nella pagina odierna, al momento dell'arrivo. E rilassatevi quando sarete arrivati alla fine: vi risparmio la successiva e graffiante pagina, che non sarebbe af­fatto catartica: la reazione islamica infatti finirà a brevissima scadenza per sopraffare quella promettente se­mina. Ma quella pagina racca­pric­ciante sul mar­tirio del P.Silveira non è più in armonia con i connotati regolamentari scelti per queste spigolature latine.

 

Non mi trovo a mio agio con le introduzioni troppo lunghe. Aggiungo tuttavia una frase illuminante, scritta dallo stesso autore qualche pagina prima: egli ci aveva detto in anticipo quale fosse il maggiore difetto di questi CAFRI:

 

His religio nostra utcumque arridet;

sed ingenio adeo sunt obtuso, crasso iudicio, ut puerorum instar,

facile suscipiant christianam fidem, facilius relinquant susceptam.

 

Ecco ora una data, sempre utile: l'arrivo del Silvei­ra è ben docu­men­tato: 4 mesi dopo la partenza da Goa, è finalmente dinanzi al Monomotapa, il giorno di S.Stefano del l560. Sarà lì il primo martire gesuita nel continente africano.

 

NICOLAUS GODIGNO (GODINHO), Vita Patris Gonzali Sylveriae,

Coloniae Agrippinae 1616, lib.II, cap.XI.


Ubi Gonzalus Monomotapae urbem tetigit

eiusque adventus Rex certior factus est,

cum iam antea, ex Lusitanis mercatoribus ibi commorantibus,

de illius  sanctimonia et  nobilitate multa audiisset,

confestim misit qui verbis eum amicis donisque liberaliter exciperet.

Legatum egit Antonius Caiadus. Is, Regis nomine, Patrem salutavit,

et ingens auri pondus, boves permultos,

nonnullosque ad cotidiana ministeria famulos obtulit.

Gonzalus per eundem Caiadum debitas Regi gratias agens,

munera hisce cum verbis intacta remisit:

 

" Quodnam genus auri, quasve huc divitias quaesitum venerim,

Rex potentissime, ex ipso quem ad me misisti Antonio facile intelliges.

Neque enim ego aliud praeter Te tuosque quaero.

Harum me opum amor a patrio solo adductum, in istas egit regiones,

quod me narrante paulo post melius agnosces."

 

In magnam Rex admirationem adductus,

ut vix credere posset  hominem esse

qui aurum, qui boves (quos ipsi cafres plurimi faciunt),

qui famulatum respueret.  Cum igitur ad illum Gonzalus adiit,

incredibili amoris et honoris significatione exceptus est.

Ad interius enim cubiculum introiit,

quo ne stipendiarii quidem Regis ut diximus

cum ad Imperatorem ventitant admitti solent. Calceos non exuit,

cum caeteri comites, etiam Lusitani, nudis adessent pedibus.

Ad alterum Regis latus (alterum Regina Mater tenebat)

operto capite et in tripode, stragula veste belle instrato,

Regi paene aequalis insedit, relicto ad ostium cubiculi Caiado,

Regni  Portis Praefecto, qui interpretem agebat.

 

Dicta igitur primum salute,

allata ex India et Mozambico munera Regi Gonzalus offert.

Ea ille, laeto iuxta ac libenti animo accipit,

atque ut parem referat gratiam, Patrem rogat

quot velit foeminas, quot praedia, quot boves, quantum auri;

omnia quae optet libentissime se daturum !

Respondet Gonzalus

"nihil se per ipsum Regem velle, sicuti per Antonium prius nuntiarat:

omnia enim tam corporis quam fortunae bona,

aliis commutasse bonis longe praestantioribus,

quorum ipsum cupiat afficere participem:

aurum, praedia, boves et huiusmodi alia, multo magis cupiditatum lenocinia,

non solum boni nomine esse indigna,

sed plane sordida et contemnenda."


 

 

  OTTOBRE   25

                                                 Andiamo avanti col Monomotapa (2)

                                                 Un homuncio troppo fantasioso !

 

Premettendo però, a modo di doverosa introduzione, qualche altra no­tizia da Enciclopedia del XV secolo  sull'identità di questi cosiddetti CAFRI.

 

Cafres populi sunt ad eam pertinentes Aethiopiam quam Ptolemaeus MAIOREM vo­cat. Australem incolunt Africae partem, quae inter Prasum Promontorium et Hesperios Aethiopas ab Oriente in Occidentem plagam longissimo terrarum tractu protensa, gentes continet feritate barbaras, linguis et moribus di­versas, multitudine innumerabiles, locis infinitas.

 

Regio ipsa Ptolemaeo et aliis veteribus geographis olim ignota. Apud eosdem Aethiopas pro Imperatorum diversitate varia nomina sortitur. Arabes et Persae communiter vocant Zonguibar; incolas vero tum Zanguinos tum Ca­fres, id est, sine lege gentem. Nos, mutuata ab ipsis appellatione, popu­los universim Ca­fres, regionem evulgato iam ac recepto per orbem vocabulo Cafrariam dicimus.

 

Multi et varii sunt in hac plaga principes: reliquos opibus et copiis anteit Rex Mono­motapae, hanc ob causam Imperatoris loco habitus. Mozambico vicinior, et propter eboris permutationem notior Lusitanis, Rex Tongis est. Huius filius per eos dies Mozambicum veniens, Christi fidem praedican­te Lusitano, gentili­cas execratus ineptias, lustrali aqua tingi voluit... (ex Lib.II, cap.I)

 

Avete dunque quanto vi serve per capire ora il seguito:

 

His Rex auditis, ad interpretem conversus:

" Fieri ‑inquit‑ Antoni non potest ut qui ista,

quae tanto homines studio cupiunt et quaerunt, nihili pendit,

ex eodem sit quo reliqui genere: ex herbis natum esse opus est!" 

Tum iterum peramanter Patrem intuens,

et quidquid velit daturum se pollicitus, benignis verbis in hospitium mittit.

 

Ductus in aediculam est, tugurio similem,

in qua diebus singulis plicatilem ad sacrificandum erigebat aram.

 

Dum ibi die quadam rem divinam facit,

quidam de primoribus forte praeterit, observat quid agatur,

Deiparae Virginis imaginem eleganter depictam

et in ara positam conspicit. Veram foeminam reputans,

nuntiat Regi eximiae pulchritudinis mulierem apud Gonzalum esse,

iubeat illam ad se duci.

 

Rex videndi desiderio commotus actutum mittit,

qui Gonzalo dicat renuntiatum sibi illum secum uxorem duxisse suam,

cupere se eam videre; det operam ut ipsum voti compotem efficiat.


Regis nuntium, ut de caelo delapsum Pater excipit,

Sanctissimaeque Virgini refert acceptum, quod tali sibi

ipsius virginitatis et partus mysteria evulgandi oblata occasio sit.

Veste igitur pretiosa tabulam involvit et ad Regem defert.

Sed antequam videndam proponat, altius aliquanto exordiens,

de Beatissima Virgine deque eius divina Sobole non pauca praefatur.

 

" Unum ait esse in mundo Deum, terrae ac caeli dominum,

rerumque omnium effectorem, qui, ut vindicaret mortales

a sempiterno exitio in quod sceleribus suis praecipitabant,

FIERI HOMO VOLUERIT,

assumptaque in utero intemeratae Virginis humana carne,

qua et divinitatem tegeret suam, et miserias pateretur nostras.

 

Eius MATRIS, quae neque in conceptu neque in partu virginitatem amiserit,

quippe quae nec ex viro ullo conceperit

neque aliarum mulierum more pepererit,

illam esse effigiem quam ante oculos ipsi proponit,

et summa cum veneratione conspicere necesse sit".

 

Tum caput Gonzalus aperiens et utrumque flectens genu,

operimentum detrahit, imaginem Regi ostendit, ad eamque venerandam

his verbis hortatur : " Ne dubita, Rex, submissim colere Illius

quam Regis Regum Matrem suamque Reginam coelites ipsi agnoscunt

et reverenter fideliterque suspiciunt.

Hoc simulacrum Deiparae est, qua Praeside atque Adiutrice

inferorum hostium conatus impetusque contundimus;

cuius etiam patrocinio innumerabilia a Deo beneficia obtinemus.

Dei ergo Parentem, et rerum Dominam,  pio animo venerare."

 

Visam Rex imaginem officiose imprimis colit et observat;

eius deinde pulchritudine captus

etiam atque etiam Gonzalum rogat illam ut apud se esse sinat,

eius enim se conspectu mirifice recreari.

 

Adnuit Pater Regis votis et ipse per se, specioso peripetasmate

in eodem Regis cubiculo quoddam quasi sacellum instruit,

inibique illam quam decentissime reponit.

 

Lusitani qui in ea tum urbe erant, in Indiam reversi,

memoriae prodiderunt sanctissimam Virginem,

sub eadem qua depicta erat forma, mirabili circumfusam luce,

quater aut quinquies dormienti Regi adstitisse,

et incognita lingua cum eo fuisse locutam.

Quod ille, mane evigilans,

et matri suae et Lusitanis familiaribus summa cum admiratione narrabat.


 

 

  OTTOBRE   26

                                                 Chiudiamo col Monomotapa  (3)

                                                 Un illuso  imbroglione,

                                                 che se la dava da  EOLO africano                    

                                 

Cerchiamo di incorniciare con questa terza introduzione quanto manca per capire l'intero episodio di questi CAFRI. Abbiamo già detto della mos­sa di quel figlio del Re di Tonge, che coi portoghesi del Mozambico sta mercanteggiando con le zanne d'avorio dei suoi elefanti; è stato costui, avvilito dalle scarse nozioni religiose della propria gente, a sollevare l'ufficiale richiesta di evangelizzatori. E la risposta matura da sola tra quei civilissimi portoghesi: chiedono al Prorex dell'India...

 

Aliquos ad eas gentes mittat viros, literis et virtute praestantes,

qui  frangant  esurien­tibus  panem

et in tenebris atque in umbra mortis sedentibus

Evangelicae veritatis lucem ferant.

 

Detto, fatto. Il Silveira ha proprio allora chiuso il suo triennio di Provinciale a Goa (1559), e niente casca piú a pennello col suo carattere se non mettersi in prima fila tra i volonterosi "candidati al martirio". Ecco ora nelle parole piú brevi, il sunto di quella spedizione aposto­lica: col Silveira entrano in lista un P.Fernandes e un fratello Costa. Nel viaggio però tutti i tre si ammaleranno e avventurosamente si ricon­giungeranno dopo la convale­scen­za. Ma occorrerà rimandare in India i piú indeboliti; e così va avanti il solo Silveira.

 

Vi ho già detto che, chiuso felicemente l'obiettivo col battesimo solenne del giovanissimo Monomotapa e della sua madre (piú, a pochi giorni, quello dei 300 principali), dila­gherà repentina la reazione islamica e tutto andrà volatilizzato.

 

Riprendiamo oggi le ultime novità dell'episodio scelto per queste tre pagine:

 

 

Tandem Gonzalum,

ad quem Lusitani rem totam, ut a Rege audierant referebant,

vocat ad se et visa exponit,

additque se magnopere animo cruciari quod

sibi comparentis loquentisque Reginae verba intelligere non posset.

 

Cui Gonzalus: "Illa ‑inquit‑ lingua divina est;

intelligi a nullo potest qui christianis sacris imbutus non sit,

quique ipsius Sanctissimae Reginae Filio,

immortali quippe Regi, non obtemperent.

 

Nihil ad ista Rex, vultu tamen significat

in animo sibi esse christianam legem profiteri.


Discedit laetus hac significatione Gonzalus.

Post unum deinde et alterum diem,

Rex illi per Caiadum denuntiat velle se cum matre sua

Christi populo aggregari, pergat quam primum ad se baptizandum.

 

Pater, Praepotenti Deo et Deiparae Virgini

pro tam insigni beneficio gratias agit immensas.

 

Ratus tamen non properandum, aliquot intermittit dies,

in quibus ad tantum mysterium Regem ac reginam probe praeparat,

fideique rudimentis ac praeceptionibus diligenter imbuit.

 

Bis illis in die christianae legis capita exponit,

efficitque ut memoriae mandent.

 

Ubi recte instructos iudicat, tum vero sub finem mensis ianuarii

quinto et vigesimo post adventum suum die,

quanta potest solemnitate et apparatu

Regem et Reginam eius matrem aqua salutari abluit,

illique Sebastiani, huic Mariae nomen indit.

 

Ipso baptismatis die, quoniam aurum pater contemnebat,

centum illi boves Rex dono misit; quibus acceptis,

hecatombem Aeterno Numini Gonzalus fecit.

Duci vero ad Caiadum boves iussit

ut, in frusta disecti, pauperibus distribuerentur.

Quae res, ut illis in locis nova et insolens, ita

et magna Gonzalo conciliavit totius populi benevolentiam,

et incredibilem apud omnes admirationem consecuta est.

 

Trecenti fere post Regem e prima Regni nobilitate

christiano sacramento se adstrinxere, qui

cum multa ad Gonzalum munera assidue mittebant,

lac videlicet, butyrum, ova, haedos et his paria,

tum vero ab eius latere numquam fere discedebant.

 

Illos Gonzalus amice imprimis ac benevole tractabat,

atque optimis documentis ad sanctimoniam et pietatem erudiebat.

Quae autem mittebantur, ea ad egenos integra remittebat,

cocto ipse millio

herbisque ac fructibus silvestribus ac peracerbis contentus.

Tam insigni frugalitate

tamque inusitata apud barbaros in pauperes caritate,

adeo rei christianae existimatio augebatur,

ut esset fere nemo qui christianus fieri non vellet.


 

 

  OTTOBRE  27

                                                 Quel povero HOMUNCIO

                                                 poteva dirsi "padrone delle nuvole"?

                                                 Anzi:  storico  anche questo!  (1560)

 

Certo, non tra di noi, dove perfino la meteorologia computerizzata e perfino fotografata dai satelliti, prende ogni tanto dei grossi abbagli! Il comico episodio di un Re che si fa passare tra i Cafri come un Eolo della  Negritudo, sarà la conclusiva Pagina di questo ciclo.

 

Ea est horum barbarorum fatuitas

ut credant  P O S S E  Regem suum pro arbitratu

 

©  cogere in sublime nubes,

©  statis temporibus pluviam segetibus dispensare,

©  dominari ventis ac tempestatibus,

©  mutare  tempora,

©  rerum vicissitudines et varietates efficere.

 

Ex tam stulta persuasione illud oritur,

ut cum alioquin vilius ipsum quam bo­vem aut equum pendant,

hac tamen ex parte miro colant obsequio et observan­tia.

Si quando aliquos terrere velit, nihil illis minari potest terribi­lius

quam si dicat effecturum se

ne suspensae in caelo nubes solvantur in pluvias,

desit­que satis necessarius liquor.

 

Non è questa un'informazione sperduta in un romanzo. Il nostro pro­tagonista, il gesuita portoghese Andreas Fernandes, che accompagna il già noto Gonçalo Silveira nel suo viaggio africano verso il Monomotapa, a sud del Mozambico, si ferma prima a Tonge, e battezza non solo il suo Re, ben­sì la maggior parte della sua gente: tuttavia

 

Rex Tongensis, etiam post baptismum,

gentilico more hanc fictam et inanem sibi usurpabat potestatem,

nec tumidam mentem monitus deponebat.

 

Ora state a vedere, perché di coerenza cristiana si puo parlare coraggiosa­mente perfino ai Cafri. E il discorso del Fernandes diventa una auten­tica "filippica": di facilissima lettura, ma anche di ricchissimo lessico:

 

Pati id diutius Ferdinandus non potuit;

itaque, oblata aliquando opportunitate,

frequentissima aula, in Regem sic invehitur:

 

NICOLAUS GODINHO, Vita Patris Gonzali Silveira. lib.II, cap.VII


Quid ‑inquit‑ tam superbe ac tam impie tibi Rex

arrogas quod tuum non est?

An nescis potentiae esse divinae, non infirmitatis humanae,

praecepta ventis nubibusque imponere ?

Ubinam tibi caeli claves, ut illud pro libitu aperias et claudas ?

 

Age vero: quando te pluviae iactas auctorem,

profer in hac hominum frequentia vel id tantum

quod non est cognitu difficile: quanam ex materia nubes constent,

cur in sublime tendant, qua vi huc et illuc agantur,

quod aliquando in aërem, nonnumquam in aquam dissolvantur.

 

Si ista quae minima sunt et philosophis non ignota,

tu ipse ignoras,  quid nubium, quid pluviarum,  quid tempestatum

tibi imperium impudenter iuxta et inepte usurpas ?

Agnosce communem rerum Conditorem,

cui in baptismo fidem tuam iureiurando adstrinxisti.

 

Unus is est omnium Dominus, cuius ditione ac numine geruntur omnia.

Qui humanis rebus, non solum universis, verum etiam singulis consulit,

qui cursus astrorum, mutationes temporum, rerum vicissitudines

ordinesque conservat, qui hominum commoda vitasque tuetur.

 

Hic est qui vapores e terra in sublime tollit cogitque in nubes,

quique de thesauris suis profert ventos,

quibus eaedem nubes, huc illuc impulsae

perque varias caeli stationes dissipatae atque in humorem resolutae

terram augent imbribus,

non uno decidentibus impetu sed guttatim defluentibus.

 

Numquid nivis aut grandinis officinas aliquando intrasti ?

Tune ille qui tonitrus, qui fulgura, qui fulmina fabricas ?

Effice nunc, si potes, ut aër repente cogatur in nubem,

et haec, in aqua resoluta, arentem humectet terram.

Si nulla tibi ad haec potestas, quid te pluviarum mentiris patrem

ac miserum populum fallaciter deludis ?

Id saltem vel semel effice et tuam praedicabimus potestatem:

ne iacentes campi quos cernimus matutino madescant rore !

Quod si ne hoc quidem potes efficere,

agnosce eum cuius e nutu pendent omnia, supera, infima, media;

quique ad arbitrium suum cuncta dispensat.

 

Homunculum te fatere, unum de multis, qui non minus quam reliqui

miseriis premeris, curis fatigaris, aerumnis consumeris.

Venerare DEUM 

qui te ac totum genus hominum  benigne fovet et sustentat !!!

 

 

 

   OTTOBRE   28

                                                 Raccoglieremo ora, in altro breve Ciclo,

                                                 Pagine storiche.  Ad esempio:

                                                 questa Germania, idealizzata da Tacito

 

Non tocca certo a me, voglio dire ad una seguenza di PAGINE antologiche di buon latino, fare da esse una intromissione vera e propria nel giudizio storico sulle nostre decisioni, belle o brutte, del passato. Voglio tuttavia segnalare che in questo brano di Tacito sui Germani del suo tempo, oltre a certe definizioni che rievocano forse dottrine del periodo nazzista,  compare una vera e ben perce-pibile scala di valori, che la nostra mentalità democratica odierna non ci consente nè esporre, nè tanto meno difendere dal divieto che altri oppongono con sicura infallibilità. Non aggiungo altro; do direttamente la parola a Tacito, che inizia proprio con una dichiarazione di adesione, che non tutti oggi avrebbero il coraggio di pronunziare.

 

IV.  Ipse eorum opinionibus accedo qui

GERMANIAE POPULOS, nullis aliis aliarum conubiis infectos,

propriam et sinceram et tantum sui similem gentem extitisse arbitrantur.    

Unde habitus quoque corporum, quamquam in tanto hominum numero,

idem omnibus: truces et caerulei oculi, rutilae comae,

magna corpora et tantum ad impetum valida. Laboris atque operum

non eadem patientia, minimeque sitim aestumque tolerare,

frigora atque inediam caelo solove adsueverunt...

 

(XIII)  Nihil autem neque publicae neque privatae rei nisi armati agunt.

Sed arma sumere non ante cuiquam moris,

quam civitas suffecturum probaverit.

Tum in ipso concilio, vel principum aliquis, vel pater, vel propinqui

scuto frameaque iuvenem ornant:

haec apud illos toga, hic primus iuventae honos !

Ante hoc domus pars videntur, mox rei publicae.

Insignis nobilitas aut magna patrum merita

principis dignationem etiam adulescentulis adsignant:

ceteri robustioribus ac iam pridem probatis adgregantur,

nec rubor inter comites adspici.

Gradus quin etiam ipse comitatus habet, iudicio eius quem sectantur;

magnaque et comitum aemulatio,

quibus primus apud principem suum locus,

et principum, cui plurimi et acerrimi comites.

 

Haec dignitas, hae vires,

magno semper et electorum iuvenum globo circumdari,

in pace decus, in bello praesidium.

Nec solum in sua gente cuique, sed apud finitimas civitates

id nomen, ea gloria est, si numero ac virtute comitatus emineat:

expetuntur enim legationibus

et muneribus ornantur et ipsa plerumque fama bella profligant...


(XVIII)  Quamquam severa illic matrimonia,

nec ullam morum partem magis laudaveris.

Nam prope soli barbarorum singulis uxoribus contenti sunt,

exceptis admodum paucis, qui non libidine,

sed ob nobilitatem, plurimis nuptiis ambiuntur.

 

Dotem non uxor marito, sed uxori maritus offert.

Intersunt parentes et propinqui ac munera probant; munera

non ad delicias muliebres quaesita  nec quibus nova nupta comatur,

sed boves et  frenatum equum, et scutum cum framea gladioque !

 

In haec munera uxor accipitur,

atque in vicem ipsa armorum aliquid viro affert:

hoc maximum vinculum, haec arcana sacra, hos coniugales deos arbitrantur.

Ne se mulier extra virtutum cogitationes extraque bellorum casus putet,

ipsis incipientis matrimonii auspiciis

admonetur venire se laborum periculorumque sociam;

idem in pace, idem in proelio passuram ausuramque:

hoc iuncti boves, hoc paratus equus, hoc data arma denuntiant !

Sic vivendum, sic pereundum:

accipere se quae liberis inviolata ac digna reddat,

quae nurus accipiant rursusque ad nepotes referantur.

 

(XIX)   Ergo saepta  pudicitia agunt, nullis spectaculorum illecebris,

nullis conviviorum irritationibus corruptae.

Litterarum secreta viri pariter ac feminae ignorant.

 

Paucissima in tam numerosa gente adulteria,

quorum poena praesens et maritis permissa:

abscisis crinibus, nudatam coram propinquis expellit domo maritus

ac per omnem vicum verbere agit !

Publicatae enim pudicitiae nulla venia:

non forma, non aetate, non opibus maritum invenerit.

Nemo enim illic vitia ridet,

nec corrumpere et corrumpi  "saeculum" vocatur.

 

Melius quidem adhuc eae civitates, in quibus tantum virgines nubunt

et cum spe votoque uxoris semel transigitur.

 

Sic unum accipiunt maritum quomodo unum corpus unamque vitam,

ne ulla cogitatio ultra, ne longior cupiditas,

ne tanquam maritum sed tamquam matrimonium ament.

Numerum liberorum finire

aut quemquam ex agnatis necare flagitium habetur,

plusque ibi boni mores valent quam alibi bonae leges.


 

 

   OTTOBRE  29

                                                  Contagiosa l'ammirazione di Tacito !

                                                  Quindi andiamo avanti

 

Senza omissis però. Vi stuzzicheranno a buon sicuro i tre brevi gradini della nuova marcia: Educazione dei figli, Limitato potere dei liberti, La sana economia primitiva (forse la stessa del Marco? giudicherete voi!)

 

Per conto mio non posso omettere l'obbligato richiamo stilistico. La studiata tacitiana brevitas si dimostra proprio in queste formole, che sembrano scritte con l'occhio puntato sulle generazioni avvenire. Misurate, se vi riesce, con quanto stringato linguaggio riusciva agli antichi di dire in poche parole quanto oggi -colpa del "politichese"- ci riversano i nostri "poli" ogniqualvolta ci chiedono un voto per questa o l'altra scelta politica: ore e ore di TV e Radio, pagine a pagine nei giornali...

 

(XX)   In omni domo nudi atque sordidi

(in hos artus, in haec corpora quae miramur) excrescunt.

Sua quemque mater uberibus alit, nec ancillis ac nutricibus delegantur.

 

Dominum ac servum nullis educationis deliciis dignoscas:

inter eadem pecora, in eadem humo degunt,

donec aetas separet ingenuos, virtus agnoscat.

 

Sera iuvenum venus, eoque inexhausta pubertas.

Nec virgines festinantur; eadem iuventa, similis proceritas:

pares validaeque miscentur, ac robora parentum liberi referunt.

 

Sororum filiis idem apud avunculum qui ad patrem honor.

Quidam sanctiorem artioremque hunc nexum sanguinis arbitrantur

et in accipiendis obsidibus magis exigunt,

tamquam et animum firmius et domum latius teneant.

 

Heredes tamen successoresque sui cuique liberi, et nullum testamentum.

Si liberi non sunt,

proximus gradus in possessione fratres, patrui, avunculi.

Quanto plus propinquorum, quanto maior affinium numerus,

tanto gratiosior senectus; nec ulla orbitatis pretia !....

 

Ceteris servis –non in nostrum morem,

discriptis per familias ministeriis-  utuntur:

suam quisque sedem, suos penates regit.

Frumenti modum dominus

aut pecoris aut vestis ut colono iniungit,

et servus hactenus paret:

cetera domus officia, uxor ac liberi exsequuntur.


Verberare servum ac vinculis et opere coërcere rarum:

occidere solent, non disciplina et severitate sed impetu et ira,

ut inimicum, nisi quod impune est. Liberti non multum supra servos sunt,

raro aliquod momentum in domo, numquam in civitate,

exceptis dumtaxat iis gentibus quae regnantur.

Ibi enim et super ingenuos et super nobiles ascendunt:

apud ceteros impares libertini libertatis argumentum sunt.

 

(XXVI)   Faenus agitare et in usuras extendere ignotum:

ideoque magis servatur quam si vetitum esset.

Agri pro numero cultorum ab universis in vices occupantur,

quos mox inter se secundum dignationem partiuntur;

facilitatem partiendi camporum spatia praestant.

 

Arva  per annos mutant, et superest ager.

Nec enim cum ubertate et amplitudine contendunt,

ut pomaria conserant et prata separent aut hortos rigent:

sola terrae seges imperatur.

Unde annum quoque ipsum non in totidem digerunt species:

hiems et ver et aestas  intellectum ac vocabula habent,

autumni perinde nomen ac bona ignorantur....

 

(XV)  Quotiens bella non ineunt, non multum venatibus,

plus  per otium transigunt dediti somno ciboque ;

fortissimus quisque ac bellicosissimus nihil agens,          

delegata domus et penatium et agrorum cura

feminis senibusque et infirmissimo cuique ex familia:

ipsi hebent, mira diversitate naturae,

cum iidem homines sic ament inertiam et oderint quietem.

 

Mos est civitatibus ultro ac viritim conferre principibus

vel armentorum vel frugum, 

quod, pro honore acceptum, etiam necessitatibus subvenit.

Gaudent praecipue finitimarum gentium donis,

quae non modo a singulis sed et publice mittuntur,

electi equi, magna arma, phalerae torquesque;

iam et pecuniam accipere docuimus...

 

(XXIII)  Potui umor ex hordeo aut frumento,

in quamdam similitudinem vini corruptus; proximi ripae et vino mercantur.

Cibi simplices, agrestia poma, recens fera aut lac concretum:

sine apparatu, sine blandimentis expellunt famem.

Adversus sitim non eadem temperantia.

Si indulseris ebrietati suggerendo quantum concupiscunt,

haud minus facile vitiis quam armis vincentur.                  

 

 


  OTTOBRE  30

                                                          La CH = Confoederatio Helvetica

                                                          ha anche la sua storia

                                                          che non inizia proprio dal Vercingetorige !

 

Voglio ripagare con questa dimostrazione di gratitudine la fedeltà con la quale la Svizzera conserva ancora ufficialmente, nelle targhe alme­no, la sua denominazione latina. Le concederò in questa collana di ghiotto­nerie latine anche la SUA pagina; che poi si continuerà con altra analoga dedicata al Tirolo e a quella Regione che oggi denominiamo Alto Adige ( AL­TOATESINA conserva piú visibile la derivazione del fiume ATHESIS = ADIGE  e la allar­ga all'intera Regione, che a questi tempi era forse più ampia). Niente po­litica qui: soltanto il diletto di aver ritrovato anche questi argomenti nelle  Analecta Vindobonensia  che ho tra le mani.

 

Non saprei nemmeno dirvi se i documenti  che sto rispolverando siano di valore storico o meno: per me sono latini, e ciò basta per il mio sco­po. Mi accontento perfino di poche righe, senza la pretesa di dare o for­marmi personalmente un giudizio sul totale. Cercavo possibilmente monti e valli, e valli e monti troverete.

 

Dove li ho trovato io? In non so quale discorso accademico, dove l'oratore di turno, Henricus Gundelfinger, canonicus ecclesiae Veronensis 1489, si sta rivolgendo al suo Principe; di questo discorso riporta il compilatore del­le Analecta Vindobonensia una breve parte; minorem ego excerpam.

 

Magna Edepol ac ingens, illustrissime Princeps,

liga, confederatio ac concordia principis foederis,

civitatibus ac Alpium Vallibus consentientibus,

anno Domini 1474 per te originata est

Salvatoris accuratius viam imitatum,

inquientis: "omne Regnum in se divisum desolabitur,

et si domus adversus domum, quomodo stare poterit?"

Et hoc experientia monstrat.

 

Roma namque universo orbi imperavit et dominata est;

sed civilis et plus quam civilis discordia,

rem illam publicam funditus evertit et annihilavit,

iuxta illud Sallustianum dogma,

‑ quod quidem semper insederat in animo tuo,

considerando non exercitus neque thesauros

praesidia tui Potentatus esse, sed amicos,

eosque non armis cogi vel pecunia parari, sed officio et fide;

et quae in eamdem sententiam sequuntur,‑

concorditer vivendum esse:

concordia enim parvas res crescere, discordia maximas dilabi.

                                              

ANALECTA VINDOBONENSIA  (F.Kollar, l761) pp.794 ss.


Cumque ob huiusce amicitiae,

concordiae ac concivilitatis robur ac firmitatem,

tuis te concivibus coram ostenderes

in tenebrosae silvae loco (= Einsiedeln in Finstrenwal?)

qui Eremitarum dicitur, Thuricensique civitate (Zurigo) aliisque in locis,

quanta cum gloria tuis a confoederatis susceptus fueris,

mihi inexplicabile erit.

 

Sed magna laetitia perfruebantur universi confoederati tui,

tantis gaudiis exultabant, tanta in voluptate versabantur,

ut eorum etiam vultus, facies, oculi, Serenitati Tuae

et pro immortali eorum dignitate ac gloria gratulari,

et pro singulari decore atque ornamento,

quod eis suorumque civibus ac locis aliis,

Tuae Ornatissimae Magnificentiae praesentia

tum allatum contemplabantur, grates agere viderentur.

 

Ecastor dies iucundissimus, in quo tale firmatum fuit foedus,

iucundissimus ‑inquam‑ hic ille dies fuit,

unde annis (duobus) iam certis in gyrum revolutis,

tot bona, tot res secundas atque felices

liberamque vivendi facultatem

Tuae Serenitati ac tuis peperisti concivibus.

 

O diem itaque faustum atque felicem,

nulla unquam posteritate vel temporis diuturnitate delendum !

 

O lucem optatissimam longe a nobis omnibus exspectatam !

Aurea unde libertas, quae diu sepulta latuerat,

omnium conservatrix adiutrixque bonorum emicuit,

unde nostris firma salus liberis,

unde demum perpetua tuo Dominatui incolumitas viriliter emanavit !

 

Si Romani veteres

lugubre anniversarium variorum ludorum genere,

si Quinquatria -qui dies nihil prorsus suavitatis habebant-,

honoratissime coluerunt,

nos quanto universi hanc lucem accuratius

perpetuo celebrandam summaque festivitate agendam duxerimus,

quae ex tenebris ad lucem,

e servitute ad libertatem,

ex moerore ad laetitiam,

nos liberosque nostros atque caras coniuges evocavit ?...


 

 

  OTTOBRE  31

                                                  Come anche il TIROLO, l'Alto Adige...

                                                  non di oggi, bensì del 1474

 

C'è anche in queste pagine l'evocazione del Tirolo: anzi, col vocabo­lo femminile ATHESIS (Adige) ci insinua discretamente l'editore che si vuol signi­ficare tutta la Regione Alto Atesina, quali che siano i limiti in seguito impostici dalla storia ed evoluzione di questa gente.

 

Il discorso che abbiamo in mano ci dirà il resto: a noi basta sapere che è, su per giù, degli anni 1474, e saremo allora più liberi per accetta­re le convenzioni retoriche del tempo. Ci basti soltanto il piacere di leg­gere così belle espressioni di patriottismo in questo latino che potrà sem­brare atemporale, ma che sarà perciò stesso moderno.

 

Il discorso è rivolto ad un Principe che è anche, in palese evidenza, un campione sportivo, possibile candidato alle moderne Olimpiadi: eccone la prova:

 

Neque latet quanta corporis celeritate ac fortitudine clarueris.

Incessu enim celer es, ingenio promptus et manu,

ad omnia gymnicorum ludorum genera, ad cursum, saltum, iactum;

pondere videlicet librato lapides iacere aptus,                                                  

ad omniaque agonum genera aptior,

nihilque causae habes unde fortunam accuses,

quae tibi corporis et animae bona condivisit omnia.

 

A questo Principe è capitato anche il governo dell'Alto Adige. E il nostro latinista si risveglia con la funzione di promotore del turismo, o di Presidente della Pro loco, e incomincia a intessere un dépliant coi fiocchi; suggerisco a chi di dovere, di tenerne conto per eventuali reclami storici di meritata antichità, oltre all'originalità del Latino !  (A meno che si voglia concedere questo primato a Virgilio, per via di quel suo puntualissimo  verso del IX dell'Eneide: Sive Padi ripis, Athesim seu propter amoenum.)

 

ANALECTA VINDOBONENSIA  (F.Kollar 1761)  p. 798 ss.

 

Athesim dico niveis montibus insignem,

urbibus et populis praecelebrem, divitiis atque ubere gleba foecundam,

coelos moribus et fama tangentem.

 

O Athesis, tibi et filiis tuis qui in te sunt,

adscribitur illud Psalmi 67 "Nive dealbabuntur in Selmon..."

O Athesis. Tu pacis alumna, tu sensus amica,

tu fortitudinis brachium, tu virtutis speculum, tu securitatis clipeus,

tu domicilium humanitatis, tu culmen nobilitatis,

tu religionis subsidium...

 

Ubi montes nativi salis, in quibus ferro caeditur ut lapis,,

renascens maius tanta alicubi duritie,

ut muros domosque massis salis facere possent ?

 

Eapropter haec ipsa Athesis, quasi sedula pecuniarum nutrix praedives,

toti Superiori Alemanniae pecuniam sufficientem subministrat,

ac sal, dulce quoddam condimentum, uberius largitur;

montes quoque pingues ad aucupationem venationemque aptissimos.

 

Itaque sive rapaci ave, sive mordaci cane,

sive plagis sive venabulo, sive ursa denique sive feris,

sive canibus,  sive piscibus delecteris,

vicini montes, coniuncti colles, subiecta planities,

praefluens amnis, videlicet Athesis,

affatim omne genus praedae tibi largiter subministrat.

 

Est denique Athesis pro assumenda deambulatione

provincia amoenissima.  Ibi inter flaventes segetes et amoena vireta,

ramosque foecunditate incurvos, ad ipsum amnem, ut ita dicam, Athesim,

alii cantant, iocantur alii, alii obsonium conferunt,

denique alii inter se luctantur lacertosi,

qui deambulandi ac placendi gratia conveniunt...

 

Quos omnes, integerrime Princeps,

violentia maioris roboris ac agilitatis prostrare,

et gravissimo casu ad terram deicere,

uberemque ridendi materiam aliis praebere solitus es.

Athesis castellis est referta, quae a  nobilibus tenentur.

 

Ut igitur viatores paulo plures numero conspicantur,

cum illi castellis subsunt, repente ex arcibus cornua sonant,

et quam maxima fieri potest multitudo hominum

ex moenibus et propugnaculis clamorem extollunt  hostilem,

ut dicitur "et rauco crepuerunt cornua cantu"...