1
Palencia querida
Mariana
2
Il "tramonto" del Maffei (suo editore) Seraffio
3 San Gregorio Magno: non lo direste IL
PAPA BUONO ? San Gregorio
4 I
Goti in Spagna
Mariana
5
L'Islam anche, anno 713
idem
6
2ª ondata -- 715
idem
7
3ª ondata -- 718 idem
8
Possibile, ad Ormuz, far chiudere una moschea ? Trigault
9
ISEO, un greco alla conquista culturale di Roma. Plinius Iun.
10 L'Aretino, un anticipo del Risorgimento
?
Bart.Scala
11 Quel ramo del Lago di Como che volge a
mezzogiorno. Springhetti
12 I manzoniani BRAVI... e l'ultimatum a Don
Abbondio. idem
13 L'incontro con RENZO... e il discorso sul
LATINORUM ! idem
14 Ma la LUCIA Mondello, quando entra in scena
? idem
15 E` "nella stanza di sopra" e
prepara il suo LOOK idem
16 I vini dei Castelli Romani
Kircher
17 Valore terapeutico della chitarra Mendoça
18 Lambecius: chi era costui ? Luc.Holstenius
19 Bellarmino: un Santo, visto
dall'Erythaeus
Erythraeus
20 Baronius: idem, ma occorre altra
pagina. idem
21 Baronius: lo vediamo a tutto tondo idem
22 Ancora l'Erythraeus e certi tipacci...
Rutilius idem
23 Erythraeus: e quell'altro della Suburra idem
24 E l'altro barbone della Piazza della
Minerva idem
25 Terremoto del Vitrioli: uguale ad altri
terremoti ?
Vitrioli
26 Perché parliamo così poco del nonno ?
Mazzolari
27 Altro breve CICLO -del MARTINI- sui cinesi
1639 ? Martini
28 In Pekinensi aula regia (verso il 1640)
idem
29 Adhuc in aula regia... (potrebbe essere il 1641) idem
30 Natale sotto l'albero... (forse il
1643) idem
SETTEMBRE 1
Una pagina... dedicata a
PALENCIA
o,
come canta il suo inno, PALENCIA
QUERIDA !
PALENCIA? Ma, dov'è? Non sarà per
caso Valencia? Mi scuserà facilmente il
lettore se, nella scelta delle pagine, ho all'ultimo momento la debolezza umana
di cercare uno spazio dove dedicare un pensiero alla mia città natale, laggiù,
nell'altipiano della Celtiberia (dove a suo tempo, col nome di PALLANTIA, la
cercava Annibale! quando aveva come prima preoccupazione non quella di
cacciare i Romani, ma quella di sopravvivere pecora sectando, a caccia di pecore!). Sarà Palencia,
se così lo volete, un nome arcano per molti di voi, una città addormentata nel
sogno della sua passata storia. Capita! Anche tra le migliori famiglie!
Palencia però ebbe la prima Università spagnola (e in essa studiava San
Domenico verso il 1190); di essa parlo
i giorni 29-30 Luglio di questo stesso QUOTIDIE, dove si parla delle
famosissime Salamanca e Alcalà –nate ambedue con nomi latini: Salmanticensis, Complutensis-. Orbene,
questa di Palencia era nata prima!). Palencia, per chiudere, ha una cattedrale,
che tutti, se per caso la visitano, riconoscono di ben gradire il tradizionale
appellativo che la definisce come "La bella sconosciuta"...!
Anzi, Palencia ha con Roma un
sorprendente rapporto storico che ci porta in diretta verso la PAGINA che avete
sotto gli occhi. Consultate, se vi riesce comodo, la Storia di Roma di Indro
Montanelli (sto parlando dell'edizione a puntate, Rizzoli, 1979, pag. 410‑411);
quando l'autore ha finalmente percorso quasi l'intero itinerario delle glorie
romane, e si sente costretto a parlare di forme nuove di cultura, di
architettura, di istituzioni... capita proprio di dover esibire, a doppia
pagina, la sorprendente fotografia della cripta del Duomo di Palencia!
simbolo, così sembra, del nuovo stile che laggiù stava già nascendo, il
ROMANICO, per l'appunto. (E infatti è oggi Palencia -con la sua provincia sorella,
Burgos- quasi il capoluogo spagnolo di questo stile affascinante).
Orbene: eccola
qui, nella sua giusta cornice storica, la puntuale pagina omaggio alla mia
Palencia, nel dignitoso latino del P.Mariana. La strappo al contesto della
morte di un Re Sancho, il quale, verso l'anno 1033 (in pagina sarà anche
annunciata la prossima sua morte), sta per chiudere la sua brillante carriera:
agli inizi della sua ascesa si era perfino meritato l'appellativo di
"Primo Imperatore di Spagna" (spartita a quel momento fra Spagnoli,
Goti, Arabi e Normanni!); questo Sancho il Maggiore, Maioris cognomine
honestatus, fuit etiam Imperator Hispaniae vulgo dictus, ut solet
populus haud magna de causa suis saepe Principibus splendidos affigendo titulos
assentari.
Per quanto riguarda S.Antonino (oggi regolarmente Patrono della città e foneticamente tramutato in San Antolín ‑e domani sarà laggiù la festa patronale‑) sembra provenire da Pamiers, in Francia, e forse le sue reliquie sono state a suo tempo spartite in altre direzioni, poiché ne troviamo anche non solo nei Paesi Baschi, ma perfino a Monte-porziocatone, nei Castelli Romani (un paese di nome ineffabile, che qualche latinista ha preferito sul posto ‑cercatelo, prego, tra le epigrafiche commemorazioni del suo Duomo‑ denominare PORCIODUNUM! come se fossimo nella Gallia dei druidi, donde provengono Lugdunum, Augustodunum = Lyon, Autun, ecc.: fine della nota.)
Orbene Palencia ha un peculiare ricordo, di questo Sant'Antonino e del Re Don Sancho, proprio
nella cripta del suo Duomo. Se ne parlerà in Pagina, che sarà:
P. MARIANA JOSEPHUS, Historiae de Rebus Hispaniae (exeunte libro VIII).
Sub
vitae finem (Rex Sancius)
PALENTIAM urbem instaurandam curavit, haud magna aliqua de causa.
Bellorum iniuria
multo tempore eversa iacebat:
parietinae
tantum exstabant et rudera stragesque lapidum,
priscae
structurae aedificiorum vestigia;
praeterea
vetusti operis rude templum,
quod olim Divi
Antonini nomine dicatum fuerat.
Sancius, otii
tempora ferarum venatione transfigere solitus,
ne nihil
videretur agere
(et est venandi
ars, bellicae meditatio) iis in locis
aprum
insectatus est ad ipsum usque templum, quo fera confugit,
seu forte
fortuna,
seu quia in ea
vastitate in ferarum lustra versum erat.
Rex nihil loci
religione motus,
aprum ad aram
decumbentem venabuli ictu transfigere parabat,
cum forte
animadvertit
brachium
repentina torpedine diriguisse, concidisse vires.
Vindictam esse
numinis interpretatus,
quasi loci sanctitati honorem non habuisset,
et ex ea re,
religione
obstrictus, Divi Antonini opem venerabundus implorat:
delicti, quod
per inscitiam admissum erat, veniam precatur.
Sentit mox
brachium pristino restitutum vigori.
Pro eo merito, fruticibus
extirpatis caesaque sylva,
urbem denuo
exaedificandam curat exornatque aedificiis.
Templum pro
tempore exstructum
in antiquum
dignitatis splendorisque locum restituit,
instauratae
urbis novo Episcopo designato...
Tragoedias scribere
videor et fabulas:
sed ipsis
Hispaniae historiis
non quasi
commenticias sed facta eiusdem generis multa
memoriae sunt
commendata.
Nos fidem neque
adiungimus neque detrahimus.
Quam res
meretur, ex se lectores statuant.
Tantis rebus Sancius,
bello paceque peractis,
magnam sibi
gloriam pepererat, amplam posteris ditionem.
Haec nomen eius
vehementer illustrabant.
Illa magis:
actionum gravitas, constantia et magnitudo animi,
probitas, fides,
excellens in omni genere virtus.
Vitae exitus
paulo tristior fuit...
ex insidiis in
itinere interfectus est !
Tramonto del
MAFFEI: da Roma a Siena,
e
dal Vaticano a TIVOLI (+1603)
E sarebbe da aspettarsi
un doveroso IV CENTENARIO
Avevo lasciato a lungo qui una pagina
vuota, e oggi la voglio dedicare, in sintonia con la precedente esternazione sulla mia cittadina di nascita,
al mio latinista più ammirato e amato, sul quale sono voglioso di sapere
semmai, in questo momento di decadenza del Latino, qualcosa si muova almeno a
Bergamo per la celebrazione di un 4º centenario ormai imminente. Il cui elogio io personalmente accetto: Dignus
idcirco, cuius scripta immortalia
POSTERITAS OMNIS admiretur et
celebret. Essendo poi il Maffei abituato a presentarsi come BERGOMAS, la posteritas omnis incomincia proprio a Bergamo.
Entriamo cosi’ in materia con il brano che ce lo descrive sempre più impegnato
negli alti incarichi che a tale latinista venivano richiesti senza fine.
quicquam
antiquae consuetudinis studiorum remisit,
quamquam
assiduis laboribus fractus, infirma esset valetudine,
aetateque iam prope inclinata;
immo reputans
secum ipse nihil adhuc tradidisse litteris
quod rudium
non minus quam doctorum hominum saluti prodesset,
nonnullorum
Sanctorum res gestas... vulgari idiomate voluit describere.
Id ut commodius
praestaret, utque Romanos etiam tumultus
quibus non
parum distrahebatur effugeret,
SENAS urbem
pulcherrimam saluberrimique caeli secessit,
ubi non tam
iucundis spiritualium literarum studiis,
quam
suavissimae rerum divinarum contemplationi addictus,
integerrimam ac
prope caelestem vitam agebat...
A questo punto,
ancora un Papa lo richiama a Roma, e il nostro cambia genere di vita:
anzi, di
Residenza, alloggiato addirittura nel Palazzo Apostolico:
Verum iucundissima
hac vivendi ratione perfrui diutius nequaquam potuit;
CLEMENS enim
VIII, ex Aldobrandina familia... Romam illum accersivit,
ut quos de
Gregorii XIII rebus Annales confecerat,
eosdem ad sua
usque tempora pari felicitate studioque produceret.
Ac ne quam
Pontifex ille Maximus
benevolentiae
existimationisque significationem relinqueret,
eumdem non modo
in ipsomet Apostolico Palatio,
ornatissimis ad
id aedibus designatis, excepit,
sed et ea suppeditavit universa,
quae ad splendide beateque vivendum pertinerent.
Ora, senza omissis, l'ultima trasferta, a TIVOLI.
Ex Jo.Petri
MAFFEII Vita (a P.ANTONIO SERAFFIO).
Opera Omnia,
BERGOMI 1747, Lancellottus.
Hunc itaque extremum laborem Maffeius non invitus
amplexus est;
quid enim ingenuae indolis
tot liberalitatis munificentissimae argumentis
restitisset ?
praesertim cum nulla magis re
quam aut scribendo aut studendo delectaretur ?
Atque hos sane vitae suae totius
felicissimos beatissimosque extitisse dies arbitramur;
nam praeterquamquod laute admodum delicateque haberetur
(id autem ad ferendos superandosque studiorum labores
conducere vel maxime existimabat),
nihilque ei deesset quod quidem se velle significaret,
tanta florebat apud Pontificem Maximum Cardinalesque prope
universos
auctoritate et gratia, ut et perhonorifice a multis
inviseretur,
et quidquid ab eis peteret facillime impetraret.
Accedit etiam quod cum non in ipsamet tantum aula,
sed in iisdem prope aedibus versaretur Silvius Cardinalis
Antonianus,
is, quocum illi singularis iam inde usque ab adolescentia
necessitudo intercesserat, et eum videndi saepissime
et suavissima eiusdem consuetudine fruendi ampla dabatur
occasio.
Nec vero minorem ei afferebat delectationem
Guidonis Bentivoli, Pontificis Maximi intimi Cubicularii,
familiaritas,
qui cum propter singularem rerum omnium scientiam
maxime Maffeium suspiceret,
inita secum brevi, propter contubernii vicinitatem,
necessitudine;
frequentissime eum conveniebat
non tantum ut de studiis optimarum artium verba faceret,
sed ut etiam e peritissimi hominis collocutione
praeceptisque
ea arriperet quae perperam ab aliis,
quamquam doctissimis et eruditissimis exspectasset...
Verum illud opus, cuius perficiundi causa
a PONTIFICE MAXIMO evocatus fuerat,
producere haud ita multum potuit: absolutis enim vix
tribus libris,
stomacho laborare et febri -non admodum tamen gravi-
iactari coepit.
Cum vero speraret liberatum iri ea molestia
si, uti alias fecerat, aeris temperiem regionemque
immutaret,
Roma relicta sese in Tiburtinam Urbem (Tivoli) recipere statuit.
Ibi vero ingravescente morbo, cum neque illustrium
Medicorum conatus,
nec plura adhibita remedia quidquam proficerent,
omnibus quae Christianum hominem decent rite sancteque
persolutis,
ad XIII Kal.Novembris MDCIII (20 octobris 1603)
ingenti Sociorum luctu -in eo siquidem Societatis
universae
lumen longe clarissimum amittere intelligebant-
e vita migravit, annos natus 67.
SETTEMBRE 3
Oggi San
Gregorio Magno
Non
lo chiameresti "Il Papa Buono" ?
Papa
Giovanni XXIII ha avuto la fortuna di essere possentemente spalleggiato sulla
via della popolarità dallo sviluppo enorme dei moderni mass‑media.
Quella sua felicissima frase sulla luna ("Guardate, anche la luna sembra
voler affacciarsi a questa veglia di preghiera per il Concilio"), e quel
baccio affidato ai presenti per trasmetterlo in casa ai bambini "a nome
del Papa" ebbero la fortuna (accresciuta in seguito dall'obbligato ritmo
ripetitivo delle annuali commemorazioni) di poter essere riascoltate da più di
mezzo mondo. Quanti invece di questi o analoghi gesti, di Papi di altri tempi,
saranno andati perduti nei secoli ! Ad
esempio, di quel Papa che personalmente faceva la catechesi ai bambini nel
cortile di San Damaso. Ma nessuno allora filmava o incideva in nastro
magnetico una sola di quelle tenerezze.
Valga ció per
inquadrare la didascalica pagina su S.Gregorio Magno, che noi sacerdoti ci
ritroviamo a rileggere ogni anno nella Liturgia
Horarum.
La mia domanda
conclusiva è già presente nel titolo: a chi infatti non viene in mente, dopo
aver letto questo capolavoro di umanissima semplicità, qualificare S.Gregorio
come un Papa buono ?
Se mai qualcuno volesse
frugare sulla sua età, ecco le coordinate anagrafice: nasce "romano di
Roma" intorno al 540, ed è promosso, cinquantenne, alla Catedra di
S.Pietro il 590 (proprio il 3 settembre). Il trapasso è dato al 12.III.604,
cioè intorno al 64º di età. Et defunctus adhuc loquitur, come non senza umorismo rieccheggia
oggi uno dei versetti responsoriali del suo "ufficio".
S.GREGORIO MAGNO.
Ex homiliis in Ezechielem (cf.Liturgia Horarum).
" Fili hominis, speculatorem dedi te domui
Israel".
Notandum quod eum quem Dominus ad praedicandum mittit,
SPECULATOREM esse
denuntiat.
Speculator quippe semper in altitudine stat,
ut quidquid venturum est, longe prospiciat.
Et quisquis "populi speculator" ponitur,
in alto debet stare per vitam, ut possit prodesse per providentiam.
O quam dura mihi sunt ista quae loquor !
quia memetipsum loquendo ferio,
cuius neque lingua, ut dignum est, praedicationem tenet,
neque, in quantum tenere sufficit, vita sequitur linguam.
Ego reum me esse non abnego:
torporem meum atque neglegentiam video:
erit fortasse apud pium iudicem impetratio veniae ipsa
cognitio culpae.
Et quidem in monasterio positus,
valebam et ab otiosis linguam restringere,
et in intentione orationis paene continue mentem tenere.
At postquam cordis humerum sarcinae pastorali supposui,
colligere se ac semetipsum assidue non potest animus,
quia ad multa partitur.
Cogor namque modo ecclesiarum,
modo monasteriorum causas discutere;
saepe singulorum vitas actusque pensare;
modo quaedam civium negotia sustinere,
modo irruentibus barbarorum gladiis gemere,
et commisso gregi insidiantes lupos timere.
Modo rerum curam sumere, ne desint subsidia
eis ipsis quibus disciplinae regula tenetur;
modo raptores quosdam aequanimiter perpeti,
modo eis sub studio servatae caritatis obviare.
Cum itaque ad tot et tanta cogitanda scissa ac dilaniata
mens ducitur,
quando ad semetipsam redeat,
ut totam se in praedicatione colligat,
et a proferendi verbi ministerio non recedat ?
Quia autem necessitate loci saepe viris saecularibus
iungor,
nonnumquam mihi linguae disciplinam relaxo.
Nam si in assiduo censurae meae rigore me teneo,
scio quia ab infirmioribus fugior,
eosque ad hoc quod appeto numquam traho;
unde fit ut eorum saepe et otiosa patienter audiam.
Sed quia ipse quoque infirmus sum,
in otiosis sermonibus paulisper tractus,
libenter iam ea loqui incipio quae audire coeperam
invitus;
et ubi taedebat cádere, libet iacére.
Quis ergo ego vel qualis
SPECULATOR sum,
qui non IN MONTE
OPERIS STO,
sed adhuc IN
VALLE INFIRMITATIS IACEO ?
Potens vero est humani generis creator et redemptor,
INDIGNO mihi et vitae altitudinem et linguae efficaciam
donare,
pro cuius amore in Eius eloquio nec mihi parco.
La Spagna dei Goti
ad una svolta
tragica (anno 713? 715?)
Tutto il seguito
dei capitoli che il Mariana dedica a questa storica catastrofe che abbiamo
denominato "straripamento dell'Islam" sarebbe ben meritevole di
un'attenta rilettura. Questa Antologia però ha i suoi limiti e posso
permettermi, una tantum, l'aggiunta di una pagina catartica. Quel tanto
che basta per soddisfare la più elementare curiosità e per invogliare lo
studio più professionale. Voglio almeno raggiungere quel punto dove compare
esplicita una nobilissima testimonianza culturale che rivaluta la nostra
polemica pro‑latina: ci si dice infatti che, in Spagna, almeno in
quell'occasione, nel fuggi fuggi degli sbandati verso il Nord, si ebbe buona
cura di mettere a salvo SANCTORUM VIRORUM INGENII MONUMENTA (attenti:
"ingenii monumenta" non sono le reliquie, bensì i libri ! I quali ovviamente... erano scritti in LATINO !
Vi si aggiunge
una brevissima enumerazione di autori: Isidori,
Ildefonsi, Giuliani... e si azzecca con alta precisione la sensibilita’
storica: ne, vi flammae cuncta
vastantis, perirent AURO ET GEMMIS
PRETIOSIORES THESAURI.
Questo bel capitolo del P.Mariana apre con la precisazione esatta dei piú vasti sincronismi di quel momento storico:
Romanam tum Ecclesiam Constantinus Pontifex obtinebat;
Orientis Imperium Anasthasius, cognomento Artemius;
Francorum Rex, Childebertus eo nomine tertius erat,
quo tempore planctu tumultuque
universa Hispania repleta erat,
non praesentis tantum dolore mali,
sed etiam futuri temporis metu:
nec ullum calamitatis genus deerat,
cum per omnes ordines aetatesque
victoris crudelitas et licentia debaccharetur.
MARIANA JOSEPHUS, Historiae de Rebus
Hispaniae,
lib.VI, cap. XXIV
Magna pars eorum qui ex aerumnoso illo proelio
mortem evadere potuerunt, ASTIGIM petierunt,
urbem neque remotam locis
et ea aetate civium frequentia et moenium munitione
validam.
Cum iis cives confusi atque inter se hortantes
sui capitis periculo universae gentis incolumitatem
redimere,
excidium avertere, illatas, si possent, iniurias
vindicare:
cum victore, qui vestigiis omnibus Gotthorum reliquias
persequebatur,
rursus dimicare non dubitarunt.
Eadem proelii fortuna fuit.
Rursus Gotthi a Mauris caesi fugatique sunt.
Qui cladi superfuerunt, in varia loca dilapsi.
Urbs, omni praesidio nudata atque in victoris redacta
potestatem,
a Mauris eversa est.
Iuliani deinde Comitis consilio et hortatu,
(Maurorum) copiae bifariam divisae: pars Maguedo duce,
qui christiana olim sacra, quibus erat imbutus,
abiurarat,
CORDUBAM petiit.
Et quoniam nobilissimi eius urbis cives
commune periculum veriti, TOLETUM aufugerant,
haud aegerrime expugnata est,
pastoris cuiusdam ductu, qui aditum, qua facillime
penetraretur,
in moenium ea parte monstravit quae ponti coniuncta est,
silentio noctis custodiisque interfectis. Urbis
praefectus,
templi munitione qui Divo Georgio nomen fuit, defensus,
tribus mensibus obsidionem toleravit.
Deinde, e fuga retractus, in Maurorum potestatem venit.
Socii, per vim expugnato templo, ad unum interfecti sunt.
Cum copiarum parte alia Tariffius reliquam BAETICAM
incendiis et direptionibus vastabat.
Prope GIENNIUM, ut Rodericus est auctor,
MENTESA vi capta soloque aequata est.
MALACAM, ILLIBERRIM, GRANATAM praesidiis occupavit.
MURCIAE Praefectus, quae urbs ea tempestate OREOLA
vocabatur,
homo militaris et sagax, cum a Mauris acie victus esset,
foeminis in veste virili per muros urbis dispositis,
cum magnae multitudinis speciem praebuisset,
ad honestas condiciones victores Mauros adduxit,
priusquam urbis deditionem faceret.
Iudaei, Mauris confusi, CORDUBAM GRANATAMQUE
habitandas susceperunt :
Christiani cives alio atque alio dilapsi.
TOLETUM reliqua erat in Hispaniae umbilico posita,
situ inexpugnabilis: unde Urbanus, eius urbis Praesul,
in ea rerum inclinatione, haud satis loci munitione
confisus,
abierat in Astures...
SETTEMBRE
5
ANNO DOMINI 713 ?
Il 1º straripamento
dell'ISLAM,
visto in
"cinemascope latino"
Un nuovo filone,
del quale in quest'Antologia troverete soltanto pochi assaggi; vi sto
additando le Historiae de Rebus Hispaniae, del P. Mariana. Partivo da
un'istintiva sicurezza di trovare in quella miniera qualcosa di bello, quando,
già collocate in data 10‑11 ottobre (del BREVITER), le bellissime pagine
di S.Girolamo sulla caduta dell'Impero Romano sotto le orde barbariche, mi era
venuta la voglia di fare un sopralluogo in altri spazi Latini alla ricerca di
una descrizione in qualche modo analoga. Volevo offrirvi la possibilità di fare
un paragone tra la fine dell'Impero Romano e questa altra fine dell'Impero
Gottico nella Spagna Meridionale.
Il Mariana se la cava felicissimamente; la sua fortunata sintesi, di due fittissime pagine (delle 959 dell'edizione toletana del 1592), è fuori di ogni dubbio, un pezzo di bravura. Ma...sono pagine senza un solo punto e daccapo ! Qui avremo bisogno di tre giornate. Grazie però a quella che oggi diciamo "impaginazione a bandiera", le troverete in diafana trasparenza. Se tollerate le mie audaci metafore moderne, dirò che avrete sotto gli occhi un filmato panoramico in cinemascope !
Posso bene immaginare che pagine analoghe si troveranno anche in autori italiani, ovviamente, in latino. Ma la pacata e antiretorica serenità stilistica del P.Mariana mi compensa anche il dolore di dover mandare in cantina altre pagine, anche se, per altro titolo, affascinanti.
MARIANA JOSEPHUS, Historiae de Rebus Hispaniae
(Toletum 1596), Lib.VI, cap. XXII‑XXIII
SARACENORUM
arma hac aetate impune toto orbe volitabant.
In ARABIA
exortus ille furor, Mahomete duce,
multos
primum mortales illusit novae religionis specie.
ORIENTIS
deinde solis partes cum occupasset,
AUSTRALESque
regiones pervasisset,
usque
ad ultimas OCCIDENTIS solis oras
non
longissimo spatio temporis pervenit.
Heraclius
quidem Imperator,
Cosroe
Persarum Rege devicto Asiaque domita,
nascentem
pestem in ipsis incunabulis comprimere arte cupiens,
ex
Saracenorum nobilitate quatuor millia Romana castra sequi voluit,
honoris
quidem specie: re, ut obsidum e loco essent,
ne
novos motus, ut coeperant, in Provinciis concitarent.
Ii
militarem vestem, ex Iustiniani quae adhuc exstat lege, poscentes,
cum
repulsam tulissent, addita praeterea verborum contumelia,
eunucho
in ea Imperii faece, fisci praefecto dicente:
"quid
reliqui est Romano militi quod dari his canibus possit?"
ea
effeminati viri voce irritati,
ad
suos continuo, facto agmine, revertuntur.
PROPINQUAS
deinceps Romani Imperiii URBES carpunt:
AEGYPTUM
occupant: PERSAS, nuper a Romanis
devictos
debilitatosque viribus, ipsi integri
ferocesque domant,
compelluntque
Mahometis sacra et Saracenorum nomen suscipere.
SYRIA
universa capta: AFRICA, saepe tentata bellorum eventu vario,
successu
tandem illis prospero.
Abimelechi
Regis ductu CARTHAGO MAGNA capta eversaque.
A
Ioanne Praefecto Praetorii cum res in ea Provincia gereret,
repulsi
Africae finibus, maiori mole bellum parabant.
Adversus
eorum conatum Ioannes
supplementum
a Leontio Caesare petiturus
Constantinopolim
navigat, salutis anno circiter septingentesimo.
Romanae
interea Legiones,
taedio
longioris morae an novarum rerum studio,
Tiberium
Apsimarum, civem constantinopolitanum,
Imperatorem
salutatum,
ad rem
publicam capessendam Constantinopolim prosequuntur.
Ea ex
re Saraceni, vacuam AFRICAE possessionem
invadunt
atque occupant. NUMIDIAM et MAURITANIAS
ad
Oceanum usque Atlanticum, qua finis est orbis terrarum.
(continuatur)
SETTEMBRE 6
Lo straripamento dell'ISLAM (2)
Non tocca a me il giudizio storico: nè sui fatti dei lontani secoli, e tanto meno su un presente che è ancora allo studio degli addetti ai lavori. Non posso tuttavia non rievocare quanto da alcuni (informati o no, futurologhi di serie A o di serie B ?) è stato diffuso in tempi recentissimi per legittimare l'operazione delle Nazioni Unite contro Sadan. Si è detto che se non fosse stato tempestivamente usato il deciso freno di una guerra lampo, il mondo avrebbe in seguito pianto le stragi di un nuovo Hitler. Cambiate soltanto questo nominativo per quello di "un nuovo MIRAMAMOLINO" e forse scoprirete di aver trovato la chiave storica che vi permetterà di leggere il mondo moderno in lingua antica, o, se lo preferite, il mondo antico in coordinate moderne.
In realtà la dimensione
"europea" di quello scontro che ci prepariamo a vedere, viene
sottolineata dal Mariana con lo stesso metodo che avrebbe usato Tito Livio: con
le argomentazioni attribuite ai condottieri dei due schieramenti nelle loro
doverose arringhe prima della battaglia: l'arabo Tariffo (che altri
preferiscono scrivere Tariq, ma la punta più meridionale della Spagna lo
ricorda nel toponimo Tarifa) dirà esplicitamente ai sui guerrieri: Hic dies aut Europae imperium dabit, aut
vitam cunctis eripiet. Non Africae solitudines et tescua*, sed opimae Europae
spolia offeruntur... Irruite, Deo duce, Mahumete auspice, in hostes praedam
non arma ferentes..!
Son costretto a sintetizzare (e costretto a non aggiungere altro dopo
il famigerato fattaccio che ormai fa parte della nostra storia come L’UNDICI
SETTEMBRE 2001: e’ questo un capitolo ancora aperto ! ). Non c'è altro modo di
giungere in tre pagine all'urto definitivo e alle costatazioni epigrafiche del
fatale bilancio. Per ora, dunque lasciamo al Mariana la continuazione del suo
resoconto.
* Loca quaedam agrestia, quae alicuius dei sunt,
tesca
vel tesqua dicuntur (Varrone).
(continuatur)
SETTEMBRE 7
Lo straripamento dell'Islam
Nella Spagna di
allora (3)
Hos
Iuliani et Maurorum conatus
celeritate
praeoccupandos iudicans Rodericus,
sobrinum
suum Sancium (alii Enecum vocant) continuo obviam misit.
Ex eo
initio de belli summa omen est factum.
Ut
erat ex colluvione plebis et subitario delectu exercitus conflatus,
non
vigor corporibus inerat, non ardor animis:
lentum
et deforme agmen, fluxa arma, segnes equi;
impatiens
solis, pulveris ac tempestatum; nulla disciplina militaris !
Itaque
cum primum castris collata sunt castra,
levibus
initio proeliis, adverso semper Marte,
deinde
totis utrimque viribus dimicatum est.
Victoria
penes Mauros stetit: et Sanctio
cadente,
Gotthorum
exercitus partim caesus, partim fuga dissipatus est.
Barbari
victoria elati, Baeticae et Lusitaniae agros depopulati,
non
pauca oppida eo tractu,
ipsamque
urbem Hispalim (hodie Sevilla)
ut
erat moenibus et munitione nudata, facile suae ditionis fecerunt.
Incidit haec prima calamitas
in
annum eius saeculi tertiumdecimum (713).
Quo
anno Sinderedus Praesul Toletanus, rerum summae diffidens,
hanc
Roderici iniuriam et insolentiam non ferens,
relicta
Hispania Romam abiit:
ubi
post aliquot annos, Gregorio III Pontifice Maximo,
Lateranensem
Conventum cum aliis Episcopis habuit...
Ecclesiae
Toletanae praecipui sacerdotes,
ne in
ea temporum calamitate rectore carerent, Oppa praetermisso,
quem
legibus repugnantibus constabat ad eum honorem vocatum,
Urbanum,
prisci moris virum, morum sanctitate excellentem,
Praesulem
crearunt.
A questo punto abbiamo già in mano i protagonisti dell'imminente catastrofe. Il debole Don Rodrigo, che però pentito dai passati errori, adempirà coraggiosamente il suo dovere di Re, e Don Oppas, che nell'ardore della battaglia del Guadalete (guad =fiume=vadum, il fiume è detto in latino Lethe), lascierà al proprio destino i Gotti, passando con arme e bagagli al campo nemico.
Rodericus
Rex, suarum rerum periculo provocatus
et ignominiae
quae accepta erat delendae cupiditate inflammatus,
ex
universa ditione, quorum aetas idonea erat,
ad
signa, magis propositis suppliciis nisi parerent, vocavit.
Ea
denuntiatione numerosa hominum multitudo convenit.
Qui
minimum, supra centum millia hominum fuisse aiunt;
verum
ex diutino otio ad bella suscipienda,
ut
vulgus consuevit, alacri ac prompto animo
molli
ac minime resistente ad calamitates perferendas.
Et
erant plerique inermes, fundis tantum et sudibus armati.
Cum
hoc exercitu Rex, in Baeticam profectus, hostemque nactus
ad
Caesarianum, in planitie quam Lethes amnis interfluit, castra locavit.
Ardebat
uterque exercitus pugnandi cupiditate;
Mauri
tot victoriis e proximo belli successu elati:
Gotthi
pro salute et libertate, patria, liberis, coniugibus
vitam
discrimine offerre non dubitabant....
Octo
continuis diebus iisdem vestigiis dimicatum est:
septem
levibus proeliis ut arbitror,
cum
utrique quantum virtutis in hoste esset,
quantum
in suis experiri cuperent,
priusquam
totius certaminis aleam subire necesse esset.
Die
octavo, qui dies dominicus erat (anno 714)
totis
utrimque viribus et copiis pugnatum est...
Cum
OPPAS, incredibili scelere, eatenus dissimulata perfidia,
cum
suorum manu, ut arcano convenerat,
in ipso
ardore pugnae, ad hostes transfugit !
et
Iuliano coniunctus, qui validum Gotthorum agmen ducebat,
nostros
ab aperto latere aggressus, victoriam hosti peperit....
Eo
nudati praesidio Gotthi qui in acie perstabant,
pars
trucidati, pars fuga salutem quaesierunt.
Castra
et impedimenta momento temporis capta.
Caesorum
numerus non proditur,
nimirum
prae multitudine iniri non potuit...
Ibi
Gotthorum nomen extinctum, ibi virtus bellica,
ibi
praeteriti temporis fama, ibi spes futuri deleta !
Imperiumque,
quod trecentis amplius annis steterat,
a
feroci genti et immani compressum est...
Roderici
Regis equus, paludamentum, corona,
calceique
gemmis distincti, ad Lethis ripam inventa...
Milites
qui cladem effugere potuerunt,
tantae
calamitatis nuntii deformesque testes, vicinas urbes petiverunt...
SETTEMBRE 8
Possibile
far chiudere una moschea ad
Hormoz ?
Non ho nessuna voglia di turbare il dialogo inter‑religioso. Botte e risposte sono fatti nostri che sarebbe bene chiudere sotto chiave, perché tutti siamo stati in qualche modo integralisti ed è ormai giunta l'ora che pensiamo più al futuro in pace che non alle ostilità palesi che riempiono le nostre -non più rettificabili- storie. Ma, poichè le mie spigolature mi portano necessariamente alla ricerca di pagine inimmaginabili, cadrò nella tentazione di offrirvi questa, che sarà difficilmente credibile. Leggetela... per quell'unico motivo che mi ha indotto a sceglierla: per la grossa novità che in essa ci si descrive.
Ne è protagonista un ardente missionario, quasi dallo stesso taglio di Francesco Saverio: anzi, è stato proprio lui a volerlo "parcheggiato" per tre anni ad Ormuz, mentre egli fa un primo sopralluogo al Giappone. Gli ha perfino promesso di richiamarlo come compagno; ma il programma subisce dei cambiamenti, e così quest'olandese, Gaspare Barzeo, resterà inchiodato a Goa mentre il Saverio si muove ormai –e muore- verso l'assalto alla Cina. (Sul Barzeo ci sara’ una personale PAGINA il prossima 2 Dicembre).
L'episodio poi (da piazzare al
1552, quando ambedue –il Saverio e il Barzeo- hanno ormai soltanto due anni di
vita), rassomiglia a quell'altro che vi ho offerto -nel BREVITER 8 gennaio- di
un Imperatore cinese che si prepara alla morte attraverso una sorta di
"confessione generale pubblica"; ha con esso una arcana somiglianza:
in ambedue i casi si tratta di personaggi che sono arrivati vicinissimo al
"grande passo", senza però la forza di compierlo. (E notate che per
il nostro latinista Coranum è la moschea").
NIC.TRIGAULT, De vita Gasparis Barzaei, lib.II, cap.XIX.
Iam
agrorum omnium, nullo resistente, Gaspar dominus erat;
et in civitatem
profani sacrificuli se cum suis receperant.
In ea
CORANUM erat sane magnificum, totius cultus facile primum,
vel
operis mole vel ornatu et confluentium undequaque frequentia.
Eo se
omnes, et eiulatus suos, contulerant,
tanto
vicinorum Lusitanorum incommodo,
quibus
ea urbis pars attributa fuerat, ut Gasparem, non semel victorem,
rogarent uti, pro sua prudentia, illi malo mederetur.
Non
ita quidem proclive erat eos e tali arce depellere:
sed
Gaspari, divina ope freto, nihil arduum, nimium nihil videbatur !
Quapropter
ad Regem hominem allegat,
(quod
aditus ipsi esset omnis praeclusus) qui
aut
Saracenis petat silentium indici
aut
eorum inconditos clamores regio mandato temperari.
Id
Christianos suo iure postulare: primum,
quod
in suo fundo ea pati indignum esset;
tum,
quod Saracenis... poena haec debeatur:
tantisper
silere dum a Rege Lusitaniae responsum sit.
Tum se
imperata facturos.
Gasparem
iam nominis auctoritas et arx Lusitana,
quam
Saraceni admodum verebantur, audaciorem faciebat,
terroreque
incusso impetrare quod aliter nequiret confidebat.
Porro
hoc vix erat in Regis potestate;
et
cum illi minas perpetuo exsibilarent,
spes
exigua affulgebat aequa ab iniquis obtinendi.
Maiores
hic animo colligit in re ardua Gaspar;
denuntiat
iis, ni tacuerint, se cum sua puerorum cohorte advolaturum.
Sed
nec id profuit. Quid ergo? memor illius "compelle intrare"
in
proximum diem sex Cruces parari iubet,
quibus
iam postridie in altum elatis,
cum
turmis suis iam saepe dictis egreditur,
et
pleno die, praecipuis consulto urbis vicis, viam carpit.
Ad
palatii fores ubi ventum est, omnes positis genibus subsistunt,
et
piis iteratisque vocibus in haec verba prorumpunt:
Domine
Deus, misericordia; Domine Deus,
misericordia !
Nec
defuit Divina Bonitas implorata.
Subito
Mauri, alius alium praecurrentes,
per
summum tumultum (mira vix Crucis!) diffugiunt.
Rex
vero, ea occasione usus, Gasparem ad se vocat.
Qui,
iussis ibi ceteris, ubi constiterant, dum rediret subsistere,
ipse
ad Regem adit. Qui, honoris causa eum pro scalis opperiens,
ibidem
se ad eius pedes abiciens,
renitentis
Gasparis manum nisus est osculari.
Inde
in regium thalamum deductum,
invitum
et reluctantem in suo throno collocat, nec ante loqui voluit
quam
pater ibi consisteret. Ipse vero patri
ad latus assedit.
Tum
multis tarditatem purgat, in turbam suorum reicit universa,
animo
se hactenus fuisse christianum,
idque,
compositis brevi rebus, facturum ut omnes intellegant.
Sed
iis velum inconstantiae obtendebat infelix nimis,
verum
esse expertus illud Veritatis oraculum:
"Difficile
est divites intrare in Regnum caelorum".
Nihilominus,
ut fidem faceret, ait se mandare ut Corani fores
caemento
et saxis obstruantur, tota insula nemo Mahometem inclamet.
His
pater respondet satis se nosse quis eius animum avertisset;
rogare
Deum ut quod spondet, aliquando maiori fide exsequatur;
ceterum
in praesentiarum gratias agere ac sibi gratulari.
Rex
donatum Gasparem munusculis,
quae
domum eius deinde deferri curavit, a se dimittit.
Pergit
ille et, una cum ministris Regis,
Corani
fores, frementibus Saracenis, fideliter obstruit...
SETTEMBRE 9
Un conferenziere a Roma
di nome Iseo (al tempo di Plinio).
Torniamo indietro sui tempi storici. Quando Roma era in grado di voler studiare l'invasione culturale che la stava "grecizzando". I Romani più colti erano andati "a studiare" in Grecia: ora i greci decadenti venivano a fare conferenze a Roma. E` proprio cosí? Vediamo un caso isolato. La risposta a voi !
Quelle che fino ai nostri tempi erano denominate "conferenze", stanno tramontando a Roma a vista d'occhio. Il traffico è il primo nemico, ma il secondo è la TV che, scavalcando il traffico, uccide le conferenze per eccessiva trasformazione e perché ti trasporta l'oratore nel tuo salotto !
Iseo -il protagonista della nostra PAGINA- era giunto a Roma sotto la spinta delle scuole filosofiche, ormai in decadenza, della Grecia. Se già al tempo di Seneca questi conferenzieri erano per lui dei veri giocolieri del linguaggio, pensate al periodo di Plinio, quando a Roma giungeva a fiumane la "seconda scuola" dei sofisti! Oggi ne vedremo uno in primo piano in questa pagina.
Questo oratore greco, Iseo,
arriva preceduto da un gran nome e, a giudizio di Plinio, sorpassa addirittura
la propria fama. Ma come? Non ci si
dice niente del contenuto: ci vengono invece descritte le sue acrobazie! Sfida il pubblico su qualsiasi genere di
improvvisazione. Lascia ad altri la scelta del tema, anche la spartizione.
Decida perfino il pubblico se dovrà egli battersi per il SI o per il NO! E il bello è che, malgrado questa partenza
assurda, il conferenziere riesce a sbalordire tutti quanti. Plinio (che sta qui
scrivendo un biglietto ad un assente nipote) lo consiglia di venire a Roma ut
eum audias. Ma aggiunge con sorniona malizia: vel ideo tantum ut
audieris: almeno per poter
dire che anche tu l'hai ascoltato. Cosa direbbe oggi degli assordanti
"megaconcerti"?
Per transennam, qui ci regala Plinio quel principio
che, proprio a me, ha dato la spinta per la mia capsulotheca latina !
una collezione di cassette audiomagnetiche con la lettura integrale di ogni bel
testo che mi fosse capitato di commentare a scuola (Catilinarie, Virgilio,
Seneca, l'Octavius di Minucio Felice... e non seguo per non farmi troppa
propaganda): Dices "habeo hic quos legam, non minus disertos".
Etiam, sed legendi semper occasio est, AUDIENDI non semper; propterea quod
MULTO MAGIS, ut dicitur, VIVA VOX AFFICIT. Nam, licet acriora sint quae legas,
altius tamen in animo sedent quae pronuntiatio, vultus, habitus, gestus etiam
dicentis adfigit !
La mia trovata pedagogica è questa: semplicissima e a portata di ogni mano: ascoltare due volte una cassette latina C90 (quindi tre ore) è una scorciatoia di molto maggiore efficacia di quanto è capace un'intera settimana a scuola. E`perfino possibile ascoltarla a letto, anche mentre gli occhi scorrono la traduzione; meglio ancora se segui l'intero testo originale con l'attenzione rivolta a tutte le felicissime trovate; magari con un dito sulla PAUSA, e la mattita a portata di mano.
PLINIO, Epist.
2,3
Magna
Isaeum fama praecesserat; maior inventus est.
Summa
est facultas, copia, ubertas.
Dicit
semper ex tempore, sed tanquam diu scripserit.
Sermo
graecus, immo atticus.
Praefationes
tersae, graciles, dulces, graves interdum et erectae.
Poscit
controversias plures.
Electionem
auditoribus permittit, saepe etiam partes.
Surgit,
amicitur, incipit.
Statim
omnia ac paene pariter ad manum,
sensus
reconditi occursant,
verba...
sed qualia! quaesita et exculta !
Multa
lectio in subitis, multa scriptio elucet !
Proëmiatur
apte, narrat aperte, pugnat acriter,
colligit
fortiter, ornat excelse.
Postremo
docet, delectat, afficit. Quid maxime, dubites.
Crebra
enthymemata, crebri sillogismi
circumscripti
et effecti,
quod
stylo quoque adsequi magnum est.
Incredibilis
memoria.
Repetit
altius quae dixit ex tempore, ne verbo quidem labitur.
Ad
tantam hexin (facilitatem)
studio et exercitatione pervenit,
nam
diebus et noctibus
nihil
aliud agit, nihil audit, nihil loquitur.
Annum
sexagesimum excessit et adhuc scholasticus tantum est:
quo genere
hominum nihil aut sincerius aut simplicius aut melius.
Nos
enim qui in foro verisque litibus terimur,
multum
malitiae quamvis nolimus addiscimus;
schola
et auditorium et ficta causa
res
inermis, innoxia est, nec minus felix, senibus praesertim;
nam
quid in senectute felicius
quam
quod dulcissimum est in iuventa ?
Quare
ego Isaeum non disertissimum tantum,
verum
etiam beatissimum iudico:
quem
tu nisi cognoscere concupiscis,
saxeus
ferreusque es.
SETTEMBRE 10
Fioritura di umanisti
ai tempi dell'Aretino
Altro salto nei tempi (non è
un'Antologia di buon latino il posto per le tematiche superiori! Ma sarà
sempre giovevole uno sguardo sommario ai flussi culturali della nostra
vicenda umana. Dopo Iseo... passerà troppa acqua sotto i ponti del Tevere !
Anzi, passeranno tanti secoli di cambiamenti alterni, su e giù tra nuove
culture, gloriosi imperatori, crolli e risorgimenti. Oggi, un'occhiata benevola
sul nostro nuovo umanesimo. L'Aretino, uno sconosciuto per moltissimi dei
moderni cybernautae che hanno
scelto di navigare con noi sull'Internet o sui 3'5'' Microdisks di High
Density, occorre una piccola scheda biografica: al limite, c'è sempre la
Treccani.
Abbiamo assaporato in varie giornate alcune piacevolissime pagine dello Scala. Chiediamogliene oggi un'altra, in qualche modo paralella, essendo un analogo sfogo all'inizio di un altro Libro. Lo sentiamo più che compiaciuto nel dover fare storia di valori più esaltanti dal punto di vista umano. Concretamente, di dover usare la sua tavolozza per descrivere una rigogliosa fioritura di umanisti.
BARTOLOMEO
SCALA,
o.c. nel
Thesaurus l.c. pag.55
Iam
vero lenior multo afflat aura
et lintrem
Leonardus ARETINUS sublevat regitque iter !
Leonardus
inquam, illud aetatis huius nostrae clarissimum sidus,
cuius
quidem munere, ni fallor,
latina
paulo ante eloquentia
ex
barbarorum obscurissimis tenebris
prodiit
in hanc lucem, quae mox, si vera auguror,
(iam
tot doctissimi inde viri
quasi
ex fonte quodam liquidissimo scaturiunt)
non
urbem nostram modo,
sed
alienas etiam multas gentes illustratura est.
Nam si
nos paulo ante cum Leonardo Aretino
Nicolaum
NICHOBUM, diligentissimum exploratorem omnis antiquitatis,
si
Ambrosium CAMALDULENSEM, virum quidem doctum atque elegantem,
si
deinde Carolum MARSUPINUM,
gravem
virum et multarum litterarum,
si
Matthaeum PALMERIUM, primarium civem
et
scriptorem accuratissimum temporum,
si
denique Donatum ACCIARIOLUM acerbo fato interceptum,
aliosque
nonnullos litterarum gloria claros viros,
qui
decora vita functi sunt,
merito
sumus admirati,
quid
ab his tandem exspectandum erit qui nobiscum viventes
tanta
iam sunt in admiratione omnium gentium
ut eorum
iam scripta et prosa et versu
cum
vetustate doctissima conferantur ?
Miraculo
fuit in Leonardo Aretino
illud
tempus fuisse graecarum rerum scientiam.
Nunc
etiam pueri passim edocti graecas litteras
attice
loquuntur et scribunt, coniunguntque quidam
non
graeca iam modo sed etiam hebraica cum nostris,
et
unum universa iam civitas
ab eo
principio bonarum artium gymnasium factum videtur,
unde
mox mille gloriosae palmae exspectandae sunt.
Quod
nisi morosiores simus
et
praesentem laudem ita fastidiant aures,
appellarem
ex eis quoque, qui modo vivunt, nonnullos,
illorumque
decus nominis
ad
haec quoque iam scripta condecoranda transferrem;
sed
vix mortui sine invidia laudantur.
Itaque
nos ad propositum revertemur....
SETTEMBRE 11
Quel ramo del Lago di Como
che volge a
mezzogiorno...
Possibile anche questo? che i
Promessi Sposi, Renzo e Lucia; che anche I BRAVI aspettino in agguato Don Abbondio,
ecc... esistano anche in Latino ? Non desperandum ! Esiste un buon quantitativo di pagine, perfino stampate, e
potrà sempre spuntare nel nostro orizzonte chi voglia gareggiare in questa poco
verosimile impresa.
Autore? Emilio Springhetti SJ, che ci provò nel 1956. Anzi riuscì ad stamparlo nei torchi della Pontificia Università Gregoriana, dove egli insegnava (in una Schola Superior Latinitatis), non solo studi e antologie di varia specie e livello umanistico, ma perfino un vasto saggio di contributi a quella che egli volle denominare LATINITAS PERENNIS, scaglionata in 5 titoli.
Orbene, nel terzo di questi 5
volumi, abbiamo, in pp.490, tutto un campionario di Latino, intorno ai primi 8
capitoli dei Promessi Sposi, di Alessandro Manzoni, sul quale potrette cercare
in qualsiasi altro posto quanto vi sembri di dover conoscere sull'argomento. Io
qui mi limito a metterne in mostra pochissime pagine, per di più "a mio
modo" cioè, senza traduzione. Lui, per una sua giustissima apertura culturale,
aggiunge al testo latino non solo l'originale italiano, bensi le traduzioni
francese e inglese. Io resto fedele al mio slogam: Pudeat velle Latinos Auctores non latine legere,
senza il latino ! Cioè, io mi sforzo per convincere i miei lettori ad aprirsi a
tale assuefazione diretta nel testo originale,... e qui invece seguo il
percorso il contrario. Più di uno noterà la mia aporia: essendo in questo
caso l’originale in italiano !
Ramus
ille Larii Lacus,
qui ad
meridiem inter duo continentia montium iuga vertitur
perpetuis
flexibus sinibusque, prout prominent illi vel recedunt,
incipit
prope repente contrahi et cursum figuramque fluminis sumere
interfluentis
dextra promunturium, sinistra ripam peramplam;
pons
autem quo iungitur amnis, clarius etiam videtur
hanc
subicere oculis mutationem et signare locum ubi desinat lacus,
Addua
rursus incipiat, ita tamen ut denuo lacus ibi appelletur,
ubi
ripae iterum longius inter se discedentes,
sinunt
pandi aquam seseque laxare,
novis
litoris flexibus sinibusque novis.
Ora,
quam trium magnorum torrentium molitur alluvio,
descendit
duobus contiguis montibus applicata,
quorum
alter S.Martini vocatur, alter lombardica voce Resegone,
ob
multa cacumina continua quibus reapse cum serra (vulgo sega)
similitudinem
habet: atque ita nemo est qui, ubi primum eam viderit,
si
modo ex adverso,
ut ex
moeniis Mediolanensibus quae ad septemtriones vergunt,
non
statim tale forma insignitum discernat a reliquis montibus
longe
lateque perpetuis, quorum nomen obscurius est et vulgatior figura.
Longo
spatio declivitas leni continuoque fastigio subvexa est;
dein
collibus abrupta valliculisque, locis arduis planisque
pro
montium conformatione atque exedente opere aquarum.
Extrema
litora, torrentium ostiis intercisa,
glareosa
paene tota sunt et saxosa; reliqua pars interior
satis
vineisque constat, quae pagis villis vicisque distincta sunt;
alicubi
consita est silvis in acclivem montem productis.
Leucum
(Lecco), pagus in illis praecipuus,
a quo
et ager ille nomen est mutuatus, adiacet fere ad pontem,
appositus
ripae lacus, immo ipso ex parte circumluitur,
cum
is, auctus aquis, se ripis superfundit:
magnus
nunc pagus est iam iam excrescens in urbem.
Quo
vero tempore evenerunt quae sum narraturus,
pagus
ille, iam tunc non mediocris, oppidum idem erat,
ideoque
honori sibi ducebat hospitium praefecto militum praebere
et
fruebatur commodo stativi hispanicorum militum praesidii,
qui
regionis puellas mulieresque pudorem docebant,
aliquem
interdum mulcabant maritum patremve
et, exeunte
aestate, nunquam non pervadebant per vineas
ad
disrarandas uvas, vinitoresque vindemiae laboribus levandos.
Inter
pagos illos, inter clivos et littora, collem inter et alterum,
patebant
-et etiamnunc patent- viae semitaeque
plus minus
arduae planaeve;
hic
inclusae sepultaeque maceriis, unde attollens oculos,
vix
caeli partem conspicias et aliquod montium cacumen;
illic
editae in apertis aggeribus...
Hic
pars, illic cernitur alia,
amplior
alibi planities varii illius aequoris et vasti, quod hic lacus est,
in
extrema parte montibus interclusus
vel
dicam elapsus inter montium anfractus,
dein
latior usque patens alios inter montes,
qui
ordine ante oculos explicantur
quique
in aquis respondent inversi una cum litoreis pagis.
Pars illic
fluminis est, deinde lacus iterumque flumen,
quod
flexuoso ac lucido cursu pererrans
dilabitur
inter imminentes comitantesque utrimque montes,
qui se
paulatim ad planiora demittunt ac longe veluti abeunt e conspectu.
Locus
ipse ex quo haec varia oculis contemplamini,
spectaculum
vobis undique praebet:
mons
enim in cuius radicibus inambulatis, supra et circa exhibet cacumina
diruptaque
sua, distincta, eminentia, varia ad singula fere vestigia,
cum
quod antea unum vobis videbatur esse iugum, explicans se,
in
conspicua et diversa iuga clarescat
appareantque
in vertice quod paulo ante exhibebatur in decliviis;
imi
autem montis amoenitas et cultus iucunde temperant silvestria
ac
magis ceteros exornant pulcherrimos prospectus.
SETTEMBRE 12
Primo personaggio in vista:
don Abbondio
ma... nel suo
pericoloso incontro
coi famigerati BRAVI !
Sono stato personalmente tentato a cancellare la prima Pagina, dopo averla finalmente ricondotta ai limiti compatibili. Sono ben sicuro che molti possibili lettori staranno ancora scalpitando. Perchè una pittorica descrizione di paesaggio non sarà mai un capolavoro di linguaggio vivo: meno ancora quando il Manzoni non ha saputo ridurre questa doverosa "ubicazione" a quattro pennelate fotografiche. Le ha voluto stereoscopiche, e ciò ha reso più difficile il Latino. Sarà perciò ben gradita la più movimentata Pagina su Don Abbondio, che apro senza ulteriore indugi.
Sub
vesperum diei VII Idus Novembres anno 1828,
quadam
ex iis semitis,
placide
a deambulatione domum redibat dominus ABUNDIUS,
curio
cuiusdam ex iis pagis quos supra memoravi.
Huius
quidem nomen, sicuti et illius genus,
neque
hoc neque alio libri manuscripti loco relata inveniuntur.
Pensum
divini officii persolvebat tranquille,
et
interdum, inter psalmum et alterum, claudebat librum,
immissum
retinens pro signo indicem dextrae,
qua
iuncta cum laeva post tergum,
suum
pergebat iter, demissis in terram oculis,
pedeque
ad maceriam depellens lapides quibus iter erat impeditum;
tum
faciem allevabat humo
oculosque
circa deflexos otiose in illam montis partem defigebat
ubi
inclinati iam solis lux, per adversi montis hiatus erumpens,
diffundebatur
passim in eminentia cautium
ac
purpureas veluti insulas efficiebat amplas et varias.
Cum
denuo aperuisset librum et aliquid divini officii recitasset,
ad
quemdam viae flexum pervenit ubi oculos e libro erigere
et prae
se intendere consueverat: quod illo etiam die fecit...
(mentio hic fit de aedicula animarum in purgatorio
dolentium)
Cum
igitur oculos, ut solebat, in eam aediculam coniecisset,
rem
vidit necopinatam, quamque non videre maluisset.
Duo
enim viri... (longior hic excurrit Manzoni,
nos erudiens de sic dictis, italice BRAVI, latine vero
"satellitibus",
qui tunc temporis fere extinguebantur).
Iam
porro res erat manifesta duos illos viros, quos supra descripsimus,
exspectare
aliquem: at molestissimum Abundio curioni fuit
ex
quibusdam gestibus intellegere SE IPSUM exspectari !
Etenim
ut in eorum fuit conspectu, inter se illi aspexerunt
extollentes
caput quodam motu, ex quo colligebatur
utrumque
suppressa voce dixisse: IPSE EST !
Atque
ambo ei obviam veniebant !
Is
autem (Dominus Abbundius) horariarum precum librum
tenens
prae se continenter apertum ac si legeret,
sursum
prospiciebat, quid agerent observaturus,
cumque
illos sibi ipsi obviam fieri vidisset,
repentino
veluti curarum agmine angi animo coepit.
Continuo
ex se festinus quaesivit
num in
spatio satellites inter et se interiecto,
aliquis
a dextra vel sinistra pateret viae exitus,
statimque
occurrit ei nullum dari. Inquisivit in se breviter
si quid
in hominem aliquem vel potentem
vel
ulciscendi cupidum pecasset; sed in ipsa animi perturbatione,
solacium
conscientiae recte factorum eum aliquantulum confirmabat:
satellites
tamen, defixis oculis eum intuentes, propius accedebant.
Sinistrae
indicem mediumque digitos introduxit in collare,
quasi
illud compositurus, eosque circa collum circumferens,
flectebat
retro vultum, simul os distorquens et limis oculis
quo
longissime poterat spectans si quis veniret: at neminem vidit !
Oculos
desuper maceriam coniecit in agros: neminem !
Demissius
iterum in adversam viam: neminem praeter satellites !
Quid
ageret? regrederetur? sero erat;
fugeret?
idem fuisset quam si dixisset: sequimini me, et peius etiam.
Periculum,
cum declinare non posset, adiit,
namque
brevis illa interposita dubitationis mora,
tam
erat tunc ei molesta, ut nihil potius haberet quam ut faceret breviorem.
Accelerato
gradu dictoque clariore voce versiculo,
vultum
quam maxime potuit ad serenitatem hilaritatemque composuit
ac
summo studio annisus est ut se leniter arridentem pararet;
cum
autem coram probis illis viris fuit,
dicit
tacite: en adsum, et constitit in vestigio.
-
Domine curio, inquit alter satellitum, oculos in eius vultum defigens.
- Quid
vis, inquit continuo Abundius, suos allevans libro,
qui in manibus ut in pluteo haesit apertus.
"
Est tibi in animo -perrexit alter minitabundus iratusque, ut qui inferiorem
manifeste scelus molientem deprehendat- est
tibi in animo cras
iungere matrimonio Laurentium Tramaglino cum
Lucia Mondella".
"
Scilicet...-inquit tremula voce Abundius-: scilicet vos estis viri
usu vitae periti probeque nostis quomodo
huiusmodi res se habeant.
Misello curioni nihil est cum hisce rebus;
tricas inter se suas prius componunt,
deinde...postea
veniunt ad nos tamquam si ad tabernam
argentariam se conferant
pecuniam exacturi; nos autem...nos omnium
ministri sumus !"
"
Age vero -inquit in eius aurem satelles, sed graviter et imperiose:
NEC UNQUAM ERIT COPULANDUM "
SETTEMBRE 13
Allo spuntar del sole...
Renzo non si fece
aspettare !
E non poteva andare avanti il giorno delle sue nozze.., se non proprio
così. Non sapeva però niente dell'ultimatum interpostogli dai due BRAVI! Non
posso perciò saltare questa PAGINA, per quanto possano essere più interessanti
altre, via dicendo. Cercherò questa volta di arrivare fino a quello sfogo che
ognuno dei mie lettori ricorda, quando avendo Don Abbondio parlato a vuoto
sulle difficoltà di essere puntuali per quella cerimonia che Renzo vuole
scritta sulla carta questa stessa mattina, inciampa costui nell'elenco dei
possibili "impedimenti canonici" che Don Abondio vuol mettere
davanti. Fino alla celebre frase di Renzo, incapace di seguire un dialogo in
latino : "Che vuol ch'io faccia del
suo LATINORUM?".
Laurentius,
seu ut omnes eum vocabant, RENTIUS
non
diu exspectantem (dominum Abundium) moratus est.
Ubi
primum enim tempus fuit adeundi non importune curionem,
eius
domum laeta illa festinatione petiit,
quam
viginti annorum adolescens adhibet,
qui EO
IPSO DIE quam amat ducturus est uxorem.
Parentibus
a puero orbatus
sericum
texendi artem -avitam quodammodo hereditatem- tractabat;
quae quidem
ars magno olim fuerat quaestui, tum vero lapsa,
ita
tamen ut dexter opifex ex illa consequi posset
unde
satis commode uteretur.
Etsi
opus in dies minuebatur, non intermissae opificum migrationes,
qui in
vicinas civitates alliciebantur
promissis,
privilegiis magnisque mercedibus,
efficiebant
ut iis non deesset qui domi manerent suae.
Praeterea
Rentio praediolum erat,
quod
vel aliis colendum tradebat vel colebat ipse cum lanificium cessabat;
ita
poterat, pro sua vitae condicione, satis dives haberi.
Quamquam
vero messis eo anno ingratior quam superioribus fuerat
veraque
annonae caritate iam premi regio incipiebat, iuvenis noster,
qui
parsimoniam adhibebat ex quo in Luciam coniecerat oculos,
satis
erat rebus instructus neque sibi cum fame depugnandum erat !
Abundio
praesto fuit,
bene
cultus, opertus pileo cum plumis varii coloris,
eminente
ex fundula braccarum caelato pugionis capulo,
festivo
quodam vultu eodemque feroce,
quem
tunc quietissimi etiam homines gerebant.
Excepit
eum Abundius incerto modo et obscuro,
qui
mire cum adolescentis iucunda alacritate discrepabat.
-
Ecquid sollicitudinis aliquid habet?- cogitavit animo Rentius; deinde:
"Scitum venio -ait- Domine curio,
quota te hora iuvet adesse nos in
templo".
Quem diem significas?"
Quid, quem diem?
Non meministi in hodiernum diem rem esse
constitutam?"
“In
hodiernum diem? -inquit Abundius ac si primum de re audiret -
“Hodie,
hodie... aequo id feras animo, hodie non possum".
"
Hodie non potes ? Quid novi accidit ?
"
In primis, vides, minus bene me habeo."
"
Displicet sane mihi; at quae res agenda est,
tam exigui temporis est tamque exigui
laboris..."
"
Deinde vero, praeterea..." "
Quid praeterea ? "
"
Praeterea res habet difficultates..."
"
Difficultates ? Quae difficultates
possunt haberi ?
"
In nostram succedatur vicem oportet, ut noscatur
quot in his rebus oriantur molestiae, quot
sint reddendae rationes.
Benigniore sum ego animo et nihil cogito
aliud
quam impedimenta removeo, omnia expedio,
res conficio ad aliorum arbitrium, et meo
desum officio;
dein vero in reprehensiones et peius etiam
incurro".
"
At -obsecro te- ne me teneas ita suspensum,
sed aperte palamque dicas quid sit."
“Nostine
tu quot denique ad legitimum matrimonium
sint iusta perficienda?"
"
Aliquid, pro! noverim oportet" inquit Rentius subirascens
nam satis me superioribus his diebus
obtudisti.
Sed nunc expedita non sunt omnia ?
Non omnia quae facienda erant, confecta
sunt ?
“
Omnia! tibi confecta videntur omnia; namque, patientia utaris,
ego stolide ago, qui, ne aliis molestias
exhibeam,
officium neglego meum.
Nunc vero... nihil plura intellego, quid
loquar ?
Nos miseri curiones inter sacrum saxumque
stamus !
Tu morae impatiens es; excuso te, adolescens
miselle; et qui praesunt...
at satis, dici enim omnia non possunt. Nos
denique damnum facimus.
"
At explica tandem mihi quid ex lege adhuc praestandum sit, ut dicis,
et statim praestabitur".
“
Nostine tu quot sint IMPEDIMENTA
DIRIMENTIA?"
"
Quid vis nam me scire de impedimentis?"
"
Error, condicio, votum, cognatio, crimen, cultus disparitas, vis, ordo,
ligamen, honestas, si quis affinis..."
incipiebat Abundius, summis computans
digitis. " Mene habes ludibrio ?
interrupit eum adolescens. "Quid tuo faciam SERMONE
LATINO?"
" Si igitur res ignoras, patientia
utaris teque scienti committas!".
E la
LUCIA MONDELLO
quando mai la troviamo, dove,
come ?
Sentivo anch'io questa curiosità mentre misuravo i diversi perchè di tale ritardo. Ora mi trovo a misurare lo spazio disponibile, e, dopo una rapida occhiata al testo dovrò deludervi anche se non tropppo. La nostra LUCIA infatti, è a questo momento oggetto di doppia finalità. Nel cuore di Renzo, che è in bollore contro il prepotente Don Rodrigo, indovinato con sicurezza il suo fatale avversario, c'è anche la segretezza ormai totale sulle motivazioni di questa invasione di campo, non esente di qualche sorpresa, se tra di Lei e il suo cappriccioso e violento dongiovanni siano accaduti fatti o antecedenti che possano oscurare l'orizonte. Sono belli anche in latino questi bollori e respinti sospetti; ch'io cercavo di salvare in questa scelta, senza riuscirci; cedendo però alla prospettiva di arrendersi alla dimensione di due giornate, non saremo in obbligo di sorvolare: anzi, sarei nell'obbligo... di cercare qualche opportuno riempitivo...di indubbio gradimento.
Quindi, riprendo il resoconto, deciso a finirlo soltanto
dove il Manzoni
chiude il suo Capitolo II.
RENTIUS
interim domum furens properabat,
incertus
etiamtum quid esset facturus
et ardens cupiditate aliquid mirum terribileque patrandi.
Provocatores, oppressores...
qui denique
omnes iniuriam quoquomodo aliis intulerint,
cúm admissi
tenentur sceleris, tum pravitatis ad quam
eos adducunt
quibus iniuria est illata.
Rentius adolescens erat tranquillus et a
sanguine abhorrens,
simplex et
alienus exstruendis insidiis;
at enim tunc
nonnisi homicidium agitabat animo,
mensque
meditando moliendoque dolo dedita erat.
Voluisset
domum advolare Rodrigi, eum collo arripere, et...
sed occurrebat
ei quamdam illius domum esse arcem,
munitam intus
satellitibus, foris custoditam,
ac tantum
amicis famulisque esse pernotum aditum;
se vero humilem
opificem et ignotum, nonnisi antea inspectum diligenter..,
aditu
prohiberi, seque imprimis...
se fortasse
ibi nimis esse cognitum.
Tum sibi
videbatur arripere sclopetum,
et occultus
post sepem exspectare si... si ille
forte iret illac solus.
Quibus in
deliramentis saeva delectatione defixus,
fingebat se
pedum sonum, illius pedum percipere,
tacite et caute
caput erigere,
scelestum
agnoscere, parare sclopetum, collineare,
igniferam
glandem immittere,
cadentem cernere
agentemque animam,
eum exsecrari
ac tandem cursu tendere...
in viam
ferentem ad confinium, ut cederet in tutum.
Et LUCIA ?
Simul hoc nomen inter truces illas intercidit delirationes,
honestiores
cogitationes, quibus Rentii mens erat assueta,
in eam
catervatim irruperunt.
Recordatus est
novissima parentum monita: Deum, Deiparam, Sanctos;
cogitavit
quanto sibi solacio toties fuisset deliciis vacare,
quanto horrore
toties fuisset perfusus in audiendo homicidio;
atroxque illud
excussit somnium territus,
angore
excruciatus conscientiae idemque gaudio quodam affectus
ficti nonnisi
somnii.
At LUCIAE
cogitatio quot alias trahebat! Tot
spes, tot facta promissa,
futurum sibi
tempus tam cupide animo agitatum,
tam certum
habitum, illa ipsa dies tamdiu exoptata! Qua vero ratione,
quibus verbis
LUCIAM de re eiusmodi certiorem esset facturus ?
Qui poterat eam
ducere uxorem, impotente illo iniquo renitente ?
Pariter cum his
omnibus, suspicio quaedam, non quidem confirmata,
plena tamen
sollicitudinis, eius animum exagitabat.
Profecto
Rodrigus vim illam adhibuerat
quod vesano
Luciae amore deperibat.
Et LUCIA ? Ansam spemve illi vel minimam eam dedisse,
cogitatio erat
quae ne momento
quidem temporis poterat Rentii haerere menti.
At eratne de re
edocta ?
Potuerat illa,
ea inopinante, turpem illum amorem concipere ?
Finem ille et
modum adeone transisset,
nisi iam aliqua
ratione eam sollicitasset ?
LUCIA tamen de
re numquam locuta erat cum ipso, cum suo sponso !
In his defixus
cogitationibus domum suam praeteriit in medio sitam pago,
quo superato, ad
LUCIAE domunculam in extremo pago,
immo parum extra
illum positam, contendit.
Parva ei cohors
praeiacebat, quae eam seiungebat a via,
et parvo
circumdata muro erat.
Ingressus
Rentius cohortem, murmur percepit confusum et continuum,
ex superiore
perveniens conclavi.
Coniecit
mulieres adesse amicas et familiares,
quae ad
officiosum LUCIAE comitatum convenissent,
noluitque se
illi turbae ostendere,
cum eiusmodi
nuntium in animo ferret et in vultu.
Puellula quae
erat in cohorte occurrit ei clamans: "Sponsus, sponsus!"
"Tace,
Bettina, tace!" -inquit Renzius-
"Accede
HUC: adi supra ad Luciam, abductaeque in secretum
dic in aurem...
caute tamen, ne quis audiat vel aliquid suspicetur...
dic esse mihi
cum ea loquendum meque ei praestolari
in infimae
habitationis conclavi, et iube eam illico venire".
Scalas
festinanter escendit puellula,
laeta et superba
delato sibi secreto munere exsequendo.
SETTEMBRE
15
Nella
stanza di sopra,
mentre la sposina... ritocca il
suo look
Per i lettori
-più ancora per le lettrici giovanissime- si starà indubbiamente creando con
quest'episodio un clima di intimità partecipativa, essendo personalissima la
polarizzazione sentimentale verso questo momento vitale di ogni vita
femminile. Vi aprirò perciò qui la "finestra della curiosità" verso
l'analogo stato d'animo di altra sposina alla vigilia delle nozze: ma questa,
che poi è la figlia di un pastore protestante, ve la descriverà il papà. E`un
pezzetino di una lettera, già riportata per intero nel mio Breviter sed Quotidie alla data
APRILE 20.
Quo
statu sint res Dusseniae nostrae, paucis habe.
In
vincula coniecta est, sed a quibus abhorrere non solent virgines.
Quippe
et sollemni fidei sacramento coniugali militiae nomen dedit,
inque
eum recepta est ordinem in quem maior mundi pars.
Ad
hilaritatem composita hic sunt omnia et ad gratulationes,
vota,
bona verba, festivitates, iocos, susurros, basia...
quae
bellula nostra tot iam dat, capit, haurit, istis purpureis genis,
istis
turgidulis labris ocellisque loquaculis, quot guttae Siculo Mari...
Jacobus CRUCIUS, Epistolarum
libri V, lib.III, pag.243
A questo punto ecco, sotto le
telecamere, la LUCIA nostrana, anzi manzoniana.
In illo vestigio temporis LUCIA eleganter matris exornata
manibus intrabat.
Familiares puellae inter se de sponsa contendebant,
sponsam rapiebant sollicitabantque ut se ostenderet;
illa vero abnuebat animosiore rusticarum verecundia,
cubitum opponens vultui submisso in pectus,
promissa contrahens nigra supercilia, labra tamen leni
risu diducens.
Iuveniles nigrique capilli, albo ac tenui discrimine
supra frontem dispertiti,
in occipitio convolvebantur contexti plures in orbes,
longioribus intercisos argenteis acubus,
quae in diversum circa distrahebantur quasi radiatae
instar coronae,
ut etiam nunc consuetudo fert agri Mediolanensis.
Gestabat collo monile ex carbunculis,
qui distincti erant globulis ex auro in fila ducto:
muliebrem toracem, aureis intextum floribus,
cuius manicae disiunctae erant nitidisque nexae
taeniolis:
pallam brevem dense minuteque rugatam, purpurea tibialia,
crepidas et ipsas sericas atque pictas acu.
Praeter haec ornamenta, nuptialis diei propria,
inerat LUCIAE decus perpetuum pudicae venustatis,
quam varii animi motus in eius vultu eminentes
distinguebant augebantque:
gaudium inerat levi animi perturbatione temperatum,
seu placidus ille maeror, quem novae nuptae identidem
vultu produnt,
quippe ipsarum pulchritudine nihil detrahens, aliquid
tribuit singulare.
Parvula igitur Bettina irrepsit in circulum mulierum,
accessit ad LUCIAM,
caute ei significavit habere se aliquid cum ea
communicandum,
idque in aurem insusurravit.
" Concessu vestro me hinc subduco moxque redibo"
-inquit Lucia
mulieribus- et propere descendit.
Mutatum cernens
Rentii vultum et gestus motusque turbatos,
" Quid hoc sibi vult -inquit- iam territo
praesagiens animo aliquid atrox.
" Lucia! -inquit Rentius- in hodiernum diem omnia
male ceciderunt...
et nescio quando
coniuges esse poterimus".
" Quid" -inquit Lucia consternata.
Rentius narravit, illa anxia audiente, quae illo mane
evenerant.
Cum vero domini Rodrigi nomen percepit:
" Ah -inquit Lucia- eo audaciae processit !!
" Ergo tu sciebas... inquit Rentius-"
" Sciebam pro ! -inquit Lucia- at eo usque
audaciae?"
" Quid noveras"
" Ne me inducas ut loquar, ne mihi fletum
moveas".
" Eo vocatum matrem, dimissum amicas:
remotis enim
arbitris colloqui nos oportet".
Proficiscenti
susurravit Rentius: "Nihil unquam dixisti mihi!"
" Ah, Renti -inquit Lucia-
convertens se
momentum temporis, nihil vero consistens.
Rentius optime intellexit vocis sonum,
quo tum Lucia ipsius nomen dixerat significare:
potesne dubitare non siluisse me nisi iustis castisque de
causis ?
Interim bona Hagne
(sic Luciae mater vocabatur)
cui verbum in filiae aures insusurratum eiusque discessus
suspicionem et noscendae rei cupiditatem iniecerat,
descenderat ut videret quid novi esset.
Eam filia reliquit cum Rentio, et, reversa ad congregatas
mulieres,
vultu ac voce quantum potuit compositis,
" Dominus curio -inquit- aegrotat, ideo nihil fit
hodie".
His dictis, festinanter consalutavit omnes et rursus
descendit.
Mulieres abierunt ex ordine invaseruntque vias ad
narrandum eventum.
Duae vel tres ad limen usque domus curionis se
contulerunt
ut sibi persuaderent eum revera aegrotare.
" Aestu febrique iactatur" -inquit e fenestra
Perpetua-;
qui tristis nuntius, ad ceteras allatus,
coniecturas dissolvit,
quae magno numero iam coeperant in earum mentibus agitari
enuntiarique in sermonibus mutilae et arcanae.
SETTEMBRE 16
Il vino dei Castelli
Alio
nomine: il FRASCATI !
Col nome di "Castelli Romani" sono oggi denominati quei pochi e pittoreschi paesi che animano le ridenti colline della periferia sud di Roma, e con ciò si vuol trovare la giusta spiegazione del nome latino, come se CASTELLUM fosse il diretto antenato del moderno "castello", che aveva il suo giusto nome latino in ARX.
Si ritiene
tuttavia tra gli studiosi che questi paesi che oggi denominiamo CASTELLI siano
stati fortificati nei secoli IV‑XII. Nei tempi della grandezza di Roma è
molto probabile che fossero in grande parte occupati dagli accampamenti o caserme
delle truppe in attesa di destinazione. Castra, infatti, e anche il suo
diminutivo castellum, hanno
una connotazione militare che suona più precisamente come accampamento o insediamento
o caserma che dir si voglia, come del resto è ciò ben noto nella toponomastica
di tanti altri insediamenti romani che ebbero in Europa un particolare valore
strategico. Qui, nelle collinette dell'Agro Albano e Tuscolano, è più che
esplicito questo ricordo delle uniformi dei legionari, i quali, tra l'altro,
erano costretti ad un parcheggio di tipo religioso in vicinanza del Monte
Cavo, quando rientrati da qualche successo guerresco, dovevano attendere extra pomerium l'ufficiale
concessione per l'ingresso trionfale nell'Urbe, il così detto triumphus.
Il mondialmente famoso "vino dei Castelli" non è roba soltanto di oggi: compare regolarmente nei classici latini, e non manca neanche nelle accurate ricerche del Kircher: questo buon tedesco -il Kircher- non si stanca mai di studiare ogni pietra che risalga alla Roma antica, ma ha anche una sua sensibilità per non dimenticare il buon "Frascati". Ma che il nome più usato non tragga in inganno: i "vini dei castelli" sono parecchi ! Dalla pagina odierna impareremo anche che la preferenza di Augusto andava piuttosto al SETINUM, cioè, al vino di Sezze, più a Sud dei Castelli, ormai a metà strada verso il "Falerno", che oggi sarebbe campano.
ATHANASIUS
KIRCHER,
Vetus et Novum Latium, lib.II, c.V (45).
De
fertilitate huius Albani Agri,
cum
veterum scriptorum monumenta ea plena sint,
non
attinet dicere: sufficit Dionysii testimonium:
"
Subiecti sunt, inquit, urbi albanensi campi amoenitate admirandi,
omnis
generis frugum fertilissimi, nec ulli cedentes Italiae agro,
praecipue
bonitate vini suavissimi, quod Albanum vocant,
praecellens
omnibus reliquis, si Falernum excipias".
Plinius
Divum Augustum vinum Setinum cunctis praetulisse ait,
ceu
vina urbi vicina praedulcia et rara in austero. Cui Strabo subscribit.
Dioscorides:
"Inter italica vina secundum locum obtinet Albanum".
Columella:
"Neque enim, ait, dubium est
omnium
quae terra sustinet, in nobilitate vini principis esse".
Neque
ea displicuisse Horatio, ex sequentibus verbis patet:
"
Est mihi, nonum superantis annum, plenus Albani cadus".
Et
hodie adhuc in magna apud omnes aestimatione est,
quamvis
ipsum non eiusdem cuius olim bonitatis reperiatur.
___________________________
Lepidissime
Frascatani cives, per aestatem vero frequentius,
obvios
amicos salebroso hoc alloquio salutare solent:
‑
Vidistin' quam a primo mane hodie Frascati
turistis vel alienigenis repleri coeperit ?
‑
Vidi equidem, sed videbis tu quoque quid erit vespere dicendum...
cum turistae ipsi vicissim Frascatano vino
fuerint repleti !
__________________________
Nunc
vero, ne temulentos laudare videar,
transcribo Erythraei descriptionem cuiusdam
Fabricii,
ebriorum sui temporis ducis,
ignobile de ingurgitando vino certamen ad
mortem usque acceptantis.
Postremo
Fabritius, ad illum conversus cui iam ebrietas
os
pallidum, pendulas genas, rubidos oculos, tremulas manus effecerat,
"
Ne te -ait- functum omnibus periculis credas..."
Tum
vas cumulatius quam antea implevit... illudque intrepidus exinanivit.
Iussus
est alius, quamvis pene sine mente ac sine sensu iaceret,
invitationi
respondere. Sed vix plenum illud vas labris admovit
cum
exanimatus ad terram corruit, atque illinc elatus est mortuus.
Is
vero Fabricius, id quod ebriosis raro contingit,
nonaginta
et eo amplius confecerat annos...!
SETTEMBRE
17
Valore terapeutico della musica
Qui,
concretamente, della chitarra
Di questo argomento vi ho offerto nel mio BREVITER una felice pagina del gesuita napoletano Giannetassio, assueto a riempire le sua vacanze, in quel di Sorrento, dedicando l'otium delle mattinate ai suoi incontri culturali con gli amici, impegnato al pomeriggio nella sua abitudine di riversare al latino il meglio di quegli incontri accademici. (cf. APRILE 18 e 19).
Da altro gesuita avevo raccolto l'arcadica sfida –questa poi sulle rive del Tevere- tra un suonatore di chitarra e un usignolo, che se la sente di entrare in gara con lui...ed uscire perdente! (cf.ibidem GIUGNO 21).
Oggi
mi posiziono sulla stessa lunghezza d'onda, con un gesuita portoghese che
raccoglie infinite pagine coi più diversificati titoli: eccovi un piccolo
campione che trovo nel suo Liber VI, col titolo De floribus eloquentiae (pag.216 del volume già citato). Per
aiutarvi a capire il contesto riassumo ciò che precede: Sta parlando della
SAGGEZZA, che dev'essere sempre la più pregiata qualifica dei Re. Parla ovviamente
dei Re dei vecchi tempi.
Persae nullum
creabant Regem quin sapientem. Raggiunge così un concetto ben espreso da Aristofane, il
quale, e qui le sue parole, VIRUM SAPIENTEM optimum citharoedum appellavit. Questo pensiero però lo riporta il
nostro a tempi storici più recenti e forse ben conosciuti dai suoi lettori: un
episodio nella corte di Enrico il Buono:
Adeste -quaeso- animis sicuti hactenus adfuistis;
interim, dum unum vobis ob oculos propono citharistam,
tantum non modo in reliquos homines
verum in ipsum Regem imperium sortitum,
ut mirabiles in eo animi commotiones excitaret.
Fuit quondam apud Enricum Regem, cognomento Bonum,
nescio quis citharam pulsandi peritissimus.
Atque is, a Rege aliquando exoratus,
primum fides graviter remissas,
fracta et nutabunda digitorum vicissitudine percutiens,
tam inusitatae severitatis concentum elicuit,
ut Regi quendam veluti stuporem iniecerit, lacrymas
excusserit,
totum vultum incredibili moestitia compleverit.
Subito vero, digitis celeriter incitatis
nervisque ad plausum hilariter ac festive commotis,
molliores vegetioresque sonos in illius aures induxit.
Quibus Rex, tanquam illecebris invitatus,
non modo haustum dolorem sepelivit,
verum etiam maximo nisu exsultabundus in saltus gestusque
erupit.
Postremo chordis ad vehementiores modos acriter pulsatis,
nescio quid horridum et incultum ad Regis aures illapsum,
quod illius animum tanta immanitate efferavit
ut rationis minime compos fremeret, desaeviret,
magnam satellitum stragem ederet, maiorem haud dubie
facturus
nisi congestae undique a militibus pulvinarium moles
furentem retardassent.
Videtis unius citharoedi potestatem ?
At in ea -obsecro- adumbratum viri sapientis imperium
agnoscite.
Est -inquit Aristophanes- vir sapiens optimus
citharoedus.
Ut enim huius opera pro multiplici cantus lenocinio,
multiplices in Regis animo affectiones commovit,
ita etiam diversa viri sapientis documenta
ad diversa studia Regem alliciunt et inflectunt;
praecipitem in audaciam refraenant,
effusum in libidines coërcent,
proiectum in crudelitatem retardant,
ignavum ad res arduas accendunt...
Ita Periclem Anaxagoras, Timotheum Isocrates,
Dionem Plato, Epaminondam Lysias, Alexandrum Aristoteles,
a vitis abduxerunt, ad virtutem inflamarunt.
SETTEMBRE
18
1761 per Holstein - Lambecius
Ve lo
racconterò... ripercorrendo a ritroso le date del calendario. E`stato per me
questo episodietto una saporita scoperta di un pomeriggio di cielo cupo e di
aria satura di biossido al carbonio. Sfogliavo le spigolature da specialisti,
convogliate in uno splendido volume da un puntiglioso prefetto della Caesarea
Bibliotheca Vindobonensis,
quando ho sentito venirmi, dall'accuratissima stampa delle pagine latine, il
profumo di quelle ghiottonerie che sono la mia passione.
In quelle
ANALECTA VINDOBONENSIA ci ha detto, -è lui il curatore dell'Archivio- che
nell'anzidetta Biblioteca Imperiale di Vienna possiedono ben 1200 cimeli
latini, tra i quali ovviamente egli ha fatta una scelta per questo grosso
volume. Orbene, uno di questi cimeli, proviene da colui che ne era Prefetto nel
1761, l'ungherese Adam Franciscus Kollar, ed è proprio la corrispondenza latina
indirizzata al suo predecessore nell'incarico, cioè a Pietro Lambec, dal di lui
zio Luca Holstein, che, -guarda caso, ha il suo dignitoso sepolcro nella
romanissima chiesa tedesca Dell'Anima-, era, al tempo di questa ventina di
lettere, Bibliothecae Vaticanae Praefectus.
Sono lettere
piacevolissime, da leggersi per sollievo (animi causa) proprio in un
pomeriggio natalizio come ho detto sopra. E il mio disegno di offrirvene un
pezzettino, matura subito con la prima di quelle lettere, datata a Roma
Kal.Sept. 1640 ‑destinazione Hamburgum‑, quando cioè, come dice
puntigliosamente lo scrupoloso bibliotecario, agebam tunc annum aetatis
decimum tertium. Il bello è che questi consigli, come ho voluto accennare
nel titolo, hanno quel sapore antico, che potrebbe diventare disintossicante,
lettura cioè terapeutica a confronto di quanto fiutiamo ogni mattino e ogni
sera nei fogli degli odierni giornali e nei programmi serali della TV.
L'editore è
convintissimo di poterle raccommandare per un unico pregio: ob nativam stili elegantiam. Parole indubbiamente saggie, che vi suggerisco imparare
per vincere con esse l'eventuale stanchezza che non mancherà ai lettori di
queste stesse Pagine.
A lui dunque
passo la parola: premettendo tuttavia altro criterio utilissimo che avremmo
trovato più avanti:
Terentium et Ciceronem semper prae manibus, in oculis,
habeto,
ut optimos Latini sermonis magistros:
quibus quanto magis delectaberis,
eo te amplius in literis profecisse cognosces.
LUCAS HOLSTENIUS
ad nepotem PETRUM LAMBECIUM
in Analecta
Vindobonensia (1761), columna 1125, ut supra indicatum.
Epistolium meo rogatu abs te scriptum, suavissime Petre,
indolis atque ingenii tui specimen mihi fuit longe
gratissimum.
Facile enim perspexi
quam felici pede virtutis et doctrinae iter sis ingressus
et quam gnaviter iam spem atque exspectationem meam praeverteris.
Ego quamvis de tua in coeptis studiorum laboribus
constantia
non dubitem, cohortari tamen te volui ut,
quod tua sponte te facturum confido,
id meo rogatu atque etiam iussu praestes urgeasque
alacrius.
Et cum universum Sapientiae studium
duabus potissimum partibus constet,
ut animum
quam maxima et pulcherrima humanarum rerum cognitione
instruas,
et ut ea quae animo complexus es
puro et copioso sermone proferre possis,
in utroque multum tibi studii ponendum existimes
ad egregiam laudem consequendam,
ne vel barbaram atque infantem tibi pares Sapientiam,
vel cassam et inanem rerum bonarum loquacitatem.
Cumque omnis vera ac solida eruditio
Graecis Latinisque literis sit consignata,
ac proinde linguarum cognitio clavis instar se habeat,
sine qua reconditas Sapientiae opes frustra te aditurum
speres,
illa nunc praecipue tibi comparanda erit
optimorum Auctorum lectione atque usu;
usum vero maxime acquires
si multa eaque optima ex aurei saeculi scriptoribus
ita legendo ediscas
ut scripturus aut locuturus semper habeas in numerato...
(E nella successiva lettera)
Hoc tantum monendum duxi, ne ita ingenii praestantia
fidas
ut laborem studiumque te compendium facere posse
existimes.
Quin ita potius rem putes
haec Dei ac naturae munera perinde nobis concedi
ad studiorum curriculum feliciter absolvendum,
ut secundus ventus ad navigandum adspirat.
Nam ni vela explices ventoque obvertas
et clavum prudenter moderere, haud amplius proficias quam
qui,
vento destitutus, remis sedulo incumbit;
quem saepius in portum appellere videas,
dum alterum incuria et negligentia in vada aut scopulos
impellit.
SETTEMBRE 19
S.Robertus Bellarminus (1542-1621)
natus in Monte Politiano (=
Montepulciano)
A lui dedica una sincera e ammirativa pagina il contemporaneo Erythraeus (Gian Vittorio Rossi) nella sua Pinacotheca, sotto il num. XLVIII. Troppo lunga per questi spazi latini. Quindi serva una sua prima parte per riempire l'obbligato posto di una "presentazione".
Duos singulari ingenio, sanctissimis moribus et
incredibili eruditione viros
haec nostra aetas in amplissimorum purpuratorum patrum
collegio,
in purpura ostroque conspexit; quorum utrumque
plus ad purpuram splendoris attulisse quam ab ea accepisse,
est in confesso apud omnes: nimirum:
Robertum BELLARMINUM, Politianum; et Caesarem BARONIUM.
Ac prior, Marcelli II sororis filius...,
annos undeviginti natus, Sodalitati Iesu nomen dedit,
ubi omnes ad honores obstructi interclusique sunt
aditus...
Venit in Societatem Iesu adolescens, omnium fere
disciplinarum rudis;
sed incredibilis quaedam ingenii magnitudo non magnopere
desideravit
alterius in se erudiendo laborem atque industriam;
sed prope a se doctus eruditusque,
antea magister aliorum extitit quam cuiusquam discipulus
fuerit.
Atque, ut ceteras disciplinas praeteream,
Rhetoricam nimirum, quam Florentiae docuit,
concionandi artem quam celerrime, nullo monstrante,
exercuit;
nonne in vestibulum Theologiae... vix pedem intulit
cum alios coepit ad intima eius penetralia perducere ?
Etenim unum paene annum eius disciplinae studio dederat,
cum Lovanii, ad eam percipiendam,
septem annis dux aliis fuit ac magister,
et doctissimas disertissimasque de rebus divinis,
latino sermone,
frequentes conciones ad populum habuit.
Sed cum Lovanii saepissime, vario morborum genere
conflictatus,
aërem minus sibi salubrem esset expertus, accitus Romam,
in collegio suae Societatis doctor eximius,
auditores suos, quorum magnus ad eam numerus confluebat,
per annos undecim
ad Theologiae Sacrarumque litterarum perceptionem
instituit;
ubi etiam nomen suum aeternitatis memoriae consecravit
editis....
Sed tantum sanctitatis doctrinaeque lumen non decebat
in unius domi angulo delitescere
sed excelsum editumque locum deposcebat,
ubi caeca
vitiorum errorumque nocte perfusis...
virtutis formam, quavis specie pulchriorem ostenderet.
Quamobrem
tantum bonum non posse diutius Reipublicae Christiane
deberi,
existimavit Clemens VIII, et in proximo sibi dignitatis
gradu,
ut antea diximus, locoque constituit;
ac deinceps, quo honestius locum illum dignitatis tueri
posset,
pinguem ac praedivitem Capuanam ecclesiam
aliis sacerdotiis addidit, quibus eum locupletaverat.
At si quaeratur cur Bellarminus inter multos sacerdotes,
quasi inter minora sidera, solis cuiusdam instar habuisse
existimetur,
statim occurret quid respondeatur...
At quaenam -inquies- in Bellarmino tanquam in sole aliquo
ad radiorum similitudinem diriguntur ?
Ista nimirum, primum tanquam lethale aliquod piaculum
existimasse,
plus uno sacerdotio habere;
ac propterea ex aureorum quatuordecim millibus,
quae quotannis ex pluribus sacerdotiis capiebat,
sex tantum sibi retinuisse
quibus parce et modeste se et familiam suam aleret,
reliqua millia octo, una cum sacerdotiis unde prodibant,
a sese, tanquam onus aliquod suis viribus impar,
abiecisse,
ne eius pondere onustus ac per abrupta viarum iter
faciens,
deorsum attraheretur atque pessum iret,
tum omnem de consanguineis, cognatis, patrui animum
abiecisse,
deinde nihil de suis redditibus parsisse ut eos divites
faceret,
tum nullam cogitationem habuisse, aut auri aut argenti ad
avaritiam,
aut amoenitatum ad delectationem. Nam Forum Rotundae,
domui suae proximum, vineam suam appellare consueverat,
aut supellectilis ad luxuriem, aut aedificiorum ad
magnificentiam;
sed modesto ac parabili victu cultuque contentum,
vitae sanctimonia ac frugalitate sibi laudem purpurae
splendorem,
ordini ornamentum accessisse;
deinde recte subductis expensi et accepti rationibus,
quidquid ex domesticis sumptibus superesset,
in pauperes erogari mandasset;
denique commissas sibi oves, sua praesentia destitutas,
nunquam esse passum existere...
Decessit Romae nono ac septuagesimo aetatis suae anno,
ex gravi diutinoque morbo, cum proxima superiori aestate
in ea aedium Vaticanarum parte habitasset,
quae pestilentibus austri flatibus opponitur...
SETTEMBRE 20
Alla pari col
BELLARMINO
anche CAESAR BARONIUS, Soranus
Quindi, per un
rapporto con Roma, il Bellarminus, nato a Montepulciano, viene dal Nord; il
Baronius, nato a Sora -quindi ciocciaro come Cicerone- proviene dal Sud. Il primo è un gesuita, il
secondo è più legato ai Padri dell'Oratorio di S.Filippo Neri. In realtà, anche
il flusso storico ha voluto rispettare nei ricordi e nei sepolcri, questi due
distintissimi personaggi: iI Bellarmino ha la sua salma nella chiesa del nome
di Gesù, gesuiti; il Baronio nella Chiesa Nova, come ancor oggi si denomina
l'Oratorio, in Vallicella; tutte e due nello stesso corso Vittorio Emmanuele.
Superfluo a
questo punto voler darvi nell'introduzione altri indizi che mettano in chiaro
l'equidistanza sia dei due personaggi, sia anche del cultore del latino, il già
notissimo Gian Vittorio Rossi. E le informazioni poi... sarà meglio leggerle
direttamente nel suo latino, sempre smagliante... proprio perché senza smagliature ! (num.XLVIII).
Quod tanto Ecclesiae Catholicae utilitas,
rei literariae decus, orbi christiano lumen,
ad Caesaris Baronii ECCLESIASTICA HISTORIA contigerit,
Sancto Philippo Nerio,
congregationis Oratorii referendum est acceptum.
Eo enim auctore impulsoreque, tanto oneri supposuit,
cuius magnitudini gravitatique
cuiusvis ingenii, quamvis validissimi, vires
succubuissent.
Verum semel illud strenue fortiterque susceptum,
usque ad extremum vitae spiritum,
magna aeternaque cum nominis sui laude sustinuit.
Res a parvis initiis, ut magnae plerumque res solent,
orta,
fere in immensum excrevit.
Erat in eo, antequam opus aggrederetur, doctrina
mediocris,
eruditio vulgaris,
Latine scribendi usus propemodum nullus:
sed ab his tam exiguis seminibus,
in Ecclesiae solum iactis ac caelestis gratiae imbribus
irrigatis,
tantus truncus tantique rami excitati procreatique sunt,
ut nulli earum arborum quibus caelestis patrisfamilias
vinea se iactat,
neque proceritate neque viriditate,
neque bonorum fructuum copia cedere videatur.
Tantas ingenium vires accepit meditando,
doctrina legendo,
stylus scribendo.
Ac stylus, non ille quidem elegantissimus,
sed neque admodum inquinatus,
verum gravis ac sine cincinnulis fucoque puerili;
qualis omnino Christianum scriptorem
ac de rebus maximis atque gravissimis loquentem decet.
Tanti operis inchoandi perficiendique causa fuit
provincia illi a Sancto Philippo tradita,
DE REBUS GESTIS ECCLESIAE,
iam inde usque ab eiusdem nascentis incunabulis,
in Aede nova, B.M.Virginis in Vallicella referendis.
Etenim, inter egregia eius Congregationis instituta
hic mos obtinuit, ut ex iis quatuor
qui tot diebus de rebus divinis verba faciunt,
unus Ecclesiasticam Historiam
audientium frequentiae, quae numquam deest, exponat.
Itaque omnibus legendis scriptoribus,
tum Graecis tum Latinis, tum sacris tum prophanis,
tum veteribus tum novis,
tum typis impressis tum nondum editis,
omnium Ecclesiae temporum historiam complexus est animo,
eamque, Dei ope ac Philippi precibus adiutus,
aeternis literarum monumentis consignare constituit.
Atque, cum me in eius scripta, mente et cogitatione
conjicio,
plane vehementer
exhorreo,
neque satis assequi intelligentia possum, unde homini,
¨ in excipiendis confessionibus,
¨ in sermonibus habendis,
¨ in sacrosancto Missae sacrificio faciendo,
¨ in horariis precibus recitandis,
¨ in rebus suis naturae ac necessitati tradendis occupato,
tantum spatii contigerit;
¨ ut infinitam vim rerum ac varietatem,
¨ per infinitos fere libros dissipatam atque dispersam,
collegerit, intelligentia comprehenderit, de unaquaque
earum iudicaverit,
ac denique literis docte accurateque mandarit
!
SETTEMBRE 21
Il BARONIUS è
dall'Erythraeus
premiato con una seconda PAGINA
Equidem quocunque cogitatione me flecto,
nihil aliud comperio nisi opus Ecclesiae in primis
necessarium,
non potuisse nisi praecipuo divini Numinis
instinctu, auxilio, atque adeo miraculo,
suscipi, expoliri atque ad absolutionem perfectionemque
perduci.
Multa partim levia, partim nugatoria,
partim a veritate prorsus aliena,
sive hominum iniuria, sive ethnicorum perfidia, sive
haerethicorum fraude,
in Ecclesiasticam historiam irrepserant,
magno Christianorum cum detrimento.
Quae ille omnia sua illa mirifica ad refellendum
consuetudine usus,
inscitiae, fraudis, falsitatisque coarguit ac convincit:
atque a Christo natu orsus
usque ad Innocentii III tempora historiam perduxit.
Sed id quoque aetatis nostrae lumen longe clarissimum,
in primis dignum quod editiore in loco fulgeret,
Clemens VIII, invitum atque repugnantem,
ad purpurae culmen attraxit et Vaticanae Bibliothecae praefecit,
ad quem gradum honoris
tantam animi aequitatem et modestiam attulit,
ut nunquam reliquerit neque abiecerit obedientiam
(quam Rectori congregationis suae praestiterat),
neque deposuerit clavem cubiculi sui, quo se in illud
posset,
si ita aeternae salutis suae ratio deposceret,
deposita purpura, rursus includere.
Sed primo nihil fuit illi antiquius
quam Nerei et Acchilei sacram aedem, quae sibi forte
contigerat,
collapsam soloque aequatam restitueret,
in eamque eorumdem Sanctorum et Flaviae Domitillae ossa,
ex aede D.Adriani,
solemni ritu maximisque caerimoniis deferenda curaret.
Sedis autem Apostolicae dignitatis maiestatisque tuendae,
ita erat acer propugnator, ut contra eius minuendae
auctores,
nullam potentiae, amicitiae, gratiaeque rationem haberet,
nihil cuiusquam periculi metu perterreretur; adeo ut
diuturna Regum maximorum imperia adversus Sedis
Apostolicae decus,
non dubitaverit scriptis suis labefactare atque
convellere.
Sed multo magis studium in eam Sedem suum
comitiis pontificiis declaravit: nam Leone XI extincto,
cum Cardinalium multorum,
qui novi Pontificis eligendi causa conclavi tenebantur,
voluntates in unum conspirarent qui minus illi oneri
idoneus habebatur,
iamque pene in eo esset
ut in Petri solio collocatus, Pontifex salutaretur,
restitit ille, et clara voce,
se nunquam suffragio suo tantum illi honorem delaturum
dixit,
nec nisi coactum electioni
illorum assensionem suam praebiturum.
Et quo testatior esset eius rei memoria,
non recusare quominus in Annales Ecclesiasticos
referretur,
se omnium postremum,
quoniam aliter fieri non posset,
suam cum ceteris patribus voluntatem coniunxisse.
Neque his vocibus nihil est actum:
nam continuo rerum commutatio facta est,
illoque relicto,
sua Patres studia in Cardinalem Burghesium contulerunt,
eumque Pontificem Maximum, Pauli V nomine, declararunt.
At Baronii obiurgationes eo maiorem vim habebant,
quod cum procero esset corpore,
inerat in eius vultu illepido, inamoeno,
tristis severitas;
inter cuius quasi nubes
haud scio an ullus unquam risus emicare visus sit.
Obiit tabe ex assiduo studiorum labore concepta;
qua ita cibos omnes fastidiebat,
ut nullum esset tam nitidum, tam delicatum,
tam lepide suaviterque conditum obsonium,
ut posset in eius aetate morboque confecto stomacho,
edendi appetitum excitare.
Immo, cum ad coenam vel prandium vocabatur,
tanquam ad supplicium se rapi dicebat.
Praeter Annales Ecclesiasticos,
reliquit doctissimas
ad Matyrologium Romanum notas,
quibus illud mire illustravit.
SETTEMBRE 22
Quel
Rutilius Gracchus...
un
pazzo da legare ?
Tra la iucunditas di chi di vino buono ha fatto troppo
uso (e così ci hanno spiegato in Francia l'etimologia del paesino provenzale GIGONDAS,
come derivato da questo tipo di iucunditas assaporata dai leggionari
di Giulio Cesare nelle loro "uscite libere"), voglio inserire oggi
una parte del "ritratto" che l'Erythraeus ricorda nella sua
Pinacotheca -al num.CXX- oltre ad una lunga serie di "stranezze", con
le quali sembra egli stesso aver voluto intrattenere un raduno accademico della
sua "humoristarum" Arcadia.
Ac primum a Rutilio Gracco ordiamur:
hic Romae nobili domestico genere natus, a parente inops
est relictus
ac fere semper cum adversa fortuna conflictavit.
Sed tamen ita in re tenui vixit (in qua tutanda non erat
stultus),
ut numquam se liberalius alendi gratia data opera
alienis escis studuerit, quamvis invitatus ire non
recusabat,
neque ad aliquam artem, genere indignam suo, transierat.
A puero dedit operam litteris, et quia erat ei ingenium
docile,
quidquid traditum fuerat, didicit.
E ludo egressus ac robustior factus, quoad illi mens
constitit,
egregios complures rhythmos composuit,
cum aliorum sui temporis poëtarum optimis comparandos,
qui, fratris mei indiligentia -a quo erant collecti-
interiere.
Sed postquam mente destitutus est, scripsit non minus
multa ridicule,
iussit quae splendida bilis; ita tamen
ut in ea stultitiae quasi caligine, quoddam quasi lumen
ingenii eniteret...
Ne autem stultitia otiosa iaceret,
voluit dare operam Philosopho illi quem tum ego audiebam.
Non potest satis narrari quantos ludos praebuerit,
quam multa iocosa dixerit, quam insanis argumentis sed
oppido ridiculis,
iis quae a magistro traderentur obstiterit,
quorum unius in praesentia memini...
Ianus
Nicius ERYTHRAEUS, Pinacotheca, num.CXX
Convertit se deinde ad civitatem pulchris moribus
exornandam,
et quia nullum fere in honoribus habendis discrimen adhiberi
querebatur,
atque eodem salutationis genere
privatos amicos ac summos viros advenientes excipi,
tres sibi pileos, apte inter se cohaerentes, ita
concinnavit
ut unus seorsim ab altero extrahi posset, inque eos caput
inseruit.
Atque inferioris ordinis amicis unum,
superioris duos, summo vero loco positis, tres sibi e
capite detrahebat,
hoc ordine, ut dextera manu unum, sinistra alterum
apprehenderet,
tertium in collum reiceret.
Ob quod inventum
a S.P.Q.R. per epistolam petiit
ut ei victus quotidianus in Capitolio praeberetur.
Ac fiebat interdum ut eidem
nonnemo molestiam
-tamquam stulto- exhiberet;
cui ille occillabat os probe; et si quis illi gratiam
pugnis auderet,
continuo sibi tunicam a pectore, ubi cereus pendebat orbis,
diloricabat,
atque "En tibi -aiebat- agnum Dei; feri, contunde
pugnis, interfice".
Quae ita loquebatur ut compositas in pugnos manus
haberet, ut
(qua erat athletica ac prope gladiatoria corporis
firmitate)
si se commoveret, os illi exossaret.
Quamobrem ii, maioris infortunii metu, taciti
discedebant:
neque ita facile inveniebatur qui esset illi molestus.
Sed homo stultus et magis aliud quidpiam quam se ipsum
cupiens,
non potuit diu limitibus se suis tenere, sed immigravit
in Herculem !
Ac feriis Bacchanalibus, cum magna vis nivis e caelo
decideret,
vectus equo, nudus ita ut ex utero matris excesserat,
nisi quod paullulum leonis pelle tegebatur,
uno die Urbem totam circumivit.
Atque effundebantur in risum omnes cum cernerent,
tempestate illa perfrigida,
nivis homini floccos ex capillis cruribusque nudis
pendere !
Sed nullus erit scribendi finis si sit consilium omnia
exponere,
quae ille stulta ac ridicule in vita fecit ac dixit.
Ad senectutis terminos cum iam pervenisset, tabe confectu
interiit,
vel tanquam SOL potius,
sed quem postea nemo exorientem visurus esset, occubuit.
Etenim, quo tempore mortem obiit,
appositis capiti suo radiis ex aurichalci bracteis
factis,
se SOLEM esse simulabat.
SETTEMBRE 23
Un "barbone" alla Suburra.
Tra le pagine di
Seneca abbiamo trovato anche quella della sua polemica capacità de vivere
serenamente anche una vita da barbone sotto il ponte Sublicio. E
nell'elaborarla al suo posto, era già presente nella mia memoria qualche altro
saggio dell'Erythraeus, con il solito suo sfoggio di selettissima latinità.
Vedrò ora di agganciare in una sola PAGINA due dei personaggi della sua
Pinacotheca (e saranno i num. XXXI e XXXII).
Non immerito aliquam apud posteros memoriam sui postulare
videtur
M.Antonius de Prosperis, Palliani, Campaniae oppido
natus,
ob insignem memoriam qua praestitit cunctis qui una
essent aetate.
Fuit is studio et voluntate philosophus,
atque fere in omni victu cultuque, ut qui maxime,
cynicus.
Habitavit Roma in Subura, modicis aedibus
inter faecem et quisquilias Urbis, hoc est inter eos quos
Zingaros vocant,
quos etiam in clientelam acceperat.
Aedium earum haec forma erat: statim ab ostio aditus erat
in cubiculum,
ubi ipse prandebat, caenabat, cubabat...
aliaque omnia ad vitae usum necessaria exsequebatur.
Cubiculo adiunctum erat impluvium, ubi gallinas plures
habebat.
Sequebatur deinde crypta in qua et ligna ad faciendum
ignem
et vini optimi cadum inclusum habebat.
Nulla erat illi lauta supellex; culcitra, humi strata,
lectum praebebat;
quam culcitram undique pulveris omnisque immunditiae
acervus
tamquam vallus munibat,
ut gallinae, quibus interdiu aditus in cubiculum patebat,
haberent quod possent unguibus scalpere.
Pro bibliotheca erat fictile dolium, ubi libri nullo
ordine iacebant;
arcam, in qua vestes conderet, lignea gravicembali theca
suppeditabat.
Nunquam ab aedibus sordes amovebat,
nunquam parietibus deiiciebat operas aranearum,
nunquam vasa aenea, rubigine obsita, in splendorem dabat,
nullius ille famuli vel famulae opellas conductas
habebat.
Ipse sibi famulabatur, ipse sibi obsonabat, obsonia
scindebat,
ipse sibi cyathissabat, ipse sibi prandium coquebat, ipse
ad ignem,
qui in foculo cubiculi angulo haerenti lucebat, carnem
vitulinam,
pullos gallinaceos, turtures aliasque aves veru infixas
versabat.
Nam hac una in re a Cynicorum disciplina,
qui tenui ac parabili victu contenti erant, discedebat,
et in Epicuri scholam transibat,
quae lepidis victibus corpus esse alendum docebat.
Neque erat quisquam in quem melius Horatianum illud
conveniret,
Epicuri de grege porcus.
Per idem tempus Philosophus alter, M.Antonio de Comitis
nomine,
ob vivendi rationem,
a communi hominum consuetudine usuque abhorrentem,
non minus quam superior (M.Antonius de Prosperis), sermo
erat omnibus.
Fuit quidem superiori illi M.Antonio,
aetate ac philosophiae studio, par prope ac gemellus;
sed ut variae sunt hominum inter se voluntates, moribus
longe dissimiles.
Ille incomptus ac rudis, nihil aeque ac sordes amabat;
hic comptus, elegans, nulla re ita gaudebat ut munditiis.
Nullae in laquearibus telae aranearum conspiciebatur,
nihil in pavimentis quod oculos posset offendere;
et si quam in eis paleam deprehendisset,
sua manu collectam, in viam deiciebat.
Nihil pulveris patiebatur in pileis vel in vestibus
haerere; ac si quid
ad eas advolasset, statim excutia, eum ad usum facta,
pellebat.
Ad haec supellex elegans, vasa nitida, toralia mappaeque mundissimae.
Hac una in re cum illo Cynico congruebat, solitudinis
nimirum amore:
nullum enim virum, nullam mulierem in famulatu habebat.
Ipse sibi erat imperator, ipse dominus, idem ipsemet sibi
dicto audiens.
Non tamen idcirco rem philosopho dignam existimabat
sordidis culinae ministeriis manum admovere;
sed mulierem vicinam conductam in id opus habebat,
quae coenam ac prandium ipsi coctum in canistris
afferret.
Ac ne mulieris expectantis, dum pranderet vel coenaret,
mora
solitudini ipsius fraus aliqua fieret,
simul ac illa advenerat prandium afferens, eam statim cum
canistro
in quo hesternae coenae patinae erant, dimittebat;
quem etiam morem, cum coena daretur, retinebat.
Nulla unquam condicione adduci potuisset ut ovum unum
gallinae,
quae in triviis ac stabulis fimo aliisque sordibus
impletur,
suum in ventrem immitteret;
sed gallinas aliquot domi Martiis panibus alebat, et cum amicus aliquis
aut hospes, salutandi gratia domum ad ipsum veniebat,
par illi ovorum, quae ex gallinis suis acceperat, dono
dabat,
referens quo pabulo alerentur.
Fuit astrologus et mathematicus in primis;
quae res paene illi exitio fuit:
atque in his studiis aetate confectus interiit.
SETTEMBRE 24
Altro
barbone a Sta.Maria alla Minerva
e
alla Rotonda (Piazza del Panteon)
Sicuro ormai del
vostro gradimento, faccio un passo indietro e vi ammanisco altra ghiottissima pagina di questo Gian Vittorio
Rossi che ha voluto latinizzarsi come Ianus
Nicius Erythraeus, e del quale abbiamo una vistosa testimonianza di quanto
a lui fosse piacevole dedicare anche i piccolli rittagli di tempo libero al
latino: ci confessa infatti il suo "vizietto" con parole oltre modo
esplicite: non perdere oziosamente nè i minuti di attesa del pranzo, nè il
pigro dopopranzo, senza scarabocchiare almeno qualche paginetta: ut aliquid
semper, pransus vel impransus, redigerem. Da imitare !
Questa qui è il num.XXIX della sua,
speso citata, Pinacotheca.
Poichè lo spazio
me lo consente, vi accludo la suggestiva iscrizione latina che, proprio nella
Piazza, che altro non è se non il sagrato della chiesa di Santa Maria sopra
Minerva, guida all'interpretazione di quella impensabile scultura in marmo, che
è il suo ornato: un elefante sorregge un obelisco: E ci si spiega: Sapientis
Aegypti / insculptas obelisco figuras / ab elephanto / belluarum fortissima /
gestari quisquis hic vides, / documentum intellige / robustae mentis esse /
solidam sapientiam sustinere. Veniamo
ora all'annunciata PAGINA:
Dignus est Henricus Falconius Romanus,
Academicus Humorista in primis, qui
ob celeres ingenii alacres prompti et tanquam exultantis
equuli motus,
posteritati tradatur.
Hic mores adolescentis nunquam exuit, sed semper remansit
idem.
Nam quamvis annorum decursu ad summam senectutem
pervenisset,
neutiquam tamen exstitit ingenio senex,
neque ab iis studiis unquam exaruit
quibus ab adolescentia fuit imbutus.
Neque tamen quidquam ingenuo ac liberali homini indignum
admisit,
sed cum hominibus festivis et iucundis vivere,
de amore ac rebus amoenis ac voluptariis loqui,
et quamvis esset lingua celeri et incitata, ac verborum
non egens,
suam tamen partem sermonis aliis relinquere,
nemini oblocutor esse, sua aliis carmina recitare,
aliorum audire,
ac, si probabilia viderentur, verbis in caelum efferre,
ediscere, aliisque ad cognoscendum proponere.
Sin autem minus probarentur, modice et caute
reprehendere,
et quidquid in eis desideraret exponere.
Amicis obsequi, adesse, opitulari, sed imprimis
(unde apud maledicos aliquos non belle audiebat)
praeclara iuvenum ingenia, praesertim
si essent cum formae dignitate coniuncta, more platonico
adamare.
Ita tamen ut nemo eum unquam cum ipsis ambulantem
aspexerit.
Praeter eas horas quas cibo somnoque dabat,
numquam domi se continebat.
Noctu vel in amicorum aedes, quae semper illi patebant,
se recipiebat,
ibique ad mediam noctem sermones cum illis protrahebat,
vel solus in vicis ac foris obambulabat.
Nulla nox tam magna turbulentaque tempestate fuit,
quae retinere eum domi valuerit, quin exiret foras
et sub aedium subgrundiis et protectionibus otiose
incederet.
Et si maior esset vis aquae quam possent tecta defendere,
in aliquam porticum confugiebat
ibique tantisper manebat dum vis imbrium sese remisisset.
Nocturnarum autem vagationum comitem lanternam,
in eaque Vulcanum inclusum habebat; cuius etiam usum
amoeno ac festivo carmine laudavit, quod hac sententia
concludebatur:
illi nimirum lanternae generi palmam tribuendam esse,
quod esset longum, manubrio crasso, latereque pertuso.
Interdiu vero semper habebat decretum (secretum?) aliquem
locum,
ubi amicis se daret,
ubi, si solus esset,
vel aliquid legeret vel commentaretur.
Ac me puero, Aedes D.Mariae super Minervam totos eum dies
habebant:
ac senem, aetate ac stranguriae morbo confectum, quo
periit,
in tabernam aromatariam, in foro Rotundae,
inter olitorios et pomarios sitam, se recipiebat,
nec duo et octoginta annos natus,
acerbissimisque stranguriae doloribus vexatus, si quis
invitasset,
recusabat in cauponam comessatum ire,
ibique se hilarissimum convivam expromebat,
ac risus, ludos, jocos, omnemque amoenitatem exercebat.
Quae puer a magistris didicerat, quaeque a doctis viris
in colloquiis acceperat, numquam e memoria dimisit,
sed constantissime retinuit, et cum res poscebat, in
medium proferebat.
Erat cavillator facetus, conviva commodus,
in lacessendo respondendoque argutus; voce magna, canora,
suavi,
quae suis versibus -cum eos recitabat- splendoris non
parum arcesseret.
Multae praeterea in eo facetiae, multi joci,
magna exemplorum copia inerat.
Iam inde ab ineunte aetate, omne suum studium atque omnem
operam
in scribendis rhythmis collocavit, et in eo praesertim
rhythmorum genere
se exercuit, quo
venusta aliqua sententiola
paucis versibus lepide arguteque concluditur.
Neque minimam in eo laudem meruit: et quoniam hoc genus
carminis
ductoribus gregum maxime aptum existimatur, unde etiam
nomen accepit,
ideo ipse se ex Falconio, Falcum pastorem Tiberinum
fecerat,
eoque se nomine vocari mirifice gaudebat.
SETTEMBRE 25
Ancora... il terremoto !
Ma
questa volta... patetico e poetico !
Firmato: Diego Vitrioli (1819-1898).
Chiuse finalmente
le 366 PAGINE LATINE del BREVITER SED QUOTIDIE (tra le quali sone ricordati ben
tre terremoti storici, oltre alle immancabili lettere di Plinio sulla eruzione
del Vesuvio, che qui il nostro poeta chiama VESVIUS per motivo di metrica)...ecco, nei primi giorni della mia presenza
in Internet, imperversa, de more,
in lungo e largo della geografia sismica italiana... un nuovo terremoto: Umbria
e Marche (Autumno 1997).
Giungono alla TV
le dolorose e patetiche immagini di obbligo. Tra le più strazianti, la
commovente scena di quei due vecchietti di Collecurti (Francesco Ricci e
Marietta, 92 e 94 anni) che, con la preghiera in bocca, si rifugiano in un
tenero abbraccio, se mai le macerie vorranno perdonarli. Furono così trovati dai soccorritori, nell'ultima e
tenera invocazione all'Onnipotente.
Sarà stata questa
indubbiamente una scena tante altre volte ripetuta. A me venne subito in mente
una Elegia di Diego Vitrioli (la XX delle sue Elegiae Pompeianae) letta negli
anni giovanili dei miei studi a Napoli (1949-1952), e amorevolmente copiata. La
recupero fortunatamente tra le mie scartoffie e ve la ripropongo volentieri,
ben sicuro che la troverete perfino scorrevole e musicalmente ad alto livello.
Vi racconteranno il loro straziante fatum... i protagonisti .
Cur simul ossa cubent, ac post tot saecla, viator,
in molli amplexu
nos ita iungat amor,
accipe: nec tristes pigeat cognoscere casus:
elicient
lacrumas fors mea verba tuas.
Saxa etenim flerent, gemitus si fundere possent:
deflerent
nostras aspera saxa vices...
Sol medium coeli vix iam traiecerat orbem,
Pompeiosque
tenet mollis et alta quies.
Rusticus in villa, mediis stat miles in armis;
subdola piscator
per mare lina iacit.
Curia habet patres; it magna ad templa sacerdos;
femina devolvit
lanea pensa colo.
Cum subito extinctos, infandum!, suscitat ignes
Vesvius, et
rauco murmure saxa vomit;
culmine et in sicco montis stat fumea pinus,
atraque nimbosum
contegit umbra polum.
Ocyus aëriae volucres trepidantibus alis
frondiferas
nemorum deseruere domos.
Manarunt nullo arentes humore lacunae;
sulphureis
Sarnus lentior ibat aquis.
Amnigenae nymphae glauco de gurgite surgunt,
mox celeri iactu
gurgitis ima petunt.
Huic ego tum dixi: crudelia litora linquas,
lux mea; sit
vitae, sit tibi cura tuae !
Dum voluere dei, felices egimus annos:
nunc procul a
patriis pellimur ambo focis!
Interea ingente squalebant moenia luctu;
urget Pompeios
ultima namque dies.
Turba ruit portis: secum fert quisque penates
exuviasque suae,
pignore cara, domûs.
Quid non audet amor? Gestat nonnemo parentem
atque ignis
sanctum non violavit onus !
Vidi ego pallentes vesana mente puellas
virgineas
manibus dilaniare genas.
Haec stupet, haec vanis incusat fata querelis:
altera in
alterius concidit aegra sinum.
Sollicitae matres gnatis cum dulcibus errant.
Invocat illa
homines, invocat illa deos.
O ubi vitiferi clivi lymphaeque loquaces,
atque coloratis
florida prata rosis !
O gelidi fontes, o templa augusta deorum,
centum aris
quondam fumida thuricremis !
En iacet ambustum templum Iunonis, et ara
Isidis, ac
templum, pulchra Erycina, tuum:
semper ubi innocuae stabant sine labe columbae;
sacra ubi cum
bifido stipite myrtus erat.
Hic olim blandi cantus, hic mille choreae:
hic quoque mille
dabant laeta theatra iocos.
Nunc urbe in vasta gradiens bacchatur Erynnis;
per foros perque
vias ventilat illa faces...
Nec fuga per pontum facilis: tumet undique pontus,
et fremit hinc boreas,
et fremit inde notus.
Ingemino voces: Fugias teque eripe flammis:
eripe te
flammis, lux mea, tolle moras !
Ast illa expandens morientia lumina fatur:
TE SINE, ME
PATRIIS CEDERE LIMITIBUS ?
Si celerare fugam prohibet te martia virtus,
obruar in mediis
ignibus ipsa simul.
Ossa simul iaceant!
Et, nostri conscia amoris,
ista domus
nostrae conscia mortis erit...
Ter mons horrendis tonuit tum Vesvius antris,
nosque ambo
oppressit magna ruina domus !
SETTEMBRE 26
Un
buco da colmare:
perché
parliamo così poco "del nonno" ?
Una risposta c'è,
e viene dall'automatismo biologico. Quando noi siamo nati, il nonno era
ovviamente... vicino al capolinea, e la nostra "maturità" -semmai
l'abbiamo raggiunta- era ancora da venire passo passo ! Ciò non toglie però che, quando ci viene
incontro -dagli altri- un ricordo simpatico del proprio nonno, la nostra
sensibilità denunci un buco nero.
Mi capitava oggi
tra le mani una collana di lettere, dell'ultimo insegnante di latino nel
Collegio Romano prima dell'estinzione dei Gesuiti (21 lugl.1773); a lui
appartengono le due lettere, da me piazzate qui all'ultima giornata di Agosto;
il quale, oltre alle lettere di alto livello culturale che sta scambiando con
un suo fratello -anch'egli SJ-, finisce un giorno per scrivere la lettera forse
più umana, nella quale primeggiano le righe dedicate al ricordo "del
nonno". Saranno esse il più simpatico gioiello !
Per la mia
Antologia, che vive di PAGINE di questa caratura, mi è costato poco sforzo
trovarci un posticino: alla fine dell'estate, in consonanza con il destino di
ogni nonno.
Del mio vi posso
confidare un analogo ricordo, che lo accosta a questo "Mazzolari",
devotissimo del Santuario di Loreto. Mio nonno, uomo ad alta quota lavorativa, poichè si era arruolato perfino
nella mano d'opera, richiesta agli spagnoli, per aprire il Canale di Panama,
era anche uomo di profonda religione; per il Giubileo dell'anno 1925, si
programmava il viaggio a Roma, ma... al ritmo lento del suo asinello !
Senonché, essendo già nati i diritti delle mogli, dovette egli
arrendersi e restare calmo nel suo paesino dell'altipiano di Castilla, nella
lontana Spagna.
Posso aggiungervi
altra pennellata "di colore compatibile". Quando egli mi venne
incontro al mio ritorno ferroviario dal primo viaggio all'estero, si affrettava
a congedarsi, appena datomi il ben tornato, perchè -parole testuali!-
rischiava di arrivare in ritardo alla recita quotidiana del suo rosario.
Ma... state
aspettando un altro nonno, quello dell'umanista Mazzolari, a noi più noto come
Iosephus Maria Parthenius
(cambiamento da lui consecrato per mettere in mostra la sua devozione alla
Madonna); egli scrive al fratello Ioanni Mariano, e senza programmarlo, ci
lascia intendere che sono ambedue legati alla storia del Santuario di Loreto,
nel quale i gesuiti fungevano da confessori permanenti. Anzi, se non mi
sbaglio, vi ebbero anche una casa di formazione. Il nonno lo ricordano proprio
come "fedelissimo" di Loreto.
Dalle EPISTOLAE (del Parthenius), Libro V,
lett.XIII, p.211.
Quandoquidem superiore epistola
totam orationis meae pro Domo Lauretana rationem
tibi pro nostra familiaritate cognitam esse volui,
causamque docui, quae me potissimum ad hoc argumentum
impulerit,
nunc -eadem usus falmiliaritate inter fratres concessa-,
aliam adiiciam, quae, cum domestica sit,
eam nosse non tam fore tibi pergratum arbitror,
quam causam ipsam confido esse a te mirifice probandam.
Non te latet singulare studium erga Lauretanam Domum
avi nostri Ioannis Baptistae, commemorabili pietate ac religione
viri.
Recordaris, opinor, eius effigiem sic esse expressam
ut una manu precarios Marianos Globulos teneat,
altera Deiparae Lauretanae imaginem praeferat.
In elogio autem sic legi scriptum,
"cuius sanctuarium, dum vixit, septuagies septies
visitavit".
Et vero singularis studii singulare documentum,
si regionum distantiam metiaris:
ducentis enim fere passuum millibus Cremona Laureto
distat !
Quare non est mirandum
si Lauretanae domus
Procurator Generalis fuerit constitutus.
Quod honoris genus admodum insigne,
nonnisi eius Sanctissimae Aedis apprime studiosis
de eaque optime meritos deferebatur.
Iam vero, quid aequius a me,
quid avitae pietati consentaneum magis fieri poterat,
quam tanti viri memoriam quodammodo revocare,
et eius Domus patrocinium defensionemque suscipere,
cuius -cum viveret-
fuerat ei procuratio demandata ?
Haec me ratio vehementer movit;
et -domesticum mihi proponens exemplum-
pati nolui illud incassum ab avo nepotibus fuisse
relictum.
Qui domesticis non afficiatur, externis -credo-
commovebitur ?
Non dubito, quod initio dixi, quin consilium meum
probaturus sis,
et hoc ipsum nosse tibi gratum fore perque iucundum.
Restat, quantum in nobis situm est,
ut avita in Deiparam Virginem pietas in familia
permaneat,
et in omnem posteritatem propagetur.
Vale et me -ut facis- Deiparae Virgini etiam atque etiam
commenda.
SETTEMBRE 27
Martino Martini Chi era costui ?
La risposta l'ho
data nelle introduzioni alla sue 12 giornate: tante gli ho dedicato ai primi di
Luglio. Bis repetita placent. Un
gesuita nato a Trento 1614, morto però in Cina 1661: giovanisimo se misuriamo i
suoi 47 anni, ma con una storia da umiliare moltissimi altri, che senza fatica
abbiamo oltrepassato perfino il famigerato 80º. Gli editori moderni delle sue
OPERA OMNIA (Università degli Studi di Trento 1998) proclamano con giustificata
fierezza che "sembrava ormai scomparso dalla cultura storica occidentale e
orientale, ecclesiastica e civile". Loro almeno si sono fatti avanti prima
del diluvio.
Il Martini,
quando si cimenta a darci il preciso elenco dei 58 primi gesuiti sbarcati in
Cina, è costretto a collocarsi in lista col num.52. Io che nel BREVITER SED QUOTIDIE ho già
saccheggiato alcuni, posso ricordarvi il RICCI, che fa il n.3; il TRIGAULT, che
difuse per Europa in latino gli appunti del Ricci, fa di numero il 21. Ma era
num.4 DUARTE DE SANDE, a chi toccò dare la definitiva veste latina al resoconto
di quei Principi giapponesi che visitarono l'Europa e pubblicarono le loro
memorie -in Latino!- a Macau 1593.
Non è questo il
luogo dove scaricare tutta la nostra informazione sul Martini. Nelle sue OPERA
OMNIA è tutto reperibile ovviamente. Ci preme qui ricordare soltanto che prima
di questa data delle sue OPERA OMNIA
avevo io già saccheggiato tutto il CICLO CINESE della sua Storia degli
Imperatori anteriori ai tempi di Cristo. Ora invece stralcierò soltanto poche
PAGINE sui fatti da lui vissuti personalmente, incominciando da
quell'Imperatore sbarazzino che nel BREVITER è già comparso per opera di altri
accompagnanti, per la precisione il P.ADAM SCHALL (num.29), che lo portò quasi
alla soglia di una vera conversione, e ci trascrisse la sconvolgente
"confessione generale", laica ovviamente (collocata al 8 Gennaio nel
BREVITER) che, se fosse stato un vero convertito, avrebbe avuto in quel
cristianissimo gesto sufficiente spinta per scalare i nostri altari.
Vedremo quindi in
PAGINA, quanto il Martini raccoglie di corsa prima della partenza di una nave
da Macau (6 febb.1659), lasciandovi, con le sue proprie parole, lo stesso
dubbio che io lascio aperto: chi scrivendo una delle così dette "LITTERAE
ANNUAE" si scusa di non aver potuto aspettare per scrivere in latino, ci
sta automaticamente informando che altro gli ha dato questa veste, sicuramente
il destinatario, che potrebbe essere a Roma il Segretario della Compagnia.
Optabam quidem has annuas litteras latinitate donare,
sed per tempus non licuit,
nam naves in diem unum aut alterum abire meditantur.
IMPERATOR XUNCHIUS,
iuvenis quidem sed prudentia, comitate ac iustitia
insignis
(non aliud quam praeostendit puer, uti in libello De
Bello Tartarico scribo),
iam decies octies domum nostram et templum visitavit,
summa affabilitate Patrem Ioannem Schall tractans.
Imagines Salvatoris et Immaculatae Virginis semper
veneratur,
et suis magnatibus ut idem faciant imperio et exemplo
praelucet.
Semel in festo Venerabilis Sacramenti illud veneratus
est,
quo die insignis etiam processio ordinata
et miraculum illud Divini Amoris circumlatum.
Deinde publicum edictum, seu potius panegyrim Imperator
promulgavit,
quo miras laudes de scientiis europaeis et lege divina
depraedicat;
huius copia, Sinicis et Tartaricis characteribus exarata,
in magno lapide, ante fores ecclesiae erecta,
mirum quantum rei christianae faveat.
Non defuit e summis Praefectis unus qui Imperatorem
admoneret
non esse Sinico Imperatori congruum palatio exire
et particularium domos invisere (de nostra loquebatur)
Imperator tantum abfuit ut iuxta stoicos Sinarum mores se
contineret;
quin immo, altera die ad templum et nostram domum adfuit,
et ex Patris Adami manibus uvas comedit,
eumque de Praefecti illius admonitione per iocum monuit
!...
Idem Xunchius novum templum (hoc secundum est Societatis
nostrae
in hac vastissima Pekini regia) aedificavit, et PP.
Ludovico Buglio
ac Gabrieli de Magalhanes (num.46 et 49) assignavit;
cuiuscumque Praefecti dignitatis
ex equis scendere debent cum transeunt,
non aliter ac faciunt iuxta morem patriae
ante fores ipsius imperialis palatii.
Supra fores Crux ingens, lapidea, est erecta:
utrimque duo angeli qui eam adorant...
His favoribus Imperatoris factum est ut iam liberius quam
numquam
praedicetur Evangelium Christi, et gentes, seposita omni
formidine,
admittant, nemine obstante.
O utinam iam seminarium, de quo Roma egi, perficere
possemus,
pro cuius initio a Summo Pontifice nostro Alexandro VII,
et a Sacra Congregatione de Propaganda Fide petebam
eleemosynam,
quam etiam Sua Sanctitas dignata fuit promittere;
nec dubito tantam Summi Pontificis pietatem et
munificentiam
(quam tota Europa depraedicat) ad Sinas etiam extendendam
esse,
praecipue si Paternitas Vestra dignabitur id in memoriam
revocare...
SETTEMBRE
28
De statu REI
CHRISTIANAE
in Aula Regia
Pekinensi, anno 1640
Non potendo
ridurre di troppo il lungo capitolo che la BREVIS RELATIO del nostro Martini
dedica a questo entusiasmante momento storico (che l'ennessima invasione dei
Tartari spezzerà appena finita la PAGINA), son costretto a risparmiare
spiegazioni, ben convinto che, anche senza il mio consenso, trovate più piacere
nel leggere direttamente tutte le circostanze, salva poi la libertà di
rileggerle in un secondo o terzo tempo; e ciò sarà un cospicuo vantaggio per
voi !
Passo quindi la
parola al testo che, riprodotto anastaticamente nell'edizione delle OPERA OMNIA
del gesuita Martini (due volumi, Trento 1988) potrete qui leggere con maggiore
facilità. Io infatti preferisco una ben più leggibile impaginazione "a
bandiera", che, tra l'altro, mi consente di rittoccare all'occorrenza
sbagli di trascrizione, manifestamente affrettata o malintesa dai copisti.
Quia supra attigimus QUOSDAM, etiam ex Aula Regia, fuisse
conversos,
et mirus est omnino modus
quomodo lux evangelica
ETIAM EO penetraverit, ecce
tibi,
verbis fere Patris Adami Schall, qui totius huius negotii
curam gessit,
tantae rei brevem descriptionem adiungam.
AULA REGIA, in medio urbis Peking loco sita, tribus muris
clauditur:
intra duos primos eosque extimos,
sunt custodes corporis, Mandarini, Eunuchi aliique
Ministri Regii.
Intra ultimum, qui spatium coeteris longe maius
pro cubiculis, hortis ac sylvis continet, habitat REX.
Hic nemo, etiam quantumcumque brevi spatio, admittitur,
praeter eunuchos et mulieres, quibus Rex ad omne
ministerium utitur.
Omnes illae palatinae, ex quo intrarunt,
numquam egrediuntur splendido illo ornatoque carcere.
Varii interius sunt ministeriorum gradus et dignitates.
Una princeps est REGINA legitima,
cuius filiis ius est successionis ad REGNUM;
aliae sunt concubinae, aliae ab his regium ministerium
curant,
aliae a cubiculis, custodes vestium aliae, alia Aulae
Praefecta est.
Cumque egressus nulli pateat,
manent semel ingressae ad usque ipsam Imperatoris mortem.
Ibidem sunt prioris Regis uxor et concubinae
cum suis quoque eunuchis et ancillis, quidam etiam
eunuchi regii;
Musicae, Astrologiae, rebus mathematicis
aliisque minus congruentibus sequiori sexui, Praefecti
sunt.
Ex hac ergo arcta Regis totiusque Aulae conclusione,
ingens oritur difficultas eo Evangelii lucem ingerendi.
At quod non potest humana industria, facile efficit
divina potentia.
Erant inter Ephebos quatuor Eunuchi cuiusdam, GUEY
nomine,
Regis prioris amicissimi; Eunuchus alius, cui nomen VAN,
destinatus ut videtur ad perficiendum illud singulare Dei
obsequium.
Erat is animo modestus omnino minimeque insolens
aut ad altiora aspirans
(quod rarum omnino in talium hominum genere)
unde coeteris illius sociis ad altiora evectis,
ille domesticis contentus parietibus tenuique censu,
coetera fere respuebat.
Hinc, cum, Rege demortuo, ipsius Dominus GUEY eiusque
comites
sorte sua excidissent et ad quaestionem poscerentur
nescio quas ob commissas insolentias,
solus VAN liber evasit gratiamque ac favorem Regis novi
obtinuit.
Domum huius Eunuchi VAN incolebat anno 1637 quidam
christianus
nomine Lucas, officii pictor, qui sacris pingendis imaginibus,
promovere studebat rem christianam.
Is frequenter cum Eunucho primum coepit miscere sermones,
tum explicare imagines, in iisque
de Dei lege eiusque praeconibus subinde inferre
mentionem;
demum paulatim tantum efficere, ut eum ad nos ipsos
adduceret.
Visa haec minime negligenda occasio, ut is scilicet,
qui tantopere faceret ad Dei gloriam, melius
institueretur:
solvuntur dubia, baptizatur, IOSEPHI insignitur nomine.
Ille ad parentes suosque domesticos ab errore evocandos
mire accensus,
id non multo post effecit; plurimum ad id potuit
egregia morum modestia compositioque; praeter nativam
enim illius
insitamque erga omnes humanitatem ac benevolentiam,
quibus omnium omnino sibi demerebatur animos,
eratque tamquam lilium inter spinas,
inter Eunuchos coeteros, hisce maxime virtutibus
destitutos,
supplebat divina gratia quod deerat naturae.
Inde in frequentando sacro Missae officio,
cui diebus festis ministrare erat solitus,
in audiendis concionibus atque in sacramentorum
susceptione assiduus,
studio scribendi legendique (praeditus), post susceptam
fidem
ad intelligendos nostrorum partim libros aliaque pietatis
opera
omnino diligentissimus; (immo), raro exemplo,
non Sodalitati Nobilium quae est in templo ibi nostro,
sed Plebeiorum Sodalitio adscribi voluit.
Domum suam, quoties opus sacris celebrandis, commodabat,
in qua admittebantur foeminae,
quibus more patrio una cum viris templa adire non licet.
Fuit ex Mandarinis quispiam qui, ad extremam redactus
inopiam,
iam de proscribenda familia duabusque filiabus
prostituendis cogitaret.
Ille, non sine parentum suorum murmure ac querelis
hominum,
eumdem suis sustentavit opibus peccandique exemit periculo.
SETTEMBRE
29
De statu
REI CHRISTIANAE
in regia Aula Pekinensi, anno
1640? (2)
Idem ob insignem animi sui demissionem subiectionemque
iudicii,
qua Patres
nostros -in rebus fidei dubiis, cum ab aliis consuleretur-
consulere solebat,
hunc a Deo favorem promeruit, ut primus
initium daret saluti multarum Palatinarum in Aula Regis
degentium.
Primus hic, instructam a se ac Catechismo edito a nobis
donatam,
e consilio nostrorum sacro fonte abluit,
nomenque
CATHARINAE imposuit.
Qua intercedente accessit et altera,
quae singulari Dei beneficio, adhuc gentilis ac manifesto
periculo,
invocato sacro Dei nomine quod a Catharina impressum
acceperat,
fuerat erepta.
Quo prodigio attonitae plures Christo nomen dederunt,
adeo ut anno 1638 ad duodeviginti numerarentur
Christianae,
opera Iosephi alteriusque Eunuchi quem Christo lucrifecerat.
Nomen huic alteri
HILARIUS est,
nihilo suo magistro demissione illa animi ceterisque
virtutibus inferior.
Verum cum Palatinae huiusmodi, Aula egredi non possint
nec licitum sit eam intrare Patribus nostris, sentiunt
vehementer,
quod nostros
pro instructione sacramentorumque susceptione adire
nequeant ;
media quidem adhibere aliqua tentarunt,
sed ea a nostris omnino reiecta sunt,
ne se suosque neophytos manifesto exponerent periculo,
satis esse asserentibus
ut privatim in pietatis virtutisque cultu proficiant,
paulatimque cùm Reginae ipsi tùm Regi,
de lege nostra aliquid subindicent ut agnitum aliquando
tantum bonum,
illud tandem admittant difficultatesque amoveant.
Litteris si quid agendum ultro citroque missis peragitur,
quas reddunt accipiuntque Eunuchi
exercitationesque pietatis illis subministrant,
domestico Oratorio exstructo ac eleganter adornato.
Numquam inter eas, uti vulgo inter gentiles solent,
dissensiones audiuntur aut rixae;
minimi etiam defectus publica expiantur poena,
genibus et capite ad terram demisso, quod ibi familiare.
Tantum non in dies, quae pro cultu divino opus sunt,
domum nostram
submittunt: modo candelas, modo suffimenta aliaque
huiusmodi,
quae cuique aut pietas aut fervor suggerit.
Cumque oblata ab illis, Nostri pro usibus nostris,
puta vestem aut supellectilem aliave esculenta aut
poculenta,
admittere hactenus non soleant,
summo id opere impetrare sunt conatae,
ut saltem domesticis famulis de iis subinde illis liceat
prospicere.
Fuit quaedam, AGATHA nomine, quae cum inaudisset ab
Eunucho
Patrum vestes domi nostrae confici,
bonam partem argenti mitteret, quasi mercedis laborum nomine.
Denique in calamitatibus illarum, periculis aut morbis,
unicum est ad preces nostrorum perfugium,
neque id semper incassum; divinam enim opem saepe
expertae sunt.
Crescit in dies illarum fervor ac numerus,
ut numeratae fuerint ad annum 1639 ad triginta et octo;
interque eas, Regis prioris uxor, opera Iosephi conversa,
adversariis contra illam stantibus turpiter convictis.
Anno 1640 numerum superabant quinquagesimum;
iis cum innotuisset eodem anno, ad lustrandam domum
nostram,
venisse R.P.Viceprovincialem, P.Franciscum Furtadum,
insigne ad eum miserunt munus epistoliumque,
signatum manu a quadraginta et amplius Palatinarum
primariis,
omnium nomine, quod ipsemet vidi;
abeunti dein misere aliud in viatici subsidium.
Omnium rogatu ex tunc statuit R.P.Viceprovincialis
aliquam ex iis quasi "Praefectam" constituere,
cui caeterae parerent,
quod munus, cum diu illa recusasset,
demum aliarum precibus nostroque consensu, admittere
coacta est.
Nec procul iam a Rege ac Regina abest ipsa lux
evangelica;
cum enim nuper quaedam ministrae
apud illam accusatae essent ut Christianae,
illa graviter eas increpuit, non quod Christianae esset,
sed quod boni illius non se fecissent certiorem,
adeo ut spes omnino fuerit maxima, brevi eam Christo
manus daturam;
quin et Rex ipse non procul videbatur a Regno Dei.
Praeter enim favores alios, nostris et erga legem Dei
exhibitos,
nuper clavicordium illius, olim a P. Matthaeo Riccio oblatum,
nobis concinnandum submisit; versiculum aureum ibi litteris incriptum,
CANTATE DOMINO CANTICUM NOVUM,
a nostris Sinice sibi exponi voluit.
SETTEMBRE
30
nella Corte di Pekino, anno 1643?
Sono così le mie
PAGINE più impensate; ed spuntano da sole, quando, protrattasi a lungo una lettura
di latino soltanto "funzionale" che non ha particolari pregi, mi
capita di sobbalzare e dirmi esultante: "Questa non me la perdo".
Tale il caso di
oggi: stavo affrettando il mio doveroso sopralluogo ai due voluminosi tomi che
ormai già anche voi conoscete, le OPERA OMNIA del P.Martino Martini, quando,
conoscendo già in anticipo l'arrivo della famigerata "valanga dei
Tartari", ecco cosa mi trovo: una serata di intimità, religiosissima!,
nella Corte di Pekino, con un pieno di colore paragonabile a quello dei tempi
di Fabiola o dei primi cristiani di Roma nelle catacombe.
Ecco il percorso
che mi trovo nello stesso Martini, allorchè egli stesso si concede una pausa
per sintetizzare le prime tappe di quella chiesa. Ha incominciato dal Saverio,
che egli stesso ha denominato come "nuovo Mosè", al quale ha toccato
sognare la Cina senza riuscire a entrarci; ha fatto poi un rapidissimo elenco
dei numeri: 1627, 1300 cristiani; 1636, 40.000; 1640 già vicino ai 60.000 -
70.000. Ma è a questo punto che la fiaba viene interrotta da un evento che il
prologhista segnala puntualmente: e -con tacitiana concissione- ci riassume
così il passaggio violento dall'una all'altra dinastia:
Interea
Tartarorum tempestas SINICUM oppressit IMPERIUM;
TAIMINGA familia vexatur,
Regia Peking occupatur, palatium expilatur.
Rex seipsum
suspendit, Palatinae dilabuntur,
tota demum rei
christianae spes in palatio praescinditur.
In realtà la
presenza del cristianesimo a Peking era diventata per gli stessi missionarii la
più grande meraviglia. A quel momento, mentre l'Imperatore, sconvolte
profondamente tutte le componenti filosofiche e religiose della sua ereditaria
cultura, si andava aprendo alla novità cristiana, altri nella propria famiglia
e in palazzo (che era nella pratica un piccolo monastero) lo stavano
precedendo: erano già battezzate la propria madre, la moglie, un figlio erede.
Lo scossone dell'invasione TARTARA cambiò la segnaletica della storia con una
sigla ormai universale: STOP.
Eccoci dunque
dinanzi alla mia sorpresa: oggi scopro la scena di intimità precristiana che vi
parlerà da sola, ricomponendo il puzzle di quel caotico momento. A me è
sembrata un serata di famiglia sotto l'albero di Natale. Dove il
giocattolo di obbligo, guarda caso, è il vecchio clavicembalo portato in Cina
dal P.Ricci (di Macerata, Italia), e ricomposto ora sotto la regia del P.Adam
Schall, suo successore (dotato però da un diverso passaporto, perché
oriundo da Colonia Agrippina, Colonia, Germania).
Clavicordo (quod mille aureis Olyssipone fuit aestimatum)
additum aliud munus.
Liber erat submissus pro Rege a Serenissimo Bavariae Duce
nuper ex Europa, laminis argenteis opertus,
in quibus Quatuor Evangelistarum
artificiosissimo opere deductae exstabant imagines... (il
resto in PAGINA)
Prima intus imago erat Adoratio Regum,
depicta manu artificis omnino singularis.
Sequebantur septuaginta et septem ex pergamena membranae,
quae VITAM CHRISTI artificiosissimis coloribus,
auro argentoque hinc inde interposito exprimebant;
ex adverso textus erat Evangelii, aureis litteris sinicis
scriptus;
velo integebantur omnia, filo aureo sericoque in Belgio
intertexto.
Ad hunc tollendum aperiendumque librum manus sibi lavari
voluit REX;
ut vero vidit... obstupuit, stetitque aliquandiu;
tum collocato ante se libro, prostratus in terram,
Deum Infantem proprio vertice est veneratus, eundem illum
agnoscens
qui Reges illos e terris adeo remotis ad se vocasset,
modoque ad se visendum e tanto remotioribus in sua
veniret imagine.
Idem fecerunt adstantes omnes, interque eos ipsa Regina.
Tum Rex, ad eam conversus,
"Nescis -inquit- quanto maior sit puer hic FE TUO
(idolum id apud Sinas maximo in honore est,
et ille Regem a tribus Magis unum digito monstrabat);
quanto sanctior nostro YAO !
(atque is Rex habetur apud Sinas sanctissimus)
Hanc imaginem cum diu fuisset contemplatus,
caeteras paginas omnes revolvit, singulis singillatim
honore exhibito,
negotiisque omnibus in aliud tempus reiectis.
Postridie librum maiore in aula collocari voluit,
dicta PALATIUM
VIRTUTIS, ubi cum publica solemnitate
a Rege, Regina aliisque Palatinis fuit exceptus.
Tres omnino dies tenuit haec celebritas, quibus exactis,
veritus Rex ne quid ibi a quopiam gentili pateretur
detrimenti,
magno apparatu ad aliam aulam interiorem transferri
iussit,
ubi thesaurum Regis et artificiosissima quaeque servari
solent.
Saepius ibi aditas hasce imagines a Rege scimus,
non sine summo honore ac studio sacri textus perlegendi,
cui brevem declarationem adiecit quidam e Patribus.
Verum cum propter vitium oculorum
minus subinde Rex quam volebat assequi posset, exclamabat
quandoque:
"Lex Dei Caeli VERAX est, SANCTA est, at ego illam
non satis capio!"
Credi vix potest quo gaudio haec
perfuderint R.P. Provincialem
et P. Ioannem Adamum (Schall) !
Is ampliorem mox elaborare coepit explicationem,
idque per modum Catechismi, quem data occasione Regi
offerret...
Sed (quae sunt iudicia Dei) inter has spes TARTARI,
Regnum invadentes, omnia perturbarunt, ut supra notatum
est.