L U G L I O
                                     I N D E X

 

   1  Il  CICLO CINESE  del gesuita Martini                                               Martini

   2  Un Imperatore, XUNUS VIII                                                                      idem

   3  Gli Eclissi e il Fiume Giallo                                                                        idem

   4  Qualche parricidio stile Agrippina anche in Cina                                 idem

   5  Dispotismo alla cinese                                                                               idem

   6  Niso ed Eurialo anche di là.                                                                      idem

   7  E che dire di Confuzio ?                                                                             idem

   8  E degli "stratagemmi cinesi", originalissimi ?                                      idem

   9  Dopo di me, il diluvio! così l'Imperatore XIUS.                                     idem

10  Ci fu altra "rivoluzione culturale" prima di Mao.                                   idem

11  Cosa sappiamo dire dei Tartari ?                                                             idem

12  Il Giubileo, roba ebraica, ma...anche cinese ?                                      idem

 

13  Parole, Parole... ovverossia la scelta dei Santi ?                        S.Camillo

 

14  Il 14 JUILLET... abbozzato in una Scozia romana,                            Tacito

15  dall'infuocata oratoria di un GALGACUS                                               idem

 

16  Rientriamo nel CICLO CINESE. Racconti cinesi ?                          Martini

16  Altre "Sinenses" amoenitates vel urbanitates.                                    idem

18  L'identikit del cristiano, che cercava il P.Ricci            S.Gregorio Nyseno

 

19  Le Isole CELEBES...                                                                                      NN

20  E le MOLUCCHE !                                                                                          NN

21  Una CROCE in Abissinia. Una vera croce !                                       Maffei

 

22  Quando il Tour de France lo vinceva BAHAMONTES.                       FSV

 

23  S.Paolo, Civis Romanus, anche se...nato a TARSO.                    Curtius

 

24  Cordara, in tre dei suoi viaggi: a) Loreto e Padova                      Cordara

25  ---- b) Verona, Calamandrana                                                                  idem

26  ---- c) Roma, Torino)                                                                                   idem

 

27  La par condicio !                                                                                  Cicerone

 

28  Moscardò: non vi suona come sinonimo di EROE ?     Famiano Strada

 

29  Due città universitarie: COMPLUTUM = Alcalá              Nicolas Antonio

30  et SALMANTICA oppure HELMANTICA = Salamanca                     idem

31    Oggi moriva Sant'Ignazio, studente nelle due Universita’       Maffei.

 

 

 


  LUGLIO  1 

                                                   SINICAE HISTORIAE

                                                   Un nuovo CICLO... di 14 GIORNATE !

 

Non sapendo come iniziare in un breve CICLO CINESE, da una storia così com­plessa e multisecolare, che inizia addirittura dall'anno 2952 a.C.n., stralcio subito un brano che mi sembra abbastanza significativo per la sua abbondanza di inattese novità. Nessuno si aspetti qui un lavoro professionale, da storico, con tanto di qualifica academica. Cerco il LATINO, anzi, l'assuefazione alla lettura del Latino -il resto viene da solo- e la migliore offerta che posso offrirvi è... un'attraente serie di leccornie.

 

L'esotismo degli argomenti è stato sempre stuzzicante. Se poi queste letture sono state imbastite da un paziente missionario che leggeva i caratteri cinesi come se fossero i natali ghirigori della scuola di pargoli, lassù a Trento, tanto meglio. Anzi, ringraziatelo, perché sembra sincera la confessione che gli sfug­ge nell'ultima sua Pagina:  Atque haec est prima Decas quam promiseram. Hanc, si lectoribus meis gratam intellexero, ad reliquas absolvendas ex molestissimis Sinicis characteribus, mihi animus erit.

 

Sentiremo in forma diretta il peso delle nostre relative culture. Cadrò spesso nella scelta dei "fattacci" riprovevoli, nelle Pagine dell'orrore... Sarà gradito in ogni caso vedere in tempi così antichi la nascita di una scala di valori, che magari fosse presente oggi a raggio universale in questo mondo che, mai per­fet­­to, noi stiamo ancora scompaginando. Quante PAGINE degradate si denunciano ogni giorno !

 

HOANGTIUS (che è il terzo per il nostro storico, il quale lo piazza all'anno 2697) sarà il nostro Imperatore di partenza: nella sintesi storica del Martini, si da, come informazione normale per gli altri che seguiranno, una durata di 100 anni (dove, come anche nella Bibbia, sembra che il nostro anno di giorni 365 non era ancora stato inventato).

 

 

Incominciamo dalla foto ufficiale dell'intronizzazione:

 

Hoangtius igitur perduellione, vi et armis, imperium occupavit;

de cetero virtute nulli secundus, eleganti etiam forma

et statura ultra modum procera.

 

Et ab hoc demum Imperatore, tametsi bini illum antecesserint,

Sinae CYCLUM suum sexaginta annis descriptum inchoant,

quippe ab eo ipso inventum.

 

La prima sorpresa salterà ora alla vista, dalle prime frasi: che ce lo mettono ad alto livello culturale: anzi, provvederà saggiamente a farsi aiutare dai Prefetti:

 

MARTINUS MARTINII, SINICAE HISTORIAE (Amsterdam 1619), pp.25 ss.

 

Inter alios Regni Ministros, senos habuit Praefectos,

quorum opera rempublicam administravit...

Postremus horum (quatuor scilicet Praefectorum) MUSICAM invenit.

Quam olim fuisse apud Sinas praestantem, libri docent, illius laude pleni.

Hodiernam nec ipsi Magnates aestimant,

eamque extra comoedias vix adhibent.

Hanc vero artem interiisse deplorant ipsi  eoque acerbius

quo effusius laudatam sciunt a Confucio philosopho

(cuius existimatio eis sanctissima)

negante absque musica bene geri rempublicam posse...

 

Variarum rerum inventor fuisse dicitur. Is igitur primo

diadema et alia ornamenta quae Imperatorem decerent adscivit,

veste caerulea usus et lutea, ut caeli ac terrae colores geminos

velut gentilicios in cultu imitarentur.

E florum intuitu artem usumque tingendi variis coloribus invenit,

quos opulentis egentibusque voluit esse diversos.

Figlinam et fabrilem artem, caedendi dolandique ligna,

per suos Praefectos docuit;

arboresque in naviculae formam excavatas

ad flumina maiora traicienda undis credidit, minoribus fluviis ponte iunctis.

 

Ad commercia deinde provehenda,  numos cudit ex aere;

ad arcendam vero vim hostium,  arma et bellicas artes,

non modo praeceptis tradidit  sed in usum etiam perduxit.

Ita pace belloque providens Imperator in utraque reipublicae fortuna, 

civium commodis ac saluti consuluit.

 

Miraculi speciem habet quod sequitur.

In eius palatii atrio herba crevisse fertur, cuius ea vis et ingenium,

ut si quis malus regiam ingrederetur,

confestim, in venientem prona instar heliotropi, se obverteret.

Quod germen, si passim in hortis aut atriis magnatum cresceret,

quanto plures aulis abstinerent,

qui nunc, latentium scelerum securi, huiusmodi proditores non timent.

 

Ceterum Hoangtius mares genuit viginti quinque,  

de quibus quatuordecim, contracto matrimonio,

plures illi nepotes procrearunt, quos vivus aspexit.

Sinae asserunt nunquam illum fuisse mortuum, sed

in eorum coetum assumptum quos Xinsien appellant.

Hos in iugis montium

summis voluptatibus vacare fingunt,  immortalitate donatos ! 

 

At enim ut haec de illius ad perpetuam vitam transitu fabulosa sint,

certe nomen eius adhuc, ob praeclara facinora, immortale fuit.

Ab eo enim omnes Sinarum Reges, HOANGTII communi appellatione,

quemadmodum apud nos a primo Caesare Caesares dicuntur.


 

 

  LUGLIO  2            

                                      XUNUS :  Meriti maggiori: il suo senso della familia...

                                       i Tartari... e la cura del territorio.

 

Oggi un sopraluogo rapido alla storia dell' 8º Imperatore Cinese. Siamo, per la precisione, all'anno 2258 a.C.n. e ne sentiremo delle belle. Il decesso del padre era per i Cinesi di allora un pianto funebre da Guinnes: nessuna cultura ci ha mai tramandato l'automatica dimissione di un magistrato per la morte del padre, e meno un digiuno e un totale distacco delle gioie della vita, come questo rigore cinese.  Di esemplare modernità, anche per noi del 2000, le sue disposizioni per la conservazione del territorio; roba da lasciare umiliato perfino Nerone, con il suo piano regolatore di Roma e il risanamento delle Paludi Pontine, che solo le tecnologie moderne hanno risolto. 

 

MARTINO MARTINI, o.c. liber primus, cap.VIII (p.43)

 

Hoc anno, cum iam ad ultimam senectutem

YAUS (suo predecessore) pervenisset,

moriens ita XUNUM ad Imperium legitime tenendum hortatur:

 

"Ades, XUME: satis superque tuam fidem expertus sum:

dictis tuis ex aequo facta respondent.

Age igitur, sceptrum capesse  virtuti ac meritis tuis debitum.

Cura ut civibus tibi subiectis partem te exhibeas;

et memineris  non tibi a populo, sed a te populo serviendum (!!!)

Rex enim idcirco super omnes eminet, ut unus prospiciat omnibus."

His dictis moritur YAUS.

 

Quem Xunus haud aliter atque filius optimum parentem luxit.

Et ut dolori suo litare posset liberius,

rebus Imperii subinde Praefectorum curae demandatis,

ipse toto triennio ab YAI sepulchro nunquam discessit.

 

Hanc in parentes pietatem

mira observantia etiamnunc apud Sinas liberi tuentur.

Tribus enim annis ita patris mortem lugent

ut semper se domi contineant, relicto quamprimum

quocunque publico munere vel magistratu  quo tunc fungebantur.

Locum quoque, cibos et supellectilem cum vilioribus permutant,

nec nisi in humili scamno sedent.

Nihil vini, nihil obsonii admittunt, solis oleribus contenti.

Vestes rudissimae sunt, e crassa tela consutae.

Cubili quoque incommodiore utuntur.

Quin et ipsa loquendi ratio et phrasis est alia et ad luctum composita.

Neque adeo antiqua iam est appellatio, alio nomine vocari volentibus.

Ipse qui in luctu est

non aliud quam in obsequentis et ingrati filii nomen sibi tribuit,

ut qui nesciverit obsequio curaque debita parentum vitam propagare,

Nec sermo tantum, sed etiam charta mutatur et scribendi modus;

non rubrica, non papyrus minio imbuta scriptioni adhibetur .

 

 

Laetioris autem coloris vicem flavus subit vel caeruleus.

Vestes enim candidae

non ut inter Europaeos, hilaritatis, sed moeroris sunt argumentum.

 

Mira prorsus haec Sinarum in parentes defunctos pietas,

imitatores alibi vix repertura; eatenus praesertim quod

cum vident aetate provectis magis necessaria esse obsequia sua,

multi e magistratu, eius relinquendi potestatem flagitant,

haud aliud causantes, quam quod fractis senio parentibus,

omni qua possunt ope subvenire debeant.

 

Nec facile quis ab Imperatore in ea re fert repulsam,

gnaro in ea pietate nihil ambitionis latere.

Quod autem triennium in eo luctu ponant,

causam e Sinica philosophia non omnino inanem afferunt.

Aequum enim esse, qui in primo vitae triennio, sui adhuc impotens,

parentum in se charitatem sint imprimis experti,

tantumdem temporis post eorum obitum,

ad molestias quas eisdem fecissent velut expiandas,

lamentis et moerori a filiis impendi !

 

Unde non mirum a Sinis in maximae infelicitatis loco deputari

SI PROLE CAREANT. Intelligunt enim neminem se habituros a quo

vel in declivi vita obsequium

vel post mortem possint solemnem luctum sperare.

 

Inter haec TARTARI, de quibus haec apud Sinas est mentio,

in Sinicam ditionem infusi, praedas agebant.

Nec deinceps unquam destitere

Sinarum terras infestare, ut suis locis docebimus...

 

Sub eodem tempore, solicitus quem aggerem obiiceret

aquis planiora Sinarum inundantibus, hoc munus demandat

YUO QUENII,  ob hoc ipsum negotium male curatum occisi filio.

 

Is, patris exemplo sapiens, tredecim annorum spatio

tanta diligentia curavit negotium, uti tandem, maximo incolarum bono,

ingens opus ad finem adduceret. Aiunt eum hoc annorum decursu,

saepe suas aedes praetergressum, nunquam illic divertisse

ne quid temporis sibi deperiret, exequi REGIA IUSSA festinanti !

Opus omnino stupendum,

et cui nescio an in toto terrarum orbe par credam.

Extant etiamnunc illius apud Sinas vestigia !

Ingentia enim et navium capacia flumina, per alveos pares derivata:

montes integri perfossi: alibi lacus et paludes exsiccatae;

alibi, egestis aggeribus, aquae in lacum coactae;

fluvii maiores in duos tresve amnes divisi aut in mare deducti;

unde ingens terrarum planities longe lateque diffusa emicuit...

 

 


  LUGLIO  3

                                                         DUE  PECULIARITA`  CINESI

                                                         Eclissi.. e il Fiume Giallo

 

Vi potrò soddisfare su due argomenti in una sola PAGINA e molto brevemente. Con episodi che risalgono ancora ai più antichi tempi. Infatti, il  nostro solito Martino Martini, interessato anche lui come gli altri missionarii europei per intrare in gara con gli astronomi approssimativi della Cina, commemora -con particolari che possiamo trascurare- nella sintesi storica del tempo di CHUMKANGUS  (qui imperavit annis XIII, ab anno 2189 a.C.n. Liber secundus, pag.57):

 

 

Memorabilis eclipsis, imperante CHUNKANGO accidit...

Astrologi Regii, qui eam per incuriam non praedixerant,

morti multati sunt.

Etsi Mathematicos alii putant  necatos quod YSI faverent...

 

Utcunque est, quod de futura eclipsi praemonere neglexerint,

nemini causa mortis insolens apud Sinas videri debet.

Est enim vel hodie illic in more positum ut Regius Mathematicus,

si forte in munere suo eiusmodi errores admittat, capite luat !

 

Quippe Sinae grande piaculum credunt, laboranti tum Soli tum Lunae,

ne canis aut draco sese devoret metuenti,

solemnibus sacrificiis, ritibus,

et imprimis ingenti strepitu et clangore non in tempore succurrisse.

 

Unde postquam Imperator

de imminenti eclipsi fuit a siderum peritis commonefactus,

mox per cursores

cunctae Imperii civitates de die et hora illius edocentur.

 

Quo tempore Praefecti ac cives ubivis locorum

eam hora sollicite exspectant, tympanis et pelvibus aereis instructi,

ut imminens alterutri periculum ea complosione avertant. 

 

Passiamo ora alla seconda peculiarità:

il FIUME GIALLO ben merita di occupare quanto ci resta dell'odierna PAGINA.

 

Chi della Cina vuol sapere qualcosa, il Fiume Giallo se lo ritrova quando meno ci pensa. E -anche in latino- l'abbiamo già trovato nel Breviter Sed Quotidie in occasione almeno del naufragio subito quando arrivava in Cina una memorabile copia della Vulgata Complutensis. (Cf.la pagina di Agosto 24). Ma questo evento, senza peculiare incidenza storica per la Cina, corrisponde ad una precisa data, 14 agosto 1604. Ora invece troviamo il Yantse (?) in apertura del regno di MANGUS, nientemeno l'anno 2014 a.C.n. Ben possiamo quindi applicare al Fiume Giallo il classico detto romano sul nostro mingherlino ma anche giallo TEVERE. "E`passata troppa acqua sotto i ponti".


MANGUS  (qui imperavit annis XVIII)

patrem imperio et in imperandi ratione per omnia secutus,

in uno ab eo discessit,

quod regiam urbem in locum commodiorem a regione occidenti,

(tartarorum irruptionibus) magis obiecta,

ad Croceum Fluvium transtulerit.

 

Hoc nomen fluvio, quem Sinae HOANGHO vocant,

ob croceum seu luteum colorem datum est,

ab argilla per quam volvitur flavescenti.

 

A Montibus Amasaeis, quos Quenlung Sinae vocant,

per quinquaginta leucas et amplius,

ingenti aquarum mole, illam orbis plagam versus procurrit,

quae media inter Orientem et Septemtrionem est.

 

Inde paulatim ortum petit, Sinas Boream inter et Occidentem alluens

ac per desertum Caracatyò seu Lop oberrans,

denique, cursu in Austrum flexo,

quinque Sinarum provincias irrigat,

et Murum illum, fama tam celebrem,

qui Tartarorum irruptionibus obiicitur, subingressus,

tandem in provincia Nanking prope Hoaigan,

in mare, magna vi aquarum, se exonerat,

semper croceo quem vehit limo turbidus.

 

Argilla enim quae nomen et colorem fluvio conciliat,

non ut in limpidis aquis ex imo tralucet,

sed undarum violento cursu identidem excitata torrentium more,

pluviis intumescentium, totum flumen tingit,

uti multiplici experimento compertum est.

 

Eius enim aqua, ubi in vasis excepta aliquandiu conquievit,

tantam minutissimi limi copiam in fundo exhibet,

ut tertiam fere vasis partem constituat;

quod mihi experiri saepe placuit.

 

Certe cum primitus ingens hoc flumen vidi,

paludem aut fluidum limum intueri me credebam,

sed summa qua fluit rapacitas aliter de ipso sentire me docuit.

 

Mirum unde tanta vis argillae proveniat;

neque enim clarescere ac limpidus fieri hic fluvius unquam visus est.

Hinc proverbium natum Sinis, res ceu nunquam explodentibus:

"tunc nempe quidpiam eventurum...

quando Croceus Fluvius clarescet!"

 

    MARTINUS MARTINI, o.c.Liber secundus, IX, pag.63

                                      

 


   LUGLIO  4

                                             "PARRICIDIO" di stile cinese

                                             programmato però come quello di  NERONE !

 

Daremo un salto generoso su Imperatori ed eventi dei primi secoli e arriveremo con questa PAGINA agli anni 1078 - 1001 a.C.n. Imperatori di turno (o.c.pp.107-109) saranno KANGUS e CHAUS; padre e figlio, ma il primo con tutti i parametri di un patriarca; l'altro che entra col piede sbagliato, dando luogo a quello che indovinate dal solo mio titolo: un "parricidio" che in questo caso è di stile cinese (contadini cioè che danno la morte ad un'Imperatore!)  La storia di costui non ricorda fatti di rilievo. Potremo così anticipare a modo di introduzione quella del suo padre, che è tutto un brevissimo poema sulla pace e i grandi spazi verdi in cui vive un popolo agricolo e felice.

 

KANGUS (sarà questo il nostro primo protagonista) regna per ben 26 anni a partire del 1078 a.C.n. Inizia col piede giusto, e la prima e voluminosa qualità del suo periodo è quella che per sè avrebbero voluto i migliori. CHAUS invece, suo figlio, sarà per noi quel "capro espiatorio" che, confrontandosi coi contadini, che, ammazzando l'Imperatore, mi danno lo spunto per segnalare questo misfatto come un bis del "fattaccio" di Nerone, alle prese -prima del vero e proprio matricidio- con quel ridicolo tentativo di assasinare la madre Agrippina, inventandosi un incidente nautico... nel mare calmo di Baia...!  Dove, per fare più poetica quella notte, aggiunge Tacito con puntigliosa ed elegantissima precisione quel suo famoso  Noctem sideribus illustrem dii dederunt...!

 

KANGUS, acceptis per manus a patre sceptris,

imperium in profundissima pace domi forisque continuit.

Quippe annis viginti duobus quibus rerum potiebatur,

neque in provinciis neque in foro

vel armis est vel legibus unquam certatum.

 

Mores placidi, suaves, sine fastu e generosa simplicitate laeti.

Sic fiebat ut carus omnibus, summis aeque ut infimis acceptusque esset.

PAX ei cumprimis cordi erat,

KANGO, quod quietum seu placidum significat, inde dicto.

 

Nec minus musica delectabatur. Quamquam dicere solebat:

"Non idcirco Reges ad culmen evectos ut bene curent aetatem suam

cum perturbatione civium ac molestia,

sed laetis omnibus, tum vero ipsis quoque laetandum!"

 

Et quoniam ab aliis rebus otium erat, totum se agriculturae dedit.

Prima cura fuit per CHAOCUNGUM Praefectum agrorum inire mensuram,

et cuique certum agri modum, limites etiam ac vias,

litibus rusticorum declinandis assignare.

Tum ipse obire provincias, eadem praeceptis simul et exemplis docens.

CHAOCUNGUS ius dicebat rusticis sub salice;

 

   (cf.la rovere di Guernica, dei Baschi in Spagna, guernícaco arbóla!)

 

quam deinde religio fuit exscindere, scriptis etiam carminibus

memoria beneficiorum ab eo acceptorum et ad posteros propagata.


Res bombycina (unde "brucus a seta" colitur),

seminationis et arationis fructuosae facilitas

mirifice aucta est ab Imperatore.

Apertae quoque carcerum fores,

ea condicione ut inde emissi agris operam darent.

 

Quibus rebus effecit ut toto imperio effuse fruges atque divitiae affluerent,

re rustica ad summum adducta. Felicia tempora quibus secura pax

non ad otium, ut plerumque, sed ad laborem viam aperuit.

 

CHAUS. (Eiusdem filius)  Quantum XANGUS rei agrariae profuit,

tantum hic nimia venatione fere obfuit, quippe longa pacis segnitie,

maioresque imitandi studio torpens,

neglecta republica, totum se venatui dedit.

 

Unde in illum odium offensioque populi, et praecipue rusticorum,

non modo iniurias sibi a Praefecto,

sed suis agris etiam a feris aut ab ipso potius illatas

impune dilabi quiritantium.

Demum eo adducta res est, ut a rusticis, ira in rabiem versa, necaretur !

 

Parricidii, praequam a talibus ingeniis exspectares, huiusmodi erat molitio.

Usu non raro evenerat

ut e venatione redeunti flumen HUN, provinciam Xensi alluens,

prope Hannchung urbem, esset traiciendum.

 

Rustici, quibus naves ad transitum imperabantur,

repetitae toties operae fastidio concepto,

regiam navim tali artificio conglutinant,

ut cum in alvei medium venisset,

facile atque ad eorum arbitrium solveretur.

 

Itaque hac navi exceptum Imperatorem,

ubi provexerunt ad destinatum periculum,

repente tabulas sublato nexu cohaerentes reglutinant;

quibus, aquarum vi ac mole disiectis,

ille, cum purpuratis aliquot, fluctibus haustus interiit.

 

Hunc exitum portenta quaedam minari visa sunt:

nam et Lunae lux longe solito clarior apparuit,

oblongum praeterea radium

usque ad Leonem quatientis in cometae modum;

et in palatio aqua ex puteo super os abundavit cum omnium admiratione.

 

Per finire in bellezza vi regalo la notizia concomitante, qui collocata dal nostro storico con puntuale precisione: l'anno 27 di questo Imperatore, che per il nostro computo era il 1027 a.C.n., si dice nato in India un filosofo, nomine XANCA (= BUDDHA). Sul quale il MARTINI promette di ampliare la sua informazione (data 65 p.C.n.) Ma questa SINICAE HISTORIA DECAS, ovviamente, non raggiunge tali tempi...troppo recenti.

 


   LUGLIO  5

                                                        UN TIRANNO... dove non lo si trova ?

                                                        Dispotismo alla cinese.

 

Nella "storia continua" di tanti secoli, questo dolente punto doveva pur arrivare. E sarà, come capita sempre, discutibile... perché anche i tiranni sanno difendere il proprio operato davanti alla storia e ai tribunali. La lunghezza di questa pur sintetica PAGINA non mi concede più spazio: quindi l'introduzione fabbricatela voi stessi con maturità. Siamo al libro III, cap.X, pag.113. E trattasi dell'anno 878 a.C.n.

 

ILUS, ISI filius, imperium seque ipsum

superbia, opum prodigentia et imprimis saevitia infamavit.

Hinc ei CRUDELI (quem Sinae LI vocant) nomen inditum.

Nihil moderati, nihil pensi habuit ut res cumque ferebantur,

dummodo animo obsequeretur; imperio, populo, denique sibi exitiosus.

Initia imperii HOAIGAN australem populum,

qua Croceus Fluvius mari miscet undas suas colentem, infestum habuere.

Praedas passim agentem Imperator per Praefectos repressit quidem,

at debellare non potuit;

hostilem terram ingressus, at aeque fortiter repulsus.

Anno imperii trigesimo tertio, iam senex, palam saevire in suos coepit.

Avaritia potissimum stimulante, quam profusa luxuria hiantem

exhaustae populi opes explere non poterant.

 

Et cives quidem, de barbara feritate questi,

mox, non paucis Praefectorum communi causae faventibus,

una cum his publice dictis scriptisque furentem furentes insectabantur.

Sed iam ultra remedium processerat Imperatoris obstinatio,

qui non modo non cessit minacibus querelis, sed iratior ipse contra,

inquiri severe iussit in eos qui de se sinistre loquerentur.

Et quia neminem unum investigare potuit seditionis auctorem,

saevitiam in omnes exserere statuit, capite sanciens ne quis

quocunque loco vel tempore, quacunque de causa,

cum quoquam colloqueretur  ac ne mussitaret quidem;

hac enim suspicionis calumnia perpetuo flagellabatur,

omnium se figi maledictis, tormento domesticorum tyrannorum,

semper, quod merentur, timentium.

 

Ingens hominum multitudo iam e medio sublata,

in regia urbe velut quoddam iustitium indixit. Nulla vox, passim silentium,

et ubi prodeundum in publicum, quasi muti, defixis in terram oculis,

attonitorum more incedere, tanquam in totum sibi excidissent.

Quia vero nequissimi etiam reges circa se habent

a quibus vel iniqua iubentes audiantur, fuere tum in Praefectis aliqui,

crudeliores Imperatore atque in id unice intenti,

ut quam maximam caedem facerent.

CHAOCUNGUS tamen, qui magnae auctoritatis Praefectus habebatur,

saepe monitum increpitumque sed incassum, denique, inter alia,

huiusmodi verbis alloquitur:


"Difficilius est, Imperator, hominum ora quam flumina compescere;

haec enim, etsi castigata ripis, demum exundant tamen

et vaste stagnando vastant omnia.

De clausis per vim hominum linguis, peiora time!"

 

Ipsum triennium istius edicti atrocitas tenuit;

cum tot iniuriis oppressa plebs, effusi torrentis instar,

in Imperatorem consurgit, regium palatium invadit,

ipsumque regem ad necem quaerit.

Sed is e subito tumultu vix elapsus, PINGYAN urbem ex fuga tenuit.

Reliqua eius familia omnis est a furente populo occidione occisa,

excepto parvo filio cui effugienti fida Chaocungi domus ad salutem patuit.

At ea res statim innotuit.

Quare furentes ad Chaocungi domum advolant, circumfunduntur armis,

et Principem superbis vocibus expostulant ad necem.

Chaocungus, iratam multitudinem mulcere nequidquam conatus,

tamen et virtutis fama et praesenti auctoritate,

vecordes hactenus coërcuit ne in domum irrumperent.

 

Interim pertinaci clamore Princeps ad mortem exposcebatur.

His angustiis pressus Chaocungus

fluctuantem periculi contemplatione animum spargebat in diversa, et:

 

"Iam haec -inquit- omnia Imperatori praedixeram.

Merito quidem incidit haec illius rebus calamitas,

quod nullus ab eo locus est relictus consiliis meis.

at si filium fidem meam implorantem trado furentibus,

nae ego infidus et Imperatori adeo inimicus audiam !

Atqui non defugiunt pericula qui sunt in regum obsequio:

irascuntur malo Imperatori ut sanent, sed cavent ne noceant,

neque dominum suum, sed eius flagitia execrantur.

Quid si filium meum substituam, statura vultuque Principi parem ?

Quid si felici suspicione

sub regii sanguinis reverentia servetur sanguis meus?"

 

Haec secum confuse volvens, ut et populi pacaret iram

et filium Imperatoris servaret, suum quem habebat domi filium eis tradit.

Quem, Principem esse credentes, mox cruda feritate

laniant innocentem victimam atque concidunt, immoto patre spectante.

 

Ita servatus est Princeps, inaudita Sinis ad eum diem

subditi adversus improbum etiam Imperatorem fide.

 

LIUS a rebellatrice plebe nusquam repertus,

exutusque imperio reliquam aetatem in obscuro ac fugitivus egit.

Illustre documentum quid timendum regi

qui, dum saeviat, timeri mavult a suis quam amari.

Exinde annis aliquot interregnum fuit.

 


  LUGLIO  6

                                                  NISO ed EURIALO  anche in Cina ?

                                                  forse contemporanei  di quelli di Virgilio.           

                                                          

Infatti, mi colpisce questo episodio, che anche nel epifonema moralistico del Martini si allinea alla tradizione virgiliana senza renderla esplicita. Qui, e siamo nella Cina nel anno 30º di un Imperatore istaurato nell' 827 a.C.n., e che si è trovato a risolvere sbagliatamente il caso di chi, condannato e non volendo essere sostituito dall'amico, provoca la tirannica decisione di ammazzare ambedue !

 

Serva da introduzione altra riflessione che il nostro raccoglie prima di arrivare a questo episodio. Serve anche a stuzzicare il nostro interesse questa reazione di una moglie... stanca di sopportare gli eccessi di un marito troppo libertino... e che, con una fuga terapeutica, riesce tuttavia a renderlo in voluptatibus moderatior !   Anzi, imparate altra forma elegante di dire lo stesso in buon latino con un frugi  indeclinabile:  Hac  arte Imperator frugi factus est !

 

MARTINI o.c. lib.IV, cap. XI, pag.116

 

Anno imperii trigesimo tertio

cum in profunda pace Imperator hebesceret  ac langueret,

a regina, perquam prudente femina, frugi factus est hac arte:

 

Postquam enim totum se voluptati permisit,

quo factum est ut Imperator

serius quam eius consuetudo ferebat

ad Praefectos audiendos negotiaque tractanda surgeret e lecto,

regina, et ipsum et rempublicam miserata,

clam ad parentes ex aula se proripuit.

 

Inde feminam mittit ad maritum cum his mandatis, ut ei significet

causam fugae suae fuisse metum

ne poenas Imperator expeteret a se,

cuius negligentia magis ipsa iam Venere quam virtute gauderet.

Huius culpae ipsum habere fatentem ream !

 

Imperator, facile intelligens quo collinearet,

"Hoc enim vero crimen, si quod est -inquit- meum est:

ad reginam nulla ex parte spectat."

 

Maiori deinde cura tractavit res imperii, ut solitus erat ante,

in voluptatibus moderatior.

 

E segue, senza interruzione, il preannunciato episodio

dei precursori -o forse contemporanei- di Niso ed Eurialo.


Sub eius imperii finem verae amicitiae exemplum

prodiderunt aeterna cum laude TAPEUS ET ZOGIUS,

quos inter se tam concors animorum devinxerat aequalitas

ut alter pro altero non dubitaret emori.

 

Imperator, iniecta rei nescio cuius suspicione,

Tapeum, nec certi sceleris accusatum nec auditum,

indicta causa capite damnavit.

 

Id Zogius minime ferens et amici calamitate motus,

aperto se discrimini obiecit pro eo,

novies ob id magna libertate Imperatorem increpans.

 

Qui denique, incensus ira:

"Nae tu -inquit- aperte prodis te perduellem fore,

qui regis offensam non times, ut amico faveas".

 

Quam calumniam ut dilueret Zogius, nihil trepidans:

"Falleris, o Imperator, subiecit:

qui servat amico fidem, servabit Imperatori:

nec enim insontem amicum deserere, est Imperatori fidelem esse.

Morti addixisti amicum meum, innocentem, nullius criminis compertum,

contra leges, contra bonorum regum consuetudinem.

Hunc quia cupio servatum, in suspicionem perduellii venio ?

 

Quae autem tanto flagitio cum fide, cum pietate, cum amore cognatio ?

Causam amici tueor, ne tu iniuste, ne tyrannice agas:

utrique fidus, sed magis tibi, nam

et qui servat innocentem bene facit et qui corrigit errantem, melius.

 

Tum vero furore praeceps Imperator:

"Aut garrire desines -inquit- aut cum socio moriere !"

 

Cui Zogius: "Non est probi viri ius fasque deserere, ut vivat diutius;

nec quae rationi consentanea semel dixerit,

aliquando refutare factis ut mortem fugiat.

Quae dixi eo spectant ut videas iniquissimam Tapeo te offerre mortem,

nam ubi nulla culpa, poena locum non habet".

 

Infremuit hac constantia perculsus Imperator,

et utrumque continuo necari iubet, haud intellegens, pro AMICITIA,

perire magis esse gloriosum,

quam deserta fide, vitae suae parcere !

 

 

  MARTINUS MARTINI, Sinicae Historiae Decas Prima, Amstelodami 1614,

  lib.IV, cap. XI. de Imperatore SIUENIO, anno 827 a.C.n. (pag.116s)

 

 


  LUGLIO  7 

                                                    De Confucio plura, eaque per intervalla,

                                                    dat noster MARTINIUS

 

La prima informazione è cronologicamente puntuale: l'anno 21 dell'Imperatore LINGUS, che inizia l'anno 571 a.C.n.; quindi Confuzio nasce per questo storico, il 550. Non tocca a me risalire più in alto di quanto ha voluto raccogliere il MARTINI, ma unire piuttosto le informazioni che in senso sparso, ci darà egli, intercalate con i diversi momenti della biografia del grande Filosofo. Ben merita il Platone cinese, quanto meno, le ulteriori notizie da me già promesse nel BREVITER, dove al giorno 27.FEBB ho già dato le tre scaglionate versioni dei suoi "com­mandamenti".

 

CONFUTIUS,  magnus ille Sinarum Philosophus,

nunquam a suis satis laudatus,

natus traditur in provincia cui  XANGTUNG  nomen;

instaurator et explicator literatorum sectae,

quae una de tribus est apud Sinas nobilior (137)...

Aetatis decimum nonum attigerat,

cum in regno quod SUM dictum, ubi pater illius praefecturam obtinebat,

uxorem duxit, ex qua primo anno filium suscepit, una illa contentus

et nefas credens, more gentis, concubinas superinducere.

Quin et hanc postmodum nescio qua de causa repudiavit,

vitam vivens caelibem, procul alia uxore.

Quod eum fecisse dicunt Sinae

quo liberius posset ac longius proferre philosophiam suam,

Sinas obeundo,  nec uxore nec liberis eum domi retinentibus.

 

Anno vigesimo tertio, cum iam penitus percepisset Philosophiam Sinicam,

audita Lantanii Philosophi apud Imperatorem commorantis fama,

ad eum accessit,  ac de ritibus ac legibus disputantem audivit.

Ritus apud Sinas sunt duplicis generis, quorum quinque praecipui:

felicitas, bellum, hospitalitas, domus et familia, in quibus

quomodo se quisque gerere debeat, ne in transversum agatur, docent.

Minores autem ritus sunt sex: adolescentia, matrimonium, sepultura;

senum et doctorum hominum veneratio, amicorum nos visitantium tractatio.

De quibus omnibus in Philosophia Sinica

optima praecepta et documenta exstant, ad mores pertinentia.

 

Notat historicus sinensis, anno huius Imperatoris vigesimo,

natum YENHOEIUM, Confutii discipulum, amorem eius atque delicium

ob insignem morum elegantiam

intelligentiamque Philosophiae suae singularem.

Tria milia discipulorum habuisse scribunt;

ex his septuaginta duos exquisitissimae doctrinae;

duodecim vero lectissimos Philosophos,

id est, omnibus doctrinis instructissimos,

inter quos familiam ducebat YENHOEIUS,

ab ea re maxime atque ante alios omnes dilectus Confutio (140)...


Sub Imperatore KINGO (anno proinde 500º a.C.n.)

Confutius in natali solo regni LU magister factus,

publicum illud munus tanta cura diligentiaque gessit,

ut regni mores brevi commutarit in melius.

Plurimos abusus et hominum sese mutuo fraudantes artes,

praecipue mercatorum sustulit. Pondera ac mensura aequales fecit.

Alendi sepeliendique parentum obsequium docuit.

Maribus persuasit ut animi candorem,

fidelitatem in omnibus, eximiasque virtutes alias.

Feminis autem ut simplicitatem, placidos mores et castitatem sectarentur.

 

In via reperta, nisi qui ea amisisset, nemo tollebat.

Quibus aliis rebus effecit ut totum regnum nonnisi familia una,

concors et mutuis obsequiis intenta videretur (143)...

Eximia tum forma puella...regem, amore dementatum a virtute averterat.

Confutius autem, indignitate rei motus, magistratu relicto,

discessit a regno, indecorum sibi ducens libidinoso regi servire,

ne, cum res male procederent, imputaretur sibi,

cum luculenta iactura existimationis suae,

quam ipsi summa summi Philosophi nomen fecerat (144)...

                                    

Inciderat ergo in tristia tempora, queis omnia bello ardebant,

regibus  qui ab Imperatore desciverant,

in armis ius suum qualecunque quaerentibus.

Hinc nullus philosophicae quietis amor, hinc fastidium Confutio;

cum se operam inibi perdere videret,

eam ad discipulos transferenti scribentique libros,

queis dogmata sua complexus, posteritati nobilem se clarumque fecit.

Nec solus Confutius a regibus et palatiis demigravit :

exemplum eius alii multi ea aetate Philosophi secuti sunt.

Quorum non pauci in agris et montibus rusticationis causa latebant;

alii etiam se dementes simulabant

ne improbis regibus servire cogerentur et inde male audirent.(144)...

 

            (Atque hic unum aut alterum exemplum auctor noster apponit.

            quibus hic omissis, conclusionem eius breviter transcribam)

 

His similia possem afferre multa:

sed haec sufficiant ad notandam illorum temporum calamitatem,

queis antiqua Sinarum simplicitas et iusti regiminis amor 

penitus refrixerant.  Hinc Reges qui ab Imperatoribus defecerant,

nihil nisi contentiones ac bella machinabantur.

Quibus malis, cum remedium  philosophi non invenirent ,

eorum impensa multi simul homines et regna fugiebant,

status melioris desperatione.

 

           Obiit Confutius annis 73. De quo noster MARTINUS plura addit, immo, pagina demum 152ª                  asserit: "Multa se brevitatis gratia praetereuntem, ad reliquos Imperatores redire coactum".

                                                                                    

 

 

  LUGLIO  8 

                                               Uno stratagemma cinese...

                                               precedente per Annibale e Asdrubale ?

 

Deciderete voi... perché, almeno dal mio punto di vista, non sarete capaci di sottrarvi alla difficile sfida che troverete in questa descrizione bellica che sembra clonata da Cinesi e Cartaginesi alla distanza di tantissime leghe e di parecchi secoli! Se poi qualcuno è in grado di risalire alle fonti...forse si potrà dare al mondo l'inaspettata notizia di un'intercomunicazione mai sospettata dai nostri storici.

 

Ma andiamo piano. Lo stratagemma dei cinesi è collocato da loro stessi al tempo dell'Imperatore FOUS, corrispondente all'anno 314 a.C.n.(o.c. pag.197). Quello invece di Annibale corrisponde, anno più anno meno, al 217 a.C.n. (a.U.c. XXII, 16-17).

 

Assaporate ambedue gli episodi e poi rientrate in una nuova lettura che vi consenta di aggiudicare il premio. Al Trentito Martini?  o al Padovano Tito Livio?

 

YENIS milites,

tamquam res omnis esset in tranquillo atque in manu victoria,

laeti ac sine cura esse, stationes agere laxius,

desidiaeque et otio sese tradere...

 

Interea TIENTIANUS, collectis quotquot erant in urbe vaccis

(erantque plus quem mille!), omnium cornua exacuta falce armat,

vestitque panno, draconem ignitis coloribus deferente;

illitum pice ac bitumine stramen adnectens ad caudas.

 

His cum cura paratis, intempesta caecaque nocte,

per portas perque alios exitus e moenibus ad id apertos,

emittit vaccarum exercitum, fortissimorum militum quinque millibus

sequi iussis pendulumque de caudis stramen accendere.

 

Interim in moenibus horribili strepitu

tympana, cornua cupreaeque pulves pulsari;

confusus etiam omnis ordinis sexusque clamor in caelum boare.

Vaccae, velut agitatae furiis dispersae, quocunque furor impellebat

hac illac discurrere et obviis quibusque, quid ageretur inscientibus,

arietatis in terram falcibus et igne, caedem maximam facere.

 

Ad terrorem praecipue valuit earum species,

quae lemurum nocturnorum daemonumque credita,

illuni nocti et spissis tenebris omnia in maius augentibus,

obsessores ultimo pavore concusserat.

Itaque milites, inopinato malo attoniti, stationes deserere,

dispersi inordinatique confuse hac illac discursare.

Unde vel a vaccis vel a militibus, qui eruperant, occissione occisi sunt,

reliquis castra impedimentaque deserentibus ac de sola vita sollicitis.

 

   [Omissis ceteris, transeamus nunc ad Titum Livium]


Inclusus inde videri Hannibal, via ad Casilinum obsessa,

cum Capua et Samnium et tantum ab tergo divitum sociorum

Romanis commeatum subveheret,

Poenus vero inter Formiana saxa ac Literni harenas stagnaque

et per horridas silvas hibernaturus esset.

 

Nec Hannibalem fefellit suis se artibus peti.

Itaque cum per Casilinum evadere non posset petendique montes

et iugum Calliculae superandum esset,

necubi Romanus inclusum vallibus agmen adgrederetur,

ludibrium oculorum specie terribile ad frustrandum hostem commentus,

principio noctis furtim succedere ad montes statuit.

 

Fallacis consili talis apparatus fuit:

faces undique ex agris conlectae fascesque virgarum atque aridi sarmenti

praeligantur cornibus boum, quos, domitos indomitosque,

multos inter ceteram agrestem praedam agebat.

Ad duo milia ferme boum effecta,  Hasdrubalique negotium datum

ut per noctem id armentum accensis cornibus ad montes ageret,

maxime, si posset, super saltus ab hoste insessos.

 

Primis tenebris silentio mota castra; boves aliquanto ante signa acti.

Ubi ad radices montium viasque angustas ventum est,

signum extemplo datur,

ut accensis cornibus armenta in adversos concitentur montes;

et metus ipse relucentis flammae ex capite,

calorque iam ad vivum ad imaque cornuum adveniens

velut stimulatos agebat boves.

 

Quo repente discursu haud secus quam, silvis montibusque accensis,

omnia circum virgulta visa ardere, capitumque irrita quassatio,

excitans flammam, hominum passim discurrentium speciem praebebat.

Qui ad transitum saltus incidendum locati erant,

ubi in summis montibus ac super se quosdam ignes conspexere,

circumventos se esse rati, praesidio excessere;

qua minime densae micabant flammae,

velut tutissimum iter petentes summa montium iuga,

tamen in quosdam boves palatos a suis gregibus inciderunt.

 

Et primo, cum procul cernerent,

veluti flammas spirantium miraculo attoniti constiterunt;

deinde, ut humana apparuit fraus, tum vero insidias rati esse,

cum maiore tumultu concitant se in fugam.

Levi quoque armaturae hostium incurrere;

ceterum nox aequato timore neutros pugnam incipientes ad lucem tenuit.

Interea toto agmine Hannibal transducto per saltum

et quibusdam in ipso saltu hostium oppressis,

in agro Alifano posuit castra !

 

 


  LUGLIO  9

                                        Dopo di me, il diluvio !

                                        CHINGUS seu XIUS, imperator  "unus tantum"

 

Un autentico "pezzo raro", per il quale il nostro storico, quando per altri Imperatori ugualmente variopinti si è accontentato di due colonnine, non esita a dedicare 21 fittissime pagine. E`anche chiaro che motivi ci saranno. Tra l'altro è questo CHINGUS l'autore della GRANDE MURAGLIA.  Ma, insieme a questa Pagina (che potrete trovare nel BREVITER SED QUOTIDIE alla data FEBBRAIO 26), e a quella che ormai intravvedo, sulla costruzione del Palazzo del Cielo, sarà giocoforza illuminare il controluce di questa figura, iniziando dalla sua più mastodontica rarità: il disegno, che non sembra essere del tutto abortito, di bruciare tutti i libri delle Cina, per sopravivere da solo dinanzi alla storia.

 

Incominciamo qui dalla sintesi introduttiva dedicatagli dal Martini (o.c. pag.222) in apertura del suo regno; che fu di anni 37. Quindi per chi vorrà datare questo momento di follia, il 34ºanno suo sarà per noi il  212 a.C.n.. (E siamo al Liber Sextus, caput I).

 

CHINGUS rex, ubi Sinicum adeptus est imperium, XIUS dici voluit,

nequitia et virtute alternis temporibus insignis. Nihil medium tenuit;

magnanimus aeque ac crudelis; effusus in publicis operibus:

quorum aliqua extruxit praeclara sane atque artis praecipuae.

A subditis pecunias extorquebat miris modis;

bello potens, milites optime tractabat amabatque;

cives autem plus quam aequum esset vexabat,

novarum rerum curiosus imprimis.

 

Nam sub eo primum Sinae magnis classibus

omnem Indiam pernavigati sunt;

quam, emissis copiis navalibus, maxima subegit ex parte;

pedestri etiam itinere Bengalam usque, Scori et Camboyam penetravit.

Subiunctis deinde in potestatem suam provinciis australibus,

auxit mirifice Sinicum imperium...

 

Basta così per una sua prima presentazione. Chi vorrà poi seguirlo passo passo, di  Pagine ne troverà abbastanza. Anzi, dopo aver sorpassato quella, già da me raccolta nel Breviter, sulla Grande Muraglia, comparirà anche la prima frase dello storico:

 

Ceterum, sanctissima sui nominis Imperatori fuit existimatio;

et si fuisset honoris cupiditas intra modum,

hac una re ad posteros utcunque memorabili.

 

Verum ille non solum laudem quaerebat, sed soli sibi,

unum id agenti, ut priorum Imperatorum omnium extingueretur memoria.

Hinc nulli fas volebat esse de alio quam de se loqui,

quod crederet a se omnes esse superatos...


Quam ob rem iussit EDICTO PUBLICO, severissimis poenis propositis,

OMNES SINICOS LIBROS  EXURI.

Tametsi vero spectabat hoc unice ut, aliorum laude senescente,

omnes in posterum de se scriberent, aliam tamen causam praetexuit:

hoc edictum anno imperii quarto et trigesimo publicavit.

De quo facto supra quam dici potest

et olim et nunc etiam male audit apud Sinas; queis,

sera licet vindicta suavis est,

maledictis omnibus et exsecrationibus mortuum confodere.

Sic unde praeclaram famam quaerebat,

insigne dedecus et infamiam apud posteros invenit.

Huius exustionis auctorem etiam LISUUIM faciunt;

qui, ut supra dictum est,

haud mollem sane sententiam in regulorum causa tulit.

Hoc tempore Colai dignitatem sustinebat;

quem in concilio, cum negotium de comburendis libris tractaretur,

ut litterarum contemptorem ita locutum ferunt:

 

"Olim, cum in plures divisa dominos essent regna,

non abnuerim necessarium litterarum studium fuisse, ut

quae ad cuiuscunque regni gubernationem pertinerent,

e libris promerentur.

Nunc eviluit haec ratio, cum sub unius imperio totus quiescit orbis,

et unius omnes nutum intuentur. Unus ordo; una lex servanda;

cui rei quid plura scire sit opus ego quidem nescio;

obesse potius, hoc scio.  Quid enim?

otiosis litigiosisque litteratoribus regnum cur oppleamus  haud dispicio.

Res rusticae sunt et agricultura, qua nititur felicitas imperii;

huc admovendus est populus, hinc maius aliquid ac fructuosius

quam a sterilibus litteris exspectandum !

Harum studiosi tantum antiquis student,

praeterita scire pulchrum putant,

hodierna ac praesentia velut indigna suo magisterio reiiciunt;

vetera, nec aliud laudantes, in eorum studio moriuntur.

 

Nec vident haec ab illis longe diversa tempora esse,

quamvis de doctrina interim, sua sibi prolixe blandiantur.

Volunt huius esse temporis magistri,

neque tamen huic se tempori accommodant.

 

Si quod Edictum exeat ab Imperatore atque in vulgus emanet,

prima est -et, si caelo placet, maximi momenti- disquisitio:

numquid novi? num olim usitatum?...

Quo impensius Imperatori vigilandum ac,

ne quis libros habeat domi vel suae vel alienae, neve abscondat,

sed quamprimum addicat flammis, etiam sub mortis poena, denuntiandum,

salvis tamen illis qui de agricultura, de medicina, de divinatione tractant.

Quod si quis imperii nostri politiam modumque gubernandi scire volet,

ea non e libris, sed audiens a regis Praefecto, cui demandata ea cura, discat.

 

 


  LUGLIO  10

                                     Che fine ha fatto quella  "rivoluzione culturale" ?

                                     Si è costruito il  PALAZZO DEL CIELO !

 

Il discorso di questo KOLAO, titolo equivalente in Cina a quello oggi di valore universale, di Ministro, ci ha rubato più spazio di quanto avevo preventivato, poiché non posso privarvi del secondo tempo di questa rivoluzione culturale. Per fortuna vostra, questa nuova aggiunta si ricongiunge da sola, anche senza omissis, all'altra PAGINA che vi preannunziavo, sul PALAZZO DEL CIELO.

 

Pestilens et exitiosa litteris fuit haec oratio.

Nam omnes fere Sinici libri periere.

CINHO dicitur a Sinis haec exustio, id est, CINAE FAMILIA IGNIS.

Quantam vero diligentiam adhibuerint in libris indagandis Praefecti,

vix credi potest.  Urgebat Imperator ipse vehementer,

quo iubente, sine mora necati sunt extinctaeque familiae,

apud quos quasve libri reperiebantur !

 

Nondum ignis ille deletus est e Sinarum animis,

tantam tot librorum ingeniorumque cladem et hodie lamentantium.

Praecipui doloris materiam sufficiunt Musica et Mathematica,

quas artes olim principatum apud eos tenuisse

dubitare non sinunt tot antiquorum observationes

mathematicae musicaeque laudes.

At enim quantocunque furore perditum iere libros, multi tamen,

et illi antiquissimi servati sunt, haud minus invito quam inscio Imperatore.

 

Sed eorum servandi mirabilem modum reperio. Aiunt enim quandam anum,

librorum amantem, Confutii Mentiique, necnon aliorum nonnullorum libros,

divisis paginis, ad domus parietes agglutinasse.

Nondum ea tempestate papyrus erat in usu,

sed arborum corticibus ac foliis

animi decreta mandabant,  ut nunc Indi solent.

Et quoniam erant e materia solida candidaque calce obliti,

non difficulter latuere, quoad, extincta CINA stirpe,

ab heredibus vetulae sunt exprompti factique iuris publici.

Quanquam aliquot litterae, vel temporis vel corticis humescentis culpa,

legentium oculis se subduxerant; praesertim in Confutio.

Quas litteras, licet quales fuerint aut esse debeant, non ignorent,

cum tamen illius libros recudunt,

eas inserere non audent, sed notant in margine.

Tanta enim est Confutii librorum aestimatio,

ut aliquid in iis etiam aperte mutilatum emendare nefas putent.

Vix enim reverentiam praestant minorem Confutii libris

quam nos Sacrae Scripturae; nisi etiam forte maiorem.

 

Sane divinos libros ad humanam, hoc est, vitiosam intelligentiam,

mutilare, ad lubitum torquere ac perperam explicare,

multis nulla est religio.


Dum tantae librorum strages fiunt,

duo Imperatoris Praefecti, quo intra studia sua, quippe Philosophi,

securius laterent atque liberius, aula relicta, montium abdita petiere.

Causam fugae scripto significarunt Imperatori,

coram id non ausi, sed excidium librorum atroci stylo vindicantes.

Qua re magis exulceratus ille,

novas inquisitiones instituit saeviores prioribus.

Capti librorum tenaces et studiosi omnes;

qui multi, latitantes in montibus reperti protractique in forum,

sexaginta supra quadringentos una cum libris IGNI PABULUM FUERE !

 

Multum displicuit haec Imperatoris crudelitas FUSUO,

filio atque Imperii heredi, qui, ut erat litterarum diligens,

saepe patrem rogavit  ut tandem vexandis libris statueret modum.

Sed nequidquam:

imo cum doctis illis viris impunitatem vitamque deposceret,

adeo pater offensus est, ut e suo conspectu abire iussum,

ad Boreas plagas relegatum multaret exilio. Haec aulae patriaeque privatio

deinde debitum imperium et simul vitam eripuit, ut paulo infra narrabimus.

 

Palatium interea maiestate plenum extruxit ornavitque miris modis,

ut erat magnorum operum atque magnificorum amans imprimis.

Regiam sedem legit HIENYANG, provinciae XENSI urbem,

ubi nunc eiusdem provinciae metropolis SIGAN est sita.

Et licet amplum esset in ea iam ante palatium,

magnificentiae tamen suae impar et nimis angustum ratus,

inter alia ingentem oppido sumptuosam adiecit fabricam,

quae ab oriente in occidentem passus quingentos,

ab austro in septemtrionem centenos patebat,

itaque summo artificio disposita  ut , vacuis licet atriis,

decem militum millibus in ea perquam commoda esset habitatio.

Tot enim esse volebat

et veteranos omnes eosque selectiores ad palatii sui custodiam.

Palatium deinde, qua intra moenia coercebatur,

ad montem usque NANXAN prolatavit;

eiusque montis partem deliciarum causa conclusit intra palatium,

novis exstructis moenibus, queis totum intra urbem circumclauderetur.

Ad urbem vero nonnisi per montem patet aditus, et pedestri tantum itinere.

Nam reliquas illius partes, fluvius, cui GUEI nomen, allambit.

Construxit igitur arduum in monte firmissimumque propugnaculum,

subter quo viam occultam effodi iussit,

ad oppidum usque proximum ingenti opere ipsa montis viscera penetrans.

Quam quidem ita subterraneam esse voluit,

ut aperta quoque super terram esset via.

 

De pomariis, vivariis, floribus et hortorum ornamentis aliis;

in quibus exor nandis et instruendis infinitas opes insumpsit,

coactoque subditorum labore abusus  seque suamque familiam

invisam omnibus intolerandamque fecit...  pluribus agam infra.

 

 


  LUGLIO  11

                                                                   Nihil de Tartaris  hic ?

 

La sola risposta negativa mi terrorizza, essendo i Tartari un permanente incubo per la Cina e quindi, onnipresenti in tutte le ORE di quella lunga storia antica. Perfino ai gesuiti, che soltanto col Ricci (1552-1610, ma p.C.n!) hanno contattato la "nuova" Cina dei tempi moderni, quel nome se lo sono trovati nella minestra; anzi, al tempo del P.Schall, che riuscì ad avere tessera di ingresso libero nel Palazzo del Cielo, ed ebbe la gioa di accompagnare un Imperatore quasi alla soglia del battesimo (cf.la sua "confessione generale" in puncto mortis, nel Breviter sed quotidie, data Gennaio 8) gli doveva capitare una dinastia TARTARA a Pekino, questa volta a lungo, e dialogare quindi in tartaro.

 

Seguendo ora questo Ciclo Cinese in una lettura cronologica, avremo almeno la certa e sicura impressione che nella Cina anteriore a Cristo i Tartari siano stati sempre temuti. E trovo la Pagina giusta quando, dopo alcuni capitoli -che ho preferito saltare perchè di orrori ne abbiamo troppi nelle cronache odierne-, mi trovo finalmente una menzione almeno "digeribile", anche se "episodica" soltanto.

 

Come e quando?  Dentro del breve, ma fittissimo, regno di 12 anni di LIEUPANGUS sive CAOZOUS (Liber VII, cap.I pp.263-317). Va allora tutto bene, col vento in poppa, quasi in aria permanente di festa, quando... ecco i TARTARI, pronti a guastarla ! E siamo, per la precisione, intorno all'anno 196 a.C.n.

 

 

Dum haec geruntur ac per omnem Sinam

recente pace festisque gaudiis cuncta fervent,

ecce TARTARI, superato repente Muro Magno,

ad agendum praedas irrumpunt in Imperium,

per Xanxi provinciam,

ubi nunc Taitung est, urbs munitissima.

 

Imperator Hansinium illis opposuit, statimque ad arma ventum.

Sed haesit Hansinii deprehensa felicitas.

 

Tartaris enim, more gentis equitatu maxime valentibus,

cedere coactus acieque victus in urbem MOYEM fuga pervenit.

Ibi a Tartaris obsessus et ad ultimas angustias redactus,

super deditione cum hoste paciscitur

seque urbemque tradens eius arbitrio.

 

Qua re cognita, Imperator ipse in Tartaros movet.

Edoctus autem ab exploratoribus illos in valle TAI agere,

denuo misit exploratores,

qui de eorum viribus proprius cognoscerent. 


Maotunius, Tartarorum dux, de his insidiis certior factus,

optimos quosque et fortissimos equites, exercitus robur,

in occulto latere iussit, imbellibus iisque paucis castra tenentibus.

Exploratores, ut ad Imperatorem rediere,

victoriam in expedito esse renuntiant;

paucos enim ac debiles milites habere Maotunium.

 

Iamque versus eo tendebat Imperator, hostem invasurus;

cum Leukingius, et ipse missus ad explorandum, rediit,

Imperatori suadens ne progrederetur, his verbis:

 

"Etsi nihil apud Tartaros vidi admodum validum quodque timere debeas,

ego tamen haud facile crediderim eos tam temere ingressos Sinam.

Qui enim sine viribus Hansinium debellare potuissent

aut Imperium nostrum incursare ausi essent ?

Insidias timeo, exercitus robore fortasse consulto latitante.

Decernendum quidem non censeo, nisi prius certiora cognoscas".

 

Optime suadentem Imperator, increpitum, etiam perduellem appellat,

ut obstantem ne Tartaros aggrederetur.

Coniectus quoque in vincula

servabatur supplicio, quod post victoriam eum manebat.

Cuius spe plenus Imperator Quangus, devicta Taitung

ad urbem usque penetravit.

 

Nondum totus advenerat exercitus cum a Tartaris

(quadraginta equitum millia fuisse scribunt)

in Petengo Monte, qua Taitung Orientem spectat, obsidetur.

Quid hic ageret? quo se verteret Imperator ?

Unum ei restabat effugium, in MUNERIBUS !

 

Hoc enim erat quod semper in beatissima Sina quaerebant Tartari.

Promissa igitur ingenti vi argenti, Sinarumque sexus utriusque copia,

pacem emit a Tartarorum Regina, quae rerum potiebatur;

simul etiam recepit Hansinium.

Tunc exploratores priores omnes necari iubet.

Laukingium vero, collaudatum a fide ac prudentia, DUCEM Kiensin creat.

 

Quia vero bellis regia Xensi provincia fere exhausta erat,

raris indigenis, raris qui agros colerent,

tale consilium successu favente cepit:

e provinciis omnibus habito fortissimorum hominum delectu,

eis, unaque exstinctarum familiarum posteris,

quorum bona fiscus invaderet, domos et agros assignando,

ingentem incolarum agricolarumque frequentiam concivit.

Supra centies mille familias affluxisse scribunt (pag.307 s).

 

 


  LUGLIO  12

                                                   Aria di Giubileo anche nell'antica Cina.

                                                   Un Imperatore supermoderno !

 

Lo noterete subito. Cambia lo stile e spunta, tra le mille notizie (guerresche generalmente, spesso orride) un minimo di umanità... che è sempre piacevole incontrare. Immaginiamo poi se, come nel caso odierno, scopriamo nell'antica Cina... perfino un sentore di Giubileo!  Che non ha bisogno di molti commenti, perchè, grazie a Dio, il latino è in questo caso trasparente...; si parla qui di amnistia, di dimezzare i tributi, di offrire agli ottantenni una pensione dignitosa...insomma, anche quelle che a Roma voleva Catilina: TABULAS NOVAS! e che nessuna delle successive Rivolu­zioni ha saputo conquistare. Nessuno è andato molto al di là delle promesse elettorali. Ma qui... è l'IMPERATORE,  chi personalmente convoca per questo i suoi GRANDI !

 

E secondo lo stesso brano, questo Imperatore UENIUS, imperavit annis XXIII, dei quali sembra essere il primo il 379 a.C.n. Lo storico ci dirà, appena raccontate queste esemplari benemerenze, che Eodem anno qui fuit ante vulgarem Christi epocham supra centesimum octogesimus octavus, visa est in Sinis memoranda Solis defectio; quo mense, non est proditum.

 

Riempio ora lo spazio disponibile con altra reflessione del nostro autore su questi tempi:

 

Nunc videamus quae sit apud Sinas ratio pecuniae.

Numquam eorum Regibus placuit

vel argenteam excudi vel auream monetam 

(fraudes, quibus ista gens assueta lucrique sagacissima, praecaventibus).

 

Solo pondere argenti vel auri valorem expendunt,

et quatenus quidque mistum purumve sit, accuratissime dignoscunt.

 

Quamquam auro numquam utuntur ad emendum;

quippe quod non pecuniam sed mercem esse dicunt.

 

Hinc autem fit ut argentum continuo quasi ornamento subjaceat,

et in minutissima frusta ferrea forcipe ad hoc apta diffringatur.

Dein, ut cuique lubet, iterum in massas refunditur,

ac velut reviviscit  in unum collectum;

donec pro emptoris necessitate iterum secentur in frusta.

 

Res est haud exiguae molestiae ac laboris,

non tamen tot fraudibus obnoxia quam pecunia,

si foret apud Sinas in usu...

 

   MARTINO MARTINI. o.c. Liber Octavus, pag.326 ss.

 

Vere primo, ut Imperator suum in populos ac subditos amorem

animique commiserationem ostenderet,

convocatos magistratus omnes alloquens:

 

" Nunc anni placidissimum est tempus -inquit-:

nunc sol arbores, plantas et quidquid vivit laetificat,

ut cum caelo hilaritata esse omnia videantur.

 

Sed in communi rerum omnium laetitia

multos e subditis meis video qui malis oppressi consenescunt;

senum praecipue me miseret,

qui nisi sericis vestiantur, algent;  nisi carne vescantur, esuriunt.

 

Ego igitur, ut subditi mei me non solum dominum timeant,

sed etiam ament ut patrem, illis, non secus ac filiis, providere cogito.

 

Quare, de meis tributis, per totum Imperium,

omnibus aetatem octoginta annorum superantibus,

carnis libram in singulis dies pendi volo.

Praeterea quotannis serici gossypiique libras ternas.

Ad haec, qua patet imperium, tributorum dimidiam partem remitto:

captivos autem OMNES libertate dono".

 

Quo magis autem huius Imperatoris comitas ac simplicitas patescat,

iuvat hic adscribere quod de eo traditum reperio.

Memorant enim eodem tempore

adductum esse generosissimum ac mirae velocitatis equum,

qui viginti quattuor horarum spatio

quiverit mille Sinica stadia conficere.

Quem cum Imperatori obtulissent, tunc ille:

 

"Imperii vexilla et insignia -inquit- cum iter facio, me praecedunt:

currus et equites sequuntur. Iam, si velocissimo insideam equo,

famulitium utrimque vexem necesse est,

nam et illos superabo qui praecedent,

quique sequentur multo me minus poterunt assequi.

Solus autem si praecedam,

quis non videt  nec maiestatis a me nec securitatis habere rationem ? 

Quae igitur nec mihi necessaria sunt, et famulis meis insuper molesta,

non accipio; edicoque iam nunc, ne quis in posterum ad me

muneris loco quidquam afferat eius, cui sola raritas pretium facit,

usitatis contentum atque communibus".

 

Multa alia de huius Imperatoris simplicitate ac frugalitate narrantur.

Quale illud: quod omnia vasa, testacea voluit esse in palatio;

quod neque Imperatrici neque concubinis

discolores vestes vel acu pictas permittebat.

In palatio praeterea nihil quicquam passus est, ut Praefecti volebant,

aut innovari aut addi;

suorum se parentum domo contentum esse dictitans.

Nec enim ulla re meliorem se illis, ut habitaret quam illi magnificentius!           

 

 


   LUGLIO  13

                                                   FATTI,  non  PAROLE

                                                   Questo il motto di S.Camillo di Lellis !          


 

Le PAROLE di Dio, certo certius, non potranno mai essere parole, parole...  Se qualcosa Dio ci ha voluto dire... esso sarà automaticamente vero, anzi graniti­camente verissimo ! E niente peseranno allora i nostri cavilli, le nostre convenzioni stilistiche, le spiegazioni facili: "è un  modus dicendi".

 

Proprio oggi, a darci una spinta verso una più solida maturazione ci viene incontro un Santo di statura gigante e di criteri non ancora sofisticati: è San Camillo de Lellis (+ 1614, festa liturgica domani 14 luglio). Per lui la PAROLA di Dio va intesa letteralmente, senza glossa !

 

Io aggiungerei che anche le parole del biografo di San Camillo meritano di essere presentate con una impaginazione cadenzata, quale è la nostra, che garantisce una lettura digeribile. Chi vorrà paragonare questo testo con quello trascritto nel tradizionale Breviarium, oggi LITURGIA HORARUM, crederà di trovarsi dinanzi ad una falsificazione; è invece il medesimo testo, identico e fedelisimo, sebbene impaginato in altro modo.

 

E`anche di così alto valore la lezione che in queste scarne righe ci impartisce San Camillo, da consentirci addirittura una valutazione che supera di gran lunga la portata di una PAGINA di discreto Latino; perchè in quest'umile brano troviamo la spiegazione finale, sia dell'esistenza di una congregazioone religiosa, maschile e feminile, sia di quell'altra foltissima schiera di religiose, di diversa denominazione, che coi nomi e parentella svariata, coincidono nel medesimo carisma e profumano le corsie dei nostri ospedali e di una altissima proporzione di cliniche.

 

Se queste ammirabili religiose avessero solo avuto l'idea di denominarsi unifor­memente "camilliane", avrebbero configurato probabilmente la famiglia religiosa più folta della Chiesa. Onore dunque a questa eroica vocazione o carisma!  Le loro silenziose e quotidiane prodezze sono la migliore risposta alla in­terrogante del titolo di questa Pagina. Perchè l'assistenza ai malati, come anche quell'altra parallela, dedicata ad ogni sorta di marginati... non sono parole, parole... bensì fatti concreti,  da ammirare e gradire.

 

 

Ubi auctor esse dicitur quidam eiusdem Camilli socius.


Ut a sancta caritate,

tamquam a virtutum omnium radice et dono,

Camillo prae reliquis familiari, ducam initium,

dico eum huius sanctae virtutis igni ita fuisse inflammatum,

non modo erga Deum, sed etiam erga proximos, ac speciatim infirmos,

ut vel solus eorum conspectus satis illi esset

ad concipiendam cordis teneritudinem, liquefactionem,

et omnium denique deliciarum ac terrenorum oblectamentorum

atque affectuum perfectam oblivionem.

 

Quippe qui videbatur, cum uni cuipiam infirmorum ministraret,

prae nimia pietate ac miseratione

se quodammodo totum conficere atque consumere.

 

Nam libenter in semetipsum omnem eorum languorem

et aliud quodvis malum suscepisset,

quo ipsorum vel dolores leniret vel tolleret infirmitates.

 

Christi enim personam tam viva imaginatione in illis attendebat,

ut saepenumero, inter praebendum cibos,

conciperet animo SUOS ESSE CHRISTOS,

adeoque ab iis gratiam et peccatorum remissionem efflagitaret.

 

Hinc tanta coram stabat reverentia,

ac si vere et proprie in Domini sui esset praesentia.

De nulla re saepius, de nulla fervidius,

quam de sancta caritate sermones miscebat,

eamque optasset cunctorum mortalium cordibus inserere !

 

Ut fratres suos religiosos

ad hanc principalem virtutem inflammaret,

solebat iis dulcissima illa Iesu Christi verba inculcare:

INFIRMUS  ERAM  ET  VISITASTIS  ME.

 

Quae verba ipse revera cordi suo insculpta habere videbatur:

toties ea dicebat, toties repetebat.

 

Tanta erat Camilli et tam late patens caritas,

ut non modo infirmos et moribundos,

sed etiam generatim quoscumque alios pauperes et miserabiles,

insigni suae pietatis ac benevolentiae sinu complecteretur.

 

Denique cor illi erat tantae erga indigos pietatis,

ut dicere esset solitus:

"Cum pauperes in mundo non reperirentur,

oportere homines ad eos investigandos et de sub terra eruendos,

bene illis faciendi et misericordiam exhibendi gratia, se impendere".

 

 


  LUGLIO  14

                                            Un GALGACUS,

                                            della Scozia che si andava romanizzando,

                                            ci ricorderà  oggi  la Bastiglia di quei tempi !

 

La data del 14 JUILLET incide una vigorosa traccia nella memoria di ogni Europeo che ci tiene a conservare il collegamento con la proprio storia. La REVOLUTION FRANCAISE quindi non passa in silenzio in questa Antologia, neanche nel BREVITER. Obviamente, sarebbero nei libri anche ricordi in latino, capaci di far accaponare la pelle dei lettori. Sono io questa volta il primo a confessare che non mi voglio perdere la mia pace per un grido... che tutto sommato, ha risuonato troppe volte nelle nostre storie. E ci sono storici che, seguendo forse obiettivi non proprio paralleli, ci hanno ricostruito l'infuocata retorica dei rivoluzionari.

 

Le critiche su Tacito vi saranno sicuramente ben note, e notissima è in blocco tutta la capacità critica degli scrittori latini per attribuire ai caporioni il discorso più giusto, che loro ci trasmettono con libera tavolozza.

 

Quindi il grido rivoluzionario che oggi vi posso offrire, non trasmesso per E-Mail nè per una delle molteplici Agenzie di informazione, ma soltanto per la fertile matitta di Tacito, sarà il discorso di Galgacus, teso a far bollire il sangue della riconquista a quei britanni della CALEDONIA (oggi la Scozia) che anche nel latino di Tacito si faranno presenti almeno con le loro grida; le ascol­teremo... anche alla distanza di tanti anni; i fatti sono dell anno 84 p.C.n.  AGRICOLA (è lui il responsabile romano delle operazioni militari) aveva appena perso un figlio... et in luctu, bellum inter remedia erat.

 

Igitur, praemissa classe, quae pluribus locis praedata,

magnum et incertum terrorem faceret, expedito exercitu,

cui ex Britannis fortissimos et longa pace exploratos addiderat,

ad montem Grampium pervenit, quem iam hostis insederat.

Nam Britanni, nihil fracti pugnae prioris eventu

et ultionem aut servitium exspectantes,

tandemque docti commune periculum concordia propulsandum

legationibus et foederibus omnium civitatum vires exciverant.

 

Iamque super triginta milia armatorum aspiciebantur

et adhuc affluebat omnis iuventus et quibus cruda ac viridis senectus,

clari bello et sua quisque decora gestantes,

cum inter plures duces, virtute et genere praestans nomine GALGACUS

apud contractam multitudinem proelium poscentem

in hunc modum locutus fertur:

 

" Quoties causas belli et necessitatem nostram intueor,

magnus mihi animus est hodiernum diem consensumque vestrum

initium libertatis toti  BRITANNIAE  fore;

nam et universi servitutis expertes, et nullae ultra terrae:

ac ne mare quidem securum, imminente nobis classe romana.

Ita proelium atque arma, quae fortibus honesta,

eadem etiam ignavis tutissima sunt.


Priores pugnae, quibus adversus Romanos varia fortuna certatum est,

spem ac subsidium in nostris manibus habebant,

quia nobilissimi totius Britanniae

eoque in ipsis penetralibus siti, servientium littora aspicientes,

oculos quoque a contactu dominationis inviolatos habebamus.

 

Nos, terrarum ac libertatis extremos,

recessus ipse ac sinus famae in hunc diem defendit: atque

omne ignotum pro magnifico est; sed nunc terminus Britanniae patet,

nulla iam ultra gens, nihil nisi fluctus et saxa et infestiores Romani,

quorum superbiam frustra per obsequium ac modestiam effugeris.

 

Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae,

iam et mare scrutantur;

si locuples hostis est, avari; si pauper, ambitiosi,

quos non Oriens, non Occidens satiaverit:

soli omnium opes atque inopiam pari affectu concupiscunt.

Auferre, trucidare, rapere... falsis nominibus IMPERIUM:

atque ubi solitudinem faciunt, PACEM appellant !

 

Liberos cuique ac propinquos suos natura carissimos esse voluit:

hi per delectus alibi servituri auferuntur !

Coniuges sororesque, etiam si hostilem libidinem effugiant,

nomine amicorum atque hospitum,  polluuntur !

Bona fortunaeque in tributum, ager atque annus in frumentum,

corpora ipsa ac manus silvis ac paludibus emuniendis

inter verbera et contumelias conteruntur.

 

Nata servituti mancipia semel veneunt, atque ultro a dominis aluuntur:

Britannia servitutem suam cotidie emit, cotidie pascit.

Ac sicut in familia

recentissimus quisque servorum etiam conservis ludibrio est,

sic in hoc orbis terrarum vetere famulatu

novi nos et viles in excidium petimur;

neque enim arva nobis aut metalla aut portus sunt,

quibus exercendis reservemur.

 

Virtus porro ac ferocia subiectorum ingrata imperantibus;

et longinquitas ac secretum ipsum, quo tutius, eo supectius.

Ita, sublata spe veniae, tandem sumite animum,

tam quibus salus quam quibus gloria carissima est.

 

Brigantes, femina duce, exurere coloniam, expugnare castra

ac, nisi felicitas in socordiam vertisset, exuere iugum potuere:

nos, integri et indomiti,

et in libertatem, non in patientiam,  bellaturi,

primo statim congressu ostendamus quos sibi Caledonia viros seposuerit ".

 

 


  LUGLIO  15

                                    L'arringa prosegue... senza peli nella lingua !

 

An eamdem Romanis in bello virtutem

quam in pace lasciviam esse creditis ?

Nostris illi dissensionibus ac discordiis clari

vitia hostium in gloriam exercitus sui vertunt;

quem, contractum ex diversissimis gentibus,

ut secundae res tenent, ita adversae dissolvent:

nisi si Gallos et Germanos, et -pudet dictu-  Britannorum plerosque,

licet dominationi alienae sanguinem commodent,

diutius tamen hostes quam servos, fide et affectu teneri putatis.

Metus ac terror sunt infirma vincla claritatis;

quae, ubi removeris, qui timere desierint, odisse incipient.

 

Omnia victoriae incitamenta pro nobis sunt:

nullae Romanos coniuges accendunt,

nulli parentes fugam exprobaturi sunt.

Aut nulla plerisque patria aut alia est.

Paucos numero, trepidos ignorantia, caelum ipsum ac mare et silvas,

ignota omnia circumspectantes,

clausos quodam modo ac vinctos dî nobis tradiderunt.

Ne terreat vanus aspectus et auri fulgor atque argenti,

quod neque tegit neque vulnerat.

In ipsa hostium acie inveniemus nostras manus.

 

Agnoscent  BRITANNI  suam causam,

recordabuntur GALLI  priorem libertatem,

deserent illos ceteri GERMANI, tanquam nuper Usipii reliquerunt.

 

Nec quidquam ultra formidinis; vacua castella, senum coloniae,

inter male parentes et iniuste imperantes,

aegra municipia et discordantia.

 

Hic dux, hic exercitus:

ibi tributa et metalla et ceterae servientium poenae,

quas in aeternum perferre aut statim ulcisci in hoc campo est.

Proinde ituri in aciem,

et MAIORES vestros et POSTEROS cogitate!"

 

 

Excepere orationem alacres, ut barbari moris,

cantu fremituque et clamoribus dissonis.

 

Iamque agmina et armatorum fulgores, audentisimi cuiusque procursu;

simul instruebatur acies, cum Agricola,

quamquam laetum et vix munimentis coercitum

militem accendendum adhuc ratus, ita disseruit:


" Septimus annus est, commilitones, ex quo, auspiciis imperii romani,

virtute ac fide vestra atque opera nostra,  BRITANNIAM  vicisti.

 

Tot expeditionibus, tot proeliis,

seu fortitudine adversus hostes seu patientia ac labore

paene adversus ipsam rerum naturam opus fuit,

neque me militum neque vos ducis poenituit.

 

Ergo egressi, ego veterum legatorum, vos priorum exercituum terminos,

finem Britanniae non fama nec rumore, sed castris et armis tenemus:

inventa Britannia et subacta.  Equidem saepe in agmine

cum vos paludes montesve et flumina fatigarent,

fortissimi cuiusque voces audiebam:

"Quando dabitur hostis, quando acies?"

 

Veniunt e latebris suis extrusi, et vota virtusque in aperto,

omniaque prona victoribus atque eadem victis adversa.

Nam et superasse tantum itineris, silvas evasisse, transisse aestuaria,

pulchrum ac decorum in frontem,

ita periculosissima quae hodie prosperrima sunt; neque enim nobis

aut locorum eadem notitia aut commeatuum eadem abundantia,

sed manus et arma, et in his omnia.

 

Quod ad me attinet, iam pridem mihi decretum est

neque exercitus neque ducis terga tuta esse.

Proinde et honesta mors turpi vita potior,

et incolumitas ac decus eodem loco sita sunt;

nec inglorium fuerit in ipso terrarum ac naturae fine cecidisse !

Si novae gentes atque ignota acies constitisset,

aliorum exercituum exemplis vos hortarer;

nunc vestra decora recensete, vestros oculos interrogate.

Hi sunt quos proximo anno,

unam legionem furto noctis aggressos, clamore debellastis;

hi ceterorum Britannorum fugacissimi ideoque tam diu superstites !

Quomodo silvas tractusque penetrantibus fortissimum quodque animal

contra ruebat, pavida et inertia ipso agminis sono pellebantur,

sic acerrimi Britannorum iam pridem ceciderunt,

reliquus est numerus ignavorum et metuentium.

Quos, quod tandem invenistis, non restiterunt sed deprehensi sunt;

novissimae res et extremo metu corpora defixere aciem in his vestigiis,

in quibus pulchram et spectabilem victoriam ederitis.

Transigite cum expeditionibus, imponite quadraginta annis magnum diem,

approbate rei publicae numquam exercitui imputari potuisse

aut moras belli aut causas rebellandi!"

 

(Et alloquente adhuc Agricola, militum ardor eminebat

et finem orationis ingens alacritas consecuta est,

statimque ad arma discursum...)

 

 


  LUGLIO  16

                                                         Amoenitates plurimae:

                                                         vale a dire "racconti cinesi d.o.c."                    

 

Rientriamo ancora per due giornate nel mondo delle "cineseríe". Siamo abituati a dare poca importanza alle fantasie narrative di questi orientali, cinesi o tartari che siano; e trascuriamo facilmente questo spazio. Oggi però mi fermo volentieri su una PAGINA che non contiene altro se non questo valore: un pò di fantasia a fondo perduto. Ma... proprio questo è lo scopo di queste PAGINE da Antologia, che altro non vogliono se non una godibile assuefazione al Latino.

 

Giunto nelle mie letture di storie cinesi a questa divertita PAGINA, mi affrettai subito a segnalarla come "sufficiente"; ve la cucino subito a seconda del mio buon umore; viene dalla pag.364 (o.c.), quando il nostro Martini sta parlando di HIAOUUS, piazzato cronologicamente all'anno 140 a.C.n. Dalle cronache di questo Imperatore HIAOUUS strappo quindi un suo intervento che ricompare un pò più in basso, ma che serve anche qui per doverosa presentazione:

 

Dum haec fierent, Tartarorum multi, qui Sinarum manus effugerant,

IMAUM trangressi montem...,

per Tibet et Laos, regiones ad Austrum petebant.

Changkiengus, cui mandata erat Indica expeditio,

Imperatorem ea de re docet ac rogat ut, missis muneribus,

et concessis aliquot honoris insignibus,

reges earum regionum admoneret,

ne Tartaros admitterent: imo, tamquam hostes Imperii, necarent !

 

Sed a Regibus neglecta est haec petitio

fugientes ad se Tartaros libenter excipientibus;

sperabant enim se, ab illis adiutos, posse Sinicum iugum excutere...

 

Dunque, con queste preoccupazioni in testa, cercate voi ora di mettere in ordine le fantasie che ora leggerete; e non sono poche quelle altre monografiche, sugli "impostori" che frequentano il palazzo, e che io son costretto ad omettere per brevità. Fermiamoci su un solo e bocaccesco episodio.

 

Inter haec magus quidam nequissimus a Regno CY oriundus,

ad Imperatorem venit, quem praestigiis multum sibi devinxit,

etsi postmodum earum poenas morte velut impostor dedit.

Inter alia quae daemonum artibus fecit,

illud fuit quod, quoties Imperator optaret,

concubinam, eidem carissimam sed iam mortuam, advocabat.

Imo, nimis credulo Imperatori persuasit

illam non esse mortuam sed in luna habitare immortalem,

quia medicinam quam Imperator sibi pararat,

ad immortalitatem consequendam hauserit.

Sibi vero, tamquam spirituum domino, licere quoties vellet

eam, e Luna deductam, Imperatori sistere.


Auctor ei praeterea fuit ut altissimam turrim aedificaret

in hunc unicum usum, ut quoties vellet, cum concubina sua versaretur;

sed cum adesse illam optaret, monuit ut prius spiritibus faceret...

 

Aliquando tenuit haec consuetudo, cum,

vel Deo vero abnuente vel daemone

praestigiis non amplius se subiciente,  MAGIA vim suam amisit,

nam Imperatoris amasia magno eius dolore NUSQUAM apparebat...

 

Tum veterator, ne detegeretur et ignominiam vitaret,

alias fingit praestigias. In serico panno

causas cur non veniret amplius scribit, illius concubinae nomine,

increpantis Imperatorem quod non rite ut decebat se coleret;

et hanc scripturam vaccae comedendam tradit.

Simulans deinde se prae timore vix loqui posse, Imperatorem adit

et: "Nescio quod scelus -inquit- vel ego vel tu o Imperator, admiseris.

Mira in hac vacca video; iamque eam aperiri iube.

Videbis et tu plane quod mireris

et cur ad te venire desinat immortalis mulier intelliges".

 

Factum quod petebatur :

occiditur vacca, pannus litteris exaratus apparet:

mira in eo figmenta leguntur. Imperator, id quod erat suspicatus,

ut in coniectando erat perspicax, diligenter scripturam considerat

et ex forma et modo litterarum facile deprehendit impostoris esse.

Quem proinde, detecta fraude et vera confitentem,

poenas meritas dare iubet; morte multatur.

 

Alia multa super hac historia circumferuntur a Sinis,

praesertim in comoediis quibus argumentum ea praebuit.

Sed a Sinensibus historicis

non notantur nisi ea quae supra narravi et ut vera refert Sinica Historia...

 

Unum non omiserim, quod pro vero notatur.

Imperator, cum videret amasiam e Luna non descendere,

cogitavit exstruere turrim per quam IPSE ad Lunam eniteretur.

Obstitere Praefecti omnes insanis consiliis,

sed nequicquam exequi se posse credentes quod meditabatur !

Unus architectus cui turris cura mandata erat,

eum ab hac sententia deduxit,

evidentissime demonstrans id fieri nullo modo posse.

 

Dicebat enim se turrim quidem aedificaturum,

sed ingenti fundamento opus esse, ad quod ponendum

totam qua patet Sinam vix, imo ne vix quidem, suffecturam !

Terras etiam extra Sinam necessarias esse.

Itaque ne Sinam et Imperium perderet, a stultissimo conatu destitit.

Sic quandoque magna etiam ingenia delirant !

 


LUGLIO 17

                                                     Altre AMOENITATES

                                                     Prescelte subito perchè scintillanti

 

Non troppo nel Latino, che il nostro Martini non usa mai con pretese accademiche, convinto che il suo miglior pregio è la trasparenza. Mi colpisce invece al primo sguardo l'altezza morale di due interventi di questa Imperatrice Reggente, ben consapevole di dover supplire un minorenne e garantire per lui una severa ed esigente educazione. Per noi moderni, che non riusciremo mai a capire come siamo riusciti a costruire un mondo così strampalato da non voler finirla con la pena di morte, le prigioni, le vendette... insomma un sistema che obbliga a dedicare la metà delle forze dei "buoni" ad impedire ad alto prezzo le angherie e le frodi dell'altra metà, accontentandoci di denominarli "catttivi", è sempre ossigenante anche la sola formulazione di un tentativo di correggere qualcosa.

 

E guarda caso, questo ossigeno lo troviamo nelle Storie Cinesi di un anno, l'86 a.C.n., che su per giù corrisponde agli anni giovanili di Cicerone, bramoso di impadronirsi della grande saggezza dei Greci e della loro eloquenza.

 

    MARTINUS MARTINI, o.c.Libro IX. Ab initio.

 

 

Imperator HIAOCHAUS (Imperavit annis XII).

Huius Imperatoris, etiamnunc pueri, mira indoles,

ac praecipue supra aetatem prudentia ac perspicacitas

fuisse scribitur ab historicis Sinensibus.

Adeo ut dicere audeant

vix aliquem ex Imperatoribus superioris memoriae

pares his dotes habuisse.

 

Sed ut plerumque fit, magna non senescunt, et praecocia non durant.

 

Id expertus est hic Imperator,

qui anno Imperii duodecimo fatis concessit,

toti Imperio magnum sui desiderium relinquens.

Nonum attigerat aetatis annum cum ad clavum accessit reipublicae,

licet tutela GUANGI esset.

 

Initium principatus, matris honores fuere,

quam vita functam Imperatricis titulo statis coerimoniis ornavit.

Mox capitalibus causis PAYUM praefecit, aptissimum ad hoc munus virum,

qui munere ita functus est, ut ab omnibus laudaretur.

Iustitiae tenax fuit imprimis, severus, at non crudelis.

Multum ad hoc ei mater profuit, quae quotidie

interrogans domum redeuntem

QUOT HOMINES VIVOS EDUXISSET  E  CARCERE ;

quo plures audiebat, eo laetior filium amplectebatur;

at ubi secus factum comperit, et aliquos affectos supplicio,

cibum ei negabat !


"Iudices oportet -inquiens- HOMINUM SERVARE VITAM,

quoad eius fieri potest, non reos morti addicere !

Quae tunc demum erit pro supplicio,

cum reliqua remedia improbitas vicerit ?

Facile namque hominem mori, at nasci difficile, difficilius crescere !

 

Primo Imperii anno quidam adstitit

vestitu et insignibus GYEII Principis superbus;

qui se GYEIUM ipsum, Imperii heredem iactabat.

In confinibus Tartarorum primum visus, inde Sinas ingreditur.

Nemo tamen eum Imperatoris metu excipere audebat vel admittere,

sed nec omnino spernebatur.

Re ad PUYUM tandem delata, GYEIUS, sive fictus sive verus, capitur.

Nec mora: fert sententiam in eum PUYUS;  UT MEDIUS SECETUR !

Sententiae causam mandavit verbis huiusmodi.

" Profugiens filius patrem maximo moerore affecit,

utique non ob aliud quam quia illum offenderat.

Nam cur clam aufugit ? cur tristissimo ipsius causa parenti

nullum de se iudicium fecit ?

Credatne quisquam eum vivere, de quo tot annis nihil umquam auditum ?

Quem Imperator, quem Imperium universum luxit, ut mortuum ?

Sed vixerit adhuc sane;

si vere mortuus non est,  mortis tamen iam reus est,

quod tam tarde rediit patremque iusto solatio privavit.

Quam ob rem necandum censeo pronuncioque;

verus an fictus sit, scelere non vacat !....

 

Anno secundo, quod annonae sterilitas incesserat Imperio,

edixit ut quibus res lauta domi

alimentaque plura quam quae habebant necessaria, suppeterent,

egentibus mutuam oryzam darent quantum victui sementique satis foret.

Hac lege tamen, ut messis tempore,

quae acceperant, cum fide restituerent.

quod, ut melius fieret, prohibuit ne quis venderet oryzam aut emeret,

sed mutuam tantum darent et acciperent.  Ubi autem

messis tempus advenit, quis acceptam oryzam redderet edixit;

se namque, solutionis loco,

tributa omnia ex agris pendenda, omnibus remittere.

Ita praeclare pauperum necessitati per divites providit,

ea tamen moderatione ut

nec isti conqueri possent sibi aliquid ademptum,

et illi nihilominus se accepisse gauderent...

 

HIAOCHAUS quidem Imperator

iuvenis moritur... cum imperandi deberet initium facere.

Nullum filium heredemque reliquit Imperio,

sed magnum sui ob egregias naturae dotes omnibus desiderium.

 

 


   LUGLIO  18

                                                       L'identikit del "cristiano d.o.c."

                                                       (diramato in Oriente, al sec. V)

                                                       e valido ancora all'arrivo del  P. Ricci in  CINA

 

Ho piazzato nella seconda metà di questo mese tutto un ciclo di "cineserìe", cioè una serie eterogenea di PAGINE LATINE, strappate tutte quante alle loro HISTORIAE, sunteggiate in latino da uno dei nostri coraggiosi missionari del XVII, per loro diletto e per conoscere la storia di quei popoli ai quali ci stavano provando a offrire la luce cristiana. Il nostro autore però, che fa proprio il numero 22 dei gesuiti che riuscirono a farsi accettare dopo il pioniere P.Matteo Ricci per questo lavoro di inculturazione, si accontenta di un primo sopralluogo alla lunga serie di Imperatori cinesi che riempiono più di due lunghissimi secoli prima di Cristo (la sua lista, cronologica, incomincia da FOHIUS, anno ante vulgarem Christi Epocham 2952!). A lui in questo Manuale non interessano ovviamente se non i valori culturali di quella enorme nazione. Egli è arrivato in Cina l'anno 1615, e la sua personale esperienza è tutta un'altra cosa.

 

Perciò se ora, alla sua sintesi dei primi secoli cinesi, facio precedere una PAGINA che è piuttosto "catechetica" del nostro secolo IV, lo facio solo per aprire realisticamente un problema dal quale egli sarà totalmente assente, ma in lotta con le stesse aporie che missionari antecedenti e successori si sono trovati a risolvere in tanti secoli.

 

Quindi, in questa ch'io ritengo PAGINA COMPLEMENTARE al CICLO CINESE, vi darò due testi latini: primo, una sintesi rapida degli origini della Cina; poi, quella annunciata Identità Cristiana, che proviene da s.Gregorio di Nyssa (+ l'anno 400), che mi veniva oggi incontro in latino facile facile, nella Litur­gia Horarum, feria II hebdomadae XII per annum; editio vaticana III, pp. 310‑311. Ve la consegno senza ulteriori commenti; e mi sentirò felice se qualcuno si sveglierà travolto, come me, da questo scossone. Penserà forse ad una "nuova evangelizzazione", malgrado che "tutto era già stato detto meglio nella prima".

_______

 

 

Nondum tamen populi (Sinenses) admodum frequentes (ab initiis) fuere...

nec Sinico Imperio parebant.

Postea vero quam Imperatores saepe plures suscepere filios,

excepto illo cui tradebatur Imperium,

reliqui vel Reguli creabantur vel ipsi, novas terras quaerentes,

australes oras coluere, deductis subinde coloniis.

 

Sic nova regna constituta, sic gentes regnantium virtute,

humanarum artium institutione,

agricultura praecipue atque id genus aliis

ad oboedientiam mitigatae.

Hinc SINA paulatim universa, ut nunc longe lateque habitari coepta,

demum in unum Imperii corpus formamque coaluit.

 

(Sic Martinus Martini in Sinicae Historiae Decas prima -1659- lib.IV, XXII p.135)

Nunc, prout  monui, PAGINA sequitur ex S.Gregorio Nysseno.


PAULUS, maxime omnium exquisite, et  QUI CHRISTUS SIT  novit,

et  QUALEM  ESSE  OPORTEAT QUI AB EO NOMEN ACCEPIT,

ex his quae gessit ipse, declaravit.

 

Nam adeo accurate ILLUM imitatus est,

ut in se Dominum ipsum expressum ostenderit,

quippe qui diligentissima imitatione

formam animi sui ita transtulit in ipsum exemplar,

ut non amplius, qui loquebatur, PAULUS, sed CHRISTUS esse videretur,

quemadmodum ipsemet dicit, qui propria bona pulchre sentiebat:

Quoniam experimentum ‑inquit‑ quaeritis

EIUS qui in me loquitur, CHRISTUS.

Et: Vivo ego, iam non ego, vivit autem in me CHRISTUS.

 

Hic igitur nobis et quam vim nomen hoc CHRISTUS habeat patefecit,

cum diceret CHRISTUM esse Dei virtutem et Dei sapientiam,

cumque et PACEM ipsum nominaret

et LUCEM  INACCESSIBILEM  in qua Deus inhabitat,

expiationem et redemptionem et sacerdotem magnum,

et Pascha et propitiationem animarum,

splendorem gloriae et figuram substantiae et effectorem saeculorum,

cibum et potum spiritalem, petram et aquam,

fundamentum fidei, et anguli caput,

et Dei invisibilis imaginem, et magnum Deum, caput corporis Ecclesiae,

et novae creaturae primogenitum, et primitias eorum qui dormierunt,

et primogenitum ex mortuis, et primogenitum in multis fratribus,

et mediatorem  Dei et hominum,

et Filium unigenitum, gloria et honore coronatum,

et Dominum gloriae, et rerum principium et regem iustitiae.

 

Ad haec, et  Regem pacis,  et  Regem omnium,

imperium regni nullis terminis circumscriptum obtinentem.

 

His et aliis id genus nominibus Eum appellavit;

quae tam multa sunt ut, prae multitudine,

haud facile numero comprehendi possint.

Quae quidem omnia si inter se componantur

et singulorum colligantur significationes,

mirabilem nobis huius nominis CHRISTI vim aperient

et maiestatis illius, quae verbis explicari nequit,

tantum ostendent, quantum animis et cogitatione capere valuerimus.

 

Quamobrem cum omnium maximum et divinissimum et primum nomen

Domini nostri bonitas nobis impertiverit,

ut Christi cognomine decorati appellemur CHRISTIANI,

necesse est ut omnia nomina quae vocem hanc interpretantur

in nobis item conspiciantur expressa,

ne falso vocati CHRISTIANI videamur, sed ex vita testimonium habeamus.

 

 


  LUGLIO  l9

                                                                Oggi uno sguardo inattesso

                                                                alle Isole CELEBES

 

Avete mai assaporato il piacere, oggi possibile, di vedere una FOTO SATELLITARE del vostro paese, città o Regione ? Oggi vi offro una panoramica, piena di vita, delle Isole CELEBES, staccata ovviamente dal resto del suo contesto, così come me la ritrovo in quel filone di sorprese che sono sempre le relazioni di chi scrive per un "resto del mondo" che ben poco o niente saprà delle CELEBES del anno 1569.

 

Ma chi scatta questa foto è un missionario, portoghese tutto d'un pezzo, senza dubbio a giudicare dal cognome, PIETRO MASCARENHAS SJ. e informatissimo su quel mondo che avrà in altra sede -accenno al MONUMENTA HISTORICA SJ- dove, sotto il titolo di Monumenta Indica, c'è tutto di tutto, curato dai relativi specialisti. Ma a noi basterà questa PAGINA.

 

Perché mai un testo così inaspettato ricompare oggi in latino? Lo capirete subito appena giungo al doveroso posto di blocco: dove bisogna far vedere il passaporto. Questa lettera io la ritrovo nel De rebus indicis Epistolae, in editione veneta praetermissae; si trova cioè nella nuova edizione di Anversa 1605, qui tante volte citata, alla pag.370. Ma il latino, a mio modesto giudizio, è così privo dallo smalto un pò artificioso del Maffei, da farmi sospettare che sia, forse nella sola prima mano, dall'intraprendente Mascarenhas, scritto quindi nelle CELEBES !

 

Il resto ve lo dirà lui stesso in un latino che... più trasparente non ce n'è !

 

Quando apud SELEBES  hoc anno versatus sum,

non ab re fore existimavi, si ad vos quae sint gesta perscriberem,

ut cum tantam messis copiam in tanta operariorum inopia cognoveritis,

cuncti Domino supplicetis uti quamplurimos dignetur huc mittere.

 

Sionis Rex, quod iam audisse vos reor,

conversus ad Christum est et sacro baptismate initiatus in ora Manadi,

quo tempore Didacus Magalianes ibi fuit.

Ea de causa intra sexdecim menses totum Regnum ab eo defecit,

uno dumtaxat oppido excepto, quo ille cum parente fratribusque confugit,

atque inde ad hoc Lernatis Castrum se contulit,

opem a Lusitanis implorans.

 

Interea, divina adspirante clementia,

populares eius, ad sanitatem reversi,

Regem in patriam revocant, imperata facturi.

Celox ad eum deportandum a Lusitanis instruitur:

 

Una discessimus ipso natali die Sancti Bartholomaei.

Proximo die dominico in ora Manadi sacra Missae nostrae peregimus.

 

Ibi cognitum est dimidiam tantum Regni partem ab Rege stare,

ceteros in defectione persistere.


Inde ad Sionem urbem appulsi, iactis anchoris,

oppidanos de Regis adventu fecimus certiores.

Ii, simulatque audierunt Lusitanorum manu delatum Regem,

quamquam teneret arcem adversa factio,

nihilominus Principes ad navem usque accessere sese dedentes,

ac Regis pedes multis cum lacrymis osculantes.

Substiteramus ibi iam triduum, nec hostes ad pactiones adduci poterant.

Quocirca navarchus, item Consalvus Urtadus,

cum sua cohorte descendunt:

ad hos armati adiunguntur trecenti ex his qui Regi favebant.

Quare perterriti hostes, arce deserta, in montes recepere sese.

 

September mensis tunc agebatur iamque aderat dies praefinita navarcho

ut se cum reliqua Lusitanorum classe coniungeret.

 

Quocirca, solutis anchoris, natali die Mariae Virginis

ex eo loco pervenimus ad pagum, miliarium circiter trecentarum,

quibus consobrinus quidam regius imperat.

 

Ibi remansimus, celoce abeunte, ego et Rex cum Lusitanis duobus:

nec mora templum excitatum est.

In eo Regis patrem, qui ibidem erat, sacro baptismate abluimus,

venerandum senem, ad christianam fidem valde propensum

et ingenio imprimis mitem ac docilem.

 

Septembri exeunte, cum neophitos Manadenses invisere decrevissem,

Rex ipse cum multis e suorum numero me prosequi statuit.

Dum ornantur navigia,

e Sanguim Insula honestissimi quique viri ad me venerunt,

rogantes ut irem ad Regem suum, christianis initiandum sacris:

cuius rei magnam ipsi quoque voluntatem ostenderunt,

cúm signis aliis, tum vero coma extemplo tondenda,

quam alunt, mulierum more, valde promissam.

 

Quorum ego studiis optimis obsequendum ratus,

praesertim quod ea ratione ad totius Insulae Sanguim

(quae sane magna est) conversionem aditus patefieret,

admodum laetos dimisi, pollicitus me ad eos venturum.

 

Ii, simul ac patriam attigere,

novas aedes nobis excipiendis exstruere aggressi sunt.

 

Inde paucis interiectis diebus,

Regis cognatus, cuiusdem viri principis filio comite,

praeclare instructo navigio venit ad me deducendum.

 

Parata iam erant Regis quoque Sionis octo navigia.

Itaque is etiam mihi cum sua cohorte se comitem praebuit.

 

 


   LUGLIO  20

                                                            Celebes et Moluchae Insulae

 

(Perspicuitas huiusce narrationis nos inducit ut placide in ea quiescamus,

omisso vel etiam invariato signo succedentis PAGINAE et diei).

 

 

Festo die Sancti Francisci mane profecti, ad Sanguim accessimus:

postridie Rex Insulae cum optimatibus,

ingenti omnium gaudio nobis obviam prodiere.

 

Urbs regia et insulae totius nobilissima CALANGA appellatur:

eo sumus deducti, ac triduo post promulgavimus Evangelium:

quo perattente audito, Rex et Regina primoresque

respondent meam sibi orationem vehementer probari:

proinde magnopere velle se fieri Christianos.

 

Moratus igitur ibi sum quoad fuit necesse

ad praecipuam sexus utriusque nobilitatem

sacro baptismate expiandam.

 

Quo illi suscepto redemptionis humanae mysterio,

dici vix potest quantum voluptatis et gaudii

non solum animo ceperint,  sed etiam publice ostenderint.

 

Neque tamen inter hasce gratulationes vel Reges ipsi vel caeteri

da salute animarum serio mecum agere et quaerere destiterunt:

plane ut nostra domus, imprimis laxa,

dies noctesque auditoribus esset referta.

 

Decretum est etiam communi consilio,

ut veneranda Crucis trophaea statuerentur.

Eamque Crucem sua ipsi manu viri nobiles

e ligno pulcherrimo fabricati sunt.

 

O spectaculum vestris oculis perquam iucundum,

si vidissetis, fratres mei carissimi,

Regum illud par, Sionis et Sanguim,

Christi Domini Crucem primo sublatam in humeros,

deinde, proceribus certatim adiuvantibus, defixam et erectam,

nixos genibus cum universa multitudine suppliciter adorantes.

 

Interea tempus advenerat Cauripanos neophitos invisendi:

ea res magno sane moerore Sanguimanos affecit,

quos ego ut potui levavi promissum me revisurum ipsos in reditu.


Rogatus ab iisdem ut ante discessum,

aream exstruendo templo describerem,

pecuniam in id corrogatam praesto futuram in tempore:

aequatam et amoenam agri planitiem illis ad mare assignavi,

densis consitam arboribus.

 

Quae arbores intra sex horas universae

(et quidem Principum manibus) prorsus excisae:

tantus eos ardor animi, tantum novi templi desiderium coeperat !

 

Quin etiam Rex, devexa iam aetate, cum propter infirmitatem corporis

exercere sese ipse caedenda silva non posset,

instabat tamen ac praeerat sedulus operi, caeterosque hortabatur.

 

Regina vero iussit nuntiari se quoque cum feminis

purgando solo herbisque vellendis

in eius laboris ac meriti partem esse venturam.

 

Ad extremum, cum non liceret mihi apud eos esse diutius,

ab Rege ipso et a nobilissimis quibusque

honoris causa ad navem deducti conscendimus.

 

Lusitanis duobus, qui mecum erant, singula donata mancipia.

Regis praeterea iussu

propinquus ipsius et alius item summo loco natus adolescens

actuario nos prosecuti sunt.

 

Erat adhuc nobiscum Sionis Rex,

cuius in regnum  simul  atque pervenimus,

navigia comparari imperavit,

ut nos in Cauripam comitaretur ipse cum magno Principum numero.

 

Itaque regno bellicis copiis praesidiisque firmato,

navibus quinque profecti Kal.Novembris,

altero die Manadum attigimus: ibi versati sumus ad dies decem.

 

Interea Batachini (sic enim appellantur hi populi)

ad me detulerunt hominum esse plus centum millia

qui iam pridem avide baptismum expeterent

simulque Regem Sionis rogarunt ut ea de re mecum ageret.

 

Sed ego, cum cernerem eius orae neophitos esse permultos,

nos autem ita paucos ut non nisi raro ad eos adire possemus,

excusavi me ut potui, praebuique spem fore ut a Patribus,

qui ad Selebes erant commorandi causa venturi, baptizarentur.

 

Me vero non aliam ob causam eo accessisse,

nisi ut factos iam Christianos inviserem...

 

 


  LUGLIO  21

                                                            I Gesuiti in Abissinia

                                                            Una croce... non solo simbolica !           

 

E niente introduzione che è tutta IN PAGINA. Essa è di EMANUELIS ACOSTAE, Lusitani,

ex Historia rerum a S.I. in Oriente gestarum, ad annum 1568. 

Recognita et Latinitate donata a IOANNE PETRO MAFFEIO Bergomate. S.I.

Antuerpiae 1605, pp.248-249

 

CLAUDIUS, Aethiopiae Rex, professione christianus ille quidem

sed a catholico grege seiunctus atque schismaticus,

cum ad IOANNEM Lusitaniae Regem litteras dedisset, in quibus erat

velle se omnino ad Catholicae Ecclesiae Sacrosanctae gremium redire

et in Romani Pontificis potestate esse: ab Rege petere

ut cum eodem Romano Pontifice de reconciliatione ageret.

 

Rem Ioannes suscepit et primum a Iulio III,

mox, eo per tempus demortuo, a Paulo IV, qui in pontificatu successerat,

impetravit ut, Ioannis ipsius sumptu, aliqui ex Europa in Aethiopiam

cum mandatis atque auctoritate apostolica mitterentur.

Declaratus Aethiopiae Patriarcha Ioannes Nunes e Societate.

Spectata vitae sanctimonia vir,

cum sociis multis profectus e Lusitania anno 1556, Goam incolumis tenuit

ibique, antequam coeptum iter perageret, excessit e vita.

 

Suffectus in eius locum e Societate

ANDREAS OVIEDUS (de Oviedo) episcopus, quem ille Goa ad Claudium

cum quatuor aut quinque comitibus iam ante praemiserat.

Quibus, tametsi Rex ille ceteroquin non illiberalem se praebuit,

promissa tamem fidemque Regi Lusitaniae datam minime praebuit.

Quibus perfidiae poenas ab eo videtur exegisse Dominus:

paucis enim post Andreae adventum diebus

ab hostibus victus atque peremptus est.

 

Rex inde creatus ADAMAS, Claudii frater, desertor olim fidei christianae,

vir immanis ac ferus et Apostolicae Sedis hostis acerrimus,

Patriarcham,  in vincla coniectum,

semestri spatio atque eo amplius male habuit:

quippe quem vinctum secum in castra bellumque raptavit;

comites etiam Andreae contumeliose tractavit,

vivosque igne se concrematurum esse minatus est.

Populares vero suos qui veritati catholicae favere videbantur,

variis poenis affecit.  A Turcis denique,

quorum arma Aethiopes ipsi rebelles in regnum asciverant,

ingenti accepta clade,  fusus atque fugatus est.

Socii cum Patriarcha ab hostibus capti,

quod ipsum per ea bella quater iam ante contigerat, crudeliterque direpti.

Semel etiam igne in hospitium iniecto, magnum adiere discrimen.

Nec iam Andreae quicquam reliquum,

ne vestis quidem erat qua personam pontificiam tueretur,.


Nec vinum tantum in sacrificia deerat (nam vites ibi fere non feruntur),

sed et charta ipsa ad scribendum.

Declarant id litterae ad Lusitaniae Regem ab ipso datae

schedula non plus digitali magnitudine,

e vetusto -ut videtur- aliquo commentario excerpta.

Tosto dumtaxat  hordeo vescebantur:

tanta demum inopia premi rerum omnium coepti sunt ut,

ad vitam tolerandam, ne ex eis locis re prorsus infecta discederent,

bobus et aratro quaesitis,  terram suis ipsi manibus colerent !

 

Nec tamen in tot tantisque difficultatibus nihil omnino profectum est.

Initio quidem certe, concertationes de fide ac religione

cum litteratis habitae, multorum confessiones auditae,

complures etiam caelesti eucharistiae convivio excepti.

Cognitum est praeterea ex Abbate quodam

magnae auctoritatis viro, qui per eos dies Catholicam fidem receperat,

plurimos idem esse facturos si Lusitanorum Exercitus,

qui praesidio illis esse possit, in ea loca mittatur.

 

Recentibus vero ex Aethiopia nuntiis spes etiam meliorum rerum affertur,

cui ne desit, Andreas omnia experiri constituit.

Labor autem ipsius et perseverantia

aliis quoque multis de Christo bene merendi materiam praebuit.

 

Missi quippe ad statum ipsius explorandum ex India Lusitani sexdecim,

a Turcis occissi!  Alii deinde vulnerati captique; in iis quidam e Societate

FULGENTIUS FREIRE, ad fines Arabiae in freto Maris Rubri,

a Turcis oppressus ;  multisque acceptis vulneribus,

catenatus Macuam in servitutem abductus est addictusque triremibus:

quem socii deinde, Regis Lusitaniae benignitate,

ab hostibus redemerunt, cum in servitute Christianos fecisset sex,

e quibus tres continuo e saeculi aerumnis migravere coelestia.

 

   (Omissis non paucis, hasce litteras claudat explicita Regis Sionis laus).

 

Regis huiusce fides ac bonitas,

praeter aeterna quae -ut speramus- manent illum in caelis praemia,

felicem etiam hunc rerum exitum videtur in terris esse promerita:

usque adeo nos officiose et amanter est prosequutus,

quocumque nobis apud Selebes contigit iter facere,

nusquam a latere nostro discedens.

Itaque in eius gratiam magnus etiam nobis est honos habitus.

Nec solum in deducendis nobis officio fungebatur,

sed etiam fidei christianae praeconem se praebebat,

exponens quam illam sibi frugiferam ac salutarem expertus esset.

Nobis vero apud eos populos pro sua probitate pioque animo

gratias agebat ingentes...

 

 


  LUGLIO  22

                                                            Quando il  TOUR DE FRANCE

                                                            lo vinceva  BAHAMONTES

 

Parlo dell'anno 1959. E ben si capirà subito da alcune differenze, che sorprendono chi è meglio informato di me. Io perso­nalmente ero allora impegnato nell'apprendimento del tedesco, mediante un sog­giorno ad esso dedicato nel cuore della Germania, donde anche le notizie sportive arrivavano a rilento e schematizzate. Da rubarmi appena quei pochi minuti che bastavano -negli ultimi giorni del Tour- per tenere aperta l'esperanza che il mio connazionale BAHAMONTES conservasse fino alla fine della corsa quei 6 minuti di vantaggio che aveva all'inizio dell'ultima settimana.

 

L'ultima tappa, Dijon-Paris, di 331 kil. non era a quel tempo una pacifica  "passeggiata" ma l'ultima e battagliera tappa della grande corsa. Da questo punto, bando alle ciance e passiamo al latino. Un latino giovanile che non fu allora premiato da nessuno e che solo perché mio, posso rittoccarlo superficialmente. (edito in: HUMANIDADES, Aprile 1960, pp.7-40).

 

Ante finem cursus (60 km.) prior incedit BAHAMONTES,

fidelissimo cum comite SAN  EMETERIO.

Placide inceditur, sed postremis iam spatiis, sensim festinatur.

Nec desunt hodie res alicuius memoriae dignae.

Italus FALASCHI, quem desperatio audere ultima et experiri cogebat,

recedere potius mavult a cursu,

praetexens incommoda se uti valetudine.  Male cadit BALDINI,

qui, cubito laesus, turmam reliquorum tamen consequitur.

Cadit et ANGLADE, qui permutat exinde  birotam cum FORESTIER,

nec desunt  qui, tantae quietis impatientes,

turbare omnia  temptent, ut unum dicamus,  LE BUHOTEL,

quem  tamen,  bis fugientem,  reliqui consequuntur.

 

BAHAMONTES autem quacumque incedit, flava subucula insignis,

plausu excipitur ab omnibus. Multitudo vero

etiam in LANGARICAM subclamat, quem victoris patronum agnoscunt...

Ubi vero iam multa est vespera nec sperantur gravia certamina misceri,

sedet is patronus in propria raeda, et per aliam viam,

siquidem compendiaria est, cursores Parisios antevertit,

ut eos "Principum Parcum" ingredientes excipiat.

Illuc enim convenisse certum ac notum est ex omni natione

30 vel 50 spectatorum milia.

Convenisse quoque fabulatur HISPANORUM turmas

quibus “nunc primum”  victoria adeo eximia  reservabitur.

Convenit et FIRMINA, Bahamontis uxor,

maritum triumpho intrantem videre sollicita. 

Ultima denique certamina cursores hilariter potius agitabant;

primam aciem, id tantum praegressi quo de victoria diei libere decertetur,

efformant GRACZYK cum HUOT et PADOVAN.

Hi tres priores in Parcum ingrediuntur, summa contentione properantes:

sed ecce retro post eos velocior illis advenit GROUSSARD,

qui, adhibita maiori vi, omnes brevi antecedit primusque metam calcat.


BAHAMONTES autem -quem primum in manipulo perseverantem vident-

reliqui Hispani circumdant,

non quidem defensantes,  sed gloriae participes fieri gestientes.

Ille monitum inter eos profert  ut, qua animi generositate ornantur Hispani,

agmine aperto  praecedere GALLOS ad metam sinant.

 

Firmina autem, cuius nomen iam in tota Gallia est populare

( Quod saepe BAHAMONTES eam, ad televisionem loquens,

lateri adhaerentem habuerit ),

impatiens cum reliquis Hispanis, oculos ab ingressu non deflectit.

Ecce tandem suum Fridericum insignem aureo colore noscitat,

cum globo suorum sociorum strenuorum intrantem !

 

Quae tum lacrimae obortae !

qui plausus atque strepitus!  Quanta cordium exsultatio !

Tum superfundenti se laetitiae vix temperatum est.

Cursores ipsi Hispani, ut sunt et ipsi sordidati

-quia sudore et pulvere perfusi e longiore cursu adveniunt-

sese invicem et maxime  BAHAMONTEM  victorem amplexantur.

 

Cum vero is in victorum tandem podium victor conscendit,

iam tunc certatim cursoribus et amicis manare gaudio lacrimae:

in BAHAMONTEM omnes versi,

eum ut “unum hispanae maiestatis vindicem” intueri,

et hanc victoriam meritam praedicare tot conatibus antea actis,

dignam vita omni, plenam iustitiae gestorum saepius meritorum.

 

Ipse vero, coactus ante microphonia statim proloqui,

prius quam Firminam suam dispiciat,

declarat breviter ac tremule exsultare se quod prior Hispanus sit

qui hoc ludicrum ingentis gloriae facinus  perpetraverit:

deinde elata voce clamat: "HISPANIA VIVAT!" et ad Firminam suam

-quam inter loquendum despexerat-, provolat

eamque tenerrime osculatur dum adstantes omnes, commotis animis,

huic quoque victoriae ovantur.

 

Adstant in podio director et moderator cursus;

adstat et Delegatus Hispani Gubernii; adest et Faustus COPPI,

magnus ille cursor quem nunc birotae studiosi amissum lugent,

qui tanta gesta recensuit quanta nullus nec prius nec postea peregit:

sub eius nomine ac ductu BAHAMONTES cucurrit in hoc Galliae Circuitu:

aequum est ergo, parta victoria, participem quoque gloriae COPPI fieri !

 

Resonat tum Hymnus Hispanae gentis, et Bahamontes sollicite invitatur

ut spectantibus satisfaciat, circuitum -honoris quem dicunt- complens.

Tum invitatur prodire et Langarica, qui cum pudibundus vir sit  et

latere sollerter studeat,  amplissima  ovatione exceptus,

non scit melius lacrimas oborientes dissimulare,

quam praetexendo... pulvisculum se ex oculis detergere.


 

 

 

  LUGLIO  23

                                                             Tarso di Cilicia

                                                             Ubi natus est APOSTOLUS PAULUS !

                       

Questa cittadina dell'Asia Minore sarà spesso luogo turistico per merito di un suo cittadino... San Paolo, DOCTOR GENTIUM per i Cri­stiani; e contemporaneamente città di massimo spicco per la storia dell'intera umanità. Tarsensi infatti come SAULUS furono alcuni dei maggiori dottori dello stoicismo greco; e l'Accademia Tarsense godette durante un certo pe­riodo di maggiore pre­stigio culturale che non quelle della stessa Atene o dell’egizia­na Alessandria.

 

Tarso è una città adagiata al fianco Sud del maestoso Taurus, ed è perciò stesso troppo esposta alle calure estive: un particolare che diven­ta importante per inquadrare l'episodio della pagina odierna, accaduto ad Alessandro, il quale, rischiando in quella città la vita (un bagno nelle gelide acque del Cydnus) fece scattare la grande emergenza di dover prospettare paurosamente il rientro delle falangi macedoni senza capo, quando ormai era prevedibile a breve scadenza l'agognato scontro con Dario.

 

L'episodio odierno sarà raccontato da Curzio, dal quale però premet­tiamo la rinfrescante descrizione di un Cydnus di incontaminata freschezza e trasparenza (del resto, Cydnus ex Tauro Monte nascitur, vel ut alii vo­lunt, renascitur).

 

 

Cydnus non spatio aquarum, sed liquore memorabilis:

quippe leni tractu e fontibus labens, puro solo excipitur,

nec torrentes incurrunt qui placide manantis alveum turbent.

 

Itaque incorruptus idemque frigidissimus,

quippe multa riparum amoenitate inumbratus,

ubique fontibus suis similis in mare evadit.   

 

Sarà dunque il Cydnus lo scenario dell'episodio di oggi.Da aggiunge­re però, che lo sarà nel suo tratto cittadino, poiché, essendovi giunto il Macedone al momento in cui i Persiani stavano incominciando a bruciare la città 

 

ne opulentum oppidum hostis invaderet,

praemisso Parmenione ad in­hibendum incendium,

Alexander urbem a se conservatam intraverat.

 

 

CURZIO,  De rebus Alexandri Magni, Lib.III, c. XI‑XII


Mediam (urbem) Cydnus amnis,

de quo paulo ante dictum est, interfluit;

et tum aestas erat, cuius calor non aliam magis quam Ciliciae oram

vapore solis accendit;

et diei fervidissimum tempus coeperat.

 

Pulvere ac sudore simul perfusum Regem

invitavit liquor fluminis, ut calidum adhuc corpus ablueret.

 

Itaque veste deposita, in conspectu agminis

(decorum quoque futurum ratus,

si ostendisset suis levi ac parabili cultu corporis se esse contentum)

descendit in flumen.

 

Vixque ingressi subito horrore artus rigere coeperunt;

pallor deinde suffusus est,

et totum propemodum corpus vitalis calor reliquit.

 

Expiranti similem ministri manu excipiunt,

nec satis compotem mentis in tabernaculum deferunt.

 

Ingens solicitudo et paene iam luctus in castris erat.

Flentes querebantur in tanto impetu cursuque rerum

omnis aetatis ac memoriae carissimum Regem

non in acie saltem, non ab hoste deiectum,

sed abluentem aqua corpus ereptum esse et extinctum !

 

Instare Darium victorem antequam vidisset hostem !

 

Sibi easdem terras quas victores peragrassent repetendas !

omnia aut ipsos aut hostes populatos !

per vastas solitudines, etiamsi nemo insequi velit euntes,

fame atque inopia debellari posse..!

 

 

Inter haec liberius meare spiritus coeperat;

allevabat Rex oculos

et paulatim redeunte animo circumstantes amicos agnoverat;

laxataque vis morbi ob hoc solum videbatur,

quia magnitudinem mali sentiebat.

 

Animum autem aegritudo corporis urgebat;

quippe Darium quinto die in Ciliciam fore nuntiabatur.

 

Vinctum ergo se tradi, et tantam victoriam

eripi sibi e manibus, obscuraque et ignobili morte

in tabernaculo extingui se querebatur...

 


  LUGLIO  24

                                                Che pazienza aveva il Cordara

                                                Con i viaggi di quei tempi e i soliti ignoti !

 

Il nostro viaggiatore di oggi dovrà passare da Macerata a Torino. Dovrà quindi toccare non poche città di grande nome. La brevità di una pagina però ci ob­bligherà a stralciare a stento una brevissima cartolina per ciascuna.

 

Questo viaggiatore è il gesuita Giulio Cesare Cordara, e la cartolina più ghiotta è quella di Venezia. Con un pò di pazienza la si potrà mettere a confronto con quell'altra pagina, ben più famosa, del suo confratello Maffei (cf. BREVITER, GIUGNO 25).

 

Doverosi, come al solito, l'antefatto e le impressioni delle prime tappe. Altrimenti lo dovremmo abbandonare prima di raggiungere Torino.

 

 

Vertente igitur anno saeculi trigesimo septimo (1737),

qui erat mihi aetatis tertius supra trigesimus,

circa dimidium mensis Iulii, in viam me dedi... 

 

Amici autem tanta conclamatione discedentibus fausta omnia

sunt comprecati,  ut clamore omnes circum personuerint viae.

 

Et quasi nondum satis officio fecissent,

ut erat suda nox collustrabatque vias Luna, per viarum compendia

ad Cluentum usque amnem antegressi,

ibi iterum rhedam improvisi circumstetere,

datisque dextris et clamore iterato,

novis felicitatis ominibus, abeuntes sunt prosecuti...

 

Per la terminologia sarà utile ricordare che il Medoacus è il Brenta, mentre il Bacchiglione passa come Medoacus Minor. Nella sosta di Padova è lecito restare "scandalizzato" dal fatto ch'egli non abbia riservato una sola parola a quella meraviglia che è la Cappella degli Scrovegni, che io durante il mio  curriculum nell’alma mater patavina (1953-1956) ho sempre conteggiato come uno dei piu` esultanti privilegi. Oggi poi (2001) e’  addirittura rinata dopo un meritevolissimo restauro.

 

GIULIO CESARE CORDARA, De suis ac suorum rebus commentarii, lib.IV


LAURETUM summo mane attigimus.

eodemque die in vesperam inclinante, ANCONAM devenimus.

Inde SENOGALLIAM binis veredorum cursibus delati sumus.

 

Agebantur tum forte Senogalliae celebres Europa tota nundinae,

quae incredibili advenarum convenarumque concursu

celebrari sunt solitae.

Ea causa fuit cur ibi ad dies aliquot subsisteremus,

quos plane hilariter iucundeque transegimus...

 

Hinc duplex ostendebatur in Pedemontium via:

altera recta ac militaris per Bononiam, maritima altera aliquanto longior,

quae lato flexu Venetias ducebat; hanc posteriorem malui.

 

Conducta itaque octo scutatis nummis navicula,

proxime legentes oram maris,

ac tanta quidem proximitate, ut interdum

mendiculis e sicco stipem poscentibus nummulos proiceremus,

triduo VENETIAS appulimus.

 

Nec me consilii mei poenituit; vidi urbem scilicet

quam unam omnium me vidisse laetor laetaborque dum vivam.

Nam urbes caeterae,

ut aedificia habeant plus minusve magnifica ac sumptuosa,

tamen quam simillimae inter se sunt;

sola plerumque longitudinis aut latitudinis dimensione differunt.

 

Verum haec, e medio cum exstet mari ac tota exundet,

videasque discurrentes viis curruum loco rates,

admirationem ingentem creat,  ut talem urbem nisi videris,

ne fingere quidem cogitatione queas.

Tamen navigare perpetuo, nec posse tantulum viae

nisi navigando conficere,

semperque cum aqua -ranarum more-  luctari,

id brevi, ut vere dicam, mihi molestum coepit videri,

et mirabar esse qui, licet Venetiis non essent nati,

Venetiis tamen viverent perlibenter.

 

Ergo post dies quinque, lustrandae urbi datos,

per amnem Medoacum (Brenta?) adversum,

quo commeare ultro citroque solent naves, PATAVIUM venimus....

 

Ceterum Patavii, unam si demas AULAM sane peramplam,

quam RATIONIS seu Publici Iudicii vocant,

nihil magnopere sum admiratus.

Sacros ergo Antonii Patavini cineres veneratus,

inde rheda conductitia VICENTIAM una cum sodali meo discessi,

quam urbem, continenti itinere praetergressus, VERONAM transii...

 

 


LUGLIO  25

                                                                    I viaggi di altri tempi (2)

 

Poco da aggiungere dopo la prima introduzione. Al limite, la spiegazione della non disturbante mia abitudine di riempire i vuoti -di un libro che avrebbe dovuto riservare al testo latino la pagina di destra, e all'introduzione italiana quella di sinistra-. E queste pagine del Cordara, pur essendo del migliore Latino D.O.C. non avevano trovato posto nel BREVITER SED QUOTIDIE.

 

Non sarà il mio latino pari a quello del nostro più smagliante umanista... Dunque, potete sorvolare le barzelette !  O meglio, le cancello senza rimpianto, perche’... in fondo in fondo, appesantiscono i bites di questa versione internettistica senza una proporzionata ragione.

 


VERONAE non ultra unum diem constiti.

Quo die magnam amplissimae urbis partem pervagatus,

cum alia complura visu digna conspexi,

tum praecipue Arenam quam vocant,

monumentum Romanae antiquitatis insigne,

atque ad haec usque tempora incolume.

 

Quid tamen visum mihi?

Flaviano Amphitheatro quod Romae semirutum visitur,

et amplitudine et maiestate operis  et ipso lapidis genere multo inferius,

licet ad eius similitudinem factum.

 

Longiorem aliquanto moram mihi fecit MANTUA...

Perrexi inde per PARMAM   PLACENTIAMQUE,

MEDIOLANUM usque progredi,

positoque singulis in urbibus quod temporis satis erat

rebus visu dignioribus conspiciendis.

 

Denique,  NOVARIAM ac  VERCELLIAS praetergressus,

AUGUSTAM TAURINORUM  sextili mense devexo perveni.

 

Primo die totam, quae parvitas eius est, percucurri.

 

Et placuere sane mihi

illae directae, planae, longe fugientes viae;

illae domorum insulae,

structura, amplitudine, forma quam simillimae,

ut non tam urbem hanc

quam theatrum optime descriptum ac conformatum dicas.

 

Perplacuit imprimis

illa per vias perpetuo decurrens aqua amnis Duriae,

qua  re ad munditiem nihil opportunius.

 

Secutis diebus munitiones urbis operosissimas

arcemque numquam adhuc expugnatam

-nec facile expugnandam-  inspexi;

magni sumptus aedificium,

quod magnam mihi Principis speciem ingessit.

 

Villas etiam atque hortos regios,

qui circa urbem sunt, perlustravi,

et singularem in omnibus

cultum venustatemque sum admiratus;

nisi quod tamen in his Romanos fontes,

et aquas in altum prosilientes desideravi.


 

 

  LUGLIO  26

                                                            CORDARA in viaggio altra volta

                                                            Pagina autobiografica

 

La prendo come omaggio obbligato a questo sottile latinista. Raccon­tare la propria infanzia è stata sempre una ghiotta tentazione per ogni scrittore: immaginiamo poi per un tipo come lui, che, costretto ad una inattività ufficiale (è un gesuita raggiunto in età avanzata dalla drasti­ca soppressione dell'Ordine), dedica le sue giornate ai suoi amati studi di tutta una vita: Mihi vero, fallendi dumtaxat otii gratia scribenti, om­nis opportuna materies est.

 

Ci racconta quindi la sua infanzia. Come, ad esempio, alla morte del­la mamma, il babbo ha preferito affidare i tre ragazzini alla cura del par­roco per la prima iniziazione al latino, e come costui si sia preso l'inca­rico di iniziarli subito  

 

ad primas grammaticae salebras,

perque omnes lin­guae latinae regulas gradu non intermisso traducere:

illi autem eo brevi devenerunt ut ipsis haud multo doctior magister esset.

 

Quando poi il bab­bo, rientrato da Roma, trova i figli a questo stadio di avanzatissima for­mazione, ha un primo pensiero di mandarli al Collegio dei gesuiti di Par­ma; ma si interpone uno zio prete, ben piazzato a Roma, ed ecco la comiti­va in un viaggio che troverete indubbiamente saporito. Al cui sapore con­tribuisce un ingrediente che fa non poco al caso nostro: che cioè, il pa­dre acconsente volentieri all'idea di portare i due figliuoli grandicelli a Roma, nella quale ha egli passato i primi anni di vedovanza, per questo preciso motivo: che

 

eas nempe habet illecebras Roma ut eam semel qui vide­rit

revisendae occasionem facile arripiat.

Et ipse, quamquam inde nuper re­dierat, Romam repetere percupiebat !

 

Il Cordara era nato a Calamandrana, in quel di Torino, verso il 1704. E notate bene la sua discreta ma rivelatrice dichiarazione : da secondogeni­to, egli subisce la tradizionale predestina­zione, in uso presso le buone familie del tempo, di destinare il secondogenito al Signore, e non si ri­bella per niente al suo destino: si sente  Ecclesiae castris destinatum. Forse dello stesso tipo era la vocazione clericale di Erasmo. Sulla quale esiste un suo rendiconto -non entusiasmante- che tuttavia ho voluto io riportare nel BREVITER, nella data DICEMBRE 18.

 

 

GIULIO CESARE CORDARA, De suis ac... Libro I, cap.I.

 

Re igitur deliberata, me primum,

utpote Ecclesiae castris destinatum, clericali veste induit.

 

Tum captato tempore rebusque omnibus comparatis,

--multum nobis invidente

qui domi relinquebatur Gulielmo fratre adhuc parvulo--

romanam profectionem indixit.

 

Discessum est octobri mense exeunte

anno 1715, qui mihi annus vitae undecimus,

tibi -opus fratri dicatur- duodecimus decurrebat.

 

Prima itineris pars nobis per abrupta genuensium iuga fuit.

 

Delati Genuam ac paullum ibi reficiendis viribus

spectandisque urbis magnificentissimis aedificiis commorati,

conducta inde navi cursoria,

mari Centumcellas (Civitavecchia) iter facere intendimus.

 

Mensem integrum eoque amplius tenuit navigatio !

Reflantibus enim saepe ventis,

navis, in proximas Etruriae oras impulsa,

ibi haerere ad dies aliquot cogebatur.

 

Et memini per has itineri interiectas moras,

visum mihi Liburnum primo, emporium Europa tota celebre,

tum Ilvam, insulam ferri feracem,

Portum Herculis, Orbitellum, aliaque maritima Etruriae loca,

quae tum Germanorum praesidio tenebantur,

nunc Regi Neapolitano parent.

 

Ad Centumcellas tandem, Pontificii Dominii portum,

incolumes appulimus atque inde,

quod interiacet Romam usque viae rheda pervolavimus.

 

Praemonitus de adventu nostro

Jacobus (avunculus) nobis obviam extra Urbem processerat

suoque curru peramanter exceptos  paratam in domum deduxit.

 

Iam non est ut memorem, frater, quae me admiratio ceperit,

Calamandranae scilicet Niciaeque gurgustiis assuefactum,

cum tota illa tam sumptuosa palatia oculis observarentur,

et ampla fora, et fontes innumeri,

et simulacra pulcherrima

et pyramidum inmensae moles;

quae magnificentiae prodigia

advenas quosque

convenasque ab ultimo usque orbe adventantes

percellunt atque admiratione defigunt.

 

 

 


  LUGLIO  27

                                                          La par condicio

                                                         e qualche altra leccornia del "politichese".

 

La PAR CONDICIO suscitò un piccolo vespaio quando, per l'esame di LATINO nella MATURITA` 1995, fu scelta questa "esternazione" di Cicerone -strappata dal De Re Publica, I,34-  che gli esaminandi (immaturi, fino alla prova dei fatti!) non avrebbero saputo in­corniciare nel giusto contesto. L'AUTORE, infatti, è nei Dialoghi, assolu­tamente impune, perfino delle eresie che in un momento dato egli attribui­rà ai personaggi, da lui arbitrariamente prescelti. Tanto più che, in que­sto concreto libro, pervenuto a noi in tempi ancor recenti in forma genero­samente mutilata, poteva accadere che perfino il testo scelto non si sapes­se a quale interlocutore dovesse essere attribuito.

 

Si può perciò capire che colui che, dopo un taglio perduto, ricompare parlando in "politichese aristocratico" potrà star provocatoriamente but­tando una pietra nello stagno... In poche parole, non risulta facile capi­re perchè, il giorno dopo quel 22.V.1995, i giornalisti si schieravano in falangi contrapposte, dando del "com­munista" perfino a Cicerone. Contro il quale del resto si era commesso altro sopruso, quello di non voler affatti­care gli esaminandi con un brano troppo lungo; venivano soltanto sfidati ad analizzare una pillola di testo, sproporzionata a vista d'occhio per giudicare su un Autore che di loquacità non fa mai risparmio.

 

Quindi l'odierna pagina, che indicherà (col cambio di corpo tipografi­co) il piccolissimo "brano prescelto" per l'esame, quello compre­so tra due ▀ , partirà dalla menzione (a monte) della par condicio. Non senza ricordare che, sia i codici, sia il "Ministero", hanno oscurato mo­mentaneamente la pur sempre luminosa disposizione delle idee politiche di Cicerone. (Provediamo qui con l'impaginazione e con le maiuscole).

 

Quare, cum lex sit civilis societatis vinculum, ius autem legis aequale,

quo iure societas civium teneri potest,

cum PAR NON SIT CONDICIO civium ?

 

Si enim PECUNIAS aequari non placet,

si INGENIA omnium paria esse non possunt,

IURA CERTE PARIA debent esse eorum inter se,

qui sunt cives in eadem republica.

Quid est enim civitas nisi iuris societas...?

 

A questo punto, la lacuna dei codici.

Dopo poche altre righe subentra finalmente il brano dell'esame, una vera miseria !

notate infatti quanto esso perda, proprio perché "tagliato male".

 

  Quodsi liber populus deliget quibus se committat,

deligetque, si modo salvus esse vult, optimum quemque,

certe in optimorum consiliis posita est civitatium salus,

praesertim cum hoc natura tulerit, non solum

ut summi VIRTUTE et ANIMO praeessent (praesint?) imbecillioribus,

sed ut hi etiam parere summis velint.


Verum hunc optimum statum pravis hominum opinionibus

EVERSUM esse dicunt,  qui, ignoratione VIRTUTIS,

quae cum in paucis est tum a paucis iudicatur et cernitur,

opulentos homines et copiosos, tum genere nobili natos,

esse optimos putant.

 

Hoc errore vulgi

cum rempublicam OPES paucorum, non VIRTUTES tenere coeperunt,

nomen illi principes OPTIMATIUM mordicus tenent, re autem carent.

Nam divitiae, nomen, opes,

vacuae consilio et vivendi atque aliis imperandi modo,

dedecoris plenae sunt et insolentis superbiae,

nec ulla deformior species est civitatis quam illa,

in qua OPULENTISSIMI OPTIMI putantur.

 

VIRTUTE vero gubernante rempublicam, quid potest esse praeclarius ?

cum is qui imperat aliis, servit ipse nulli cupiditati,

cum, quas ad res cives instituit et vocat, eas omnes complexus est ipse,

nec leges imponit populo, quibus ipse non pareat,

sed suam vitam ut legem praefert suis civibus.   

 

Qui, si unus satis omnia consequi posset, nihil opus esset pluribus;

si universi videre optimum et in eo consentire possent,

nemo delectos principes quaereret.

 

Difficultas ineundi consilii rem a REGE ad PLURES,

error et temeritas populorum a MULTITUDINE ad PAUCOS transtulit.

Sic inter infirmitatem unius temeritatemque multorum,

MEDIUM optimates possederunt LOCUM,

quo nihil potest esse moderatius;

quibus rem publicam tuentibus, beatissimos esse populos necesse est,

vacuos omni cura et cogitatione,

aliis permisso otio suo, quibus id tuendum est, neque committendum

ut sua commoda populus neglegi a principibus putet.

 

Nam aequabilitas quidem iuris, quam amplexantur liberi populi,

neque servari potest  (ipsi enim populi, quamvis soluti ecfrenatique sint,

praecipue multis multa tribuunt,

et est in ipsis magnus dilectus hominum et dignitatum),

eaque quae appellatur AEQUABILITAS, INIQUISSIMA est.

Cum enim  PAR HABETUR HONOS  summis et infimis,

qui sint in omni populo necesse est,

ipsa AEQUITAS INIQUISSIMA est;

quod in iis civitatibus quae ab OPTIMIS reguntur, accidere non potest.

 

Haec fere, Laeli, et quaedam eiusdem generis,

ab iis qui eam formam reipublicae maxime laudant disputari solent.

 

 


   LUGLIO  28

                                                    Ricordate MOSCARDO'

                                                    l'eroe dell' ALCAZAR  DE  TOLEDO ?

 

Gli toccò nel 1936 subire il leggendario e più incivile dei ricatti: Aut aut! O ti arren­di, o ti ammazziamo il figlio. E seppe dare una risposta eroica, che era già vecchia negli Annali spagnoli. A scuola infatti avevamo tutti sentito dire del suo precursore GUZMAN el BUENO, il quale aveva già inventato (an­no 1294) una risposta dei mede­simi carati. Leggenda? Cercate le migliori Enciclopedie. A me ora basta farvi assaporare una ghiotta pagina latina.

 

Quell'antico GUZMAN (vero nome, Alonso Pérez de Guzmán) era nato a León 1256; cadde in un'operazione militare nelle "Sierre di Málaga 1309". Nel frattempo, mentre si poteva ancora trattare con gli invasori Mori, egli era più volte andato su e giù (guerriero? diplomatico?) dalla Spagna all'Africa.  Nell'assedio però di Tarifa (Cartheia), al ricatto criminale del Moro, di ammaz­zargli il fi­glio, rispose altezzoso ed eroico: "Se non avete l'arma per consumare co­tanta iniquità, ecco la mia spada". E gliela buttò con gesto drammatico.

 

Questa citazione mi compare ora incorniciata in una specie de gara poe­tica tenutasi tra gli umanisti romani (forse mera finzione) fuori le mura, nella pontificia villa della Magliana. Si gareggiava con composizioni lati­ne secondo diversificati modelli e stili: quando il Presidente, Sadoletus, invita IANUM PARRHASIUM a dare una prova di "stile Lucano", ecco spuntare il nostro argomento: Vos audite facinus ‑inquit‑ Hispani Ducis adversus filium, dignum ea profecto natione facinus eoque poeta.

 

IANUS PARRHASIUS (?), apud FAMIANUM STRADA: Prolusiones Academicae,

Lib.II, Prolus.VI, Poetica, Academia II (Romae 1617, pp.357 ss.)

 

At vero Hispanis plus quam Maurusia campis

arma movet truculentus Arabs; fontesque lacusque

et totum galeis Baetim victricibus haurit.

Quo magis Alphonsus sibi credita moenia lustrat

impiger et late Mauro defendit ab hoste

Cartheiam, densa dudum obsidione gementem.

 

Ecce per hostiles resono clamore phalangas

attolli plausus, atque inter barbara sistra

captum ostentari puerum videt. Ilicet arsit,

ut natum Pater agnovit, sat nota micantis

caesaries capitis; neque fallunt viscera patrem.

 

Illum inter comites (et erat haec una superstes

Alphonso proles) agris dum forte pererrat

abstulerant hostes; nunc circum moenia ductum

obiiciunt patris ante oculos, gladiisque minantur.

Ni dedat quam non longum tutabitur urbem,

acturos sese nati intra viscera ferrum

et patrium caro sparsuros sanguine vultum.


Expavere alii atque animum subiere parentis:

exuit ipse parens. Torvo quin lumine Mauros

despectans: "Mene ‑inquit‑ deterrere putastis,

venales animae et dominos mutare paratae ?

Si me fecisset proles centena parentem,

staret et hostili natorum turba sub ictu;

nil me propterea recti de tramite flectant

exarmentve ducem lacrymae mortesque meorum.

 

Moenia sunt ferro, non patris viscera nato

aggredienda. Meam per me concidite prolem,

dilaniate artus, aequate et vulnera membris,

et semel Alphonsum maiorem discite patre."

 

Haec dicens subito vagina liberat ensem,

elatoque minax, "Rabies si tanta cruoris

caedisque innocuae stimulat praecordia, ferrum

hoc ‑ait‑ accipite". Et ferrum de moenibus altis

proiecit pater: inde suos et tecta revisit

securus, potuitque paratae accumbere mensae.

 

Obstupuere acies tonitruque simillima rauco

Alphonsi vox illa fuit, ferrumque cadentis

fulminis in morem spectantem exterruit hostem.

Mox animi rediere truces subiitque pavoris

ira locum: certum est ulcisci in prole parentem.

 

Tum ferrum in venas pueri nil tale merentis,

et frustra palmas ad moenia nota levantis

immergunt, donumque patris in viscera condunt.

 

It subito ad caelum clamor: quantusque nivali

fit sonus incubuit Boreas cum stridulus Ossae,

tantus ad adspectum caedis dolor urbe resultat.

 

Evocat Alphonsum fragor, atque in moenia currit,

et nati aspiciens letho languentia membra,

quanquam animo redit usque pater, tamen excutit illum

dux melior, civesque obiurgans: "Hoc erat ‑inquit‑

quod veluti capta comploravistis in urbe ?

Vosne puerque meus casu pendetis ab uno ?

Illum ego nutribam patriae: iam reddidi.  Et Urbi

haec reor infensum placabit victima Numen."

Dixit et extemplo ad convivia coepta revertit.

 

O ingens animo, o fato insuperabile pectus.

Digna erat haec scribi Bruti sub nomine virtus,

ni foret Alphonsi, moresque referret Iberos.

 

 


  LUGLIO  29

                                               COMPLUTUM = Alcalá de Henares

                                               Un' Università dove  il primo dovere

                                               era  EXPLICITER  quello di  STUDIARE

 

Ricordando che s.Ignazio di Loyola, la cui festa è proprio il 31 luglio, è uno di quei pochi Santi che potrebbero vantare un curriculum universitario, poiché nei suoi andirivieni dopo la ferita nell'assedio di Pamplona, incominciò per davvero a cercare una sua propria vita al servizio di Dio, e per questo scelse primo il latino a Barcelona, poi, il livello universitario ad Alcalá, poi ancora a Salamanca e finalmente alla Sorbona di Parigi, ritengo opportuno ricordare, almeno il suo passaggio per le due più qualificate Università spagnole.

 

Mi servono al caso due testi, scritti proprio in Latino da uno studioso che passa per essere un severo critico della nostra cultura, il cui nome parla da solo ai più alti livelli. Saranno della sua Bibliotheca Hispanica, di NICOLAS ANTONIO, le due PAGINE scelte per questa Antologia. Incominciamo da quella di Alcalá, più nota tra gli eruditi con la sua denominazione latina, divulgata a livello mondiale princi­palmente per la famosa Biblia multilingue, conosciuta più dall'aggettivo ormai sostantivato come "LA COMPLUTENSE". (Edita ad Alcalá 1514-1517, mentre il Novum Instrumentum, di Erasmo è del 1516).

 

Atque illi (eius scilicet alumni), cum sint adolescentes

et multi apta membrorum corformatione et oris spectata dignitate,

sui corporis non negligentes,

egregiam habent speciem et aspectum illustrem:

ut in omnibus filiorum plane locupletissimorum,

in Ducum aut magnarum sobolem arbitreris te intueri.

Ita incedunt omnes qui non in famulatu sunt,

tunicis et epilogiis talaribus induti,  praecincti serica zona

lateque explicata,  et a fronte nodo eleganti constructa,

pileis capitibus venuste satis impositis

ad usum quem temporum varietas tulit.

 

Quocumque progredientur, illos ad minimum

bini famuli consequuntur,  multos terni quaternive,

non paucos, copiosis ac bene nummatis parentibus natos,

quinque, in filiorum ostentationem.

Ad omnes sumptus largi sunt et effusi, famulorum greges maximi...

Quid quod extremi isti mula vehuntur et quidem

ante ambulonibus semper praeeuntibus

et a tergo multo puerorum comitatu sequente ?

Domibus autem ipsis vivunt ad locupletum et bene nummatorum morem.

Qui vero moderatissime... bini ternive Compluti,

plurimi sine comitatu habitant.

Nam Salmanticae dedecori semper fuit

quemquam cubiculum ad habitationem annuam conducere;

neque haec in Academia contubernia

quae sunt in aliis honorifica, Compluti aestimantur.

 

NICOLAS ANTONIO, Bibliotheca Hispanica p.50-51 (tomo I, cap.II)


Ita autem vivunt omnes ut sui iuris esse videantur,

et domos habeant conductas

ad suam et suorum habitationem famulorum.

 

Dum ipsi domi sunt, togas addunt tunicis talaribus,

aut apertas aut ex omni parte conclusas,

et multis condiliis sericis earum manicas et oras in circuitu distinguunt;

collaria interiora gausapino eleganter exornant

et a summo leviter revocant per circuitum

ad speciem et aspectum illustriorem. 

 

Hic amicti pro foribus esse, lustrare viciniam,

domos adire proximas amicorum, rusticari etiam solent,

et sub dio esse noctis partem aliquam, verno et aestivo tempore.

 

Atque cum hoc Scholastici ornatu sint,

cum tam splendido videantur more vivere,

vitam agunt scholasticorum propriam,

et laborum atque difficultatum plenissimam:

qui totos dies, mane vesperique, praelectionibus audiendis ponunt.

 

Nocte, qui minus diligentes sunt, eisdem relegendis

TRES horas continuas, a sexta ad nonam usque, consumunt.

 

Qui diligentes habentur et nomen Scholasticorum adepti sunt,

post tres horas ante caenam litteris tributas,

caenati, duas vel sexquihoram nocturnis studiis addunt.

 

Neque cubitum eunt nisi Matutinarum Precum signo,

quod noctis hora duodecima dari solet, audito !

 

Tantum autem studium in litteris et diligentia adhibetur,

ut diebus festis

res litterarias inter se conferant;

iurisconsultorum responsis

Pontificumque decretis explanandis dent operam;

idque domibus ipsis, intra domesticos parietes,

invitatione Scholasticorum

qui mutuo se ipsos

ad huiusmodi litterarias exercitationes invitare solent.

 

Ita viri evadunt doctissimi.

De quibus plura non dicam,

contentus communibus et usitatis Scholasticorum iocationibus;

quas, quoniam inter illos communes esse video,

praetereundas fuisse silentio iudicavi.

 

 


  LUGLIO  30

                                           In Collegiis Salmanticensibus

                                           Quale la vita universitaria a Salamanca.

 

Non sarà molto diversa da quella della pagina precedente, di Alcalá de Henares, poiché si sta parlando degli stessi tempi e usi, ma qualcosa di diverso ci sarà, a cominciare dal solenne avvio di questo argomento, che in questo caso suona a esplicita difesa della priorità accademica di Salamanca.

 

Se notate l'impaginazione, sono stato io a cambiare l'ordine, perché seguivo piuttosto la cronologia accademica di S.Ignazio. Anzi (liceat enim et Vallejo aliquid pro domo sua innuere!), questa mundialmente prestigiosa Universitas Salmanticensis risulta nata dalla prima Università Spagnola, quella di Palencia (che e’ la mia citta’ natale!). Alfonso VIII infatti fondò in essa nel 1185 gli STUDI GENERALI  (notate, quasi contemporanei con Toulouse, La Sorbona, o Cambridge!). Furono però traslocati in seguito a Valladolid, e quindi ingoiati virtualmente ambedue verso il 1248  dalla nascente  Università di Salamanca. 

 

NICOLAS ANTONIO, Bibliotheca Hispanica pp.45-47

 

 

Ad memoriam laudum Salmanticensium

et ad Academiae nobilitatem illustrandam,

plurima Collegia aedificata fuerunt,

ex quibus non minus quam superioribus ornamentis,

illustrissimum istud Minervae Christianae domicilium nobilitatur,

ut qui praedicationem nobilitatemque Collegiorum praeterierit,

iniuriam maximam Academiae Salmanticensi fecisse videatur...

 

Omnes enim Hispaniarum Pontifices,

omnes proceres nostrorum, qui ubique sunt, Regnorum,

ad suas opes in hanc Academiam conferendas

et in Collegiorum multitudinem magnificentiamque augendam

certatim contendisse visi sunt....

 

Longum esset singula persequi; notiora dumtaxat percurram.

Atque illorum UNUM est Montis Oliveti,

quod non procul a moenibus civitatis disiunctum est.

Alterum Beatae Magdalenae,

tertium Divi Thomae,

quartum Angelorum,

quintum Beatae Virginis, nomine et honore affectum,

sextum ab Archiepiscopo Hispalensi Valdesio conditum;

et, ut alia praeteream

quae cunctis multo notiora sunt quam mihi, qui de Collegiis ago,

quis TRILINGUIUM -obsecro- Collegium non audivit ?

 

Inter omnia tenent principatum quatuor ab antiquitate nuncupata MAXIMA,

quorum, quemadmodum reliquorum, COLLEGAE

suis insignibus notatissimi diiudicantur et internoscuntur.

Cum omnes togas talares atque conclusas gerant,

tum longioribus focalibus ab utroque humero decidentibus,

spirarum rotunditate vetustissima,

ab una parte terminatis collegae decorantur.

 

Tria Collegia Maxima a Metropoli cuiusque pontificatus nomen trahunt:

unum OVETENSE, ab urbe Oviedo, quae civitas est in Asturibus amplissima

et sedes pontificis illius dioeceseos,

cuius Episcopus illud Collegium condidit appellatum.

Alterum CONCHENSE dictum est, a civitate Cuenca,

cuius Praefectus conditor et fundator fuit illius Collegii.

Tertio ab Archiepiscopo Toletano,

identidem conditore illustri et insigni, nomen accessit.

Ultimum, propter vetustatem et antiquitatem suam,

VETUS communiter appellatur.

 

Conchensis collegae ferrugineo colore togam focaliaque gerunt;

quaemadmodum Bartholomaei fuscas vestes fuscaque focalia.

Ovetenses et Toletani vestem item fuscam:

hi tamen focale purpureum cyaneum ostendunt;

reliquorum alumni Collegiorum, praeter Montis Oliveti Collegas,

qui nigrum utrumque insigne, et Archiepiscopi Hispalensis,

qui viride corpore et humeris suis portant habitum fuscum induti,

focalium varietate dissimilitudineque distinguuntur.

 

Quae persequi non est necesse

cum in tantam multitudinem Collegia excreverint,

ut vix color reperiatur quo a caeteris collegae possint internosci

si novum aliquod decursu temporis condendum fundandumque sit.

 

Sed vos, si placet, considerate ornatum et splendorem,

quem adspicere possunt ingredientes in scholas,

et in diversitatem differentiamque collegarum incurrentes.

Quam, cum ipso adspectu, tum vestitus dignitate,

gravitatem habeant et amplitudinem maximam !

 

Videre tamen est

omnium maxime quattuor Maximorum florem Collegiorum,

qui cum Licentiati iam aut Magistri sint,

multi de cathedris deferendis contendunt.

Alii ad sacerdocia maxima,

ad dignitates Ecclesiae, ad Regia adspirant Consilia.

 

Hi omnes multis Academiae litteratis hominibus praestant:

sunt equidem decora et lumina Hispaniarum,

neque ulla pars est terrarum quam non multitudine impleverint...


 

 

  LUGLIO  31

                                                     LA MORTE DI  SANT' IGNAZIO

 

Per ricordare  oggi  la morte di “Maestro Ignazio” (1556), sopravenuta nella prosa di una normale

anzianità  (in un uomo che niente ha fatto per ritardarla), premetto...

 

LA VISIONE del CARDONER e IL RAPTUS di MANRESA (P.Maffei)   

 

Cum religionis causa aedem Pauli Apostoli extra oppidum

(Ignatius) peteret, et in ipso itinere ad Rubricatum Amnem,

qui Minorissae interfluit, constitisset,

necopinanti repente divina quaedam oborta lux est tanta,

tamque mirifica, ut momento paene temporis,

nullo magistro, quamplurima clare perspexerit

non solum de fidei christianae mysteriis,  verum etiam de aliis

vel subtilissimis  philosophorum quaestionibus atque decretis:

quasi nitidissimo quodam in speculo perspicue cerneret ea quae,

post multam accuratamque lectionem  maximosque labores ac vigilias

vix demum solent homines intelligentia comprehendere.

Atque in eo caelesti prorsus intuitu,

non sine summa animi voluptate acquievit.

 

Quo tanto tamque insigni accepto beneficio,

cum ad agendas Domino gratias

accessisset ad Crucem in propinquo defixam,

oranti sese denuo in aëre spectrum illud obiecit, de quo diximus antea;

sed  (quae nimirum virtus ac potestas est Crucis)

nequaquam  pari splendore vel pulchritudine.

Itaque, quod suspicatus pridem Ignatius fuerat,

tum denique clare perspexit, esse daemonium !

Eodemque deinde saepius apparente, tantum abest ut moveretur,

ut illud etiam baculo per contemptum abigeret.

Atque eius fere generis per id tempus plane divinitus alia multa percepit.

 

Quodam die, dum indicta publica supplicatione Minoressae

religiosum agmen instruitur, et Ignatius interim Beatissimae Virgini psallit,

insistens gradibus templi dominicani,  subito in Deum

ita rapta mens eius est,  ut

quasi per apposita quaedam et maxime illustria symbola,

Trinitatis ipsius numen augustissimum cerneret,

distinctum personis, unum essentia...                                                                              

 

(Liber I, cap.VII). La descrizione della morte, auctore MAFFEI, viene dal libro II. E prendiamo volentieri l'inizio dalla menzione esplicita dei guastati rapporti tra Filippo II e Papa Paolo III, trascurata forse da altri autori con troppa disinvoltura. Perché per un uomo apostolico è pesante il dolore di vedere il suo ben noto "RE CRISTIANISSIMO" in palese contrasto col Papa !!


Hunc Pontificem inter et Philippum catholicum regem

exorto gravi et periculoso bello -quod brevi deinde compositum est-

cuncta misceri, compleri armatis Urbs,

tympanorum ac tormentorum horrifico strepitu omnia personare:

pacis artibus parum admodum loci esse.

 

Quocirca Ignatius,

pertaesus temporum et Societatis rebus utcumque compositis,

contemplandi studio secessit in villam

quam non longe ab aede Sanctae Balbinae ad Thermas Antonianas

in usum praecipue Romani Collegii

amicorum benignitate nuper exstruxerat.

 

Ibi vel tectorio novi operis male acceptus,

vel urgente iam senio, lethalem in febrem incidit sic,

ut cum eius intima urerentur praecordia, nullus in facie pallor,

nulla in toto corpore signa mortis exsisterent.

Tantum insolita quaedam lassitudo in membris ac motu apparebat.

 

Itaque domum relatus, in lectulo collocatur.

Accersiti confestim medici,

bono animo iubent nostros esse.

 

At ille, cum sibi ultimum diem instare sentiret, mirantibus ceteris,

misit qui a Summo Pontifice sibi decedenti

salutarem expiationem et indulgentiam ritu catholico precaretur.

 

Deinde, cum ad multam noctem de more vigilasset,

quin etiam nonnulla cum domesticis in rem Collegii transegisset,

sopori se dedit ;  itemque qui aderant cubitum discessere,

nihil admodum periculi suspicantes.

 

At ecce mane postridie,

duo e fratribus, eius vitae cotidianae administri,

cubiculum visendi causa introeunt.

 

Ad lectum sensim accedunt, ac praeter omnium opinionem

vitali spiritu paene defectum offendunt !

Accurritur illico ad socios.  Alii ad medicum advolant;

alii interea ad refocillandas vires, ut assolet, iusculum porrigunt.

 

Quibus ille, cum nihil iam opus esse dixisset,

IESUM intermortuis vocibus identidem appellans,

placidissime efflavit animam,

hora post solis ortum prima, feria VI,

pridie Kalendas Augusti, anno post Christum natum MDLXVI.               

                                                                                                              


 

 


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