APRILE 

               I N D E X

 

  1 Il Battesimo può essere ridotto a folclore ?                                    Godinho

  2  Nel caso di Goa... un po` di toleranza non guastava                          idem

  3 il barocco cercava allora la sua identità                                                Maffei

 

  4  Cronaca orientale: Agatha, Helena, Theodora...                               Schall

  5  Possibile diventare le prime "sante" cinesi 1645                                idem

  6  Si chiede al missionario di fabbricare cannoni !                                  idem

  7  Ecco quello che i "ribaltoni" distrusero !                                               idem

  8  E anche un fortilizio michelangiolesco a Pechino !                            idem

 

  9  Cicerone SI o NO per i nostri gusti ?                                           Erythraeus

10  Il NOBEL per l'oratoria  è di Atene?  di Roma?                           Mazzolari

11 Giudicatelo voi !   Cicerone ha detto la sua !                                  Cicerone

12  E per lui votano a maggioranza gli umanisti.                        Maggioraghi

13  Che non hanno fatto i conti con San Paolo !                               Mendoça

14  Il quale aveva già un forte voto dalla Chiesa Greca       S.Greg. Nyseno

15  Alla quale si affianca col metro virgiliano il VIDA.                                Vida

 

16  Massalubrense e la Costa Amalfitana                                     Giannettasio

 

17  Le Forche Caudine !                                                                           Tito Livio

18  Una veglia penitenziale per il NATALE di Roma !                               idem

19  Che connove anche lo chok !                                                                  idem                   

20  Altri Natali di Roma, Orazio... Floro...                                                     Floro

21  ...e anche secundum Octavium, di Minuzio Felice !                    Minutius

 

22  I panni sporchi Augusto non li lavava in casa !                             Seneca

23  Faremo noi col Giubileo una Historiarum meditatio ?             Palmerius

 

24  Una sosta a Napoli, con il GRAN CAPITAN                                   Mariana

25  Dopo di lui, arriva anche Re FERDINANDO di Aragona                  Idem     

 

26  Giornate romane. Invivibile però la Roma del XVII!                        Donati

27  Ci accompagna una buona guida: il Donati                                       idem

28  Al quale niente risulta arcano.                                                                idem

29  Il Giovius ci procura una passeggiata con Raffaelo !                  Giovius

30  Il Donati aggiunge Michelangelo !                                                      Donati

 

 


APRILE  1

                                    Il Battesimo

                                    Poteva essere ridotto... a  folklore ?

 

Non è un'antologia il luogo proprio per gli argomenti polemici. Ma la polemica nascerà da sola dalla nostra maturazione dialettica. Oggi siamo tutti portati a razionalizzare ogni politica, ogni credo, ogni tradizione culturale o "pseudo", ereditata dal nostro passato. E` quindi scontato che, dopo la lettura delle due pagine che richiederà quest'episodio, con lo stu­pore che susciterà il suo sma­gliante latino (unico scopo di questo situs in Internet), si trove­ranno mesco­late altre angolature!

 

Le pagine provengono da uno storico delle missioni, che si accinge a racconta­re le lodi del suo protagonista, un gesuita portoghese che raggiun­ge Goa come Provinciale pochi anni dopo che ad essa vi è ritornato dal Giappone la salma del grande apostolo dell'Oriente, il Saverio. Questo Silveira Gonzalo SJ, martire del Monomotapa, in terra africana che oggi sarebbe il Zimbabwe, vuol imprimere all'evangeliz­zazione un nuovo ritmo.

 

Tam ingentes hominum greges in Ecclesiae caulas turmatim ingressi sunt,

ut paucos intra dies (in GOA), octoginta quatuor supra octingentos,

primis vero duobus a Gonzali adventu annis,

cum magna fidei existimatione ad tria millia veritati adhaeserint.

 

Sarà a questo punto quando l'autore si abbandonerà al piacere di ridi­pingere, per godimento dei suoi lettori e con tavolozza di alta scuola la­tina, quella fastosa policromia che è tipica di Goa. Vi si riconosce in­fatti facilmente la vivacità cromatica di quello che in seguito sarà deno­minato "il barocco manuelino", nonchè le movenze lente di quell'India, di plurisecolari e antichissime culture, cadenzata però al ritmo dei suoi so­lenni elefanti.

 

E l'autore ci dirà alla fine di questa sua "evasione de­scrittiva": Haec ideo, latius forsitan quam instituti mei ratio postulat, narrare libuit, ut... Ma a noi non interessano tanto i suoi motivi, quanto la decisione di fare questa sosta pittorica, che ci regalerà due giornate piacevo­lissime. (Questi  fatti sono databili all'anno 1558‑1559).

 

Ad alliciendos autem ad Christi fidem infidelium animos

maxime curavit Gonzalus (Sylveira) ut ii qui se Christo adiungerent

APPARATU quoad fieri posset EXQUISITISSIMO

christianis sacris initiarentur.

Itaque Baptismus, quem Provincialis primum Goae instituit,

hunc in modum celebratus est:

 

Basti ciò per introdurre l'argomento. Il resto in due giornate;

 

NICOLAUS GODIGNO (GODINHO),

Vita P.Gonzali Sylveriae, Colonia 1616, lib.I,

cap.XII.pp.48‑51)

 


Pridie eius diei qui Pueri Iesu Circumcisioni est sacer,

vespertinis horis in templo Sancti Pauli solemniter decantatis,

plurimi goani cives, eleganti ac pretioso induti vestitu

equisque insidentes pulcherrime phaleratis,

certo ex loco in publicum prodeunt.

Inter eos mirae magnitudinis et belle instructus graditur elephantus,

lanceis onustus arundineis, ut futurae pugnae arma suppeditet.

Militari ergo ordine atque in specie certa

minis apti dispositi,  ad Societatis Collegium equis feruntur.

 

Ibi, ante aedium vestibulum,

ubi patens area ad rem apta, et satis in duas divisi turmas,

veris alias proeliis diu multumque assueti,

FICTUM  ineunt summa cum peritia  CERTAMEN.

 

Adfuit spectaculo cum caetera nobilitate Praetor Barretus,

augendi religionis opinionem percupidus,

qui cum ex neophytis quidam in ludicra illa pugna

equitandi iaculandique artificio reliquos superasset,

militari ritu ac disciplina, ut in bello solet,

equitis illi Honorem et Insigne contulit.

 

Postero die ad primam lucem

ab omnibus ordinibus ingenti concursu in templum itum.

Sacrum Mysterium pontificali magnificentia celebravit

Ioannes Nonius Barretus, ex Societate Iesu, Aethiopiae Patriarcha.

Ubi rei divinae finis, ducta per claustra Collegii pompa solemni,

qua immortali Deo debita fieret gratulatio.

 

A prandio coacti unum in locum neophyti,

armis et vestibus eximie ornati,

cum signis ac tympanis caeteroque apparatu bellico

sese primum in apertum dant. Tum ad Collegii templum,

inde ad vicinam domum in qua erant cathecumeni progressi,

obsidentium atque pugnantium more

eam circumstant; intusque receptos

ingenti fistularum dispositione festisque acclamationibus

ex ordine salutant.

Interim domo egreditur Praetor,

nobili armatorum stipatus comitatu,

dumque ad templum pergit, obviam fit neophytorum cohorti;

perque speciem concurrendi, vehementer in ipsos impetu irruit.

 

Illi contra alacres agmen claudere, vim declinare,

sclopos ordinatim displodere, fortiter irruptioni resistere;

et tandem victum hostem repellere

seque incolumes integrosque servare.

 

 

APRILE  2

                                             Ancora  iI  Battesimi "stile Goa"  1569

                                             Un po' di  toleranza non guastava

 

Non c'é bisogno di aggiungere altro: lo spettacolo continua. A meno che... vogliate tolerarmi una brevissima rilettura di quanto l'autore ritiene doveroso di dirci nella sua prefazione. Ci sorprende per primo l'asserto che non intende scrivere una vera e propria biografia, ma soltanto un breve profilo non tamen plane expressum, sed tantum adumbra­tum coloribus. Poi, per ragionare la sua scelta, attribuisce ai suoi con­nazionali portoghesi ciò che è un'asserzione classica sui caratteri dei "Castigliani", che sono, e vi riporto parole precise che risalgono ai tem­pi del Cid Campeador, "largos en fazellas, e breves en contallas", espres­sione egregiamente resa in latino come  Quam sunt ad agendum prompti, tam sunt ad scribendum tardi.

                                

Fa anche esplicita declarazione di non professionalità nel latino, e questo vi aiuterà a capire quanto fosse allora questa lingua di uso diffu­so, se ci dimostra di posssederla con sicurissima padronanza anche colui che con le Muse latine, come confessa un altro, nullum iamdiu habet usum et consuetudinem.   Dice infatti cosí il nostro Godigno:  Me vero ab histo­riae et humaniorum litterarum occupationibus alienissimum...

 

Vi aggiungo, da altre cronache di Goa del 1569, altre non meno inte­ressanti notizie su questi battesimi, volutamente folkloristici dove il folklore è un valore primario.

 

Apparantur autem actus hi publici quam amplis­simi

quo facilius Indi ritus impios ac superstitiones dediscant,

quibus certatim operantur hae gentes

externis coerimoniis et gratulationibus,

utpote verae atque internae pietatis prorsus expertes.

 

Abbiamo anche un resoconto numerico dell'intera annata:

3209 battesi­mi al Collegio di Goa, nelle 4 grandi date del 1569.

 

Praeter eos qui in privatis aedibus aegrotantes,

quique in custodiis publicis ac triremibus alibique

eodem aeternae salutis impertiti mysterio, in codicem relati non sunt.

 

Exiguus numerus, si superiores annos respicias;

sin bellicos tumultus et incommoda reputes,

quibus impeditur Evangelium,

nequaquam exiguus: ube­rioris vero messis,

hac tempestate sedata, spes est...

 

Queste notizie, come accennato, sono cronologicamente posteriori a quelle così pittoriche dal Godinho. Provengono da un  Volumen Rerum gestarum, dove sono raccolte interessantissime Lettere, da au­tori varii.  (Stampate poi a Colonia 1634, pp.122 e 128).

 

 

Hisce obiter peractis, eadem neophytorum comitante manu,

venit in Collegium Praetor

atque inde, simul cum Patriarcha et ceteris ordinibus,

ad catechumenos se confert eosque illustri pompa ducit ad templum.

 

Erant stratae plantarum frondibus et odoriferis herbis ac floribus viae;

dispositae certis locis arbores integrae, ut amoenitatem conciliarent;

domorum parietes pretioso tecti peripetasmate ex auro et argento

variique generis serico scite contexto.

 

Pendebant  e fenestris stragulae vestes opere persico conspiciendae

et Ormusiana tapetia materia et arte nullis secunda.

Odoriferi passim liquores in vias effusi,

et odores alii suavissimi certis locis expositi.

Inter haec tympana, tubae tibiaeque et musica alia instrumenta

distinctis spatiis compositae personabant.

 

Factus est ad spectaculum incredibilis ethnicorum concursus

in quibus Brachmanum e genere plurimi,

qui, cum viderent christiana sacra tanto honore coli

et superstitiones suas omnino contemni,

misto cum indignatione dolore miserandum in modum disrumpebantur.

 

Illud etiam ipsos male torsit,

quod se irrisos crederent ab elementariis pueris,

dum isti, mentito Brachmanum habitu, in saltatorio ludo agerent choreas.

 

Trecenti fere coelesti lavacro erant expiandi,

novis omnes induti vestibus et ad baptismi celebritatem aptis;

serta ex floribus in capite, albos in manibus gestabant cereos.

 

Quae premitti solent ex ecclesiastico ritu ante Baptismum coerimoniae,

eas Gonzalus ad ostium templi, ut moris est,

exhibuit viris, sacerdos alius foeminis;

abluendi munus Patriarchae relictum.

Pro multis Praetor,

pro reliquis nobilissimi quique Lusitani spoponderunt.

 

Suscepto baptismo nova illa sanctitatis germina,

ex aqua et Spiritu Sancto regenerata,

apto disposita ordine cereisque accensis, ad aram maximam accedunt

et ante augustissimum Eucharistiae sacramentum procumbunt prona,

proque accepto fidei et lavacri beneficio

gratias Aeterno Deo et Christo Iesu  eius Filio

habent et agunt infinitas.

 

Tum renovati ludi et equestria spectacula finem festo lucique attulere.

 


APRILE  3

                          Quando il BAROCCO incominciava a configurarsi

                                         e, in Portogallo, si chiamava "manuelino".

 

Nella Roma  del 500 ogni successione di Papa era occasione privilegiata per inventare nuove forme festive. Immaginate ora cosa poteva capita­re quell'anno 1535, quando il protagonismo era preso in mano da un re come quell'Emanuele, di Portogallo, che laggiù ha dato il nome a quello stile, che oggi si chiama per l'appunto "manuelino". Sono lieto di poter offrirvi in quest'occasione un locus parallelus, il medesimo fatto  cioè, raccontato però dal Mariana in parole diverse. 

 

Hac occasione Lusitanus Rex,

laetus his copiis quae ex Indico et Africano commercio proveniebant,

Romam honestissimam legationem decrevit in Pontifi­cis obsequium.

Adiunxit -ad ostentationem- amplitudinis pre­tiosa dona:

sacrorum instrumenta, vestes pontificales auro rigentes,

eo splendore, qui ex clarissimis gemmis esse debuit;

ea varietate ut ars cum copia certaret.

Specie, pretio atque elegantia maiori quam vidissent homi­nes 

In  pontificia Aula, vasa auro et argento gravia, artis plena.

 

E Perside  PANTHERAM  mirae pernicitatis,

priscis Romanorum ludis exhiberi solitum animal,

(sed nunc) equi clunibus strati eleganter insidens !

Indi rectoris ad signum sylvas pererrare  ferasque capere edocta.

 

Accessit auro strato turritus ELEPHAS, assuetus inter alia,

flexo poplite venerari Principem;

ad tybiae sonum, pedibus vastique mole corporis motu,

quamvis incondito modulari,

proboscide haustam copiosam aquam  in circumfu­sam turbam effundere...!

 

Denique RHINOCEROS vehebatur,

non visum in Italia a multis saeculis ani­mal,

ferum truculentumque, ut,

cum elephanto commissum, natura inimicis­simo,

veteris magnificentiae spectaculum Romanorum oculis repraesentaret.

Verum qui,  ab ultimis oris advectus, Oceani tremendos fluctus evaserat,

ad Genuenses scopulos fracta navi, periit in ventorum procella !

Catenis impe­ditus,

neque enare potuit neque a vectoribus eripi naufragio.

 

Per quanto si dice del dono di un palliotto ricamato, vi aggiungo che lo potresti vedere ancora

nel Museo di San Giovanni in Laterano.

 

JOANNIS PETRI MAFFEI, Historiarum Indicarum  lib.V (136)

 


Iulio II Pontifici Maximo vita functo,                             

Leo X magna omnium approbatione successit.

 

Huic Pontificatum ineunti, Emmanuel  per Legatos

non obsequium modo, more maiorum, rite deferendum,

sed etiam Indicas opes religionis causa libandas existimavit.

 

Princeps legationis fuit  Tristanus Acunia,

qui res praeclarissimas in India gesserat.

 

Munera fuere complures  ingentis pretii  gemmae,

et pontificalia vestimenta

cum arae bene magno frontali,

cuncta in varias Christi et Sanctorum effigies

ex auro primo et unionibus atque lapillis

admirabili splendore contexta:

quorum qui in eiusmodi rebus intelligunt,

simile nihil in Vaticano sacrario visum affirmant.

 

Accesit e Perside animal

priscis Romanorum ludis ac venationibus mirabiliter expetitum,

panthera tremendae pernicitatis,

magnifice instrati equi clunibus insidens,

ad equitis nutum in silvestres feras involare iampridem assueta.

 

Conspiciebatur etiam, cum Indo rectore militibusque,

turritus elephas, auro strato,

cúm alia egregie doctus, tum vero

ad certa symbola principem flexo poplite venerari,

et inconditos edere ad tibiam motus;

et haustam proboscide ingentem aquae vim,

repente in spectatores effundere.

 

Neque ita multo post, rhinoceros quoque,

non visum in Italia multis iam saeculis animal,

Romam devehebatur, ut cum elephanto commissus

(quicum implacabiles gerit inimicitias)

veteris magnificentiae spectaculum

populo romano repraesentaret.

 

Sed qui ab ultimis terrarum terminis

in Europam incolumis venerat,

ad Ligusticae demum orae scopulos facto naufragio,

cum impeditus catenis enare nequisset,

exoptata plebem urbanam oblectatione privavit...

 


APRILE  4                                  

                                                Donne cristiane

                                                nella Corte di Pechino (1645?)

 

Agatha, Helena et Theodora... Nella compilazione latina delle vario­pinte notizie raccolte dalla Missio Sinensis Societatis Iesu, ex litteris P.Ioannis Adami Schall, una compilazione stampata a Vienna 1665, risulta interessante il capitolo femminile che, per l'appunto, si apre spontanea­mente quando il titolo annuncia: Christiana res in Aula Regia prospero cum successu insinuatur. Sarà in questo capitolo V dove intenzional­mente si vorrà spaziare sui molteplici aspetti concomitanti il vero e definitivo lavoro di penetrazione del Vangelo in quell'impenetrabile Impero.

 

Il P.Schall (che però è il continuatore in quella corte alla distanza di mezzo secolo delle pioneristiche fatiche di P.Matteo Ricci) si è visto concedere un onorevolissimo passaporto come "matematico": e gli è bastato quel bagaglio scientifico, allargato dagli eventi all'astronomia, per di­ventare subito Supremi Mathematum Tribunalis Praeses.

 

Obviamente, gli affaticanti passi di ogni penetrazione sono da spiegar­si in buona parte dall'incrocio simultaneo di tante altre curiosità o stra­neità. A questo punto viene ricordato per primo quel vecchio clavicembalo del P.Ricci, al quale abbiamo altrove dedicato già una pagina. Ma col cla­vicembalo e con la musica si moltiplicano le visite, i contatti; si attira­no spectatorum auditoria, e, poichè questa musica bisogna spiegarla con delle immagini, alla fine le donne – vale a dire, il gineceo in pieno- non possono essere escluse. Più avanti, in occasione di una mostra voluta dall'Imperatore, ecco entrare in scena la "primadonna" che ci voleva, la Regina.

 

Addiderat P.Adamus (ad clavi‑cymbalum) imaginem trium Regum

Infantem Iesum adorantium, atque e cera sic ad vivum efformatam

suisque coloribus distinctam, ut vivere diceres.

Hunc chorum tam illustrium personarum,

cum musica ad Palatium comitatus, fortuito

Eunuchum obvium habuit Primarii intra Palatium Tribunalis Praesidem.

Qui cum musicae esset peritus, rebus istis perquam delectatus,

omnia statim ad Regem vel invitis apparitoribus intulit,

una cum libello supplici,

in quo earum rerum, maxime vitae Iesu Christi ratio dabatur.

 

Retinuit  ea apud se Rex in conclavi praeter morem.

Alia non semel inspecta, mox officialibus custodienda consignat:

qui, quando opus fuerit, rursus depromant. Quin immo,

cor Regis moderante Numine atque ad meliora sensim inflectente,

resedit Rex ad librum apertum, ita absorptus animo,

ut  tertio ad prandendum invitatus non adverterit.

Ad haec advocata Regina,  tabellam comonstrans

digito in puerum Iesum extento, "Hic ‑inquit‑ ipse Fae yù hoàm"

(hoc est: Absque omnibus spiritibus,  Absque omni mensura maior);

Cui Regina ipsa e vestigio,

flexis genibus, caput ad terram usque inclinavit.

 


Rex postea tam librum quam Regum icones

in Aula Regia altiori loco toti Palatio adoranda proposuit et,

iussis omnibus tam Reginis quam Gynaeceo et Eunuchis

confidenter accedere, decem integros dies spectaculo indulsit.

 

Non defuere ex mulieribus nonnullae quae ea quae oculis spectabant

altius in animum demitterent, atque ab Eunuchis,

quorum iam multi christiani erant,

signatarum veritatem rerum edoctae,

ac subinde sincera plenius fide instructae, quoniam Palatium

nec ipsae egredi nec quisquam alius ingredi potest,

ab eisdem Eunuchis baptizatae Christo nomen dederunt.

 

Praecipuae istarum fuere  AGATHA,  HELENA  et THEODORA,

quae ex primo ordine (quarum non plures duodecim)

Reginis quam proximo, interdiu alternatim Regi assistunt

eique libellos supplices alta voce praelegunt:

et quoniam literas edoctae sunt,

dignitate non solum intra Palatium sed extra quoque,

alias sui sexus omnes superant; ideoque

et ante Regem sedere cumque eo latrunculis ludere

et confabulari illis libere concessum.

Quas, si Chinensem Europaeis aulis compares, Principum filiabus,

si non origine, dignitate saltem aequiparare erit necesse.

 

Post has secundi ordinis:  LUCIA, SECUNDA  aliaeque:

ut sensim inferiorum ordinum

prope quinquaginta quae Christo nomen dedissent censerentur...

 

Eaedem quoniam nec tractare cum Patribus  nec colloqui possent,

inter se convenerant  ut,

saltem famulis, eorum domesticis, stipendium et vestes,

Patribus vero ea quae ad ecclesiae cultum erant necessaria,

distributo in vices onere, ipsae curarent...

 

Numerus puellarum quae in palatio vel Regi vel Reginis

(quarum tres sunt lege Regni, duae tamen dignitate minores,

et flectere genua ante Principem Reginam solitae) deserviunt,

bis millium est: electae omnes, et ut plurimum,

certis diebus festivis, quales sunt Natalis Regis,

Principium Anni et similes,

ab Eunuchis ac proceribus dono dantur.

 

Eunuchi, quorum facile decem milia numerantur,

omnes e plebeiorum filiis constant...

 


APRILE  5

                                   Avrebbero potuto diventare perfino

                                   le prime sante cinesi, 1645 !

 

Ne sono più che sicuro; la vostra curiosità è già stata innescata. E questa volta non proprio dalle

donne, bensì da questa stramba istituzione (grazie a Dio, assente nella nostra cultura occidentale)

degli Eunuchi, che il nostro autore non esita a denominare anche col più obbrobioso sino­nimo

di  spadones.  Più avanti dirà effeminati.

 

Stralcerò dunque per una nuova pagina una rapida descrizione del ruolo politico‑sociale di questi

Eunuchi, e prenderò dal seguito qualche altro episodio dove le donne cristiane saranno

 ancora protagoniste. E poiché di spazio ne abbiamo a sufficienza, chiuderemo

con l'ultimo capoverso di que­sto Cap.V, che inquadra in un più largo orizzonte storico quanto

abbiamo in mano in queste due pagine.

 

Quando Eunuchi in Aulam adleguntur

(quod plerumque interiectis aliquot annis evenit)

prius sollicite expensi, siquidem sine naevo aut macula,

nullo morbo obnoxii inveniantur, admittuntur equidem:

sed rursus strictiori examine in suas classes distributi:

meliores iuxta Regem ac Reginas retinentur,

reliqui per Tribunalia Palatii (quae olim viginti quatuor

erant numero, nunc tantum quindecim) distribuuntur.

 

Ex his nonnulli praedictis puellis pro servis

ad externarum rerum negotia tractanda assignantur,

Illarum meliores, praeter Eunuchos, habent pedissequas,

quae et ipsae, cum exire Palatio nequeant,

si quid foris agendum est, Spadonum quoque opera perficiant oportet.

 

Eunuchi omnes, cum condicione sint abiectissimi,

si qui intra Palatium studiis applicantur,

superbiae intolerabilis evadunt:

qui vero ad infima officia abiciuntur,

nulla ingenuitate praediti, abiectos mores excolunt;

nec mirum si quae per eos fiunt,

vel indolis condicione vel consuetudinis vitio, a recto devient.

Omnem P.Adamus  (Schall)  applicuit industriam

ut ex tanta hominum foece, aurum, si posset, eliceret...

 

Ad foeminas nunc redeamus. 

Prodigio plane simile fuit postea,

Regno bellis cladibusque perturbato, nonnullas istarum mulierum

christianae professionis perseverasse tenacissimas.

Aliae, viris in matrimonio collocatae, nihil ideo fidei Deo datae remiserunt.

Aliae, quod nollent nubere, in parentum domum

coelibem vitam etiamnunc ducunt.

 


Placet Helenae meminisse,

locum omnino inter christianas pro virtute heroinas promeritae.

Haec iussu Tartarorum Regis ad Palatium, unde fugerat, revocata,

uni ex Nobilibus Tartaris dono consignatur.

Isque eam domum iam ducebat. Ubi ad fluvium,

qui per atria Regiae  variis maeandris discurrit, deventum fuit,

quod putaret (nec vane!) se pro concubina abduci,

e ponte praecipitem sese in flumen dedit;

tamen, inde extracta, ob tibiam e casu laesam dimissa  est,

vel ita, voti puritatis vindicandae compos,

domi suae sibi deinceps et Deo vacavit.

 

Ex eadem cognitum postea

quis REGIS versus christianam legem tum animus fuerit.

Referebat enim illa, viso Libro et Vita Christi

quam Pater Adamus obtulerat, in Aula sua deambulantem,

interiectis crebro suspiriis, in haec interdum verba erupisse:

"Et quis haec audita,  quis lecta mihi explicabit ? "

lectione ac sermonibus commotum caelitus animum testatus !

                                                                          *  *  *

Sunt in Regno Chinensium, praeter innumera oppida muris cincta,

urbes frequentissimae.

Inter has, dignitate et amplitudine plerumque

maiores et quasi metropoles Provinciarum ac Regnorum 159.

Ex his hactenus nulla a perduellibus occupata aut direpta,

quamvis ex aliis plures captae aut incensae:

ad haec quas occupaverant, iterum dimiserant,

solisque urbium populationibus ac direptionibus contenti,

ut vagi latrones per Imperium grassabantur.

 

Verum anno praesenti,

qui decimus tertius erat Regis a suscepto Regno,

quo ipso ingressa Chinensium aulam Dei cognitio,

ab eius Principe male neglecta fuit,  praedones

ad capiendam et depraedandam urbem eam animum adiecerunt,

ex qua primus Familiae huius Imperatoriae monarcha,

HUM CHU  dictus, fuit oriundus.

 

Inde scelestis ab insessa hac civitate animus accrescens,

ad Imperium universum occupandum,

ut postea dicemus, prorupit.

 

Quo fluctu absorptus Imperator solio excidit,

vitamque infami laqueo infelix abrupit.

 

 


APRILE  6

                            Tra le mille sorprese cinesi, anche quella

                            di chiedere al missionario una fonderia di cannoni !

    

Il sicuro gradimento delle due precedenti pagine mi incoraggia a fare una nuova sosta in queste cronache cinesi del s.XVII. Nella prima rivedre­mo alcuni spezzoni (filmati!) della precedente avventura, cioè del collau­do dell'artiglieria grossa. Troverete anche scoperta la misura dell'ambi­zione imperiale, che pun­ta­va addi­rittura sui "pezzi da 70": quelli appunto qui definiti 500 tormenta, libellarum 70. Non si cercava per caso l'ato­mica in anticipo di tre secoli?  Ma oggi ci occuperemo piuttosto di quegli altri archibuggi, da portare a spalla si periculum adesset. Non saranno per caso i Kalastnikov?  Poi isolerò per voi sol­tanto altri dettagli pic­canti, ad esempio il tentativo di gonfiare i costi (anticipo mafioso?) e la pronta e infuriata denuncia del gesuita; nonché la non meno rapida sen­tenza del Re. Grazie a Dio, c'era già in Cina un pizzico di sen­sibilità morale, quanto bastava per non far nascere così presto in Cina la "Tangentopoli"!

 

Chi vorrà appro­fondire, sa dove trovare il testo completo, al Cap.VII. Aliis pro Rei­publicae bono molitionibus praeficitur a Rege P. Adamus Schall.

 

Iam crebris irruptionibus Tartari Chinensibus,

ac praesertim Pechinensi Provinciae infesti circum volabant,

interdum prope muros ipsos Regiae imperterriti.

Iturus obviam periculo Rex ac suorum militum pudori,

forte refugientium cum hoste congredi consulere,

statuit tormenta aenea quam maxima fundere,

quibus hostes a Regia deterreret  et  haberet longius,

suos quin etiam plures servaret.  Memor autem Doctoris Pauli,

qui Europaeam Mathesim ab hisce quoque artibus commendaverat,

misit ad P.Adamum supremum Tribunalis Militiae Praesidem,

CHIU nuncupatum,

deditque in mandatis ut prius de machinis amice confabularetur,

et siquidem deprehendisset adesse peritiam,

tum edictum regium promeret quo destinata imperabat.

 

Fecit omnino ut habebat in mandatis Praeses:

nihilque suspicanti Patri Adamo, ab incauto quod quaerebat intelligit:

tum edictum e sinu proferens, tradit, una se proripiens

faustae legationis reliqua apud Principem exsecuturus.

 

Reponebat festinanti Pater:

haec se in libris tradita, non in castris;  lectione, non usu hausisse;

aliud omnino esse ingenium operi, aliud manum admovere !

Experientia plurimum in mechanicis profici ! 

 

Verum ille:  "Incassum haec ‑inquit‑ hoc solum ago

ut Regis apud me mandata exsequar".

Nec a sententia dimoveri se passus Rex,

ubi libello supplici eamdem provinciam deprecatus est  Pater.

 

 

Continuo aes, stagnum, ferrum et quidquid necessarium subministrabat;

adducti mechanici, quotquot desiderati:

locus amplissimus attributus, ubi, non longe a Palatio,

commodius Regi liceret suggerere, si quid opus videretur...

 

Trivialia haec Europaeis miracula deinceps visa sunt Chinensibus,

fusoriae artis in hunc diem ignaris.

Admirationi erat coniunctio formae cum fundo,

extractio ferri quod animans vocatur:

machinae, quibus tam ad immittendum aereae fusionis formam,

quam ad extrahendum inde tormentum res agebatur.

 

Rex tormentorum pulchritudine et commoditate captus,

suggerentibus Eunuchis, credidit minora quoque,

si in castris haberentur, non absimile praestare posse.

 

Annuit igitur quingenta fundi,

quae singula septuaginta librarum pondus non excederent;

si periculum adesset,

a singulis militibus singula in humeris deferenda et asportanda.

(Quasi vero Chinenses, si quemadmodum plerumque faciunt,

in fugam effusi ruant, hoc se onere praegravari vellent!)

 

Evincunt nihilominus Eunuchi: 

verum ea intentione quae deinde patuit,

ut publicum consilium privatae singulorum rei famularetur.

 

Petunt impetrantque a Rege,

et quidem impudenter Patris Adami nomine

quingenta (500) millia aeris et quadraginta (40) millia stanni;

cum fundendis illis machinulis sufficerent

quinquaginta (50) millia aeris et quinque (5) millia stanni !

 

Accurrit ad Tribunal Aedile  Pater, et fraudem detegit

alieno nomine Regi ac Magistratibus maligne affusam.

Verum, senatu nihil adversus Eunuchos audente,

ipsi Imperatori immane furtum,

quo innocens ipse perniciose involvebatur demonstrat.

Audaciam demiratus Rex,

reos causam dicere poenamque pro meritis luere praecepit.

 

Biennio his operibus insudatum est,

iussis edicto a Patre Europaeo artem ediscere Eunuchis;

et mutuis operibus inspiciendis, ultro citroque vacatum.

Donec, peste per urbem grassante, labores intercepti sunt,

pluribus huic studio invigilantibus intempestive sublatis...

 


APRILE  7

                                               Ecco i guasti dei "ribaltoni"

                                               e dei tempi troppo sconvolti:

                                    tutto ridotto al silenzio !

 

Non mi dite che non vi mancava qualche domanda: perché il bucco era troppo aper­to. Rieccolo:

sarà l'argomento per oggi. Se la fonderia è stata voluta dall'Im­peratore, se i cannoni sono stati fusi

sotto l'occhio vigile di P.Schall... come è andato il collaudo? Vi rispondo con delle grosse sorprese:

anzi, tre, l’una piu’ grossa dell’altra. Nel collaudo, il primo sparo è stato un  fallimento, poiché

il proiettile... è andato verso terra ! L' Imperatore è uscito stordito, e la sua prima domanda è stata:

"Che fine ha fatto P.Schall?". Vi tranquilizzerò io: se l'era cavata indenne.

Secon­da sorpresa: i cannoni, finalmente fusi, e fusi anche bene, hanno sveglia­to subito

la voglia dei Tartari, i quali, seduta stante, se ne sono impa­droniti.

Terza sorpresa: tre di quei cannoni li potete visitare oggi in un Museo di Roma, dove,

per l'aggiunta, sono corredati da una doviziosa car­tella didascalica, dalla quale capirete

come mai si trovano lì, nel Museo del Genio Militare.

Il resto nella pagina odierna, zeppa di sconvolgenti in­formazioni per chi riuscirà a leggere ciò

che è esplicito e ciò che si na­sconde tra le righe. Riprendiamo quindi il filo, sul campo del collaudo.

 

Universis ad nutum suppetentibus,

Eunuchi non tam deerant quam incommodabant.

 

Veriti honores patrios in peregrinum hominem devolvendos,

nihil non agebant  quo coeptis remora et fastidium desiderio Regio eveniret.

Primum causati tarditatem operum;

difficultatem et pericula in eorum usu; sumptuum molem...

Deinde cuniculis fraudem promoventes,

per submissos pueros millena fere pondera de metallo suffurati sunt.

 

Per eosdem uni de maioribus tormentis, propediem perficiendo,

priusquam huius laevigationi suprema imponeretur manus,

immisso per os machinae globo ferreo,

pertinaciter scabro adhuc fundo inhaesuro, moras iniecerunt.

Verum ab hac ipsa quam postrema retuli petulantia,

seu explodi invidia,

seu intonare primum in Chinis Europaeorum fulmina

ad commendationem coeperunt.

 

Immissus in focum machinae pulvis pyrius,

ex tormenti ore in terram directo,  fragor:

et male immissus nec arte alia facile revocandus, magno impetu globus erupit.

 

Rex immani machinae tonitru perculsus,

illico quid Patri Europaeo acciderit inquirit;

re nuntiata, tormentum ac pulveres inspicere ipse,

mirari artem et operam, laudare vehementer ingenium voluit...

Suspexere simul sacros ritus et coerimonias,

quarum in publica hac christianae dexteritatis commendatione

oblivisci omnino non oportebat.

 

 

 

Erant haud dubie Chinenses de more  SPIRITUI  IGNIS

inter haec ignium miracula sacrificaturi.

Praevenit superstitionem Pater, et antequam operi

manum et fundendae machinae laborem admoveret,

imaginem Salvatoris una detulit,

erectoque et ornato altari impositam veneratus ipse est,

superpelliceo et stola indutus !

 

Ad haec operarii, flexis coram Domino genibus,

adorare iussi, et divinam operi opem de caelo precari.

Id ipsum Rex futurum suis praedixerat 

vetueratque strenue ne impedirent;

non enim ‑inquiebat‑ isti SPIRITUS  quos adoramus  despiciunt,

sed tenaciter UNUM DEUM colunt, Eiusque praecepta custodiunt.

Caeterum qui fundendis machinis prius inviderant,

non minus iniquo oculo explodendis comprobandisque

postea adstiterunt.

 

Viginti initio fusae sunt, quarum pleraeque

quadraginta fere librarum pondus evolverent;

quamvis initio desiderarit Rex ut quae septuaginta vel octoginta

pondo appendentes globos eveherent compararentur,

satis tamen fuit coepisse a tenuioribus;

quamvis et istas admodum gravate

submissis pro bobus, qui petebantur, mulis in iumenta,

deportari extra urbem in campum

quadraginta prope stadia excurrentem,

per livorem aemulorum contigerit.

 

Capiendo experimento rursus praefecti abs Rege Eunuchi ac milites.

Pars sincerior successus optimos, ut par erat, laudavit.

Pars, quod in toto genere nihil haberet quod improbaret,

vexationibus tamen ac diminutionibus

confictisque proportionum sibi, ut mentiebantur,

non respondentium observationibus,

detrahere si quid possent conati sunt.

 

Mitti solebant equites qui excurrentes globos referrent,

notatis spatiis ad amussim factae praeparationis

et oneratis tormentis commensurandis.

Aliis vera nuntiantibus fuere qui

duos ex maioribus machinis globos in unum locum convolasse

stadiis prope viginti a tormentis dissito asseverarent.

Fraudi larva detracta est, quando adstantibus patuit

duo aera grandiora, consulto in diversas omnino partes directa,

dimittere iactum eodem in termino nequivisse !

 


APRILE  8

                                               Ancora più sorprendente:

                                               chiediamo a quest'Europeo

                                               anche un fortilizio michelangiolesco

 

Questo nuovo episodio, di un Imperatore che esige dal P.Schall un rego­lare studio planimetrico

della fortezza ideale (e io pensavo a quella michelangio­lesca del porto di Civitavecchia), con tanto

di miniplastico in legno e delibera ufficiale tra quanti dovranno partecipare nell'appalto,

vi divertirà fin dalla partenza. A me sembra che più si sia divertito per davvero lo stesso P.Schall,

nel raccontarci questo episodio, dove una ri­chiesta così anomala per un reli­gioso, ha avuto finalmente

lo sbocco da lui puntualmente previsto.

 

Aveva infatti egli stesso scherzato sulla controproposta di chi, scon­tento del suo disegno,

a pianta triangolare, aveva fatto trionfare, per mo­tivi piuttosto scaramantici, la proposta

"quadrangolare". "Io ‑aveva obiet­tato P.Schall‑ l'at­taccherei così e così". E infatti quella fortezza,

volu­ta e costruita quadrata,  fu puntualmente espugnata al primo tentativo di attacco,

non dai Tartari, bensì da una brigata di ladri !

 

E il bello è non soltanto la sorniona ironia di chi l'aveva voluto triangolare, bensí il bel latino che

rende televisivi i commenti.

 

Nondum absolutis machinis

 

(ovviamente si tratta dell'artiglieria grossa,

ma anche di quegli gingilli, progenitori dei kalastnikov)

 

Rex etiam  PROPUGNACULI  modo militari  CONSTRUENDI,

modum et formam petiit.

 

Confecta est e ligno idaea,

ea magnitudine quae proposita facile partes omnes

quarum operae pretium esset exhiberet;

quam postea, in severiori materia, artifex imitaretur.

 

(il resto, tutto di seguito)  (P.ADAMI SCHALL, l.c. pag.53‑54)

 


Prototypo delectatus Imperator

iussit eos Magistratus qui militiae summa cum potestate praeerant,

Patrem ad certum locum extra muros,

deliberandi causa ubinam talia construi possent, convenire.

 

Cum eo ventum esset, omnes inspecto ligneo propugnaculo

et perspecta ratione qua huiusmodi molibus

urbs ipsa ac muri tuto ac facile defendi possent,

uno consensu decreverunt iis uti.

 

Sed et hic nemo alius praeterquam "figulus figulo obstitit".

Adducit non multo post Mathematicos quosdam Spado,

ex iis plerosque quibus inspiciendorum aedificiorum cura demandata est.

Interrogat num incongruum aliquid

in hac propugnaculi forma appareat, utque edicant iubet.

 

" Immo vero ‑inquiunt‑ periculosae plenum opus aleae agitur !

triangularis figura FORMAM IGNIS aemulatur:

et cum STELLA MARTIS genuinam habet consensionem !

suspectam protinus esse oportet,

et cavendum ne expugnationi potius quam defensioni urbis proludat."

 

Creditum ex tripode vaticinium est; praesertim ab effaeminato:

continuo itaque INUTILEM quam suaderet Pater Europaeus

figuram propugnaculi, immo NOXIAM definit.

Tum conticescentibus qui aderant,

aliud quadratae normae quod secum attulerat

a quodam e Supremo Colaorum Senatu,

in musaeo excogitatum exemplar propugnaculi promit,

et laudatum commendat.

 

Stupide garrienti quamvis nemo suffragaretur, nemo tamen contradixit;

coeptumque illico est  opus, ex triangulo, QUADRATUM;

cui simile, muris proxime adequitans cum vidisset Pater,

ad delegatos in hoc negotio conversus:

"Si latro essem ‑inquit‑ hoc ipso ex loco

urbem intra triduum expugnarem".

Ostendens quantum olim Reipublicae profuturum foret

inconsultum prius eorum silentium.

 

Nec vanus augur fuit. Latrones postea murum aggressi sunt

hoc ipso ex loco quem digito Pater demonstrarat,

et parietina tribus aditis perforata,

nulla vel sagitta vel etiam lapide prohibiti,

intra diem tertium urbe potiti sunt,

ubi literatus ille senator inconsultae suae loquacitatis et iuvenilis impetus

a latronibus urbem populantibus, pelle et vita exutus, poenas dedit.

 


APRILE  9

                                               Cicerone SI o NO ?

                                               De gustibus non disputandum !

 

Domanda inconcludente. Segua ciascuno il suo gusto, e non cadda nella tentazione

di polemizzare a vuoto. Quello ch'io offro (qui e nel precedente BREVITER SED QUOTIDIE,

è una tavola imbandita. Del migliore latino?  No: di latino ridotto a PAGINE, che lo rendano

digeribile a prima vista. E sono lietissimo di aver cio’ trovato nelle mie evasioni quotidiane,

a caccia  di una dignitosa fuga culturale dalla scialba cotidianità che ci costruiscono i mass-media.

 

La PAGINA che qui vi offro, del così detto ERYTHRAEUS, mi risparmierà la fatica di "caricare"

il Prologo. Siccome però ci saranno anche in questo secondo volume non poche pagine di questo

estroso GIAN VITTORIO ROSSI, incomincio per darvi di lui questo suo sapo­rito accenno

al gusto della buona lettura: ecco le sue parole:

 

Heri, cum essem otiosus domi, quo molestis cogitationibus

quibus saepe appetor, omnes ad me aditus obstruerem,

cepi in manus librum nuper a te editum,

atque totum illud tempus quod in ea lectione posui,

ita ad nullos curarum scopulos mentem offendi,

ut si tutissima aliqua navi vectus, placidissimum aequor excurrerem.

Detinebat me praesertim abundantia doctrinae atque varietas,

liquidum ac profluens

in nullas obscuritatis salebras incidens orationis flumen,

et copia, in qua naturalis inest -non fucatus- nitor.

 

Etenim ut saepius ex me audisti, tua cum lego

esse mihi satis doctus videor, nam dicis plane quod intelligam.

Sunt enim omnia in tuis scriptis (in hisce paginis)

aperta, dilucida, ac tuis moribus omnino similia,

quae nihil simulatum, nihil fictum obtendunt,

sed quidquid tibi intus in animo latet, aperiunt ac proferunt.

 

Passa egli dopo questo sfogo panegiristico alla critica di certi auto­ri con­tem­poranei, uno dei quali avrebbe addirittura il dise­gno... inverosimile! di interpo­lare nei discorsi di Cicerone alcune audacie figurative di gusto più moderno !

 

Audi alterum, non minus flagitiose insanientem.

Loquen­ti mihi de his ipsis Ciceronis orationibus

apud unum de istis qui volunt omnia calamistris inurere:

Sunt ‑inquit‑ Ciceronis scripta

telae cuiusdam instar simplicis ac nudae, quibus ego

varia ornamentorum genera tanquam phrygium aliquod opus insuerem.

 

JANUS NICIUS ERYTHRAEUS, Epistolarum ad diversos,

liber VII, epistola I (Hieronymo Aleandro Iuniori),pag. 335

 

 

Quodsi huic inornatus est Cicero,  in quo omnes flores,

omnes veneres  atque omnis elegantiae nitor elucet,

in cuius labris, multo verius quam olim dictum est de Pericle,

eloquentiae dea  sessitavit,  ornatusne Caesar videbitur,

cuius COMMENTARII nudi existimantur ac recti,

omni ornatu orationis tanquam veste detracta ?

 

At si ineptus, stultus, insanus semper est habitus

qui eisdem Commentariis praebitam sibi potius quam praereptam

scribendi materiam existimavit, videat ille

qui ornatissimas Ciceronis orationes tanquam infulas ducit,

in quibus pueriles aliquas delicias depingat,

vel tamquam fores vel parietes habet

quos elogiorum carbonibus impleat,

ne in eorum stultorum numero sit habendus,

quorum tutela ex Lege XII Tabularum ad agnatos et proximos abeat !

Sed ego fortasse stultus, qui ea quae non intellego reprehendo,

et inscitiae meae culpam in abstrusam atque reconditam

doctrinae illorum vim varietatemque conicio !

 

Quam ob rem redeo cum illis in gratiam,

meque ad eorum sapientiam prope nihil esse confiteor !

Verum posthac ab eorum libris abstinebo,

meque tecum vel cum iis oblectabo,

qui volunt esse nobis, qui non sumus eruditissimi, familiares.

 

Sed venit mihi in mentem mittere ad te breve opus quod

proximis aestivis diebus, fallendi temporis causa,

ex quibusdam narrationibus olim a me scriptis,

paucis quibusdam additis, texui.  In quo,

si non eadem quae in tuis scriptis orationis copia ac nitor elucet,

eadem saltem mens et conatus apparet.

 

Nam summa data est opera a me, si tamen assequi potui,

ut orationis cursus pure ac dilucide,

velut liquidus ac profluens amnis, nulla verborum insolentia,

nullaque obscuritate, tanquam coeno perfusus devolveretur.

 

Sed ego insanio, qui, dum me debeam exsolvere, tibi artius obstringo.

Quantum enim ad id quod tibi debeo, acceserit,

si aliquid temporis in meis percurrendis insumpseris.

 

Fac me diligas,

et valetudinem tuam publico literarum bono cures diligenter.

 

(Mense ianuario 1648, ex coniectura).

 

 


APRILE  10

                                               Il NOBEL dell'Oratoria classica

                                               appartiene ad Atene... o a Roma ?

 

Incominciarono a domandarselo i romani quando apparve fra di loro quel geniale ciocciaro

che fu CICERONE. Egli stesso dovette pian piano aprirsi a questo destino... e non ebbe troppe difficoltà

a predisporre materiali per gli altri. La domanda esplicita venne forse in occasione di qualche

primo abbozzo di CERTAMEN, non proprio OLYM­PICUM, ma soltanto CAPITOLINUM.

 

Il brano del suo trattato DE ORATORE che ora stralcieremo ha tutte le caratteristiche di

una risposta, forse a lui richiesta, per l'aggiu­dicazione di un ambito premio. E il suo latino

è già di tale nitore, da inclinare la nostra bilancia critica, tutta a suo vantaggio.

 

Da una mia recentissima visita al Mazzolari, che fu con altro nome il Parthenius, ultimo professore

di Latino al Collegio Romano (= Università Gregoriana) al momento dell'estinzione dei Gesuiti,

vi voglio stralciare poche righe che vi consentono di misurare con precisione quale purezza

raggiungesse la sua fede ciceroniana.

 

Habes Ciceronis orationes, has legas.

Plus una hora quam in lectione ciceroniana impenderis tibi proderit

quam reliquorum auctorum ad plures menses producta lectio !

Ego cum a Cicerone discedo,

vix praecipuos oratores qui ab illo extiterunt adeo;

reliquos, et maxime recentes, facile praetereo...

 

Tibi persuadeas rem hanc nec esse exigui laboris, nec temporis;

totum -uti dicitur- requirit hominem, et tempus omne

quod a reliquis studiis vacuum nancisci poteris, sibi vindicat.

 

Magna res est eloquentia, atque haud scio an rerum omnium maxima,

quae non verbis tantum, quantumvis electis et elegantibus,

sed ex plurimarum doctrinarum copia et cognitione efflorescit.

Haec scribo non deterrendi tui causa, sed inflammandi.

 

IOSEPHI MARIANI PARTHENII Epistolae Romae 1863,

epistola VII (p.17)

 

 

Natura nulla est, ut mihi videtur, quae non habeat in suo genere

res complures, dissimiles inter se,

quae tamen consimili laude dignentur.

Nam et AURIBUS multa percipimus, quae,

etsi nos vocibus delectant,  tamen ita sunt varia saepe

ut id quod proximum audias, iucundissimum esse videatur,

et OCULIS colliguntur paene innumerabiles voluptates,

quae nos ita capiunt ut unum sensum dissimili genere delectent,

et reliquos sensus voluptates oblectent dispares;

ut sit difficile iudicium excellentis suavitatis.

 

At  hoc idem, quod est in naturis rerum,

transferri potest etiam ad ARTES.

Una FINGENDI ars est,  in qua praestantes fuerunt

Myro, Polycletus, Lysippus;

qui omnes inter se dissimiles fuerunt, sed ita tamen 

ut neminem sui velis esse dissimilem.

Una est ars ratioque PICTURAE,

dissimilique tamen inter se Zeuxis, Aglaophon, Apelles;

neque eorum quisquam est cui quidquam in arte sua deesse videatur.

 

Et si hoc in his quasi "mutis artibus" est mirandum

et tamen verum, quanto mirabilius in oratione atque in lingua ?

Quae, cum in eisdem sententiis verbisque versetur,

summas habet dissimilitudines; non sic ut alii vituperandi sint,

sed ut ii quos constet esse laudandos,

in dispari tamen genere laudentur.

 

Atque id primum in poetis cerni licet,

quibus est proxima cognatio cum oratoribus,

quam sint inter sese ENNIUS, PACUVIUS ACCIUSque dissimiles;

quam apud Graecos AESHYLUS, SOPHOCLES, EURIPIDES,

quamquam par paene laus in dissimili scribendi genere tribuatur.

 

Aspicite nunc eos homines atque intuemini,

quorum de facultate quaerimus,

quid intersit inter oratorum STUDIA atque NATURAS.

Suavitatem Isocrates, subtilitatem Lysias, acumen Hyperides,

sonitum Aeschines, vim Demosthenes habuit.

 

Quis eorum non egregius? tamen quis cuiusquam nisi sui similis ?

Gravitatem Africanus, lenitatem Laelius, asperitatem Galba,

profluens quiddam habuit Carbo et canorum.

Quis horum non princeps temporibus illis fuit ?

et suo tamen quisque in genere princeps.

 

Sed quid ego vetera conquiram

cum mihi liceat uti praesentibus exemplis atque vivis ?

Quis iucundius auribus nostris umquam accidit huius oratione CATULI

Quae est pura sic, ut LATINE loqui paene solus videatur;

sic autem gravis ut in singulari dignitate

omnis tamen adsit humanitas ac lepos.

 

Quid multa?  Istum audiens equidem sic iudicare soleo,

quidquid aut addideris aut mutaveris aut detraxeris,

vitiosum et deterius futurum.

 

 


APRILE  11

                                               Cicerone ha il pudore...

                                               nonché l’eleganza,

                                               di lasciare a noi la risposta

 

In ogni caso, sarà questa PAGINA una delle più levigate di questa mia collana di ghiottonerie.

Siamo al trattato DE ORATORE, lib.III; cap.VII, e prendo il testo, a modo di introduzione,

per maggiore ampiezza culturale, dai primi accenni ai limiti del dibattito,

che incomincia da altri due campi: pittura ed scultura... e canto “alla Sanremo” !  

 

Servirà inoltre questo excursus ad aprire l'appetito anche per via di quella sua brevissima

esternazione sui cantautori del tempo, che a Cicerone non strappano nem­meno un applauso.

Si direbbe che sembrano piuttosto averlo lasciato totalmente indifferente, senza nessuna idolatria.

 

Quid, noster hic CAESAR

nonne novam quamdam rationem attulit orationis,

et dicendi genus induxit prope singulare ?

 

Quis unquam res praeter hunc tragicas paene comice,

tristes remisse,  severas hilare,

forenses scenica prope venustate tractavit,

atque ita ut neque iocus magnitudine rerum excluderetur,

neque gravitas facetiis minueretur ?

 

Ecce praesentes duos prope aequales, SULPICIUS  et  COTTA.

Quid tam inter se dissimile ? 

Quid tam in suo genere praestans ?

 

Limatus ALTER et subtilis, rem explicans propriis aptisque verbis:

haeret in causa semper et quid iudici probandum sit,

quum acutissime vidit,

omissis ceteris argumentis,  in eo mentem orationemque defigit.

 

SULPICIUS autem fortissimo quodam animi impetu,

plenissima ac maxima voce,

summa contentione corporis et dignitate motus,

verborum quoque ea gravitate et copia est,

ut unus ad dicendum instructissimus a natura esse videatur.

 

Ad nosmetipsos iam revertor, quoniam sic fuimus semper comparati,

ut hominum sermonibus

quasi in aliquod contentionis iudicium vocaremur:

quid tam dissimile quam EGO in dicendo et ANTONIUS ?

 

Quum ille is sit orator, ut nihil eo possit esse praestantius;

ego autem quamquam memet mei poenitet,

cum hoc maxime tamen in comparatione coniungar.

 

Videtisne genus hoc quod sit ANTONII ?

Forte, vehemens, commotum in agendo, praemunitum

et ex omni parte caussae septum, acre, acutum, enucleatum,

in unaquaque re commorans, honeste cedens, acriter insequens,

terrens, supplicans, summa orationis varietate,

nulla nostrarum aurium satietate.

 

NOS autem, quicumque in dicendo sumus,

quoniam esse aliquo in numero vobis videmur,

certe tamen ab huius multum genere distamus;

quod quale sit non est meum dicere, propterea quod

minime sibi quisque notus est et difficillime de se quisque sentit;

sed tamen dissimilitudo intellegi potest

et ex motus mei mediocritate et ex eo quod,

quibus vestigiis primum institi, in iis fere soleo perorare,

et quod aliquando me maior in verbis quam (in sententiis) eligendis

labor et cura torquet verentem

ne, si paullo obsoletior fuerit oratio,

non digna exspectatione et silentio fuisse videatur.

 

Quod si in nobis, qui adsumus, tantae dissimilitudines,

tam certae res cuiusque propriae et in ea varietate fere melius

a deteriore facultate magis quam genere distinguitur

atque omne laudatur quod in suo genere perfectum est,

quid censetis si omnes qui ubique sunt aut fuerunt oratores

amplecti voluerimus ?  Nonne fore ut quot oratores,

totidem paene reperiantur genera dicendi ?

 

 


APRILE  12

                             Gli umanisti, a larga maggioranza

                                               erano più ciceroniani di San Girolamo.

                                               Eccone un campione

 

Vi ricordo il famoso quadragesimale Divi Hieronymi somnium, nel quale sognava

di non essere ricevuto in paradiso, anzi di essere previamente fustigato,  quia Ciceronianus es tu,

non Christianus!  (nel Breviter sed Quotidie, alla data SETTEMBRE 30).

 

Quest'altro, Ciceroniano puro sangue, me lo ritrovo nelle Selecta Latinitatis Scripta, di Emilio

Springhetti (Pontif. Univers. Gregoriana 1951, pag.138s). E dal solo titolo sprizza contagioso

e anche ragionato entusiasmo. Cicero, perfectissimum latinae linguae exemplar,

in manibus semper habendus.

 

Non posso sprecare spazio per ripetervi in italiano ciò che vi dice in ottimo latino il nostro

ANTONIUS MAIORAGIUS (1514-1555), che accumula con travolgente enfasi ogni forma di elogio

e fin dall'inizio, in questo discorso accademico che alla fine sarà catalogato come 

Praefatio in Ciceronis "De Oratore". A lui quindi la parola.

 

 

Unus est eloquentiae parens Cicero,

cuius oratio quovis melle dulcior est,

sapientissimis sententiis gravibusque verbis ornata et perpolita,

quae merito flexanima atque regina rerum dici potest;

ita de horridis rebus nitida, de ieiunis plena,

de pervulgatis nova videri solet,

gravis, erudita, liberalis, admirabilis.

 

Unus est a nobis auctor imitandus,

unus suspiciendus, unus semper in manibus habendus;

huius sententias, huius verba, huius numeros

omni cura, studio, diligentia persequi debemus,

qui distincte, qui explicate, qui abundanter, qui illuminate,

et rebus et verbis dicit,

et in ipsa oratione quasi quendam numerum versumque conficit. 

 

Hunc si aliquo modo sectari atque adumbrare cupimus,-quoniam aequare non modo quisquam potest, sed ne sperare quidem debet-

verborum in primis delectus habendus est,

quod eloquentiae principium esse Caesar dictitabat,

ut nullam penitus dictionem, nullam vocem admittamus,

quae non elegans, latina, ciceroniana esse videatur.

 

Deinde compositionis ratio diligens adhibenda est,

ut neque asperos habeat concursus, neque disiunctos atque hiantes.

 


Tum rerum ordinem et argumentorum

collocationem atque probabilitatem

advertere diligenterque imitari oportet.

 

Postremo sententiarum et verborum lumina,

quas vel figuras vel exornationes appellamus,

summa cum industria persequenda sunt,

quibus -quia tam frequenter utitur Cicero- sunt qui putent

eius eloquentiam vel hac una de causa summopere esse laudandam.

Sed haec non nisi acri studio, magna diligentia, summo labore,

longa exercitatione percipi possunt !

 

Itaque non mirum est si tam rari sunt qui

ciceronianam dicendi maiestatem et eloquentiae virtutes exprimant,

quoniam plerique vel imitandi rationem ignorant

vel laborem omnino refugiunt.

 

In hac enim parte plurimi decipiuntur,

qui cum aliquas Ciceronis clausulas excerpserint,

se germanos atque veros Ciceronis imitatores arbitrantur;

cum imitatio vera non in verbis tantum,

sed in rebus magis atque ordine constet,

neque quisquam recte Ciceronem imitari possit

nisi qui studiis iisdem quibus ille utebatur, se totum tradiderit;

ut non tantum verba -quod plerique faciunt-

sed etiam sensus et virtutes, quod pauci facere possunt, intelligat.

 

Habet enim hoc proprium et quasi peculiare Cicero,

ut longe graviores et reconditiores plerumque sententias

in se habeat, quam prima fronte prae se ferre videatur,

ut non sine causa Quintilianus dixerit:

"Ille se profecisse sciat, cui Cicero valde placebit".

 

Quodsi usquam Cicero doctrinam summam atque eruditionem ostendit,

in his certe libris tam multa recondita sunt

et ex intimis disciplinis decerpta atque delibata,

ut nihil doctius aut eruditius excogitari possit;

quae nonnisi  magno studio diligentique consideratione possunt intellegi.

 

Quare mihi vestra opus erit attentione, auditores,

dum has latinae linguae divitias, hos eloquentiae fontes,

hos rerum pretiosissimarum thesauros

interpretatione mea vobis aperio,

quos, si degustare semel coeperitis,

non tantum summam ex eis utilitatem

sed etiam tam incredibilem iucunditatem percipietis,

ut nihil vos aliud magis delectare possit.

 


APRILE  13

                                               Utrum Divus Paulus sua eloquentia

                                               veteres oratores superarit

 

Altro dei gratuiti e provocatori PROBLEMATA del "nostro" Mendoça (il VII, del libro III, pag.56) ripieno

a sua volta di convenzionale retorica, parte dal preteso e convenzionale asserto che S.Paolo non

sia stato proprio un campione di cultura. Dimentica però (oltre al manifesto peso specifico di quanto

di esso è finito tra i Libri Canonici della Chiesa Cattolica) che la città dei suoi natali fu Tarso

di Cilicia, conservatrice allora della cultura ellenistica, che Paolo non poteva non mettere a confronto

con quanto a Gerusalemme impa­­rava dal magistero del grande Gamaliel, un Nobel

ante tempus del integra­lismo ebraico.

 

Leggeremo oggi, una dopo l'altra, la conclusione smagliante del Mendoça, e la sbalorditiva

e più sorprendente PAGINA di San Paolo, valida da sola a candidarlo come sicuro vincente.

 

(HOC PROBLEMA VII)  ita breviter definiam,

duplicem eloquentiam distinguendo;

 

UNAM levem, mollem, fallacem, adulatricem, iuveniliter exultantem,

Sirenum cantibus persimilem  et, ut aiunt,

phaleratam, pigmentatam, calamistratam;  ac denique

solum ad blandiendum auribus et ad colligendam auram popularem

et ad praestigias quasdam inducendas comparatam.

 

ALTERAM gravem, masculam, maturam, cygnaea quadam canitie venerandam,

succi et sanguinis plenam, virium nervorumque foecundam,

quae tota ad excolendos animos, ad extirpandos errores,

ad persuadendas virtutes, ad totam rem publicam

bonis moribus expoliendam et formandam efficaciter enitatur.

 

Igitur asserimus Paulum

NULLUM cum illa priori commercium habuisse, cum hac posteriori  MAXIMUM.

Non quaesisse in dicendo flores sed vires: non verborum aucupia,

sed rationum momenta: non serviisse auribus, sed animis profuisse,

et  in huius studio eloquentiae sic elaborasse ut,

inter omnes omnium saeculorum oratores facile PRINCEPS videatur.

 

Passiamo così alla citazione del brano prescelto dalla Liturgia cattolica per la Commemorazione

della CROCE. Ad Cor.1, 18-31 (anche nella Liturgia Horarum, IV 1365).

 

Sarà tuttavia importante non guardare il testo paolino soltanto come brano liturgico. Ricordate che

stiamo aprendo una gara di eloquenza, dove l'audacia di Paolo, che si sta rivolgendo senza peli

nella lingua a quei corrotti Corinzii  con la grande novità del cristianesimo, che è la morte in croce

di un DIO ! Solo così potremmo valutare la sua oratoria come la più trionfante vittoria

di una "eloquenza" (spiegata da lui come “non umana” fin dalla prima riga del capitolo 2),

con la quale  possiamo anche noi dichiararlo VINCENTE di questa gara, con l'incredibile e

ardi­mentoso tema  -per niente scolastico-  di un DIO CROCEFISSO !

 


Fratres:  Verbum CRUCIS,  pereuntibus quidem, stultitia est;

iis autem qui salvi fiunt, id est nobis,  DEI VIRTUS EST.

Scriptum est enim;

"Perdam sapientiam sapientium et prudentiam prudentium reprobabo"

Ubi sapiens? ubi scriba? Ubi conquisitor huius saeculi ?

Nonne stultam fecit Deus sapientiam huius mundi ?

 

Nam quia in Dei sapientia non cognovit mundus per sapientiam Deum

placuit Deo per stultitiam praedicationis salvos fieri credentes.

Quoniam et Iudaei signa petunt, et Graeci sapientiam quaerunt;

nos autem praedicamus  CHRISTUM CRUCIFIXUM,

Iudaeis quidem scandalum, Gentibus autem stultitiam;

ipsis autem vocatis, Iudaeis atque Graecis,

CHRISTUM,  DEI VIRTUTEM   ET  DEI SAPIENTIAM.

Quia quod stultum est Dei sapientius est hominibus

et quod infirmum est Dei fortius est hominibus !

 

Videte enim vocationem vestram, fratres,

quia non multi sapientes secundum carnem,

non multi potentes, non multi nobiles.

Sed quae stulta sunt mundi elegit Deus ut confundat sapientes;

et infirma mundi elegit Deus ut confundat fortia;

et ignobilia mundi et contemptibilia elegit Deus,

et ea quae non sunt, ut ea quae sunt destrueret,

ut non glorietur omnis caro in conspectu eius.

 

Ex ipso autem vos estis in Christo Iesu, qui factus est nobis

sapientia a Deo et iustitia et sanctificatio et redemptio;

ut quemadmodum scriptum est: "Qui gloriatur, in Domino glorietur"..

Et ego, cum venissem ad vos, fratres,

veni non in sublimitate sermonis aut sapientiae,

annuntians vobis testimonium Christi;

non enim iudicavi me scire aliquid

inter vos nisi  IESUM CHRISTUM,  et hunc CRUCIFIXUM.

 

Et ego in infirmitate et timore et tremore multo fui apud vos,

et sermo meus et praedicatio mea

non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis,

sed in ostensione spiritus et virtutis,

ut fides vestra non sit in sapientia hominum, sed in virtute Dei.

 

Da Mt.10,18 verrà la puntuale spiegazione: c'è di mezzo lo SPIRITO !

 

Dum steteritis ante reges et praesides,

nolite cogitare quomodo aut quid  loquamini:

dabitur enim vobis in illa hora quid loquamini. 

Non enim vos estis qui loquimini, sed SPIRITUS PATRIS VESTRI,

qui loquitur in vobis !

 

 


APRILE  14 

                                                Altro voto in più per San Paolo

                                                è dalla Chiesa Greca,

                                                firmato da S.Gregorio di Nyssa

    

Noi moderni abbiamo così sconsideratamente intorbidato il nostro linguaggio religioso (chiamiamolo

pure teologico, pastorale o -al limite, conciliare, sinodale-) che quando poi, anche per caso,

ci  imbattiamo in un "pezzo sacro" stentiamo a parlarne con il suo proprio linguaggio.

 

Gregorio di Nyssa (+ l'anno 400) parte decisamente verso la risposta alla nostra domanda

sulla eloquenza di S.Paolo, con parole che niente altro necessitano per diventare convincenti,

malgrado l'assoluta brevità, pregio peculiare delle due lingue classiche, greca e latina.

Ci potrebbe bastare anzi, la prima parte, che non oltrepassa questa stessa pagina introduttoria.

 

Guardate -qui addirittura in latino facile facile- il solo brano introduttivo. Il resto, quello che segue,

è di automatica comprensione. Proviene il tutto dalla Liturgia Horarum, feria II hebdomadae VII

per annum (editio Vaticana III, 310-311).

 

 

PAULUS, maxime omnium exquisite,

et QUI CHRISTUS SIT novit,

et QUALEM ESSE OPORTEAT  QUI  AB EO NOMEN ACCEPIT,

ex his quae gessit, ipse declaravit.

 

Nam adeo accurate ILLUM  imitatus est,

ut in se Dominum ipsum expressum ostenderit,

quippe qui diligentissima imitatione,

formam animi sui ita transtulit in ipsum exemplar,

ut non amplius, qui loquebatur, PAULUS,

sed CHRISTUS esse videretur,

quemadmodum ipsemet dicit, qui propria bona pulchre sentiebat:

 

" Quoniam experimentum -inquit- quaeritis

EIUS qui in me loquitur, CHRISTUS.

Et:  Vivo ego, iam non ego, vivit autem in me Christus".

 


Hic igitur nobis

et quam vim nomen hoc CHRISTUS  habeat  patefecit,

cum diceret CHRISTUM esse  Dei Virtutem et  Dei Sapientiam,

cumque et PACEM  ipsum nominaret

et LUCEM INACCESSIBILEM  in qua Deus inhabitat,

EXPIATIONEM    et REDEMPTIONEM   et SACERDOTEM MAGNUM

et PASCHA

et PROPITIATIONEM ANIMARUM,

SPLENDOREM GLORIAE  et FIGURAM SUBSTANTIAE,

et EFFECTOREM SAECULORUM,

CIBUM et POTUM SPIRITUALEM,

PETRAM ET AQUAM,

FUNDAMENTUM  FIDEI,

et ANGELI CAPUT,

et DEI  INVISIBILEM  IMAGINEM,

et  MAGNUM  DEUM, caput corporis Ecclesiae,

et NOVAE CREATURAE PRIMOGENITUM,

et PRIMITIAS EORUM QUI DORMIERUNT,

et PRIMOGENITUM  EX MORTUIS,

et PRIMOGENITUM  EX MULTIS FRATRIBUS,

et MEDIATOREM  DEI ET HOMINUM,

et FILIUM UNIGENITUM,  gloria et honore coronatum,

et DOMINUM GLORIAE,

et RERUM PRINCIPIUM,

et REGEM IUSTITIAE.

 

Ad haec et REGEM PACIS,  et REGEM OMNIUM,

imperium regni nullis terminis circumscriptum obtinentem.

 

His et aliis id genus nominibus Eum appellavit;  quae tam multa sunt

ut, prae multitudine, haud facile numero comprehendi possint.

 

Quae quidem omnia,

si inter se componantur et singulorum colligantur significationes,

mirabilem nobis huius nominis CHRISTI vim aperient

et maiestatis illius, quae verbis explicari nequit,

tantum ostendent, quantum animis et cogitatione capere valuerimus.

 

Quamobrem cum omnium maximum et divinissimum

et primum nomen Domini nostri bonitas nobis impertiverit,

ut Christi cognomine decorati appellemur CHRISTIANI,

necesse est ut omnia nomina quae vocem hanc interpretantur

in nobis item conspiciantur expressa

ne falso vocati CHRISTIANI videamur,

sed ex vita testimonium habeamus.

 

 


APRILE  15

                                               Ancora altro voto più esplicito

                                               e con peculiarità più consistenti:

                                               nel metro virgiliano del VIDA

 

Il VIDA è stato per me da sempre un "illustre sconosciuto", la cui personalità ho in seguito dovuto rintracciare nella Treccani. Ma sfoglia sfoglia... è diventato un amico inseparabile. Leggevo addirittura il suo Inno allo Spirito Santo in una delle non infrequenti notti insonni... e mi capitava perfino di non trattenere il fiato; mai una lettura così suggestiva mi aveva portato dal primo all'ultimo versetto senza uno sbadiglio, senza sbirciare l'orologio !

 

Orbene. Da una lettura più riposata mi era rimasto il proposito di leggere il suo Inno a San Paolo, quando, dopo aver fatto un calcolo se mai fosse in lui trovabile anche questo pregio, di poter considerare il Tarsense oratore eloquentissimo, capace di farsi intendere e trascinare il lettore all'ammirazione dell'eloquenza carismatica del suo Santo, appena aperto il volume alla pagina interrotta nella mia precedente lettura, mi trovo trasecolato dinanzi all'inattesa scoperta, che mi costringe a rileggerlo tutto da capo con totale attenzione. Direi di essere stato teleguidato proprio fino ad inciampare nel pezzo profondamente cercato: era proprio quello sopra il quale si erano fissati i miei occhi !

 

Ed è proprio quello che ora vi darò, su misura per le mie PAGINE. Sono esattamente versi 26+20!  Senza che ciò significhi che i precedenti o i seguenti siano strani al nostro quesito: se cioe’ siano queste parole un "voto" a favore dell'eloquenza carismatica di San Paolo. Anzi, vi devo anticipare 4 versi nei quali è completa la lista delle Lettere di San Paolo, a Timoteo, Tito, Filemone, ai Colossessi, agli Efesini, ai Corinzi, ai Tessalonicesi, ai Filippesi, ai Galati, e poi quella a voi, Romani, per non dire "Trasteverini" !

 

     Timotheus bibit inde, bibit Titus, inde Philemon,

           et Solymi in primis hausere, humilisque Colosse,

           cumque Epheso, solo nunc nomine clara Corinthus.

           Et Galatae et Macedonum populi, Aemathiaeque Philippi,

           atque patens Latium ac rerum pulcherrima Roma. 

           Felices! queis parta tuis ea gloria dictis !  (pag 345-346)

 

Non essendo numerati i versi, vi indicherò la pagina nell'edizione che io ho tra le mani.

MARCI HIERONYMI VIDAE, Cremonensis. CHRISTIADOS LIBRI SEX,

cum selectis hymnis de Rebus Divinis. Romae 1834.

 

Scoprirete che il VIDA abbozza con precisione mirabile

l'identikit di questo eloquen­tissimo oratore cristiano.

 

Per populos ideo gressum quocumque ferebas,

ceu LUX gratus eras, et magni Numinis instar.

Digredientem aegre semper dimittere cives

quum gnatisque domoque ad litora curva sequuti

mutuaque amplexi, noctemque diemque morati,

haerebant  totoque erat ingens litore fletus;

remigabantque ratem, quo fluctibus usque dabatur,

spectabant donec pelago evanesceret alto.

 

Vixque inde avelli poterant bona verba precati.

REX etenim Omnipotens, quo se nova tolleret astris

te duce relligio, sensusque ut flectere quires

spectatum huc illuc, decus ori oculisque decoram

addiderant speciem, dumque afflarat honorem

tecum habitans, intus diffusus pectore toto.

Altior hinc maiorque homine haud mortale sonabas.

Nam tibi sufficere ille animo praesentia semper

verba nivis ritu toto cum aethere ningit.

 

Ille tibi occultam quoque vim inspirare, nec usquam

deserere, ut tanto posses superare labori,

claraque signa dabat caelo mortalibus, et te

casibus eripere interdum variisque periclis

illaesum; ut quondam, cum carceris ima teneres

nil opis spectans humanae, protinus ecce

sub pedibus tota coepta omnia in urbe moveri

ingenti terrae motu, quo cuncta soluta

vincula, parietibus patefactis carceris ultro... (pag. 342s)

 

Fortunate animi!  Quam dulci pectus amore

tunc tibi flagrabat!  Quanta dulcedine, quali

nectare perfusus praecordia distillabas !

O ego cur illo infelix, si sontibus ista

praemia erant ipsis, non sum quoque tempore natus

servatus sterile, extremumque relictus in aevum ?

Scita tamen caeli alta latent penitusque reposta

arbitria, ad nostros non pervenientia sensus,

omnia quae te tunc oculis vidisse putarim.

Haec adeo sunt illa nefas quae ferre sub auras

mortali aiebas, sed relligione premenda.

 

Hinc largum epotus mortali pectore flumen

hausisti, quo corda rigas, quo plenus inundas.

Hinc largam effulgens mortali lumine lucem

hausisti, qua corda reples, qua nubila differs.

Et licet omne ipsum vulgo diffundere flumen

arcanamque tibi vetitum sit prodere lucem,

attamen ipse adeo torrens fluis undique, ut ad nos

stillantes veniant transfusim in pectora guttae,

eque tuo erupti radii de sole redundent !  (p.345)

 

 


APRILE  16

                                                Massalubrense e

                                                La Costiera Amalfitana

 

L'autore della pagina odierna non conosceva probabilmente altro itinerario (da Sorrento verso Amalfi)

se non quello marittimo. Ciò condi­zio­na anche il nostro percorso. Partiremo, quindi, da Sorrento

e incomin­ceremo a vedere la Costa Amalfitana dopo i ruderi greco‑romani di Massa­lubrense e della

Punta Campanella.

 

Sed iam tibi, Surrentinum Promontorium praetervecto,

sinus alter angustus magis magisque arcuatus sese oculis offert,

quem Surrentinum hinc, illinc Lubrense Promontorium,

CM admodum passuum intervallo distantia, coërcent ac terminant.

 

Acclivi apricique colles oleisque vestiti,

caveaeque prae se speciem gerentes,

viridissimo quasi serto Sinum cingunt atque intercurrunt.

Is a Pollio Felice nomen obtinet,

qui hic superbissimam olim villam extruxit

et duobus fanis, Herculi uno, Neptuno altero exornavit.

Illius monumenta, quae ab iniuria temporis adhuc vindicantur,

vel ipsis ruinis admiranda sese commendant....

 

Plurima per colles oppidula hac illac,

velut sparsim consita frequentius habitantur,

quae cuncta, uno eodemque vocabulo,

MASSAM  AD  DELUBRUM   incolae indigitant...

 

Superest ultima lingula, quae ad Promontorium usque Minervae

sensim acuminata procurrit...

 

Minervae Promontorium est,  ita vocatum a deae delubro,

quod Graecos olim, qui terras hasce primi incoluerunt,

fabricasse memoriae proditum est.

 

Illius vestigia adhuc exstant: nimirum pavimentum opere tessellato,

eque perlucidis lapillis affabre coagmentatum,

et columnae marmoreae, in quarum capitulis

noctuae, Palladi sacrae, insculptae sunt.

 

Ecco ora, in PAGINA, LA COSTIERA AMALFITANA , che è di:

NICOLAO GIANNETTASIO, Aestates Surrentinae, lib.I cap.I.

 


Meridionale latus,

etsi saxis scopulisque asperum et cultus minime patiens,

tamen convalles plurimas et maritimos colles habet

amoenos aeque ac feraces.

Accedit hominum industria,

quae ibi maior esse consuevit ubi minus terra subministrat.

Ita enim hominum genus est ut

indigentia solers et patiens laborum fiat,

ubertate vero deses et amans voluptatis et otii.

 

Hinc videre licet durissimos vertices emollitos,

victamque silicum pervicaciam:

et quà oleis, quà citreis,

quà malis atlantaeis pulcherrime convestiri.

 

Sicubi vero tellus paulo mollior est,

et succi plus habet, ibi pectita magis;

et vel vitibus consita est vel pomis.

Nempe nullum tam asperum saxetum,

in quo agricolarum industria non elaboret !

 

Universus orae tractus

tot urbibus ac oppidis,

tot villis ac vicis refertus,

situ tam eleganti, tam vario,

ut praeternavigantibus

iucundissimae scenae ac sese identidem variantis

speciem praeseferat.

 

In theatri medio sedet  AMALPHIS,

olim emporio et commerciis celeberrima,

cui ob nauticae pixidis divinam paene dixerim inventionem,

navigandi ars quam plurimum debet.

 

Aër hyeme apricior  hic ac temperatus,

aestate vero, frigidiusculis afflatus auris, quam placidissimus.

 

Ora omnis maritima, reductis sinibus, commoda, fontibus irrigua

atque, antris quamplurimis, et amoena et opaca.

 

Mare vero ipsum maxime piscosum est, praecipue ad Sirenusas,

quae insulae, turritae quasi speculae,

non longulo a  litore spatio absunt.

Quae cum thymo fere semper virescant,

laetissima vervecibus pascua suppeditant...

 

 


APRILE 17 

                                    Per il  NATALE di Roma, 

                                    prepariamoci con  un pensierino penitenziale,

                                    sulla cocente umiliazione delle Forche Caudine !

 

Ne avrete sentito dire di questa pagina nera nelle glorie di Roma. Io stesso ci avevo pensato a non ometterla nel Breviter, ma mi ero rassegnato a non trovarvi il posto, essendo lo stesso resoconto di Tito Livio (che inizia col Libro IX) troppo lungo per la mia dimensione "antologica". Cercherò tuttavia di darvi il succo dell'intero episodio in 3 PAGINE.

 

Trovo in compenso la fondata speranza che i volenterosi lettori, iniziati abbastanza con questo riassunto, ricercheranno spontaneamente l'intero episodio, nella redazione originale di Tito Livio, oppure, in lingua vernacola, in qualche storico che possa aver rittoccato eventuali errori o deformazioni di quella storia, che sarà sempre diversa da quanto criticamente abbiamo il diritto di sapere.

 

Non scenderò quindi a darvi tutti i particolari di quella storia. Questi SAMNITAE delle Puglie, arrocati nei monti, andavano allora cadendo sotto l'influsso di una Roma dominante, che quell'anno 321 a.C. si faceva sentire nella più vicina Campania. Bastò un episodio qualunque per "invitare" i Romani ad un deciso intervento ad Ovest... A questo punto, e trascurando altri nomi e particolari, può già incominciare il nostro brano sintetico: anzi, con la felicissima formolazione dell’esatto punto di partenza: deciso l'intervento ... Ea modo, qua irent, consultatio fuit:

 

 

Duae ad LUCERIAM ferebant viae:

altera praeter oram Superi Maris, patens apertaque,

sed quanto tutior, tanto fere longior; ..

altera per FURCULAS CAUDINAS, brevior.

 

Sed ita natus locus est:

saltus duo alti, angusti silvosique sunt,

montibus circa perpetuis inter se iuncti.

 

Iacet  inter eos satis patens, clausus in medio,

campus herbidus aquosusque, per quem medium iter est.

 

Sed, antequam venias ad eum, intrandae primae angustiae sunt, et

aut eadem qua te insinuaveris, retro via repetenda,

aut si ire porro perges,

per alium saltum altiorem impeditioremque evadendum !!!

 

In eum campum, via alia,  per cavam rupem

Romani, demisso agmine, cum ad alias angustias protinus pergerent,

septas deiectu arborum saxorumque ingentium obiacente mole invenere.

 

 Intrapolati !  Ed è forse questa  la parola giusta.

 

 


Cum fraus hostilis apparuisset,

praesidium etiam in summo saltu conspicitur.

Citati inde, retro qua venerant, pergunt repetere viam;

eam quoque clausam sua obice armisque inveniunt.

 

Sistunt  inde gradum sine ullius imperio

stuporque omnium animos ac velut torpor quidam insolitus membra tenet,

intuentesque alii alios,

-cum alterum quisque compotem magis mentis ac consilii duceret-

diu immobiles silent !

 

Deinde, ubi praetoria consulum erigi videre

et  expedire quosdam utilia operi, quamquam ludibrio fore munientes

perditis rebus ac spe omni adempta cernebant,

tamen, ne culpam malis adderent,  pro se quisque,

nec hortante ullo nec imperante ad muniendum versi,

castra propter aquam vallo circumdant,

sua ipsi opera laboremque irritum,

(praeterquam quod hostes superbe  increpabant)

cum miserabili confessione eludentes.

 

Ad consules moestos nec advocantes quidem in consilium

quando nec consilio nec auxilio locus esset,

sua sponte legati ac tribuni conveniunt

militesque ad praetorium versi,

opem quam vix dii immortales ferre poterant, ab ducibus exposcunt.

 

Querentes magis quam consultantes nox oppressit,

cum pro ingenio quisque fremerent:

 

ALIUS, "per obices viarum, per adversa montium, per silvas,

qua ferri arma poterunt, eamus, modo ad hostem pervenire liceat

quem per annos iam prope triginta vincimus;

omnia aequa et plana erunt Romano in perfidum Samnitem pugnanti" ;

 

ALIUS, "quo aut qua eamus ? num montes moliri sua sede paramus ?

dum haec imminebunt iuga, qua tu ad hostem venies ?

 

Armati, inermes, fortes, ignavi...

pariter OMNES capti atque victi sumus !

Ne ferrum quidem ad bene moriendum oblaturus est hostis:

sedens bellum conficiet !"

 

His invicem sermonibus,

qua cibi qua quietis immemor nox traducta est.

 


APRILE  18

                                                I  Romani alllo sbando

 

Brevissima l'odierna introduzione... frutto forse dello spirito giubilare che ha pervaso la Chiesa Romana anche del buon senso storico... di non voler sentire la storia soltanto come legittima conclusione sempre a nostro favore. Qualche ombra la potrà scoprire la ROMA ETERNA... nella marcia, non sempre liberatrice, talvolta anche infelice, delle sue invitte Legioni...!

 

Et in castris romanis,

quum frustra multi conatus ad erumpendum capti essent,

et iam omnium rerum inopia esset,

victi necessitate legatos mittunt, qui primum pacem aequam peterent:

si pacem non impetrarent, uti provocarent ad pugnam.

 

Tum Pontius:  "Debellatum esse -respondit-

et quoniam ne victi quidem ac capti fortunam fateri scirent,

inermes cum singulis vestimentis missurum:

alias condiciones pacis aequas victis ac victoribus fore:

si agro Samnitium decederetur, coloniae abducerentur,

suis deinde legibus Romanum ac Samnitem aequo foedere victurum.

His condicionibus paratum se esse  foedus cum consulibus ferire;

si quid eorum displiceat, legatos redire ad se vetuit".

 

Haec cum legatio renunciaretur, tantus gemitus omnium subito exortus est

tantaque maestitia incessit, ut non gravius accepturi viderentur

si nuntiaretur omnibus eo loco mortem oppetendam esse.

Cum diu silentium fuisset, nec consules aut pro foedere tam turpi

aut contra foedus tam necessarium hiscere possent, tum Lentulus...

 

A questo punto noterete che, pur non essendo facile fare a meno del discorso, la dimensione

del nostro spazio "antologico" non ci consente di darlo qui nella sua totale redazione titoliviana.

Si tratta ovviamente del solito "giocchetto" verbale di ogni trattativa diplomatica: se l'eventuale accordo

dovrà essere denominato foedus, oppure deditio; alla fine la spunterà il termine sponsio,

una parola che  ormai  “ha viaggiato” troppo ! 

 

Tempus inde statutum trahendis obsidibus exercituque inermi mittendo.

 

Redintegravit luctum in castris consulum adventus;

ut vix ab iis abstinerent manus,

quorum temeritate in eum locum deducti essent...

 

Alii alios intueri, contemplari arma mox tradenda,

et inermes futuras dextras obnoxiaque corpora hosti:

proponere sibimet ipsi ante oculos iugum hostile,

et ludibria victoris, et vultus superbos, et per armatos inermium iter !

 

Inde foedi agminis miserabilem viam

per sociorum urbes reditum in patriam ac parentes,

quo saepe ipsi maioresque eorum triumphantes venissent.

Se solos sine vulnere, sine ferro, sine acie victos !

Sibi non stringere licuisse gladios, non manum cum hoste conferre !

Sibi nequidquam arma, nequidquam vires, nequidquam animos datos !

Haec frementibus hora fatalis ignominiae advenit,

omnia tristiora experiundo quam quae praeceperant animis.

 

Primi CONSULES prope seminudi sub iugum missi:

tum, ut quisque gradu proximus erat, ita ignominiae obiectus:

tum deinceps singulae LEGIONES.

 

Circumstabant armati hostes exprobrantes eludentesque;

gladii etiam plerisque intentati,  et vulnerati quidam  necatique

si vultus eorum, indignitate rerum acrior, victorem offendisset.

Ita traducti sub iugum, et quod paene gravius erat, per hostium oculos !

 

Cum e saltu evasissent,

etsi, velut ab inferis extracti, tum primum lucem adspicere visi sunt,

tamen ipsa lux, ita deforme intuentibus agmen, omni morte tristior fuit.

Itaque, quum ante noctem Capuam pervenire non possent,

incerti de fide sociorum, et quod pudor praepediebat,

circa viam haud procul Capua, omnium egeni, corpora humi prostraverunt.

 

Quod ubi Capuam nuntiatum,

evicit miseratio iusta sociorum superbiam ingenitam Campanis:

confestim insignia sua Consulibus, fasces, lictores,

arma, equos, vestimenta, commeatus... militibus benigne mittunt;

et venientibus Capuam, cunctus senatus populusque obviam egressi,

iustis omnibus hospitalibus, privatis et publicis funguntur officiis...

 

Postero die, cum iuvenes nobili missi a Capua

ut proficiscentes ad finem campanum prosequerentur, revertissent

vocatique in Curiam, percunctantibus maioribus natu,

multo sibi moestiores et abiectiores animi visos referrent,

adeo silens ac prope mutum agmen incessisse,

tacere indolem illam romanam ablatosque cum armis animos,

non reddere salutem, non salutantibus dare responsum,

non hiscere quemquam prae metu potuisse,

tanquam ferentibus adhuc cervicibus iugum sub quo emissi essent..!

 

Habere Samnites VICTORIAM,

non praeclaram solum sed etiam perpetuam !

 

Cepisse enim eos non Romam, sicut ante Gallos,

sed, quod multo bellicosius fuerit,

ROMANAM  VIRTUTEM  FEROCIAMQUE !

 

 

 

 

APRILE  19

                                                            ROMA sotto lo shoc

 

Non è separabile, dal punto di vista dell'interesse storico, l'umiliazione inflitta alle armi ROMANE,

dallo shoc che qualche giorno dopo doveva subire l'umiliata metro­poli. Ciò mi sta ancora

ricordando l'inevitabile omissione di altretante notizie raccolte puntualmente da Tito Livio

e sapientemente inserite nel suo resoconto: nomi e cognomi dei personaggi, risvolti giuridici,

importanti appro­fondimenti psicologici...

 

Ma un'Antologia è soltanto un'antologia, cioè un "mazzolin di fiori". E in questo caso, quando lo storico

non si trova a dover indugiare su informazioni complementarie, per le quali basta

un latino di mestiere, recupera in questo caso, con la dimensione storica, la voglia di far ricorso

ai migliori virtuosismi anche linguistici, senza perciò damneggiare lo smalto trasparente di un latino

che in Tito Livio è sempre da primato.

 

Basti ciò per farmi accettare una prolunga, sulla patetica descrizione di una Roma traumatizzata

da quella cocente emergenza. Un momento così farebbe gola oggi anche a quei giocolieri del linguaggio

che sono i grandi giornalisti o corrisponsali o inviati speciali, che sanno destreggiarsi

tra parole e immagini nelle nostre cronache televisive di mezzo mondo.

Alla Roma di allora queste notizie arrivavano a rilento e ben potete immaginare con quali effetti.

Quindi, attenti a valutare anche su questo punto l'arte di Tito LIVIO.

 

 

TITO LIVIO, Ab Urbe condita, IX, 7 ss.

 

 

 

Quum haec dicerentur audirenturque

et deploratum paene romanum nomen

in concilio sociorum fidelium esset,

dicitur Officius Calavius, Ovii filius, clarus genere factisque,

tum etiam aetate verendus,

longe aliter se habere rem dixisse:

 

"Silentium illud obstinatum,

fixosque in terram oculos,

et surdas ad omnia solatia aures,

et pudorem intuendae lucis,

ingentem molem irarum ex alto animi cientis indicia esse.

 

Aut romana se ignorare ingenia,

aut silentium illud Samnitibus flebiles clamores gemitusque excitaturum !

Caudinaeque pacis (memoriam)

aliquanto Samnitibus quam Romanis graviorem  futuram !

 

Quippe suos quemque eorum animos habiturum,

ubicumque congressuri sint:

Saltus Caudinos non ubique Samnitibus fore !

 

 

Iam ROMAE etiam sua infamis clades erat:

obsessos primum audierunt:

tristior deinde ignominiosae pacis magis quam periculi nuntius fuit.

 

Ad famam obsidionis delectus haberi coeptus erat;

dimissus deinde auxiliorum apparatus,

postquam deditionem tam foede factam acceperunt;

extemploque sine publica auctoritate,

consensum in omnem formam luctus est.

 

Tabernae circum Forum clausae,

iustitiumque in foro sua sponte coeptum prius quam indictum;

laticlavi, anuli aurei positi;

paene moestior exercitu  ipso civitas esse;

nec ducibus solum atque auctoribus sponsoribusque pacis irasci,

sed innoxios etiam milites odisse,

et negare urbi  tectisque accipiendos.

 

Quam concitationem animorum fregit adventus exercitus,

etiam iratis miserabilis;

non enim tanquam in patriam revertentes ex insperato incolumes,

sed captorum habitu vultuque

ingressi sero in Urbem, ita se in suis quisque tectis abdiderunt,

ut postero atque insequentibus diebus

nemo eorum Forum aut publicum adspicere vellet.

 

Consules in privato abditi,

nihil pro magistratu agere nisi quod expressum senatusconsulto est...

 

 

APRILE  20

                                    Roma...secondo Floro... e secondo Orazio

                                    Tutt'altra prospettiva

                                    Come tra la PROSA e le ALCAICHE

 

 

POPULUS ROMANUS, a rege Romulo in Caesarem Augustum,

septingentos per annos, tantum operum pace belloque gessit,

ut si quis magnitudinem imperii cum annis conferat aetatem ultra putet.

 

Ita late per orbem terrarum arma circumtulit, ut qui res eius legunt

non unius populi sed generis humani fata discant:

tot laboribus periculisque jactatus est,

ut ad constituendum eius IMPERIUM,

contendisse Virtus et Fortuna videantur.

 

Quare, quamvis praecipua quaeque

operae pretium sit cognoscere singillatim,

tamen quia ipsa magnitudo rerumque diversitas

aciem intentionis obrumpit,

faciam quod solent qui terrarum situs pingunt:

in BREVI quasi tabella TOTAM eius imaginem amplectar,

nonnihil, ut spero ad admirationem principis populi collaturus,

si pariter atque insimul universam magnitudinem eius ostendero.

 

Così nel L.ANNAEI FLORI, EPITOME RERUM ROMANARUM.

 

Ma la ROMA "IMPERIALE" in questa giornata anniversaria, preferiamo quest'anno lasciarla in mano

ad un grandissimo ORAZIO. Inserire però in questa Antologia una sola ode di Orazio potrebbe sembrare

a qualcuno una offesa, maggiore dello stesso assoluto silenzio. Tuttavia pre­ferisco rischiare,

e inserire almeno uno dei suoi ineffabili CARMINA, che equivalga, se non altro,

alla segnaletica minima verso un filone che da solo potrebbe riempire l'Antologia.

 

Come campione, exemplar unum tantum, prenderò una saffica solenne e grandi­lo­cua,

di enfatica magniloquenza. Una celebrazione opportunistica dell'uomo del giorno, dello eroe messianico, pacificatore del mondo romano: Ottaviano Augusto. Per la data, pur essendo chiari i riferimenti

alla giovinezza di Augusto e alla recente battaglia di Azio, preferisco agganciarla al ricordo

dell'inaugu­razione dell' Ara Pacis, 4 luglio del 13 a.C. Quel giorno si svolsero le solenni

cerimonie immortalate negli stupendi rilievi di quell'altare. Per i turisti o residenti a Roma,

sarebbe raccommandata una sosta dinanzi a questo esemplare monumento.  (Carmina I,2)

 

Iam satis terris nivis atque dirae

grandinis misit Pater et rubenti

dextera sacras iaculatus arces

terruit Urbem,

 

Terruit gentes grave ne rediret

saeculum Pyrrhae nova monstra questae

omne cum Proteus pecus egit altos

visere montes,

 

piscium et summa genus haesit ulmo,

nota quae sedes fuerat columbis

et superiecto pavidae natarunt

aequore dammae.

 

Vidimus flavum Tiberim retortis

litore Etrusco violenter undis

ire deiectum monumenta regis

templaque Vestae

 

Iliae dum se nimium querenti

iactat ultorem, vagus et sinistra

labitur ripa Iove non probante ux‑

orius amnis.

 

Audiet cives acuisse ferrum,

quo graves Persae melius perirent,

audiet pugnas vitio parentum /

rara iuventus.

 

Quem vocet divum populus ruentis

imperii rebus?  Prece qua fatigent

virgines sanctae minus audientem

carmina Vestam?

 

Cui dabit partes scelus expiandi

Iuppiter?  Tandem venias, precamur,

nube candentes humeros amictus,

augur Apollo;

 

sive tu mavis, Erycina ridens,

quam Iocus circum volat et Cupido;

sive neglectum genus et nepotes

respicis, auctor,

 

heu! nimis longo satiate ludo,

quem iuvat clamor galeaeque leves

acer et Marsi peditis cruentum

voltus in hostem;

 

sive mutata iuvenem figura

ales in terris imitaris almae

filius Maiae, patiens vocari

Caesaris ultor;

 

serus in caelum redeas, diuque

laetus intersis populo Quirini,

neve te nostris vitiis iniquum

ocior aura

 

tollat; hic magnos potius triumphos,

hic ames dici pater atque princeps,

neu sinas Medos equitare inultos,

te duce, Caesar.

 

 


APRILE  21

                                      La ROMA IMMORTALE

                                      acquista un altro colore

                                      quando il pennello è in mano a Minucius Felix

   

La fierezza di essere nato a Roma o di essere stato vertebralmente romanizzato spicca, inaspet­-

tata­mente nel OCTAVIUS di Minuzio Felice. Concede egli la parola del contrasto pagano-cristiano,

sorta nel lido di Ostia tra due avvocati afri­cani, che si danno quell'appuntamento per scambiarsi notizie

al ritorno di uno di essi dalla loro Africa. Chi ha letto l'Ottavius sa che l'argomento, invece che

dallo scontro dialettico, è provocato dal gesto incontrollato di Cecilio, che essen­do ancora

pagano, estrinseca un gesto di devozione, inviando un convenzionale bacio quando passano

dinanzi ad un'imagine di Serapis. Non l'avesse mai fatto!  Gli altri due accom­pagnanti,

cristiani, stupiscono senza  dissimulazione: "Ma, ancora tu...?"

 

Si apre così un non troppo sereno dialogo, nel quale il pagano si riscalda, ovviamente nella difesa

del culto tradizionale. Gli altri lo lasciano correre... ma alla fine la schiacciante perorata

di Octavius porterà il malcapitato Cecilio alla resa.

 

Ecco oggi, in una suggestiva inquadratura, l’esaltazione di una nuova ROMA, e le parole entusia­stiche

di chi sa interpre­tare questa grandezza -in terminologia pagana, indubbiamente-

ma con un convin­cimento che ormai ha un altro tono.

 

OCTAVIUS di Minuzio Felice, cap.6

 

 

Cum igitur aut fortuna certa aut incerta natura sit,

quanto venerabilius ac melius antistites veritatis

maiorum excipere disciplinam,

religiones traditas colere, deos -quos a parentibus

ante imbutus es timere quam nosse familiarius- adorare,

nec de numinibus ferre sententiam, sed prioribus credere,

qui adhuc rudi saeculo, in ipsius mundi natalibus,

meruerunt  DEOS  vel faciles habere vel reges !

 

Inde adeo per universa imperia, provincias, oppida,

videmus singulos sacrorum ritus gentiles habere

et deos colere municipes, 

ut Eleusinos Cererem,  Phrygas Matrem,

Epidaurios Aesculapium,  Chaldeos Belum,  Astartem Syros,

Dianam Taurios, Gallos Mercurium,

UNIVERSA  Romanos !

 


Sic eorum potestas et auctoritas totius orbis ambitus occupavit.

Sic imperium suum ultra Solis vias et Oceani limites propagavit,

¨ dum exercent in armis virtutem religiosam,

¨ dum Urbem muniunt sacrorum religionibus,

    castis virginibus, multis honoribus ac nominibus sacerdotum;

¨ dum obsessi et citra solum Capitolium capti colunt deos

    (quos alius iam sprevisset iratos!)

    et per Gallorum acies mirantium superstitionis audaciam pergunt,

    telis inermes sed cultu religionis armati,

¨ dum captis in hostilibus moenibus,

    adhuc ferociente victoria, numina victa venerantur,

¨ dum undique hospites deos quaerunt et suos faciunt,

¨ dum aras exstruunt etiam ignotis numinibus et Manibus !

¨ Sic dum universarum gentium sacra suscipiunt,

    etiam REGNA meruerunt.

 

Hinc perpetuus venerationis tenor mansit,

qui longa aetate non infringitur, sed augetur;

quippe antiquitas caerimoniis atque fanis

tantum sanctitatis tribuere consuevit,

quantum adstruxerit vetustatis.

 

Nec tamen temere -ausim enim et ipse concedere et sic melius errare-

maiores nostri aut extis consulendis

aut instituendis sacris

aut delubris dedicandis operam navaverunt.

 

Specta de libris memoriam:

iam eos deprehendes initiasse ritus omnium religionum,

vel ut remuneraretur divina indulgentia

vel ut averteretur imminens ira

aut  ut iam tumens et saeviens placaretur.

 

¨ Testis Mater Idaea, quae adventu suo

    et probavit matronae castitatem et Urbem metu hostili liberavit;

¨ testes equestrium fratrum in lacu,

    sicut se ostenderant  statuae consecratae,

    qui anheli, spumantibus equis atque fumantibus,

    de Perse victoriam eadem die qua fecerant nuntiaverunt;

¨ testis ludorum offensi Iovis

    de somnio plebaei hominis iteratio;

¨ et Deciorum devotio rata testis est;

¨ testis et Curtius, qui equitis sui vel mole vel honore

    hiatum profundae voraginis coaequavit.

 

Frequentius etiam quam volebamus

deorum praesentiam contempta auspicia contestata sunt...

 


APRILE  22 

                                      I  panni sporchi della famiglia di Augusto:

                                      meglio lavarli in casa !

 

Quando Augusto si trovò impigliato nella vergognosa fatalità di dover punire ‑e conse-guentemente di dare così maggiore pubblicità!‑ alle lussuriose nefandez­ze della figlia Livia (bel capostipite della "DOLCE VITA", prima che fosse inventato questo perverso neologismo!), ben si accorse, tardiva­mente, che, se fossero stati ancora in vita Agrippa e Mecenate, avrebbe egli trovato il modo di risparmiarsi quella umilia­zione, seguendo i loro consigli.

                

Il commento di Seneca, penetrante al suo solito e tacitiano in questo caso, è che questo modo di fare è... un normalissimo metodo di accorta psi­cologia politica: scaricare cioè sugli altri il proprio fallimento!  poi­chè, tutto sommato, anche i più bravi consiglieri in quel caso avrebbero sicura­mente abbracciato la tatti­ca del silenzio. Qui si vixissent, inter dissimulantes fuissent.

 

Chi non vede in queste parole un messaggio occulto a Nerone ‑nonché alla sto­ria che si dovrebbe fare dopo di lui‑ per il silenzio col quale Se­neca si è sentito in obbligo di seguire e dare il suo nulla osta alle per­verse e degeneri decisioni di quell'Im­peratore, suo pupillo ?

 

E` comprensibilmente comodo, anzi, è congeniale tendenza dei potenti, confes­sare post factum che "sarebbero stati disposti a dare ascolto"... a coloro che ormai non sono più in grado di parlare! His virtutem dare vera loquendi, quibus iam audiendi periculum non est !

 

 

SENECA, VI De Beneficiis, XXXII

 

 


DIVUS AUGUSTUS

Filiam  ultra impudicitiae maledictum impudicam relegavit

et flagitia principalis domus in publicum emisit.

 

Admissos gregatim adulteros,

pererratam nocturnis comissationibus civitatem,

forum ipsum ac rostra,

ex quibus pater legem de adulteriis tulerat,

filiae in stupra placuisse,

cotidianum ad Marsyam concursum,

cum, ex adultera in quaestuariam versa,

ius omnis licentiae sub ignoto adultero peteret.

 

 

Haec tam vindicanda principi quam tacenda,

quia quarumdam rerum turpitudo etiam ad vindicantem redit,

parum potens irae publicaverat.

 

Deinde, cum interposito tempore

in locum irae subisset verecundia,

ingemens, quod non illa silentio presisset,

quae tamdiu nescierat donec loqui turpe esset,

saepe exclamavit:

 

HORUM  MIHI  NIHIL  ACCIDISSET,

SI AUT AGRIPPA AUT MAECENAS VIXISSENT !

Adeo tot habenti milia hominum

duos reparare difficile est !

 

Caesae sunt legiones,  et protinus scriptae;

fracta classis,  et intra paucos dies natavit nova;

saevitum est in opera publica ignibus,

surrexerunt meliora consumptis...

 

Tota vita Agrippae et Maecenatis VACAVIT locus !

 

Quid putem ? defuisse similes qui adsumerentur,

an ipsius vitium fuisse, quia maluit queri quam quaerere ?

 

Non est quod existimemus Agrippam et Maecenatem

solitos illi vera dicere;

qui si vixissent, inter dissimulantes fuissent.

 

Regalis ingenii mos est in praesentium contumeliam amissa laudare

et  HIS VIRTUTEM  DARE VERA LOQUENDI

A QUIBUS IAM AUDIENDI PERICULUM NON EST.

 


APRILE  23

                                    Nell’ ANNO GIUBILARE 2000,

                                    abbiamo fatto la puntuale e doverosa                                                            Historiarum  nostrarum  meditatio ?

 

Me la trovo, tutta già fatta, nelle felici Pagine che strapperò al The­saurus Antiquitatum et Historiarum Italiae, un'opera monumentale che editori nordici, di Lugdunum Batavorum (Leida?), percorrendo gli ador­men­tati Archi­vi Italiani, riuscirono -nel 1723- a raccogliere il meglio della nostra cultura, e metterlo, con preciso ritmo geografico, dagli Alpi alla Sicilia, a disposizioni... di pochi studiosi!

 

Inaspettatamente, tra i nomi degli storici che hanno avuto l'onore di affacciarsi  a questi volumi, compare un monografico saggio sui guastati rapporti tra Fio­ren­tini e Pisani, con un  De capti­vitate Pisarum Liber, attribuito a MATTHEUS PALMERIUS, personaggio di identità non troppo chiara. Il suo sintetico latino (che poi sembra sorgivo e trasparente al 100%) sa riassumerci in poche pagine quell’arco di tempo che scorre tra Augusto... e l'infelice spaccatura dell'Italia tra Guelfi e Ghibellini. Non occorre altro per stuzzicare il vostro palato e affrettare la vostra maturita’.

 

Amissa igitur Reipublicae libertate,

omnia unius voluntate et nutu regebantur.

Hinc malorum omnium est aucta materies !

Nam licet primo satis iustum satisque tolerandum

IMPERIUM esse videretur,

statim tamen in tantam ambitionem superbiamque devenit

ut  IMPERII vocabulum et crudele et intolerandum factum sit.

 

Cum igitur IMPERATORES nomine tantum, re vero tyranni facti essent, 

incredibile est pene dictu quam parvo temporis cursu

sit  tanti Imperii facta iactura.

Cives romani, quibus aliqua nobilitas virtusque inerat,

licet, libertatis avidi, principibus eo ipso inimici essent,

pene sunt omnes necati; et alienigenae ad magnas dignitates assumpti.

Opes deinde consumptae, direptae provinciae, in gentes saevitum.

Quibus iniuriis cum multos sibi inimicos fecissent,

et Imperii vires iam satis inminutae esse viderentur,

facile fuit populos et nationes in sese commovere.

 

Diminutis igitur per hunc modum imperii viribus,

primi omnium GOTHI ingenti multitudine et infestis exercitibus,

ausi sunt Italiam pervadere

et, pervastatis passim atque erasis ubique agris,

multisque expugnatis oppidis,  URBEM tandem ROMAM ingressi,

ac, longe maiore quam usquam alias facta praeda, eam diripere !

 

Post Gothorum vastitatem, HUNNI,

deinde VANDALI TURGILONGIque  et HERULI,  iterumque GOTHI,

et post eos LONGOBARDI, per longum tempus Italiam oppressere.

 


Trecentos enim et septuaginta tres annos

(tot enim fuere a primo Gothorum ingressu ad Longobardos expulsos)

per Italiam debacchata est  haec barbarorum immanitas !

 

Quibus temporibus multae urbes oppidaque,

nobilissima quondam, interiere,  et nunc prostrata atque diruta iacent !

Attritis tandem Italiae opibus

SUMMA RERUM ad duos maxime principatus delata est:

ad PONTIFICEM scilicet, qui ecclesiastica tantum iura dicebat,

et  ad  IMPERATOREM, qui saecularia et civilia.

 

Primis illis temporibus,

unoquoque suam solummodo potestatem servante,

satis concordes amicique mansere.

Postea vero, cum interdum confundere inter se iura viderentur

et alter alterius potestatem usurpare,

inter eos discordiae seditionesque coortae sunt,

et tandem ad bellum et arma deventum.

 

Hinc nimirum initium habuerunt factiones duae:

GUELFORUM una, quae Pontifices sequebatur,

GHIBELLINORUM altera, quae pro imperatoribus dimicabat.

Longe lateque per Italiam vagata est haec animorum diversitas:

sed in Etruria maxime desaeviit obstinata perversitas;

in qua civiles discordiae, populorum seditiones et proelia,

rebelliones expulsionesque civium, et cruciatus et caedes

atque rapinae incendiaque, infensissimo sunt animo perpetrata.

Quibus in vastitatibus intestinisque bellis

Florentini Pontificias, Pisani Imperatorias partes sectabantur.

Hinc coortae inimicitiae et divisi animi

eo obstinationis vecordiaeque processerunt, ut

alterius alteri inimicos sedulo foverint et suis tutati sint viribus,

et saepe inter se saeva et plusquam inimica contulerint arma !

 

Quibus in contentionibus,

licet potentissimae Etruscae civitates fuerint,

odiis certe maioribus certarunt quam viribus.

Inerat fastus superbiaque PISANIS, quia olim, terra marique potentes,

Sardiniam, Corsicam et Baleares possederant insulas,

et saepe, navibus formidabiles, potenti navigaverant classe.

Dedignabantur etiam quia vetustate urbis

et antiqua Graeciae originis fama, FLORENTINOS praeibant.

 

Sed, praeter caetera, factionibus diversis animos irritantibus,

instabat PARTIUM CURA -acer et communis populorum stimulus-

quae bella inter utrumque populum gesta, et datas acceptasque clades,

tamquam irarum et odiorum fomitem, tenaci mente servabant...

 


APRILE  24              

                                    Gonzalo Fernández, il "Gran Capitán"

                                    visto qui in colore napoletano !

 

Nessuno dovrà dimenticare che questa è soltanto una Antologia latina, non un manuale di storia. Chi vorrà inquadrare fatti o personaggi delle nostre pagine in una sequenza a tutto campo... dovrà quanto meno rifare le mie pazienti letture del voluminoso libro del Mariana, oppure cercarsi per conto suo altre fonti più aggiornate. Il mio compito si esaurirà a questo titolo in due filmati di alta qualità. Due arrivi quasi successivi: in bre­vissimo tempo sono capitati a Napoli: prima, il plurilaureato Gran Capitán, Gonzalo Fernández de Córdoba, e poi, inattesa, la copia reale, Fernando il Cattolico, accompagnato questa volta non dalla (canonizzabile?) Elisabetta, bensì dalla sua seconda moglie, Germana.

 

A me, che durante il mio felice soggiorno napoletano ho visto il Golfo di Napoli ripieno dalle flotte congiunte della NATO in una sosta dopo le manovre del Mediterraneo (forse una quarantina fra corazzate e incrociato­ri, più un paio o forse tre portaerei...), fa piú impressione leggere in discreto latino anche questi altri momenti storici. Dopo la sfilata ‑che non riempirà nemmeno la pagina‑ il nostro storico sosterà un tantino a descriverci la città: possiamo stralciarne in anticipo almeno l’inizio.

  

Urbs NEAPOLIS, unde universo Regno nomen,

inter praecipuas Italiae civitates numeratur

copiis, amplitudine, numero civium et cultu,

amoenitatis maritimae terrestrisque commodis.

 

Ad Inferi Maris littus sita,

in montis latere Septemtriones inter et Ortum sensim adsurgentis.

Plateae insigni longitudine,  viae ad lineam directae,  (quella Spaccanapoli!)

magnificis aedificiis regiarum ad instar distinctae.

Provinciae proceres magno numero,

in ea urbe assueti maiorem anni partem traducere,

certatim magnifica palatia construunt, structurae genere superbo.

Praecipua Salernitani Principis Gravinaeque Ducis.

Sic factum ut nulla in urbe

plures proceres, Comites, Marchiones Ducesque

quam Neapoli numerentur.

 

Caeli temperies invitat. Fertilisimus ager,

late spatiantibus campis ferendis frugibus et vineis et alendo pecori

bonus affluensque rerum omnium copia;

horti irrigui praecipua gratia,

quorum ex omni parte magnus numerus est,

in quincuncem dispositis arboribus, viridantes insigni amoenitate.

 

Ma...niente dell'onnipresente Vesuvio, che è da sempre l'asse ottico dell'orizonte napolitano !  Forse il P.Mariana non vi è mai stato a NAPOLI !!  Peggio per lui !

 


Commotae multitudini tantisper cedendum iudicans Gonsalvus,

Hispanos pedites secum Neapolim ducere

commutato consilio edixit;

equitibus modo et Germanis cohortibus iussum Suessam praecedere,

propediem iisdem vestigiis secuturus.

 

Pacato ad hunc modum militari tumultu Neapolim est invectus

ad septimum decimum Kalendas Iunii,

triumphi persimili specie.

 

Praeibant Hispani milites, sublatis Hispaniae vexillis feroces,

in suas turmas distributi,

visendo ordine, vestium pretio cultuque certantes.

Proceres urbanaque nobilitas processit obviam

laeto cultu universi.

 

Populus per agros et vias cum filiis et coniugibus effussus,

plausu et vocibus faustis personare.

 

Sacerdotes cum infulis intrantem

ac Divi ipsi prope exciti sedibus suis exceperunt.

 

Fortissimi Ducis habitum cultumque cuncti cum admiratione notare.

Victos fusosque toties hostes sine fine praedicare;

victorias praesentes cum superioribus comparare,

Fernando et Friderico Neapolitanis Regibus

eo adiutore et ductore partis;

de caelo lapsum hominem videri, maiorem condicione mortali !

 

Pompa per plateas ducta, quibus Reges procedere moris erat

cum regium insigne infulasque susciperent,

neque minori apparatu plausuque.

 

Parietes peristromata vestiebant

auro purpuraque fulgentia;

pavimentum floribus stratum, odorum ubique suavitas,

urbe universa gratulatio festaque laetitia.

 

Ii etiam qui Gallicis partibus studuerant, prae aliis,

vultu, qui maxime simulationi servit, ad laetitiam composito,

obsequii promptitudine caeteros superare certabant,

novis officiis offensas priores inducere...

 

MARIANA, Historiae de rebus Hispaniae, lib.XXVIII, cap.I

 

 


APRILE  25                            

                                    Anche  FERNANDO IL CATTOLICO a Napoli !

 

Per vedere più da vicino Napoli e il colore delle sue strade, dovremmo aspettare! Quanto? Finché arriveranno, quasi senza preavviso, i RE CATTO­LICI, Fernando (pri­vo ormai di Isabella) con la nuova Regina. Passeremo quindi al libro XXIX del Mariana, dove, raccontata la prematura morte a 28 anni di Filippo il Bello -che sarà il padre di Carlo V- capita proprio che l'ultimo a saperlo è proprio Re Fernando, che si trova in navigazione ver­so Genova. Raggiunto lì dalla triste notizia, deciderà di sbrigare sol­tanto le cose piú urgenti e fare ritorno in patria. Ma i venti lo portano in tutt’altra direzione. Qui lo vedremo partire da PORTOFINO (Portus Delphini!), sostare a Gaeta, affacciarsi a Pozzuoli... eccolo finalmente a Napoli ! - (Un piccolo aiuto: mannus = ronzino)

 

E Portu Delphini solvens Ferdinandus, quamvis adversis tempestatibus,

in Caietae portum tandem intulit classem.

Ea in urbe et Puteolis dies aliquot substitit, dum Neapolitani

(qui nunquam sibi persuaserant eo Regem perventurum,

praesertim ex quo de obitu Philippi cognitum est)

sese ad eum excipiendum comparant.

Maximus post memoriam hominum apparatus

laetitiae publicae et privatae significatio praecipua extitit.

Eo longior aliquanto mora.

Sed Puteolis ad Ovi arcem abiit, mari circumfusam omni ex parte.

Ac Kalendis Novembris, rebus omnibus paratis,

ex Neapolitana mole, portus ad instar, viginti triremes egressae,

insigni ornatu vexillis et flammulis explicatis,

visendo spectaculo atque ordine ad Regem accessere.

 

Eo praetoriam ingresso, displosere tormenta de more, primum triremes,

arces deinceps et naves quae in portu et ancoris stabant;

ingens fumus fragorque, aurium et oculorum usum aliquanto spatio,

diem quoque ipsum, atra diffusa nebula, abstulere !

Discussa nebula redditaque luce,

sensim triremes se ad molem retulere remis. Pontem ligneum ad mare,

tibicinibus sustentatum contabulatumque asseribus

arcus ex eadem materie erectus claudebat.

Eo loco Regi et Reginae excensuris

Magnus Consalvus et universa neapolitana nobilitas praesto fuere,

intertextis auro vestibus luxu sumptuque certantes.

 

Luctum amissi Philippi splendenti cultu cuncti mutarant:

mixti foeminis mares, aetatis tenerae maioribus,

effusi obviam omni ex parte.

Rex ipse bombycinam trabeam coccino colore gestabat.

Regina aureo rigentem cycladem,

circum humeros breve pallium viridi colore

laqueis eximio decore distinctum.

 


Eam manu Gonsalvus usque ad pontis frontem arcumque perduxit.

Quo loco Rex, eius urbis tabulis et privilegiis sacramento,

more maiorum, confirmatis,

in equum album conscendit;  in mannum aeque candidum Regina.

Umbellam civitatis primores gestabant:

vexillum Fabricius Columna de manu Regis acceptum,

vexilliferi regio et honore addito.

Eius latera stipabant gemini de more feciales.

 

Subsequebatur magnus Gonsalvus in veste

exterius serica, coloris purpurei, subtus aurea;

ad dextram Prosper Columna:

mox alii proceres et principum legati, longo ordine.

Pompae universae laetitiam prae caeteris captivi auxere,

iam libertate donati, diuturni carceris squalore deterso,

meliori in posterum spe laeti ovantesque.

Agmen universum clausere Borgia Sorrentique Cardinales,

post regiam umbellam proximi.

 

Hoc ordine per plateas praecipuas circumducta pompa,

sedesque urbanas quinque, ubi cives et matronae expectabant

visendo ornatu cum vocum et instrumentorum concentu

locis singulis mirabili, in templum maximum tandem pervenit.

 

Quo loco varii monachorum ordines ac reliqui viri sacrati,

cum ferculis et velamentis laetitiae, collegiorum signis,

divorum insignibus, venientes excepere, Deo concinentes hymnum.

 

Quocumque incedebat agmen, multa pretiosa vestis tegens parietes,

multa erant odoramenta disposita.

Ad Arcem Novam, ubi pompae finis fuit, duae Reginae Neapolitanae,

et Hungariae Regina obviam processere, et ipsae

pristinae felicitatis cum subsecutis aerumnis comparatione,

non exigua spectaculi pars.

 

Die postero Rex cunctis proceribus ac nobilitate prosequente,

post universam urbem obambulatam,

in Gonsalvi hospitium divertit,

ea popularitate non Gonsalvo modo cohonestato,

sed et plebis gratiam promeritis,

quae morum et actionum maxime facilitate capitur.

 

Mox de rebus communibus actum est, ac imprimis

de proceribus neapolitanis in pristinum locum restituendis,

uti erat in foedere sanctum.

De magnis et multis praeterea rebus deliberatio futura erat....

                    


 

APRILE  26

                                  ANTHOLOGIA ROMANA  ( in 5 PAGINE )

                                 Da un’ umanista di alto spicco, il Donati

 

Ecco oggi una pagina che, pur non essendo in essa adoperata la moderna ter­mi­­no­­­­logia di SMOG, INQUINAMENTO, MONOSSIDO DI CARBONIO, BIOSSIDO DI AZOTO, ecc. (non saran­­­no nemmeno menzionati il "ponentino" o la più ricono­scibile "tramon­tana"), vi darà tutto sui problemi respiratori di quanti, da consuetudinarii residenti in Urbe, siamo ormai rassegnati a morire di inqui­namento.

 

Conclusa questa pagina, punterà la seguente sul'altro guaio di Roma, cioè la "viabilità", che finisce oggi in quel metafisico malanno definito con efficace neologismo come "invivibilità".

 

Ecco dunque il saporito capitolo, che inizia proprio dalla sua puntuale testata; è quella dell'ultimo Capitolo del Libro I; intendiamoci, di una Guida Latina di Roma, che nessuno di voi credeva potesse esistere.

 

 

CAPUT XXVIII.  An Recens Roma, cum Antiqua conferri queat.

 

Sermo est non de potestate vel imperio, sed de aedificiis.

An videlicet recentium forma ac species cum veterum splendore

conferri aliquo modo queat. Quod brevi expediam.

 

Nam, quod ad duas primas aetates pertinet, nempe

usque ad captam Urbem a Gallis,

tum usque ad bella civilia Syllae Mariique

(quadraginta annos ante Augustum consulem),

non dubito quin praesens forma civitatis

non modo cum veteri conferenda, sed illi etiam anteferenda sit.

 

ALEXANDER DONATUS, opere et loco citatis, pag.102

 

 


Decus et pulchritudinem Urbis tria praesertim efficiunt:

            a) laxitas et directio viarum:

            b) sublimitas, ornatus et amplitudo aedificiorum:

            c) situs; isque sive in planitiem aequaliter extensus,

            sive curvatus in collem aut in summo editus et apricus:

            ad Austrumne an Boream, ad Ortum Solis an ad occasum vergens.

 

Situ vincimus non modo ad aedificandum aptiore,

sed salubriore ed vivendum.

Quod etiam adnotavit Marsilius Cagnatus, medica facultate clarus,

cum scriberet  De Salubritate Coeli Romani.

Situ enim veteris Urbis, testificatione Strabonis,

urgente necessitate ne hostis ex arduo moenibus incumberet,

paulatim septem in montes excurrit.

 

Quibus comprehensis, magna tectorum ac coeli inaequalitas coorta est;

quod praecelsa in montibus aedificia

solem ventorumque flatus libere acciperent;

domus vero ab his opacatae in subiectis angustisque vallibus,

gravem ac nebulosum aërem, nec Solis calore extenuatum includerent,

unde spiritus impurus et noxius duceretur.

 

Iamvero in peramplam et apertam planitiem civitas descendit;

ut quae de Campi Martii amoenitate ac magnitudine

Strabo et Dionysius aliique auctores praedicarunt,

in suam dignitatem commodumque converterit.

 

Eadem Tiberi interfluente ab occasu Vaticanisque Montibus;

a meridie Capitolio, Palatio, Aventino:

ab ortu Quirinali et Hortorum Colle latissime inclusa,

atque his veluti munitionibus adversus Austri, Euri, Africi

aliorumque ventorum nocentes impetus circumsepta,

Aquilonaribus tamen flatibus plana exponitur,

ut humidam hyemis gravitatem tempestive resolvat;

aut hibernos tepores, quibus abundat,

modica caeli tenuitate, quam Arcticus ac purus efficit spiritus,

salubriores reddat, nec raro aestatis immodicos depellat ardores.

 

Quamvis enim non modo Aquilonem et Boream,

sed etiam Austrum Africumque Roma excipiat;

hos tamen quasi per canales et anfractus recipit obiectu collium:

illos accipit aperta et obvia; cum antiquitus in Septem Collibus

Austrinis et Africis flatibus ultro obversa, maxime quateretur.

 

Quo fit ut pestilentes annos,

qui veterem ROMAM frequenter exhauriebant, numerare non possimus.

 


APRILE  27

                             L’ insolubile problema della viabilità di Roma

                              Nasce e cresce dall'invenzione ell'automobile.

 

Dicevamo che in questa descrizione (che non comporta nessun taglio –nel suo autore- dal­la pagina che prima abbiamo isolato), doveva comparire l'altro guaio di Ro­ma, la viabilità !  Quella che i giornalisti rendono sempre colpe­vole della precaria "vivi­bilità" della Capitale...

 

Ad vias venio, quarum plurimae, latae ac rectae,

antiquas multum excedunt.

Prisci enim suam RECTAM habuere in Campo Martio,

herbis dumtaxat obsito, non aedificiis.

Una LATA dedit nomen integrae regioni.

Caeterae, flexuosae et angustae, ipsis damnantibus Romanis,

vendentium adhuc pilis et cadurcis impeditae.

Quod vitium Neronianus ignis postea decoxit.

 

Iamvero aedificiorum usque ad annum Urbis DCLXII,

rarus decor et cultus: cum, ut supra dicebam, ex Plinio,

nullae in publico erant columnae marmoreae:

et pro Crassi magnifica domo, in qua videlicet

sex loti (patulae arbores), quattuor columnae hymettii marmoris

(haec enim praesertim commendantur ornamenta),

Domitius Censor, quamvis ad suggillandum inimicum

sextertium millies promitteret

(id est aureorum vicies quinquies centena milia,

sive duos milliones et dimidium).

 

Quamvis autem in fine secundae aetatis multum decoris splendorisque

domibus adiectum sit;

tamen non dubito quin recentes Pontificis Maximi

Purpuratorum Patrum nobilissimorumque Principum aedes

et laxitate et structura, columnis marmoreis, pilis tiburtinis,

marmoreis incrustationibus, inauratis laquearibus, pictis cameris,

auleis opere belgico, frigio damascenoque peristromatis,

ac reliquo argenti aurique lautisssimo instrumento,

illius aetatis aedibus pares sint,

atque ex his aliquot etiam illis superiores.

 

Nam de templis quid dicam ?

Quae illis non magna et fere altitudine columnarum

quibus epistyllia ad imponendas trabeationes nitebantur definita:

columnae albanae vel tiburtinae,

vel pilae latericiae in speciem columnarum tectorio expolitae:

nullae marmorum crustae, nulla ad exquisitiorem cultum segmentatio,

levigatoque latere caelata sacella;

rarae inhibi picturae, nisi quas exercituum imperatores,

translatis e Graecia tabulis sero invehere coeperunt.

 


Caetera ex auro, argento gemmisque ornamenta,

si Capitolium excipias, ante Augustum, omnino rara.

 

Anno Urbis DLXXXI, Q.Fulvius Flaccus Censor ‑ut ait Livius‑

Aedem Fortunae Equestris faciebat enixo studio,

ne ullum amplius Romae ac magnificentius templum esset.

 

Magnum ornamentum se templo ratus adiecturum,

si tegulae marmoreae essent,

profectus in Brutios Aedem Iunonis Laciniae ad partem detegit,

id satis fore ratus ad tegendum quod aedificaretur.

Quae tamen tegulae iussu Senatus

ad templum Iunonis relatae ac restitutae sunt !

 

Sed quod tandem illud ornamentum erat, ut Aedes Fortunae

esset Romae omnium amplissima et magnificentissima ?

 

At nostrorum templorum omitto primum laxitatem et amplitudinem:

frontes tiburtini candidique lapidis,

compage admirabili machinatorum artificio solidantur:

tholi et hemisphaeriae, non solo eductis parietibus effulta,

sed ex altissimis arcubus

ac velut in aëre pendentibus in caelum sublata!

 

Quot deinde ad aras aut lucentes e marmore aut ex aere

aureis solidisque lamellis vestitae, ac fulgentes columnae ?

 

Quot in adiunctis sacellis

commissorum marmorum versicolores maculae ?

Quae miracula picturarum ?

Quis decor marmorati operis ?

Quis inauratorum lacunarium

et concamerationum sigillatarum splendor ?

Quae musivi emblematis dignitas ?

Quis ornatus pavimentorum ?

Quae seu tessellis vermiculata seu latioribus crustata segmentis

pretiosissimos lapides, ophites, alabastrites, lacedemonios,

viles tamquam glebas, pedibus proculcandos subiciunt ?

 

Quantum in aris argentum, quanta vis auri ac gemmarum,

quam pretiosa vestium supellex,

quanta denique pulcherrimi operis atque ornatus species ac maiestas ?

 

Ut quemadmodum veri numinis religione vincimus,

sic eorum quae Deo consecrantur elegantia cultuque vincamus.

 


APRILE  28

                                      A zonzo per  ROMA centro.

                                      Da arrampicarci sopra il  Panteon

                                     come fece  a  suo tempo  Carlo V                   

 

Ometto a questo punto, ragioni di spazio, le dieci righe che qui avremmo trovate, dedicate alla Basilica di San Pietro. Ci entrò al suo po­sto nel BREVITER una intera pagina eaque succulenta ! Questa qui sarà piuttosto una "panoramica" grandangolare: quasi un ricordo storico di Carlo V, il quale -e saranno pochi a saperlo- si arrampicò per questo capriccio turistico sui tetti del Panteon. Nelle storie del PASTOR troverete anche l'elenco delle chiesette abbatute, per ripulire la planimetria urbanistica. Erano quelli...tempi gloriosi, quando Carlo V rientrava (trionfante o meno?) dalle sue battaglie tunisine.

 

Multa praeterea in Urbe sunt

quae oculos animosque devinciunt externorum.

Horti amoenissimi, obelisci, columnae, fontes pontesque,

alia denique quae prioribus saeculis Roma

vel non vidit vel minus laudanda spectavit.

 

CAROLUS V, Caesar, Tuneto in Africa expugnato,

fugatisque cum Hariadeno Archipirata Turcarum copiis,

triumphans Neapolim primum, deinde Romam,

Paulo III Pontifice, cum venisset, dissimulata persona Urbem invisens,

ut semel universam in conspectum daret,

plumbeos per gradus in aedis testudinatae fastigium

summumque Pantheon evasit.

 

Inde Urbem contemplatus,

eius amplitudinem maiestatemque magnopere commendavit,

sed ille Romam vidit  quam paulo ante hostilis furor igne ac ferro vastaverat.

 

Nondum Urbi pulcherrimorum templorum aediumque nobilissimarum,

quae postea civium ac Principum nobilis contentio extruxit,

splendor accesserat.

 

Nondum eiusdem Pauli Pontificatu in Flaminia et Campo Martis,

successorumque Pontificum in Vaticanis Campis,

ad Forum vetus, in Suburrra,  in Esquiliis, in Viminali et Quirinali colle,

ad Collem Hortorum et Pilam olim Tiburtinam

latas longissimasque vias direxerat,

erexeratque multarum urbium domos studium aedificandi,

munificentia civium et confluentium populorum multitudo.

Ut hoc tempore si Urbem Carolus spectaret,

nescio an priorem despiceret, qui Romam se ipsa pulchriorem videret.

 

Hactenus utramque Romam conferendam iudicavi.


Augusto iam Principe tribusque aetatibus usque ad Gothicum excidium,

cedendum omnino est,

"cum acervata universitate  victus est terrarum orbis"

ut ait Plinius.

 

Qamquam et nunc, viis compluribus rectis, longis latisque

Roma nostra sit pulchrior veteri ante Neronem:

et praeclara quaedam Principum Palatia,

ac Divum templa non inferiora priscis domibus ac delubris,

etiam laudatis, fateatur esse:

 

Vaticanam vero Basilicam

cuicumque huius et consequentium temporum molibus iure opponat.

 

Deinceps, postrema aetate, nunquam pulchrior

quam aevo nostro refloruit, ut referemus libro IV.

 

His tamen aetatibus adhuc spectandum se offert

quo recens Roma praecellat ex ipsa veteri suscepto argumento.

Haec enim Otho Caesar, referente Tacito,

retulit ad milites praetorianos:

 

" Quid? vos, pulcherrimam hanc urbem

domibus et tectis et congestu lapidum stare creditis ?

Muta ista et inania:

intercidere et reparari promiscue possunt.

Aeternitas rerum, et pax gentium et mea cum vestra salus

incolumitate Senatus firmatur.

 

Hunc auspicato a parente et conditore urbis nostrae institutum,

et a Regibus usque ad Principes continuum et immortalem,

sicuti a maioribus accepimus, sic posteris tradamus !

Nam, ut ex vobis Senatores,

ita e Senatoribus Principes nascuntur."

 

Quae, si ad Collegium Eminentissimorum Patrum transferantur

et Pontifices maximos,

qui, vicariam Christi Domini potestatem gerentes,

ex amplissimo ordine deligi solent,

quis fateri non audeat  Urbem tanto Senatu,

Patribus ac Religionum Principe memorabilem

priori iustius anteferendam ?

 

Quae alii accuratius considerant et fusius persequuntur.

 


APRILE  29

                                      Per Michelangelo e Raffaello

                                      mi concederete un anticipato BIS

 

Infatti, io li trovo questa volta insieme, i vostri gloriosi e mai abbastanza  lodatissimi artisti. E ciò mi offre anche l'occasione di mettervi in mano due stili differenziati di latino, oggi Paolus JOVIUS (1483-1552), domani l'ALEXANDER DONATUS, il cui spazio stiamo invadendo. E sarà lui a chiudere questo mese latino che è Aprile. Incomincio da Michelangelo, riportando un brano raccolto dallo Springhetti nella sua collana di SELECTA LATINITATIS SCRIPTA auctorum recentium (saec.XV-XX) edito dalla Universitas Gregoriana 1951 pp.153ss.

 

In pictura pariter scalpendoque marmore

Michael Angelus Bonarota,  Etruscus,

priscorum artificum dignitati proximus accessit,

adeo aequabili fama iudicioque omnium,

ut utriusque artis viri insignes

meritam ei palmam ingenua confessione detulerint.

 

In Vaticano Xistini sacelli cameram

a Iulio II  ingenti pecunia accitus,

immenso opere brevi perfecto, absolutae artis testimonium deposuit...

 

Contingit ei porro laus eximia altera in arte,

cum forte marmoreum fecisset Cupidinem,

eumque deffossum aliquandiu ac postea erutum,

ut ex conceptu situ minutisque iniuriis ultro inflictis,

antiquitatem mentiretur,

insigni pretio per alium Riario Cardinali vendidisset.

 

Feliciore quoque industria Gigantem funda minantem

e janensi marmore absolvit,

qui Florentiae in vestibulo curiae conspicitur.

Locatus est ei demum  Iulii Pontificis sepulchrum,

acceptisque multis millibus aureis,

aliquot eius operis statuas praegrandes fecit,

quae adeo probantur ut nemo secundum veteres

eo doctius atque celerius marmora scalpsisse,

nemo commensuratius atque venustius pinxisse censeatur.

 

Caeterum tanti ingenii vir natura adeo agrestis ac ferus exstitit

ut supra incredibiles domesticae vitae sordes

successores in arte posteris inviderit.

 

Nam vel obsecratus a Principibus

numquam adduci potuit ut quemquam doceret,

vel, gratia spectandi, saltem in officinam admitteret...

 


Tertium in pictura locum  RAPHAEL URBINAS

mira docili ingenii suavitate atque solertia adeptus est.

Is multa familiaritate potentium,

quam omnibus humanitatis officiis comparavit,

non minus quam nobilitate operum inclaruit adeo,

ut numquam illi occasio illustris defuerit ostentandae artis,

 

Pinxit in Vaticano, nec adhuc stabili authoritate,

cubicula duo ad praescriptum Iulii Pontificis,

in altero Novem Musae Apollini cythara canenti applaudunt,

in altero ad Christi sepulchrum

armati custodes, in ipsa mortis umbra, dubia quadam luce refulgent.

In penitiore quoque Leonis X triclinio Totilae immanitatem

ac incensae urbis casus atque pericula repraesentavit

parique elegantia sed  lascivienti admodum penicillo,

Porticum Leoninam

florum omnium ac animantium spectabili varietate replevit.

Eius extremum opus fuit  Maxentii pugna

in ampliore caenaculo inchoata,

quam discipuli aliquanto post absolverunt...

 

Caeterum in toto picturae genere numquam eius operi venustas defuit,

quam gratiam interpretantur,

quamquam in educendis membrorum toris aliquanto nimius fuerit,

quum vim artis supra naturam ambitiosus ostendere conaretur.

Optices quoque placitis in dimensionibus distantiisque

non semper adamussim observans visus est;

verum in ducendis lineis,

quae commissuras colorum quasi margines terminarent,

et in mitiganda commiscendaque vividorum pigmentorum austeritate

iucundissimus artifex ante alia id praestanter contendit,

quod unum in Bonarota defuerat, scilicet ut picturis erudite delineatis,

etiam colorum oleo commistorum

 lucidus ac inviolabilis ornatus accederet.

 

Periit in ipso aetatis flore

cum antiquae urbis aedificiorum vestigia architecturae studio metiretur,

novo quidem et admirabili invento,

ut integram urbem architectorum oculis considerandam proponeret.

Id autem facile consequebatur descriptis in plano

pedali situ ventorumque lineis...

 

Eo defuncto plures pari gloria certantes artem exceperunt,

et in his  FRANCISCUS et  IULIUS discipuli,

vel hac una exquisita artis indole insignes,

quod magistri manum perargute et diligenter aemulari videantur...

 

Inter laudanda dein nomina,agnosceretis TITIANUM venetum.

 


APRILE  30

                                      Una pagina difficile per i principianti.

                                       ma ne vale la pena;  incontreremo Raffaello !

 

Sarà un'amichevole sfida questa "pagina difficile", con un latino che vi sem­brerà aspro e in salita. Tuttavia, se cercate una Laurea, ricordate che non tutto può essere facile facile!  Se va male, passate oltre: sarete almeno cresciuti un tantino in umil­tà, in proporzione al numero delle voci che, non essendo bastevole la fanta­sia, avreste dovuto cercare nel dizionario. Sarà comunque una fortuna aver accom­­­pagnato Raffaello in questa sua avventu­ra, provocata dai famosi "grotteschi", come furono allora chiamate quelle bizzarre decorazio­ni, spesso anche in rilievo!, dei ruderi (onde il nome "grotte")  della Do­mus Aurea di Nerone !

 

Pingebat, praeter Palatii parietes, Raphael

Sacellum in templo Pacife­rae Virginis, ad D.Augustini,

tabulam  Transfigurantis se  Christi Domini,

quae ad D.Petri in Montorio visitur:  (hodie in Museo Vaticano)

alias alio tabulas tanquam e caelesti promptuario,

non sine gentium stupore submittebat.

Tum, ex humanis sublato Iulio,

recentibus Leonis caenationibus ac porticibus,

ut splendidius dura­rent, stabilis famae Daedalus,

suorum perennitatem operum appingebat.

 

Ea tempestate ignota Romanis hypogea et concameratas cryptoporticus

in antiquo Titi Caesaris palatio ac thermis Esquiliarum

effoderat insita morta­libus perve­stigandi cupido;

quam latens aurum accendit,

aut si quid arte­factum et auro pretiosius celant custodes ruinae.

Apparebant parietinae plasticis toreumatis loricatae. Haec porro,

quamvis tot ante saeculis se­pulta, adhuc tamen vegeta et integra

vetustatem sub terra quasi e tuto non senserant:

"grottiscae" vocantur, quod in cryptis repertae sunt.

 

Erant in comitatu et contubernio Raphaelis

plurimi picturae candidati: quos ille non modo spe artis addiscendae,

sed suavissimis moribus alebat...

 

Iamque prodigiosas illas semihominum monstrorumque figuras et abitus

rubri­­ca retulerat in membranas;

sed materiam qua formarentur odorari non po­terat.

Calci addendum aliquid constabat ! 

Sabulum pulvisque puteolanus, ruber et paulo crassior, reiciebatur !...

 

L'avete dunque capito? Sta cercando la formula precisa per quella mal­ta pre­ziosa, che sembra fresca ancora dopo tanti secoli. E non gli va bene nè la sabbia nè la pozzolana...(la PAGINA sarà del solito ALEXANDER DONATUS, o.c. pag. 373‑374).

 

 


Contudit lapidem tiburtinum: livebat, calci permixtus,

nec figurata laevigabat !

Marmoris contusi candidum et cribro excretum pulvere,

macerata cum calce subegit ac mollivit.

Hunc vero formando laevigandoque habilem expertus,

deprehendit non alium intritae usum esse veteribus plastis,

quam temporum oblivio ex officinis removerat.

Nam ad eam diem mixturae nescioqua

e gypso calce, pice et cera eliquata,

contritoque laterculo, parietes leverant.

Hoc tristi temperamento elaborabant inaequale tectorium,

ut auri bracteolas superinducerent.

 

Igitur receptum vetus germanumque MARMORATUM ad Leonis porticus

primo traductum est. Id, praeter taenias et astragalos,

mutilata victaque hominum et animantium specie, Utinensis figuravit:

eiusdemque generis monstrosas effigies subinde interpositas

quod faciendum titianae cryptae docuerat:

tum per ramos arbuscularum errantes simias,

cercopithecos, pavones, psittacos aliasque indicas aves,

idem aliique artifices colorarunt.

 

Equidem de veteris marmorarii inventione haec,

quia referuntur ab aliis, referre volui. Sciebam enim eius apud Vitruvium

fieri mentionem,  quanquam laevigandi causa, non figurandi:

mirorque traditam ab aedificandi magistro tectorii rationem

tamdiu aedificatores latere potuisse.

 

Ad haec, in ruinis Templi Pacis eiusque fornicum cavis

multa e marmorato caelata visuntur,

a quibus iidem artifices, modo advertissent, exprimere poterant.

 

Nisi obstabant rudibus saeculis haud meliora ingenia:

vel potius agendi voluptas antea mercedis expers,

quam tum Pontifices uberrime ingerebant.

Utili documento plurimum valere opes Principum alendis bonis artibus!

 

Caeterum, ad exaggerandas Leonis porticus accesere

Raphaelis manu depictae imagines. Quod sane opus

tot admirandis compositum inter pulcherrima,

quae unquam, Roma numerabat.

 

Nec eo secius architecturae consultus Vaticanae Fabricae,

Bramante vita functo praeerat Urbinas: et cum Leoniana in urbe,

domum sibi illo architecto parasset, alteram ipse haud longe,

marmoribus et marmoratis operibus distinctam,

Aquilano civi magister lineavit ac struxit.