M A R Z O   

                           I N D I C E

 

  1  VERRES, "protoparente" della mafia ?                              Cicerone

  2  Un CICLO SICILIANO può incominciare da Siracusa            Seneca

 

  3  Siciliam versus. Qui la sua perenne primavera              Claudiano

      Poi, anche il LATINO coi primi SJ 1549                   Quadrimestres      

  4  Gli antichi la chiamarono TRINACRIA                          Maurolycus

  5  Noi però... apriamo un ciclo storico                              Maurolycus

  6  Quello del 1700, un Giubileo da dimenticare.                Chronicum

  7  Un Ciclo indefinibile, troppo complesso                        Maurolycus

  8  L'ETNA, il vulcano onnipresente.                                   Maurolycus

  9  Anche nel 1669, nel 1693...                                           Maurolycus

10  Colore siciliano 1303: altri tempi !                               Maurolycus

11  Federico II, anche se di funerali trattasi !                     Maurolycus

12  Romeo e Giulietta in versione siciliana                         Maurolycus

13  Un capitolo scabroso ...!                                                Maurolycus

14  Mamma, li Turchi !                                                        Maurolycus

15  E non bastano i Turchi, c'è anche la Bastiglia !            Maurolycus

16  Un respiro, per favore. Troppo sangue !                        Maurolycus

17  Finalmente, un proprio Re, fatto in casa.                        Chronicon

 

18  Mandami una cartolina (Seneca a Lucilio)                           Seneca

 

19  Il Tempio della FORTUNA PRIMIGENIA, Preneste                 Kircher

 

20  Ecumenismo d.o.c. da chi sa quel che dice                      S.Agostino

21  Altro appello per l'ecumenismo anno 2000                     S.Agostino

 

22  Cose già dette -da Giovenale!- contro il Gay Pride            Giovenale

23  Due Pagine sublimi, la prima sull'amore                       S.Bernardo

24  L'altra sull'amicizia vera                                               Erythraeus

 

25  DRACULA. Chi era costui ?                   Aeneas Sylvio  Piccolomini

26  Ancora peggiori atrocità da altre cronache                             N.N.

27  Come si configurava l'Europa nel 1679                   Misc.Bohemiae

 

28  E l'umanista CORDARA nelle sue memorie 1779                Cordara

29  Annoiato di veder l’Europa sempre in guerra.                   Cordara

 

30  Un grande “guaraní” (?) nel suo tramonto a Vienna     Dobrizhoffer

 

31  Una "teenager" in tribunale al tempo di Nerone.                  Tacito

 
MARZO  1

                          CICLO SICILIANO: incominciamo da

                                altra visione panoramica sui secoli e le culture.

                                Sarebbe  V E R R E S  il responsabile di... ?

 

Non azzardo nessuna competenza su tematiche siciliane. Se dopo tanti secoli non è nato ancora lo storico capace di evidenziare la portata e le origini dei malesseri di quest'isola, non sarò io l'esploratore predestinato ad occuparmene. Tanto meno mi azzarderò a frugare se il motivo storico dei suoi malori sia l'ancora mancante ponte... che in clima elettorale, a metà  Aprile 2001, ci dicono finalmente possibile !

 

Addosserò io in questa PAGINA tutte le colpe a Verres, quel perverso amministratore "romano" che Cicerone non riuscì a smascherare in tutte le sue angolature? Non è questa la mia intenzione! Data la mia totale estraneità in questo campo, mi dovrò accontentare agli inizi di un "Ciclo Siciliano" di poter dare almeno un brano delle così dette VERRINE. Ecco dunque, una tantum, una citazione di Cicerone. Egli vi dirà che non trova la parola "grammati­calmente" proporzionata alla pesantezza dei misfatti di Verres.  Io mi tiro in disparte da ogni polemica, e vado avanti con il mio latino. Questo sì è di garantita, corposa e vincente qualità !

 

Venio nunc ad istius, quemadmodum ipse appellat, IUDICIUM,

ut amici eius MORBUM et INSANIAM, ut Siculi LATROCINIUM :

ego quo nomine appellem, nescio !

Rem vobis   proponam: vos eam suo, non nominis pondere, penditote.

Genus ipsum prius cognoscite, iudices;  deinde,

fortasse non magno opere, quaeretis quo nomine appellandum putetis.

 

N E G O in Sicilia tota tam locupleti, tam vetere provincia,

tot oppidis, tot familiis tam copiosis,

ullum ARGENTEUM VAS, ullum CORINTHIUM aut DELIACUM fuisse,

ullam GEMMAM aut MARGARITAM,

quidquam ex AURO aut EBORE factum,

signum ullum, AENEUM, MARMOREUM, EBURNEUM.

N E G O  ullam PICTURAM, neque in tabula neque in textili fuisse,

quin conquisierit, inspexerit; quod placitum sit, abstulerit.

 

Magnum videor dicere: attendite etiam quemadmodum dicam.

Non enim verbi neque criminis augendi causa complector omnia:

cum dico NIHIL istum eiusmodi rerum in provincia reliquisse,

LATINE me scitote, non accusatorie loqui !!!

 

Etiam planius: NIHIL in aedibus cuiusquam, ne in oppidis quidem;

nihil in locis communibus, ne in fanis quidem;

NIHIL apud Siculum, NIHIL apud civem Romanum;

denique, NIHIL istum, quod ad oculos animumque acciderit,

neque privati neque publici, neque profani neque sacri,

tota in Sicilia reliquisse !  Unde igitur potius incipiam...?

 

CICERO, Accusationis in C.Verrem liber IV, De Signis, 1‑2


Unde igitur potius incipiam quam ab ea civitate

quae tibi una in amore atque in deliciis fuit (Messana = Messina) ?

Aut ex quo potius numero, quam ex ipsis laudatoribus tuis ?

Facilius enim perspicietur qualis apud eos fueris

qui te oderunt, qui accusant, qui persequuntur,

quum apud tuos Mamertinos inveniare

improbissima ratione esse praedatus.

 

C.Heius est Mamertinus

(omnes hoc mihi qui Messanam accesserunt, facile concedent)

omnibus rebus in ea civitate ornatissimus.

Huius domus est vel optima Messanae, notissima quidem certe,

et nostris hominibus apertissima maximeque hospitalis.

Ea domus ante adventum istius

sic ornata fuit, ut urbi quoque esset ornamento.

Nam ipsa Messana, quae situ, moenibus portuque ornata sit,

ab his rebus quibus iste delectatur sane vacua atque nuda est.

 

Erat apud Heium sacrarium, magna cum dignitate

in aedibus a maioribus traditum perantiquum.

In quo signa pulcherrima quattuor summo artificio, summa nobilitate:

quae non modo istum hominem ingeniosum atque intelligentem,

  verum etiam quemvis nostrum, quos iste idiotas appellat,

  delectare possent: unum CUPIDINEM marmoreum PRAXITELIS !

   -nimirum, didici etiam, dum in istum inquiro, artificum nomina.-

Idem opinor artifex eiusdem modi Cupidinem fecit illum,

propter quem Thespiae visuntur, nam alia visendi causa nulla est.

Itaque ille L.Mummius, cum Thespiadas quae ad aedem Felicitatis sunt

ceteraque profana ex illo oppido signa tolleret,

hunc marmoreum Cupidinem, quod erat consacratus, non attigit !

 

Verum, ut ad illum sacrarium redeam:

signum erat hoc quod dico Cupidinis e marmore;

ex altera parte Hercules, egregie factus, ex aere

is dicebatur esse Myronis, ut opinor, et certe.

Item ante hos deos erant arulae,

quae cuivis sacrarii religionem significare possent;

erant praeterea duo signa, non maxima, verum eximia venustate,

virginali habitu atque vestitu, quae, manibus sublatis, sacra quaedam,

more atheniensium virginum, reposita in capitibus sustinebant:

Canephorae ipsae vocabantur: sed earum artificem quem ?

quemnam..?  Recte admones, Polycletum esse dicebant !

Messanam ut quisque nostrum venerat, haec visere solebat:

omnibus haec ad visendum patebant quotidie:

Domus erat non domino magis ornamento quam civitati...

 

Haec omnia quae dixi signa, iudices, ab Heio de sacrario Verres abstulit !


MARZO  2

                                  Imiterò anch'io un bravissimo SENECA,

                                 precursore della "pro loco"

                                  (Associazione tradizionale italiana

                                 per promozione turistica)

 

Infatti la seconda PAGINA di marzo va dedicata questa volta ad una visione "globale" della SICILIA eterna, essendo programmato -subito dopo- tutto un lungo CICLO storico su quell' isola privilegiata e "triangolare", denominata per questo dai primi ellenizzatori TRINACRIA.

 

Il mio BREVITER SED QUOTIDIE, primo CICLO, preannunciava già nel titolo la pro­babilità di un CICLO B; senza perciò escludere un terzo CICLO che all'ora di dover fare la conta degli appunti delle mie letture, potrà aspettare da voi, o dai vostri figli, analogo gradimento. Quanto a me, vista la generosità che mi ha consentito l'arrampicata all'INTERNET, e la garantita certezza che la presenza in esso delle mie suggestive PAGINE LATINE non dà nessun fastidio a chi non le cerca, e riempie invece di gioia quanti hanno scoperto questo accessibilissimo tesoro nascosto, tutto sarà possibile, vista la normalissima "terza età" che l'Altissimo regala oggi anche ai CIBERNAUTAE dell'Internet, che non per questo sono obbligati a diventare pionieri dello spazio !

 

Ora vi devo spiegare la mia preferenziale scelta, questa volta, non a Pagine isolate e di varietà tematica, bensì a PAGINE di una qualche continuità, ai cosiddetti CICLI. Nel BREVITER, prima uscita, era già comparso, con relativo ritiro di altre 15 PAGINE già piazzate, uno solo di questi Cicli, lo SCIPIONICO (15 primi giorni di Febbraio). Felicissima occasione per quella sostituzione, quasi un "trapianto di organo", fu l'avventurosa scoperta del gruppo marmoreo, -mancante nell'archeologia romana- della TRIADE CAPITOLINA. Ricordo, per quanti non lo sapessero, che quel gruppo marmoreo venne scoperto dai carabinieri quando stava già per varcare la frontiera italiana -allo Stelvio!- in cerca di un prezzo migliore all'estero. Io mi sentii allora tocccato, o al meno punto, nel dover riconoscere un vuoto nella mia cultura, poiché non ricordavo nemmeno una sola citazione letteraria di questa TRIADE. Senonché, riprovando una ricerca dopo l'altra, venni a scoprire PAGINE BELLISSIME di Tito Livio... che, lasciato in disparte nel BREVITER perchè autore ben noto a livello scolare, rientrava da padrone con un suo CICLO SCIPIONICO, nel quale emerge GNAEUS CORNELIUS SCIPIO, come primo "Gran devoto della TRIADE CAPI­TO­LINA". Una favolosa cronaca delle sue imprese africane, che si APRONO e CHIU­DONO... NELLA CELLA delle tre divinità capitoline !

 

Basti questo per spiegarvi perché mai in questa mia nuova offerta gratuita di buon latino, primeggiano i diversi CICLI, dei quali vi sta venendo incontro... il CICLO SICILIANO. Saranno 15 giornate di fila; e non mi direte che non "cascano a pennello".

 

 

Passo quindi la parola a SENECA; nella sua CONSOLATIO ad Elviam (un'inconsolabile mamma che ha perso prematuramente un figlio prometten­tissimo), azzarda -e siamo al cap.XVII,2- la retorica inserzione di una riflessione che, come avete già indovinato dal mio titolo, punta sulla SICILIA; in essa però c'è un rischio che lui, da convinto moralista -siate perciò comprensivi- si affretta a segnalare: i corrupti mores  di Siracusa !

 

 


Si quis Syracusas petenti diceret : "Omnia incommoda,

omnes voluptates FUTURAE PEREGRINATIONIS TUAE

ante cognosce, deinde ita naviga!" haec sunt quae MIRARI possis:

videbis primum ipsam insulam, ab Italia angusto interscissam freto,

quam continenti quondam cohaesisse constat: subitum illo mare irrupit et

          

                      Hesperium Siculo latus abscidit.

 

Deinde videbis (licebit enim tibi avidissimum maris verticem perstringere)

stratam illam fabulosam Charybdim quando ab austro vacat;

at, si quid inde vehementius spiravit, 

magno hiatu profundoque navigia sorbentem.

 

Videbis celebratissimum carminibus fontem Arethusam,

nitidissimi ac perlucidi ad imum stagni,

gelidissimas aquas profundentem, sive illa ibi primum nascentes invenit,

sive illapsum terris flumen integrum

subter tot maria et a confusione peioris undae servatum reddidit.

 

Videbis portum quietissimum omnium

quos aut natura posuit in tutelam classium, aut adiuvit manus,

sic tutum, ut ne maximarum quidem tempestatum furori locus sit.

 

Videbis ubi, Athenarum potentia fracta, tot millia captivorum

ille (Dionysius), excisis in infinitam altitudinem saxis,

nativus carcer incluserat (sunt haec notissimae illae "lautumiae")

Ipsam ingentem civitatem

et laxius territorium quam multarum urbium fines sunt;

tepidisima hiberna, et nullum diem sine interventu solis.

 

Sed cum omnia ista cognoveris,

gravis et insalubris aestas hiberni caeli beneficia corrumpet;

erit Dionysius illic tyrannus; libertatis, iustitiae, legum exitium;

dominationis cupidus etiam post Platonem, vitae etiam post exsilium;

alios uret, alios verberabit, alios ob levem offensam detruncari iubebit:

accerset ad libidinem mares feminasque,

et inter foedos regiae intemperantiae greges,

parum erit simul binis coire.

 

Audisti quid te invitare possit, quid absterrere:

proinde aut naviga aut resiste".

 

Post hanc denuntiationem si quis dixisset intrare se Syracusas velle,

satisne iustam querelam de ullo, nisi de se, habere posset,

qui non "incidisset" in illa, sed prudens sciensque venisset ?

 

Ubi apparet Syracusas fuisse,

sicut alibi etiam Baias, - cf. BREVITER, Agosto 12 - moraliter vitandas.

 
MARZO  3

 

Breve l'introduzione di questa Pagina, che sarà ancora di Seneca, e che potrà essere usata dalla PRO LOCO semmai qualcuno se la senta di offrire una propaganda turistica in Latino. Ecco infatti come anche questo smalto del  LATINO D.O.C. potrebbe essere consigliato ed efficace a raggio mondiale.

 

Alcuni suoi spunti però vi faranno trasecolare. Non siamo abituati a dire certe cose in linguaggio tanto diretto. Vi sorprenderà l'inattesa informazione che a Siracusa sostava una qualche flotta di esploratori dell'Oceano. Anche l'anticipo di una parola sulla mafia e i suoi metodi colmerà la misura della vostra ammirazione. Tanto più che questo sfogo va inquadrato in un breve tratta­tello De consolatione, e il brano prescelto accenna -nell'ultima sua parola- alla responsabilità dei genitori, che sanno bene a quale mondo da rottamare mandano i figli !

 

SENECA, Ad Marciam De consolatione, XVIII 1-8

 

 

Intraturus es urbem diis hominibusque communem,

omnia complexam, certis legibus aeternisque devinctam,

indefatigata caelestium officia volventem.

 

Videbis illic innumerabiles stellas diverse micari, uno sidere omnia impleri.

Videbis SOLEM cotidiano cursu diei noctisque spatia signantem,

annuo aestates hiemesque aequali luce dividentem.

Videbis nocturnam LUNAE successionem,

a fraternis occursibus lene remissumque lumen mutuantem

et modo occultam, modo toto ore terris imminentem,

accessionibus damnisque mutabilem, semper proxime dissimilem.

 

Videbis quinque sidera diversas agentia vias

et in contrarium praecipiti mundo nitentia:

ex horum levissimis motibus fortunae populorum dependent

et maxima ac minima proinde formantur,

prout aequum iniquumve sidus incessit.

Miraberis collecta nubila et cadentes aquas

et obliqua fulmina et caeli fragorem...

 

Cum, satiatus spectaculo supernorum, in terram oculos deieceris,

excipiet te alia forma rerum, aliterque mirabilis.

 

Hinc camporum in infinitum patentium fusa planities,

hinc montium magnis et nivalibus surgentium iugis

erecti in sublime vertices;

et ex uno fonte in Occidentem Orientemque diffusi amnes,

et summis cacuminibus nemora nutantia,

et tantum silvarum cum suis animalibus aviumque concentu dissono.


Varii urbium situs et seclusae nationes locorum difficultate,

quarum aliae se in erectos subtrahunt montes,

aliae ripis lacunaribus pavidae circumfunduntur.

 

Obruta fructu seges et arbusta sine cultore ferentia

et rivorum lenis inter prata discursus,

et amoeni sinus et litora in portum recedentia;

sparsae tot per vastum insulae, quae interventu suo maria distinguunt.

 

Quid lapidum gemmarumque fulgor, et nitor rapidorum torrentium,

aurum harenis interfluens,

et in mediis terris medioque rursus mari aeriae ignium faces,

et vinculum terrarum OCEANUS,

continuationem gentium triplici sinu scindens

et ingenti licentia exaestuans ?

 

Videbis hic inquietis et sine ventu fluctuantibus aquis

innare excedenti terrestria magnitudine animalia,

quaedam gravia et alieno se magisterio moventia,

quaedam velocia et concitatis perniciora remigiis,

quaedam haurientia undas et magno praenavigantium periculo efflantia

 

Videbis hic navigia quas non novere terras quaerentia !

 

Videbis nihil humanae audaciae intentatum

erisque et ipse magna pars conantium.

 

Disces docebisque artes alias quae vitam instruant,

alias quae ornent, alias quae regant.

 

Sed istic erunt mille corporum, animorum quoque pestes,

et bella et latrocinia et venena

et naufragia et intemperies caeli corporisque

et carissimorum acerba desideria, et mors,

incertum facilis an per poenam cruciatumque...!

 

Delibera tecum et perpende quid velis:

ut ad illa venias, per illa exeundum est !

 

Respondebis velle te vivere: quidni ?

Immo, puto, ad id non accedes ex quo tibi aliquid decuti doles !

Vive ergo ut convenit.

 

Nemo -inquit- nos consuluit !

Consulti sunt de nobis parentes nostri, qui,

cum condicionem vitae nossent, IN HANC nos sustulerunt.


MARZO  4                                                                                                                                                                           TRINACRIA, quid sibi vult ?

 

Vi piacerà scoprire la Sicilia attraverso questo schematico depliant, in latino? Se è proprio la fame del Latino quella che vi ha portato a navigare per queste PAGINE dell'INTERNET, posso sperare che sia positiva la vostra risposta. Siate tuttavia fiduciosi: non scaricherò su di voi il lungo volume in folio che mi è capitato tra le mani.

 

Se dunque volete incominciare, prendete terra su quel punto che geograficamente accosta la Sicilia all'Italia e ascoltate pazientemente le nozioni della "guida". Se la SIKELIA dei Ciclopi era anche denominata dagli antichi come TRINACRIA, il concetto esatto della sua "triangolazione" risulta determinante: ed è tuttora riconoscibile il "triangolo": lo formano i tre promontori o Capi: il PELORUS, il PACHYNUS, il LILYBOEUS. Più vicino all'Italia continentale è il Peloro. Proprio questa vicinanza è stata provvidenziale per il cavo aereo che da quasi mezzo secolo convoglia sull'Isola la elettricità continentale; come sulla medesima condizione gravitano i numerosi progetti di Ponte o Tunnel  capace di riversare  sull'isola il traffico del futuro. 1500 passus non sono poi tanti per la moderna ingegneria!

 

C'erano ai tempi della formazione del Mare Nostrum le odierne condizioni? Prevale almeno una qualche unanimità sulla preesistenza di un istmo. Se poi volete dilatare questa problematica, il Latino vi viene subito incontro:

 

PELORUS Italiam, qua Scyllam itur,

sic prope revisit, adeo brevi euripo ab ea separatur,

ut canum latratus hinc inde vicissim audiantur;

nam illa maris intercapedo 1500 passus vix superat.

Haec terrarum connubia

lepidae non minus quam curiosae dissertationi stimulos praebuere:

fueritne aliquando Sicilia Italiae iuncta,

et, ut Graeci Latinique scriptores fabulantur,

vi marium vel terraemotus avulsa?  Id unum certum:

quod "Rhegyum" scissuram aut evulsionem Graece significet.

Si vero scissionem adstruere velimus,

illam de Peloro ad Scyllam opus esset fateri;

ubi terrae propius accedunt, non inter Rhegyum et Messanam.

Ceterum, universalis fere auctorum caterva audacter firmavit

olim Siciliam isthmo FUISSE Italiae iunctam.

 

Dopo questa prima nozione eccovi, in PAGINA la sintesi che fa al caso. Non però senza il doveroso e retorico preannunzio: il cronista infatti vi dirà in corretto latino, quanto egli sia lieto di  potervi  nonnulla  se ad nostrae Siciliae decus et ornamentum libari .

 

Posso anche offrirvi, dal DE RAPTU PRO­SERPINAE, di Claudiano, la PRIMAVERA siciliana, (che troverete -profumatissima- in data MARZO 18). Quando poi legge­rete l'elenco dei "pesci siciliani" riconoscerete facilmente il TONNO e il  PESCE  SPADA.

 

Ex PROLEGOMENIS  ad SICANICAS HISTORIAS, Francisci Maurolyci.

(In non numeratis Paginis, quae perspicue alius auctoris sunt).


Quis ex eruditis ignorat SICILIAM omni aevo claruisse

tum si militaria, tum si politica, tum denique si literas spectes ?

Militaris in ea virtus prudentia et doctrina semper enituit;

hoc situs, hoc clima, hoc ingenia exposcunt.

Insidet quippe mari Mediterraneo "Insularum Regina",

triplici compressa fluctu quo alluitur.

Exinde "triangularem" capessit formam,

unde etiam TRIQUETRA et TRINACRIA appellata,

tergemino excurrens Promontorio: Peloro, Pachyno, et Lilyboeo.

 

PELORUS, quasi vigil, tam prope Italiae adstat,

ut ad Regni excubias natum dixeris.

PACHYNUS Graeciam, sive mavis, Asiam spectat.

LILYBOEUS Africam non satis a longe salutat.

Eius ambitus ad 650 ferme millia passuum protenditur;

ad cuius latera plures dispersae insulae sunt:

Aeoliae septem, Melita, Gaulum, Cossira, aliaeque inferioris notae.

 

Libandae nunc naturae dotes.

Tam salubri gaudet climatis temperie,

ut Solis Insulam nomen promeruerit.

Soli salique feracitate adeo exsurgit supra ceteras terras,

ut non modo ad incolarum victum omnia abunde praestet,

sed plura ad exterarum nationum commoda dispergat.

Hinc Regni divitiae: uberrimum quippe frumento, vino, oleo,

sed etiam serico, sale, melle, pecore, bobus et metallorum fodinis.

Tymnis per totum Siciliae ambitum, xiphiis, in Mamertino freto:

quae quidem cuncta magno foenore

in nationum commercia late disseminat.

 

Sed quo pergit extra calles in generis laudes genius et ingenium ?

Sat a scriptoribus Siciliae gloria prodita.

Animum, qui ad haec libanda calamum pellexit, comprimo,

et ad prolegomena progredior...

 

Habuit Graecos, Phoenices, Siculos;

crescente exin colonorum numero, sub diversis Tyrannis iacuit,

cum Graecis Peloponnesi foedera et commercia sanxit,

nec defecere coloni Messenii Graeciae a Lacaedemoniis pulsi,

qui Zanclam occupantes, in MESSANAM urbis nomen mutavere;

habuit et Mamertinos.

Dein a Poenis vel vexata vel adiuta; tandem sub Romanis coaluit.

 

Hic BELLA PUNICA;  hic SERVILIA gesta;

sed extinctis bellis Punicis et Servilibus, eius historia,

quae prius satis ampla, obmutuit.

Nam pacatis rebus, apud Graecos Latinosque scriptores

altum de Sicilia silentium...


MARZO  5 

                                             Apertura  più precisa  per questo

                                            CICLO SICILIANO

 

Conoscono bene i lettori quello che, anche nella retorica romana, veniva denominato –in greco- l'ísteron próteron (= dopo, quello che dovrebbe essere detto prima). Cicerone sa fare più volte uso di questa "figura", che gli consente di incominciare una cronaca con la conclusione piuttosto piazzata all'inizio. Userò anch'io questa licenza per parlarvi della Sicilia, della quale ho sotto gli occhi una sorta di Annali che scorrerete con incontaminato piacere.

 

Il SICANARUM RERUM COMPENDIUM è opera di Francesco Maurolico, morto a Messi­na 1575 come Abbas Sanctae Mariae a Partu. Il suo contributo illumina soltanto i fatti storici della Sicilia fino al 1562. Un suo anonimo continuatore sembra darci in seguito: primo, alcuni materiali già raccolti dal Maurolyco; quindi, una nuova e più sintetica operetta, dal titolo CHRONICON SICULUM che si accontenta di allungare fino al 1714 la stessa prospettiva con brevi e più scarni appunti. Finirà questo suo orizzonte con la colorita e promettente incoronazione di Vittorio Amedeo di Savoia.

 

Avrete quindi in mano una quindicina di PAGINE di amena lettura, che dilateranno quanto meno il vostro orizzonte storico, senza la minaccia di doverne rendere conto in qualche esame di maturità.

 

Haec laboris nostri meta, post praemissi Chronici stadium,

rudi qua potuimus Minerva pertentatum.

Siciliam sub Serenissimi Victorii Amedei a Sabaudia

iusto dominio et imperio, faustis avibus relinquimus...

 

Erit sane qui politiori stylo et aurea tuba

huiusce magni et augusti herois gesta posteris concinat,

eiusque praeclara facinora Siculis Fastis adscribat;

quae indeleta conservet triumphalis fama. (pag.324 B)

 

Avete ben capito: finirà proprio il Chronicum lasciandoci istaurato e incoronato"  Vittorio Amedeo. Sarà questa la pagina finale, e per questo stesso festosa, del breve CICLO SICILIANO che mi propongo di offrirvi su questa tavola latina, con qualche battaglia ovviamente, con qualche fattaccio, qualche eruzione dell'Etna, un poco di colore siciliano insomma.

 

 

Ora torniamo indietro. Il  Maurolycus abbas, Sycanicae historiae studiosus, inizia il suo libro VI con una sintesi che a me è sembrata opportunissima per dare il via alla lettura di questo Ciclo. Una sintesi che abbraccia un po'di tutto; splendida cornice per inquadrare l'arrivo di un Regno, che per l'autore è finalmente positivo: quello di Fernando il Cattolico, di Aragona, con la consorte Isabella (1479: in altre pagine -24 e 25 Aprile- noi troveremo qui lo stesso Re Ferdinando con la nuova consorte a Napoli però!).


Quotquot hactenus in Sicilia rerum potiti sunt,

tandem aut populis iugum detrectantibus expulsi, aut bello superati,

dominio cesserunt.

 

Sic factum est ut post fabulosos Cyclopes ac Lestrygones,

Graeci, Barbari, Romani, Saraceni, Normandi, Suevi,

Galli, Hispani et Austriaci,

fortuna vicissitudines mutante, imperium in Insula tenuerint.

 

Ex his soli Aragonii ultro ab Insulanis acciti, non vi ulla,

sed, ut Superis placuit, masculinae prolis defectu,

Regnum in aliam familiam transmisere.

 

Sic autem Ferdinandus, cui a religione Catholico fuit cognomen,

postremus Aragonum regnavit, ita rebus prospere gestis clarissimus.

 

Opus erat ingenti volumine et altiori stylo

ad eius acta commemoranda.

 

Me tamen excusat institutum meum; nam ego compendium scribens,

non solum externa, sed nostra etiam Sicanica,

in summam brevem coarctare cogor.

Tantum abest ut omnibus particulatim satisfaciam.

 

Quod si Florus et Cornelius res Romanas per orbem totum gestas

in paucissimas paginas contulere,

multo magis mihi licebit in Sicanicis,

hoc est in unius Provinciae rebus, idem facere.

 

Ferdinandus itaque, vivente patre, Helisabetam

Ioannis Castellae Regis filiam duxit,

ipse ad nuptiarum decus Siciliae Rex appellatus,

cum magna Regnorum omnium, ac Sicilae praesertim, laetitia.

 

Deinde, diu bello fatigatus est ab Henrico sororio,

qui aut connubium discindere

aut Regno sororem spoliare nitebatur,

donec Henricus Matriti obiit... anno salutis 1474, intestatus.

 

Sic Ferdinandus Castellae Rex salutatus est.

Sed Regina sibi dominium vindicante,

post multas contentiones,

ita inter eos conventum est ut

paribus auspiciis titulisque regnarent;

 

tamque Regis quam Reginae nomina in edictis,

insignia in vexillis, imagines in moneta signarentur... (pag. 202 A)


MARZO  6

                                             Un Anno Giubilare...il 1700,

                                              da dimenticare

 

C’è poco da stare allegri con le notizie che  -intorno all’anno giubilare 1700-  si trova tra le mani l'ignoto compilatore del già citato CHRONICON SICULUM (appunti di un continua­tore del Maurolico?). Il suo scarno e distaccato stile conferisce a queste sgradevoli notizie uno squallido colore che suona spesso a macabra condanna. Non so se un brano così scheletrico sarà di vostro gradimento. Io, pensandoci bene, mi decido a farvelo conoscere: ché anche queste sofferte sintesi entrano nel menù quotidiano dello storico.

 

Tuttavia, poiché l'autore stesso confessa di star sunteggiandovi STORIE, nelle quali la Sicilia non è toccata nemmeno di sbieco, pensavo subito a rimandarla ad altro spazio... Cionondimeno ve la inserisco qui nel Ciclo Siciliano, tutta solitaria e un tantino fuori testo...!  Come sarà anche fuori testo, ma non perciò priva di interesse, la segnalazione che nel BREVITER c'è tutto un CICLO di 15 giornate -(le prime di FEBBRAIO)-  intorno al grande SCIPIONE; dove la partenza della flotta romana da Lilibeo è una bella cartolina per la Sicilia (anche per ricordare Cicerone, che proprio a Lilibeo, oggi Marsala) aveva la sua sede quando preparava il processo contro Verres).

 

 

CHRONICON SICULUM ab anno 1699, p.296-297.

 

 

(1699)   Caesar, Turcico Bello distractus,

in quo aucto Imperio mire profecisset,

Caroli -Hispani Regis- morbo incitus,

praecipites cum Turca 25 annorum inducias ad Carlovizium cudit,

quas dein sequuti Veneti.

Pacis condiciones, non plures sed una, sub legali interdicto:

UTI POSSIDETIS, ITA POSSIDEATIS.

Sic quilibet, quod longo bello acquisierat, retinuit....

 

(1700) Carolus Rex -Hispaniae-, ad extremas horas constitutus,

Cardinali Portocarrero ac Magnatibus

pro Monarchiae unitate impellentibus,

Philippum Borbonium, Ducem Andegavensem,

Ludovici, Delphini Nepotis filium,

ultimis suis tabulis TOTIUS IMPERII haeredem designat,

et die 1º novembris extremunm videt fatum.

 

Inde apertus Ianus, quem pene clausum hactenus vidimus.


Sic vagiente saeculo, novam malorum Iliadem vidit Europa,

novam Christianus Orbis Regnorum Revolutionem.

Extincta quippe in Carolo II Austriacorum regum in Hispania

linea est, et in Philippum Borbonium translata.

Hinc bella, foedera, clades, proelia terra marique consita,

hinc Martem mortemque Europa doluit ubique triumphantem.

Nec mirum, nam deficiens tot Regnorum Monarcha sine prole

(antehac forsam inauditum),

omnes Europae principes, iamdiu vigiles excussit.

 

Sic Hispania, Lusitania, Germania, Belgium, Gallia, Italia,

mare ipsum, humano sanguine exundavit.

Sic ferale bellum exortum, quod per duodecim fere annos arsit,

donec tandem fessos bellatores, arte Ludovici Regis,

anno 1713  ULTRAJECTINA PAX (Utrecht)...

 

Nos, paucis ex nostris rebus hic interiectis,

externa tunc nostri Regis, quae etiam nostra sunt,

praestantiora paulo latius libabimus,

ne de bello, quo tota excanduit Europa,

nostros Siculos fugiat historia.

 

Currebat Annus Jubilaei,

quo Caroli II interitus Sede Romana vacante accidit.

Cardinales iamdiu ancipites in conclavi,

Caroli fatum citius ad successorem eligendum impulit,

ne nutante Europa bellis, gregi Pastor universalis deesset.

 

Hinc electus Franciscus Albanus, Urbinas, aetatis annorum 51,

CLEMENTIS XI  nomine assumpto,

quia Episcopali caractere tunc non insignitus,

Episcopus sollemni ritu consecratur.

 

...tandem, secundo die Februarii sequentis anni,

regali pompa (Philippus Borbonius) Matriti excipitur.

Angli, Lusitani, Batavi, novum Regem agnoscunt, ast non diuturna quies.

Novo quippe saeculo, expansis Iani foribus, nova prodiere bella,

quae totam incenderunt Europam.

Caesari quippe Regno Philippum exturbare cordi fuit...

 

(1701) Arma paulisper, ut impetu graviore ruerent, quievere.

Rex Philippus, avi decreto, Mariam Ludovisiam,

Victorii Amedei Ducis Sabaudiae secundo natam, ducit uxorem,

et Matritum regio apparatu Proceribusque sociantibus petiit.

Inde Sponsam excepturus in itinere Figuieri obviam occurrit;

et sub ea occasione Aragoniae Rex proclamatur,

et Barcinone generalia comitia convocat,

ibique uxorem splendide introducit.


MARZO  7

                                                   SICILIA...

                                                  e la sua sintesi impossibile !

 

Chi infatti potrebbe tener conto, in una storia tanto complessa, di tutte le qualifiche, che corrisponderebbero in realtà ad un solo ed effimero momento storico, sconvolto quasi sempre dal successivo?  Si può ben capire che resti aperta la disputa sulla sempre impossibile "capitalità" di quest'Isola, ricolma di beni e di valori. Ad ogni partitistica risposta dovrà sempre essere aggiunto un "secundum quid".

 

Per soddisfare fin da questa prima pagina, che vuol occupare soltanto il posto dell'atrio di un preventivato CICLO SICILIANO, trovo opportunissimo un brano del Maurolico "AD LECTOREM". 

 

Per conto mio, che siciliano non sono, aggiungo a quest'introduzione un solo augurio: che la Sicilia, nel suo sempre aperto futuro, sappia ritrovare se stessa nelle sue culturali radici, nella giustizia, e nella pace.  E per condensare questo desiderio in una sola e felice frase latina, la rubo allo stesso Maurolico, da un contesto che si chiude con un'asserzioni da brivido, rubata da lui, a sua volta, all'evidente calamus di Erasmo:  Nihil pace iucundius, nihil bello esse tristius. (E mi affretto ad inserire qui una calda raccomandazione: cercate tra le mie collaborazioni, anche il lungo brano di 7 PAGINE sulla Querela Pacis, gia’ presente nel mio primo BREVITER, poi –aggiunta la traduzione in forma eccezionale -  in occasione di quel “tragico fattaccio” del 11 Settembre 2001, che lasciera’ profonda impronta nel nostro avvenire)  

 

FRANCISCUS MAUROLYCUS,

Sicanicarum rerum Compendium. Ad Lectorem.

 

 

Demum, post varios Vandalorum et Gothorum motus,

post Mahumetanam haeresim,

cum Barbari Siciliam et alias Europae Provincias occupassent,

PANORMUS ob amoenitatem loci et Africae propinquitatem,

facta est Saracenorum Principum sedes.

 

Inde susceptis Messeniorum opera Normandis

et Republica Christianorum restituta,

rursum Panormus a Rogeriis et Guillelmis Regibus

aedium sacrarum structura illustrata est.

Donec, translato ad Suevos Regno,

et ab his ad Gallos, et hinc ad Aragones

(ita electi et acciti ad sceptrum Petri

ut securitas et decorum postulabat),

factum est ut PANORMUS, quae prima tyrannos oppresserat,

legitimum Regem susciperet:

et iustae caedis author, coronam cui debebatur imponeret.

 


Id tamen totum aucthoritate MESSANAE factum, quippe quae,

magnis tentata bellis, semper Aragonias partes tutata est.

Remansit contentio inter has duas urbes,

quarum utraque magnis se viribus defendit.

 

MESSANA ob regiae monetae officinam:

PANORMUS ob Regis coronationem;

haec ex urbis frequentia:

illa ex oppidorum, quibus Strategus iura dat, multitudine;

haec ex agri fertilitate:

illa ex portus et regii navalis commoditate:

et ex aliis utraque rationibus, primatum affectat.

Sed quanto gratius erat Superis et hominibus

concordia quam dissensio !

Quanto gratior caritas quam superbia !

 

Tanto gloriosior fuisset gloriae contemptus quam ambitio !

Non aliam ob causam natura dotes divisit.

 

Regum munificentia munera partita est, quam ut civitates sic contentae

mutuam inter se benevolentiam servarent.

PANORMUS aquarum amoenitatem: MESSANA salubritatem aëris.

Catana frugum copiam sortita est:

illae praedictas a principibus dignitates;

haec celebre litterarum Gymnasium adepta est.

 

Sic Syracusae

apud utriusque linguae poetas et historicos celebratae,

aliaeque aliis dotibus et titulis praeditae,

ad Dei gloriam, Regum servitium, et commune Reipublicae bonum

in sancta societate permaneant.

 

Non scripsimus hoc compendium ut lites suscitaremus;

sed  ut ad pacem populos hortaremur.

Scripsimus -inquam- quae apud graves auctores

et in principum decretis exarata vidimus,

propriam singularum urbium laudem ac decus ubique servantes.

 

Quis enim Leontium ac Bidinos,

quis Ennam, vetustissimam Caesaris sedem,

quis Drepanum, Troianis Ludis claram,

quis Erycem, Agrigentum et caeteras, virgiliano carmine illustres,

quis Cephaludium, Pactas, et Mazaram

quis Thermas, Himeram,

quis Neetum aut Motucam, Plotium aut Randacium,

quis Megaram, Taurominium ac Nysam, in chronicis notissimas,

quis Nycoseam, Argyram, Calactam aliasque omittat ?

Quibus singulis proprio Encomio ac volumine opus esset...!


MARZO  8 

                                       L'ETNA, protagonista di eccezione

                                        Ex natura rei !  (1329)

                           

Ci sarà poco da dissentire: qui l'ETNA ci affretteremo a presentarvelo al lavoro: anzi, con doppia personalità: come VULCANO e come BARICENTRO del non meno terrificante terre­moto, che non è poi tanto diverso .

 

Premetteremo però un brano del Maurolico circa un'eruzione datata con precisione: al pomeriggio del 28 giugno 1329, che poi, tutto sommato, sembra una delle tante che a scadenza regolare si ripetono inalterate. Quella dei primi giorni dell'ormai inaugurato anno 2000 è stata presentata alla TV come una delle eruzioni fotograficamente più spettacolari, senza vittime però, ringraziando il cielo, e poi con tanta neve !

 

FRANCISCUS MAUROLYCUS, Sicanicarum rerum Compendium

Editio secunda correctior (Messanae 1716) Libro V, p.173

 

 

(1329) Exposcit locus ut de Aetnaei Montis incendio mentio fiat,

quod ad annum salutis 1329 incidit.

Nam 28 iunii advesperascente die,

Aetna ingenti motu et horrendo mugitu Siculos perterruit.

Ex latere orientali verticis, perpetuas ferente nives,

ingens terrae moles subsedit:

unde ignis cum tetra caligine strepituque erupit.

Post Solis vero occasum, emissis flammarum globis,

eructata saxa cum fragore collabi.

 

Mox ignis inmensus per montis declivia, more torrentis delatus,

ad ortum austrumque obvia quaeque populabatur.

Complures sacrae aedes ac vetustae,

aut incendio consumptae aut terremotu labefactatae.

Aquarum fontes ac rivi a terra dehiscente absorti.

 

Altre notizie, questa volta tratte dal Chronicum, ci consentono di dilatare il nostro orizzonte fino a Palermo... raggiunta però non dall'Etna, ma soltanto dall'apparato elettrico !

 

(1689) Mense Iunio Panormus repentina tempestate pene opprimitur;

caelum pluvia, fulgure, tonitruis exarsit;

fulmina, quasi manu ducta, tantum intra urbem sunt delapsa.

 

Turbae autem ex Monte Regali, urbem succensam videre ratae,

viros rem serio exploraturos misere.

 

In Cathedrali tres fulmine tacti periere,

et alibi quidam crebro tonitru correpti.

Solius tandem Dei favore tempestas quievit.

 


(1329) Ad medium Julii mensis, repetitis rugitibus,

rursum dissiluit tellus ignisque erupit.

Sol, densitate fumi obtectus, eclipsim pati putabatur.

 

Scriptor historiae se, postposito metu cominus accedentem,

omnia spectasse refert: humum hic atque illic fatiscentem;

et ex quaternis hiatibus, grandinem lapidum inter flammas eiectatam.

 

Ex hiatibus rivos igneos, quasi ex fornaci candenti egressos,

obviam tellurem et cautes liquefecisse.

 

Tum alluvione sulphurea spumescente

quacumque praeteriisset, horrendam atque informem

rugosorum atque salebrosorum lapidum in massam coeuntium,

congeriem restitisse.

 

Deinde igneum torrentem processu in tres linguas divisum:

harum duas per Acitanos agros ingenti clade vagatas;

tertiam arbores et rura vastantem contra Catanensium fines tetendisse.

 

Urbem tamen,  eiusque limites,

Agathae Virginis Tutelaris Divae meritis ab ea iniuria vindicatos.

 

Interea ex ipso montis fastigio

caliginosa nubes quasi columna, quantam crateris ambitus capiebat,

in caelum motu rapido, multifariam mox divisa ferebatur:

huic altera atque altera succedebat;

coruscationibus interim crebris

incendium ac tonitruis impetum attestantibus.

 

Inde propagata per aërem caligine,

offuscatoque in noctis faciem die,

tanta cineris nigrique pulveris copia depluit

ut non solum vicinae sed longe positae regiones cooperirentur

et pascua cineribus obruta pecori negarentur.

 

 

Pisces quoque in circumstantibus fluviis stagnisque

interiisse perhibent;

pulverem cinereum, flante Borea,

in Melitam usque Insulam pluisse:

hominum complures eo terrore perculsos defecisse.  


MARZO  9

                                                         Ancora l'Etna

                                                        Dure le annate 1669 e 1693

 

La varietà di stile mi permette di affrontare ex novo l'attività eruttiva dell'Etna. Sarà sempre vero che mai un'eruzione è uguale ad altra. Qui indubbiamente la penna e la sensibilità lessicale sono davvero diverse. L'una a 24 anni di distanza dall'altra.

 

Metterò insieme questa volta sotto i vostri occhi un'eruzione datata al Gennaio 1693. Relazione che, pur venendo dallo stesso volume, è indubbiamente costruita da una testa diversa e con lessico... visibilmente diverso.

 

Anzi, in questa stessa introduzione potrà entrare qualche altra breve cronaca, di annate intercalari, che vi arrichiranno il lessico...

 

 

(1669) Aetnae mons, ineunte Martio, futuri mali omen,

supra hominum memoriam furit.

Trementis telluris mugitus, flammae exhalantis caminus,

cineris nimbi, in altum dissilientes lapides,

montis hiatus, venarum metallicarum fluores, ignei rivi...

Viginti circumiacentia oppidula

aut devastant aut pene ad excidium toti obruunt.

 

Catana ipsa impetita, et solo favore numinis non oppressa;

nam fluente metallo circumseptis muris,

arcisque vallo impleto, tandem ignis flexa via in mare decurrens,

supra miliare prope initium portus urbis delineavit

et mox deformavit, ne beneficium iniuria afferret;

et Aetna, toties Catanae exitialis,

nunc semel portus commoda pareret.

Post quartum mensem montis ructus et ignis quievit,

et cum eo Catana et totius Siciliae timor.

 

Ambedue le citazioni provengono dal continuatore del Maurolico, cioè dal Chronicon Siculum, ad annum 1669 et 1693. A me risulta ancora anonimo, malgrado la sospetta puntualità con la quale qualche altro ha segnalato la data della sua morte: + 21.VII.1575, nella peste di Messina (??).

 

Alle citazioni che ora vi darò in pagina, premetterò tre versi di CLAUDIANUS  sul "caratteraccio" insobornabile dell'ETNA, che regolarmente scatta senza preavviso: come -appena finita l'eruzione- troviamo spazio per l'esuberante e puntuale  primavera siciliana.


(Ex Claudiano: Talia virgineo passim dum more geruntur

ecce repens mugire fragor, confligere turres,

pronaque vibratis radicibus oppida verti. Causa latet...)

 

(1693)  Mense Januario

dictu horrendus et saeculis memorandus in Sicilia terraemotus

quo iisdem fere momentis

omnia pene loca vallis Noetae graviter concussa

et plurima funditus eversa, et alicubi nec lapis supra lapidem relictus.

Ut Catana, Noetum, Leontinum et alia.

 

Ruinis obrutae numerantur decem urbes,

oppida quadraginta, castella centum.

Syracusae multum concussae. Reliquus autem Siciliae tractus

tam immenso tremuit horrore ut tantum non corruerit.

 

Augustae Arx, incenso ignota de causa pulvere pyrio, corruit tota,

ibique mare ad plures horas exsiccatum,

adeo ut Melitenses triremes ingenti periculo

imam terram quasi mari insiderent,

donec reclusis terrae voraginibus, mare regurgitasset.

 

Antiqui fontes per Vallem exsiccati, et miro naturae lusu alii subinde orti.

Panormus et Messana,

modicam aedificiorum iacturam et luxationem passae,

non magno auro redemerunt.

Panormi nec homo interiit; Messanae nonnulli;

utrobique et per Regnum

annis singulis indicta festa  PRO LIBERATIONE.

 

Tremuit simul et Melita; tremuere finitimae Calabriae orae.

Feralis dies, quae 70 millia incolarum unico ictu delevit,

fuit undecima Januarii, et dominico die,

hora fere secunda post meridiem;

cum adhuc die nona, hora fere tertia ante mediam noctem

prodromus terrae tremor invaserit.

 

Ad plures deinde annos ex intervallis terra subsiluit,

citra noxam quidem, sed perterritos animos gravi metu perculit.

 

Prorex prae timore ad triremes asylum quaesivit:

Vicarii plures per Regnum

ad restaurandas vel reaedificandas Urbes missi.

 

Ruina haec Proregi

ad continuationem gubernii meritum peperit.

Malum ex malo Siciliae fatum enatum.


MARZO  10

                                     FEDERICUS II, SICILIAE REX + HELIONORA

                                     Un  PIENONE di colore siciliano (anno 1303).

 

Vi sto prospettando un "video" di nozze principesche. Immagini pancromatiche senza dubbio; che non mi consentono nemmeno di essere quel chiacchierone testimone al quale si concede tutto, pur di tirare in ballo la tavolozza del "pittoresco". Il cronista latino ha fatto bene il suo mestiere, e io farò il mio lasciando a lui l'esclusiva del commentario. Mi dovrò soltanto sentire obbligato a sopprimere qualche parola di troppo; e in un caso limite, ad aggiungere in controcambio qualche particolare.

 

Ad esempio, che la fine della presenza francese in Sicilia era stata proprio concordata due anni prima da questo Federico in un memorabile incontro diploma­tico in aperta campagna, nelle catapecchie dei bifolchi:

 

Locus fuit inter Calatabellottam et Xaccam, ac solitarius.

Ibi iuxta bina mapalia bubulcorum

Federicus Rex et Carolus ( Philippi, Francorum Regis frater )

singuli centenis tantum equitibus stipati, convenere.

 

Dopo l'accordo sulla problematica maggiore, fu pattuito anche il futuro matrimonio di Federico: ut Helionoram, Roberti sororem, duceret ac Siciliam, cum adiacentibus Insulis, quoad viveret possideret.

 

In base a questi accordi, culminati a ritmo lento con l'assenso delle più alte cancellerie, anche del Papa, il quale Pontifex Federicum Siciliae Regem declarat, il Re Carlo, di Napoli (padre di Helionora) sub adventum veris, filiam, famularum obsequio et equestri comitatu stipatam, terrestri itinere, Rhegium usque transmisit.

 

Vi darò in omaggio la cartolina del pittoresco e sperduto porticiolo (e qualcuno vorrà perciò rintracciarlo) dove è avvenuto questo storico sbarco della sposina in Sicilia: Exposita est primum littoreo loco, cui ab amoenitate PARADISUS nomen.

 

Veniamo finalmente alla cronaca, filmata puntualmente in latino.

 

FEDERICUS MAUROLYCUS, Sicanicae Historiae lib.IV, pag. 167

 

 

 

(1303)  Interea egrediuntur Mamertini per viam littoralem,

catervatim Reginam salutaturi.

Cui, per oppositum pontem descendenti, frequens populus occurrit;

 

Federicus, morae impatiens, urbem egressus,

iter ad D.Mariae a Scalis aedem direxerat,

quasi amorem (quod Regii decoris erat) dissimulans.

Et inter eundum Heliodoram,

coetu suorum stipatam, habuit in occursu !

 

 

 

 

 

 

Substitere paululum equites qui Reginam comitabantur,

factoque a secedentibus spatio, illa Regem,

forma cultuque insignem inter Proceres praestantiorem,

submisso vultu spectabat.

 

Rege ad uxoris dexteram contingendam propinquante,

illa, rubore perfusa, substitisse perhibetur.

Verum a Comite Catanzari monita,

dubitans adhuc, trepidam sponso manum porrexit.

Tum circumstantis populi clamor

cum geminato plausu Hymmenaeum vocantis exortus.

 

Federicus post haec a coepto itinere non destitit.

Regina in urbem frequenti coetu, matronis primariis comitantibus,

in urbem ad D.Jo.Hierosolymitani domum excepta est. Huc

Siculorum ac Messeniorum Proceres et Magistratus conveniunt.

Item nobilissimae quaeque matronae, pretioso cultu ornatae,

Reginam thalamis cunctantem, exspectant.

 

Stabat paratus niveus equus, nigricantibus maculis scutulatus,

aureo freno, aureis fibulis ac stapedis,

sella et amictu divite decorus.

 

Progreditur tandem Helionora, nativo colore spectabilis,

regio cultu formam corporis augente.

Tubarum clangor et instrumentorum harmoniae personabant.

A suis adiuta magnatibus equum conscendit;

rhedam sericam seu scabellum

Ariani et Catanzari Comites hinc inde sustinebant,

aliis Procerum ad frena

utrimque stantibus aut fluentes sinus colligentibus.

 

Eo apparatu deducitur in aedem urbis maiorem,

per urbis semitam rosis, liliis, myrtoque substratam.

Maio scilicet mense, in templo, praesente urbis Praesule

ritumque, ut decuit, sacrorum ministrante,

FEDERICO viro traditur.

 

Inde in Regium Palatium regifico luxu splendidum deducitur.

Ibi statuto die, nuptiae, regali apparatu celebratae.

Tum Regis munificentia complures equestri dignitate,

aliosque aliis honoribus, aut praemiis donavit.

Data est et ludis variis opera:

cestibus, gladiis, hastis cursuque certatum est.

Vestes ad ludicrorum usum factae

parasitis et histrionibus distributae.

Comites Neapolim reversi res gestas Carolo retulerunt.

 

Fuit hic annus salutis 1303.


MARZO  11

                                             FINE DI FEDERICO II

                                             Requiem  per  il Re di Sicilia  

 

Non dovrei "guastarvi la festa". Ma la STORIA, quando è somministrata in piccole dosi, come in quest'Antologia, è necessariamente frettolosa. Il che vuol dire che, voltata la PAGINA delle nozze, ci troveremo oggi... con lo spettacolo del funerale.

 

Non ometterò altre benemerenze di questo Re. Due anni prima del matri­monio, durante le sofferenze pubbliche della fame e relativo fuggi fuggi dei bisognosi alla ricerca di zone più fertili, aveva dato nobilissimi esempi... da Medaglia al Merito!

 

Comparatis undique frumentis, multorum opera  jumentorum

ipse Rex, per ardua montium comitatus Tripium usque perhibetur...

 

Nec multis elapsis diebus,

cum Messenii rursum penuria vexarentur extrema,

pueris ad ubera matrum pereuntibus,

adfuit Rex iterum convectatis alimentis...

 

Protrattasi ancora l'emergenza fame, fu anche visto alle volte

 

Eximia humanitate decorus, vicissim nunc hos nunc illos

de matrum gremio ablatos, aut itinere fessos adolescentulos,

sive ulnis exceptos sive equi sui tergis impositos vectasse:

quoties autem mensae accubuisset,

accurrentibus panem manu propria fregisse.

 

La pagina odierna, tutta dedicata al funerale di Re Federico, non ci  impedisce di

anticipare insieme la morte di Helionora,

 

Regina religiosissima, quae, post viri obitum,

minoritano habitu induta, supervixit annos quattuor,

et in coenobio Divi Nicolai de Harena in Aetna monte defuncta,

Catanam translata est,

et aede S.Francisci honorifice tumulata, cum epitaphio. 

 

Riprendiamo ora il nostro ritmo, puntando sull'anno 1337.

 

 

FRANCISCUS MAUROLYCUS, Sicanicae Historiae, lib.V, pag.175-176.


Instabat annus humanae salutis

supra millesimum ac tercentesimum, septimus post tricesimum 

cum FEDERICUS II REX, annum agens 65um,

senio iam confractus, podagrae morbo laborabat.

Cumque esset Ennae, ubi aestivare consueverat,

obitus sui signa praesentiens, Catanam proficisci decrevit

ad Agathae Virginis aedem supplicaturus:

eam enim tutelarem sibi Divam ab adolescentia sua elegerat.

 

Itaque lectica delatus, cum ad oppidum Paternonem pervenisset,

ad coenobium Divi Ioannis Baptistae Hierosolymitani,

non longe ab oppido secessit.

 

Ibi, iam languore debilitatus, susceptis Sacramentis,

Christi Servatoris imaginem amplexus,

pridie natalis Divi Ioannis defunctus est.

Per eos dies ad brumalem occasum cometem fulsisse tradunt.

 

Donatus de Brundusio medicus

Federicum in Hierosolymitanis oris moriturum praedixerat.

Nec ita procul a vero fuit vaticinium:

locus enim ille Hierosolymitanorum Equitum fuit.

Regium cadaver, Catanam versus elatum,

noctis superventu in Ursino Castello fuit repositum.

Ibi corona, sceptro trabeaque decoratum, feretroque impositum,

patritiorum catanensium humeris, funalibus accensis,

frequenti moestoque populo, per urbem elatum est.

 

Reginam in tanto casu lacrymis perfusam

matronae flentes constipabant.

Petrus Rex, Gulielmus Dux, Joannes Marchio, Regii liberi,

comitante Siculorum Primatum coetu,

habituque moestitiam gestante, funus sequebantur.

Jactura benemerentissimi ac charissimi Principis

omnia gemitu ac lamentatione repleverat;

tecta plangore et ululatu resonabant.

Corpus in aede Divae Agathae, a latere altaris, in maiori testudine,

marmoreo sepulchro tumulatum est.

 

Res, per Siciliam nuntiata, tristitiam propagavit.

In praeclaris quibusque urbibus, defuncti Regis exequiae celebratae;

fastigiatae pyrae, collucentibus in ordinem lychnis, extructae.

Epitaphia, tumulo tunc inscripta, in fine primi libri notata sunt.

 

Defuncto Federico, suscepit Regni habenas PETRUS eius filius,

eoque antea vivente coronatus:

quorum effigies in testudine maiori Messanensis Templi tessellatae,

una cum Guidoti Archiepiscopi visuntur imagine...


MARZO  12

                                             ROMEO  E  GIULIETTA ?   

                                             Su per giù,  ma... in versione siciliana !

 

Vi sto selezionando per domani un episodio scabroso, che vi illuminerà da solo il fatale destino della Sicilia, in balia ad una cangiante colorazione dei "padroni di turno". Agli inizi del nuovo secolo, 1400, Gallis post varios motus exclusis, Regnum in potestate est Ferdinandi, Aragoniae Regis. Alla sua ombra pullullano uomini equivoci e ambiziosi, e tra di loro il protagonista: qui tenui filo spem suam firmabat. (Era già successo ad altri di diventare Re ex cognato, non per foeminam!) Costui, un catalano "calcolatore", chiuderà la sua storia entro il promesso episodio di domani; lo troverete perciò interessante anche da questa PAGINA, che ve lo renderà in qualche modo "familiare".

 

Questo Bernardo CAPRERA, ambizioso sì, ma incapace di arrampicarsi coi metodi puliti, sta cercando di mettere in atto quel tipo di matrimonio alla siciliana, matrimonio in fretta ad honorem tutandum, che sarà l'argomento del brano latino scelto appositamente oggi per rendere più chiaro quello di domani. In esso vedremo il nostro personaggio fallire strepitosamente nelle sue mosse per impalmare la Regina, e già dentro di quelle altre che, per punirlo, gli muoverà da un posto più alto Sancho, che è nientedimeno l'Ammiraglio o Architalassius. Sarà costui chi, dalle ultime righe di oggi, entrerà in scena col destino di portarci, con l'episodio buffo di domani, ad un terapeutico THE END.

 

Il "balcone" di Verona (che qui non c'entra proprio, ma che noi introduciamo soltanto come spontanea rievocazione), è qui sostituito dalla veranda di una galea ancorata nel porto di Catania. E l'assalto dello spasimante Caprera alla vedova di Martino I d'Aragona, finirà in una cocente e insultante repulsa. Sarà doveroso tradurla in anticipo, poiché pochi sarebbero i lettori abituati a questo linguaggio tipico della commedia latina: Fue, senex scabide! letteralmente: Vattene, vecchio scabbioso !

 

 

FRANCISCUS  MAUROLYCUS, Sicanicae Historiae, lib. V (1410), pag.188

 


Itaque CAPRERA tenui filo spem suam firmabat.

Sicut ergo Ferdinandus ex cognatione per foeminam in Regno Aragoniae,

sic Martinus in Siculo potuit succedere.

 

Erat Caprerae in optatis eximia BLANCAE pulchritudo:

qua  re, nihil ei minus optandum erat:

ut eam ipse sibi non formoso,

minus superbam minusque indignabundam haberet.

Eapropter, si propalam eam in matrimonium peteret, timebat repulsam.

 

Insidiis itaque primum,

dein blanditiis, postremum terrore ac vi rem aggredi statuit.

 

Divertebatur Regina per id tempus Catanae,

tum in arce tutissima et mari vicina, tum in Coenobio Virginum vicino,

loco viduitati suae atque honestati aptissimo.

 

Hinc Bernardus, cum eam comprehendere parasset,

illa praemonita, in arcem furtim concessit.

 

Bernardus hac spe frustratus eam compellaturus,

ut se suspicione quasi purgaret, nuntium praemisit.

Verum, quia neuter fidem alteri haberet,

conventum est ut illa de puppi triremis,

hic de ponte quo littori naves iungitur loquerentur.

Ille igitur post multa verba quae ad purgationem sui attinebant,

dicitur intulisse coniugii mentionem.

 

Ad ea, turbata vultu Regina, subiecisse: Fue, senex scabide !

Nec plura his: avertensque se iussisse Ramundum Torres,

triremis dominum, retrahere longius a terra puppim.

 

Quo facto Caprera, qui plura in sui excusationem addicere parabat,

in terram desiliit, ne cum ponte, a puppi destituto, in mare decideret.

 

Qui postea negabat de coniugio interpellasse Reginam,

quamvis esset vir mulierosus et mentem eius res insecutae indicassent.

 

Ea igitur spe lapsus rediit indignans ac minabundus.

Dein, comparatis copiis, partim vi, partim minis, partim aucthoritate,

civitates plurimas ab illius ditione ad suam transfert.

Idem prope diem de Syracusis (decreturus?) videbatur,

in quam, non ut  Regiam sed sibi peculiarem ad vitae dignitatem,

se Regina confert.

 

Accersitque SANCTIUM, Doris Aegidii filium, Archithalassium,

cui odium et simultas erat cum Caprera, atque cum eo

de cohibenda hominis petulantia consultat.


MARZO  13

                                         B o c c a c c e s c o  !

                                         Un capitolo scabroso, del 1410-1412.

 

Nè saprei spiegare a me stesso perché mai la cronaca del Maurolico si colori di lubrico a partire proprio dall'anno 1400. Il destino politico della Sicilia è in quegli anni in bilico: il lettore non troppo iniziato si sente sperduto, anche geografi­camente; tra gli spagnoli di turno si affacciano nomi di Castiglia, di Aragona, della Catalogna. Anzi, va di mezzo una Regina (questa vedova Bianca di Navarra, dop­piogiochista per fatalità?) della quale è invaghito quell'ambizioso CAPRERA Bernardus, catalano, che ne combina di tutti i colori, sopra tutto, per quel suo "golpe", ovvero  conatus occupandae Siciliae.

 

Lascio campo libero ai ricercatori, che dovranno a buon sicuro ritoccare le mie superfiziali nozioni storiche. Mi accontento dell'ultimo e boccaccesco episodio, che (se non fosse perché il Latino, -bontà sua,- è asettico) potrebbe perfino rasentare i confini della lubricità.

 

FRANCISCUS MAUROLYCUS. Sicanicae Historiae, lib.V, p.190

 

Itaque, qui Reginam capere conabatur,

qui amori, qui Regno adquirendo operam dabat,

iam tantum de amittendis bonis,

de servitute sua, de morte cogitabat.

Traditus enim in manus Sanctii

ductusque in castellum cui nomen MOTTA,

atque ibi ab inimico in cisternam vacuam dimissus est.

Nec ita multo post, forte ad inmensam pluviam laxatis cadurcis,

tamquam fortuito id accidisset (cum ex imperio factum esset),

rivi affatim in cisternam defluebant eamque replebant.

 

Bernardo interim identidem vociferanti auxiliumque imploranti

nemo domesticorum respondebat,

tanquam obstrepente eorum auribus pluvia, ne audirent,

et occupati praecipue essent eum ad alium quemquam locum,

quo imber non penetrasset.

Donec, innatante iam lectulo, non procul aberat a vitae periculo;

tum quidam, veluti tunc primum audisset,

ab ore cisternae respondet ac festinabundus domino rem nuntiat.

Qui, miseranti similis, propere succurri imperavit.

 

Educitur e profundo lacu obscuraque testudine Bernardus,

modo Siciliae Regulus, veste, capillo, totoque corpore madenti;

eo insania hominem deduxerat !  Sed in locum translatus

omni carcere graviorem  etsi cisterna mitiorem.

Ubi casus illi abominabilior accidit.

Cum enim adulatione multorum dierum praemissa, CUSTODEM

pretio corrumpere tentasset promissione mille aureorum!,

custos rem ad Sanctium defert,

et ab eo assensum pactioni praebere iubetur;

instructus quid sibi agendum esset.


Postridie igitur, accepta clanculum per amicos pecunia,

iurat se (custos)

Bernardum e fenestra turris per funes dimissurum.

Ad tertiam igitur sequentis noctis vigiliam,

Bernardus, carcere eductus, submisso fune, caligis complicatis,

nulla amictus tunica dimittitur

(custode ut turbaret miseri consilium urgente ad descendendum,

tanquam anxio ne in fuga deprehenderetur).

 

Ille, noctis pariter et timoris tenebris confusus,

dum celerius quam manus ferunt lubrico fune delabitur,

adaptatis ad id retibus excipitur, et ritu ferae,

cassibus captae haesit,

ita ut neque sese deicere, et si praeceps casus foret,

nec in fenestram se recipere posset.

 

Si ferrum ad manum fuisset, mortem fortasse sibi ipse conscisset,

sed mors in eo loco pudenda quoque erat, atque inimico jocunda,

et aviditas iniuriae aliquando ulciscendae

contumacem vitam ad perpetienda dedecora faciebat.

 

Nocturnum frigus et postea solem adurentem

corpus non sensit, cum animum magis dolor ureret.

Non tam e tenebris cisternae produci in lucem optaverat

quam nunc reduci in tenebras. Ita

totum diem retibus involutus, tanquam Mars in adulterio Veneris,

ridiculum simul ac miserandum plurimis spectaculum fuit.

 

Cuius turpitudini hic quoque cumulus accessit

ut cum ad transitum notorum atque honestorum virorum

faciem vellet avertere,

prohiberetur... ne illis posteriora ostenderet !

Nec quod cibo et potu caruerit eo die doluit,

sed quod ea, quae nisi remotis arbitris decore non fiunt,

praesentibus facere non licuit.

 

Receptus vesperi eodem unde fugerat

(si fugisse est, e carcere in laqueum incidere)

aliis quoque ludibriis non caruit donec, Rege Ferdinando poscente,

per legatum suum vinctus productus est ac traditus;

a quo solutus ad Regem protinus in Cataloniam (Barcinonem)

se contulit, et in pristino apud illum honore habitus est.

Hunc exitum habuit conatus occupandae Siciliae, CAPRERAE.

 

Cui, si res prospere cessisset,

haud minus inter Hispanos Italicosque bellum suscitasset,

quam olim pro eadem Insula inter Poenos atque Romanos,

aut inter Athenienses Lacaedemoniosque prius exarserat.


M A R Z O   14

                                    Scorrerie dei PIRATI

                                     Mamma, li TURCHI !

 

Non sono professionalmente informato sul livello di quella "paura storica" che, durante lunghissimi "anni buii", hanno fatalmente subito le coste meridionali italiane, particolarmente quelle della Sicilia. Permanente sembra sia stata laggiù la minaccia di ogni sorta di invasioni: politiche, culturali, religiose. Dai libri però risuona spesso alle nostre orecchie lo straziante grido, istintivo, delle donne, giovani principalmente, appena diffusosi l'allarme: Mamma, li Turchi !

 

Testimoni di queste scorrerie restano, un po' dovunque, le fitte schiere di "torri" che ancor oggi puntellano le coste italiane di tutti i mari. Nella stessa Roma classica ci fu, al tempo di Cicerone, l'emergenza di dover affidare la sorveglianza costiera alle "forze dell'ordine". Si potrebbe addirittura trovare la denuncia di "pirati ad Ostia Tyberina"; e memorabile fu in questa direzione l'incarico dato a Pompeo di ripulire i mari, infestati dalle scorribande piratesche, non solo nei lontani covi della Cilicia, ma perfino nelle coste tirreniche, oggi -grazie a Dio- invase piuttosto dal turismo.

 

Mi aspettavo qualcosa anche su questo argomento, in buon latino, mentre leggevo le Sicanicae Historiae del Maurolico; vi confesso però che una cronaca, tanto puntuale e concreta da obbligarmi a seminare ovunque il classico "omissis", non entrava nelle mie prospettive. Ho invece trovato di tutto, e sottopongo alla vostra curiosità (e anche alla vostra maturità storica) un breve e concretissimo sunto di questo argomento.

 

FRANCISCUS MAUROLYCUS.

Sicanicarum Rerum Compendium, libro VI, p.230

 

Ultimo Iunii 1544 Turcorum classis Polycastrum usque pervenerat.

Postridie, ex summis Pelori iugis,

visa fuit in Aeolias Insulas divertisse.

Erat longarum navium numerus 140, ratium 4.

Tum Messeniis a Praeside imperatum ut, sumptis armis,

praesto essent, per propugnacula excubias continuarent...

die Iulii 2, Messanam appulit Ioannes Oria cum 30 triremibus...

 

(Quem -Ioannem Oria- si vultis, in Atlantico reperietis, iesuitas 39 martyrio damnantem,

quos ego potius in BREVITER -GENNAIO 30- ostendebam titulo "Novitii in concert")

 

Interea Turci Liparae Insulae exiguum quidem oppidum

sed longe eminentia munitum, obsidere coeperunt.

Decem quidem diebus terra marique oppugnatum est...

Itaque bello continuato

fatigati, deficientibus rebus necessariis, deditionem fecere:

pacti corporum ac rerum incolumitatem.

Verum Turci pacto non stetere.

Capta sunt decem hominum promiscui sexus atque aetatis millia.

Civitas direpta est et flammis absumpta.

Idque die Veneris, quae fuit Julii 11ª.


Multa praeterea supellex direpta:

nam cives, relictis laribus, ad interiora Insulae secesserant.

 

Julii 14º Turci plagam quae Mylis ac Falacrio interiacet,

igne ferroque populabantur, interdum ab incolis repulsi.

Circa meridiem constitere iuxta Pelorum duae hostium triremes.

Promontorio transmisso, processerant.

 

Mox, ante Solis occasum,

universa Turcorum classis constitit in littore Brutiorum.

Urbis centuriae per propugnacula distributae:

campana aera belli signum pulsata dedere.

 

Nocte sequenti, per urbis fenestras lucernae ac lampades expositae,

per muros ad turres excubiae servatae.

 

Postridie, complures ex christianis captivis

(Telamonis, Prochytae et Pithecusae ac Lipari) sunt redempti:

senes vero et anus, aut in Insulis dimissi aut destituti sunt.

 

Milites e Messanensium oppidis circiter 800 proscripti:

200 urbem sub vesper ingressi sunt.

A Turcis ignis pluribus Calabriae locis interiectus,

interdiu fumum, flammas nobis per noctem ostentabant.

 

Duo montana Brutiorum oppida...

ab incolis, in interiora montium diffugientibus, destituta sunt.

 

Calabri, dum coniuges ac liberos tutantur,

caedunt, ac vicissim caeduntur a Turcis.

Caesi sunt ex oppidanis circiter 200 et mulieres aliquot,

quaecumque raptorum vim pertinaciter abominabantur.

Capti sunt homines, promiscui sexus, circiter mille.

Iulii 18 iam tota classis discesserat.

 

Sic Barbari, multis captivorum millibus, spoliis, pecunia,

multaque praeda onusti, ventis secundis adiuti,

per extremum Leucopetrae Promontorium transmissi,

VICTORES ad Orientem revertebantur...

 

Iulii mensis 4º 1551, Turcorum classis ad Siculum Fretum appulit,

centum ac quindecim velorum numerum implens.

Quae rursus urbem Rhegynorum et agrum,

igne iactato, consumpsit.

Iulii 7º classis,  Pelori angustias egressa, discessit...

 

15º Augusti in Fretum Nostrum reversa

eiusque villas populata est.

 


 MARZO  15

                                 14 JUILLET  anche  in SICILIA, 1647

                                 Una piccola Bastiglia a Palermo ?

 

Una piccola rivoluzione che non raggiunge, certo, la dimensione della Bastiglia francese, e nemmeno le asprezze dei veri e propri "vespri siciliani" che qui non abbiamo a suo tempo ricordati (1282); ciò nondimeno, l'autore del CHRONICON SICULUM non esita ad offrirci in questa breve PAGINA, seppur scritta in prosa, una vera e breve Iliade: Iliadem hanc, presso calamo scriptam, habeto!  Per fortuna, è più breve del poema omerico, e la potrete divorare in una sola seduta. Nemmeno gli inevitabili antefatti (la brutta annata agricola del 1646) mi obbligheranno a tagliare in seguito una sola riga.

 

(1646)  Annonae hoc anno in toto Regno caritas

multa mala in sequentem cudit.

Messanae, tumultus adversus Magistratum excitat,  

quos mense Novembri Prorex adveniens provide comprimit.

Panormum redux,

magnam prae fame exterorum turbam accurrisse dolet;

unde magnae, supra vires urbis, impensae tritico emendo;

adeo ut pecunia exhaustum et paene obaeratum manserit aerarium;

populus publicis precibus et paenitentiae signis

Deum pro pluvia et annona deprecatur.

 

Rei frumentariae copia anno 1647 praecedentis expulit caritatem;

sed Panormi tranquillitatem populares motus

(ob inopportunam Praetoris sollicitudinem

publici aerarii insumpti restaurandi,

quod antea penuria expilaverat) turbarunt:

brevi tamen, Procerum et Ministrorum zelo, urbs foelix quievit.

 

Iliadem hanc presso calamo scriptam habeto.

Praetor ergo, mense Maio, unius mali medelam cogitans,

in maius incidit; panem minus iusto civibus distribuit !

Hinc turbae ex turbis enatae: ad Praetorium Palatium ALTERA

clamantis infimae plebis manus accurrit,

ALTERA ad Proregis;

dein, fractis carceribus, plures facinorosos socios asciscit.

 

Visum Proregi Velesio et Proceribus

(promissis ut turbam sedaret)  vectigalia super victualibus delere

et Magistratum mutare, sed incassum !

Nam clanculum ignis iste fodiebatur.

Unus ex plebe, cui nomen Joseph DE ALEXIO, e civitate Polizii,

se caput extulit, vir effrons et ad nova inclinatus.

 

Is ex publico armamentario sclopos et arma vi educere,

populari licentia armare suos;

unde decora urbis metropolis foelicitas

paucorum nebulonum insania deturpata !


Prorex sub primo impetu ad triremes convolans,

asylum in portu quaesivit...

Edicta dein et decreta cudit; Consilium ex suis conflat;

incendio, nece, rapina urbem perfundit;

licet in speciem erga Regium nomen et Maiestatem

semper venerabundus, hic NEBULONEM sese ostendit.

 

Proceres, Nobiles et Ministri officia pro viribus

ad populi resipiscentiam toto conatu adhibent, sed irrito.

Valesius castrum ad mare, quo tutius sibi consuleret, occupat.

 

Frequentes interea ex arce Regii et Proceres cum Alexio

consessus habent, unde seditiosis de ipso Alexio orta suspicio.

Hinc ipse equitare coepit,

et ad custodiam, perduellium manu stipatus, per urbem incedere.

Sed mox urbis bono et pacis,

perreptans inter seditiosos divisionis spiritus,

Proceribus et Regiis ansam obtulit

Alexium et fratrem una interimendi.

 

Haec summa rerum foeliciter peracta,

vilioris populi ebrietatem contrivit;

hinc resumpti de ipso ad officium retrahendo tractatus,

faustum quorum exitum Procerum et Nobilium zelo debemus.

 

Constitutis igitur capitulis quibusdam,

potius ad sedandum tumultum confictis, res plane quievit.

Publicae tranquillitatis splendor eluxit,

quem aliquantulus seditionis fumus,

novis exsurgentibus turbarum capitibus,

obnubilari non renuit; rigore quippe suppressa !

 

Prorex Velesius -die 3 nov.- in arce ad mare ex moerore occubuit.

Gubernii habenae

Vincentio de Guzman, classis triremium Praefecto commissae.

Quas paucis post diebus -die 19 nov.- Roma Panormum veniens,

Theodorus Cardinalis Trivultius successor suscepit.

Foelicior, quia, non pari sed opposita ac decessor methodo,

reipublicae vulnus curaverit.

Statim quippe Proregum aedem intrepide occupavit.

Populi capita  (Artistarum Consules vocant)  acciri iussit,

et mascule allocutus, plebis deliramenta compressit;

quem abiecerant timorem incussit.

Seditiosos praecipuos laqueo suspendit,

et urbem urbi, pristinam scilicet foelicitatem restituit...  

 

Satis haesimus in hac plebis faece:

CURIOSOS ad eius temporis scriptores amandamus.


MARZO  16

                                 Pausa di uno storico

                                 per opportuna esternazione

 

Mi colpisce gradevolmente l'apertura del Maurolico quando, dando un taglio convenzionale alle sue SICANICAE HISTORIAE, sente il bisogno di una "evasione" dalla monotonia di questi annali, e se la prende disinvoltamente, quando apre con il Libro V gli eventi del 1300, con quelle idee, appunto, che fatti non sono.

 

Lieta per voi anche questa "esternazione", che poi sarà più godibile se vi aggiungo una mia decisione "giubilare"; quando avevo finalmente trovato, per colmare queste Pagine del Ciclo B, il posto giusto per parlarvi dell'uccisione di Galeazzo Maria Sforza a Milano, e sapevo che questo episodio negativo era affiancato, nella stessa HISTORIA del Thesaurus, dalla Congiura de'Pazzi a Firenze, ero giunto fino al punto di mettere in motto il mio computer, quando mi sembrò inaspettatamente superfluo, se non offensivo, il ricordo di tanto sangue, e decisi di cambiare tematica ! Anche se, all'ora dei conti, vi aggiungo qui un episodietto... conturbante! Qualcuno infatti, anche in Sicilia, si è permesso la libertà di far sventolare la bandiera... della PADANIA! Eccovi una reazione non proprio "ecologica" !  (vi do la posizione precisa: (pag.182, e anno 1398).

 

Salimbenius Marchisius Strategus fecit strangulari

Peregrinum Condó et Pinum Rolandum in turri Sancti Salvatoris,

et projici strangulatos de turri: eo quod pridie festi S.Salvatoris

praedictus Pinus, mandato PEREGRINI,

erexerat in ipsa turri VEXILLUM DUCIS MEDIOLANENSIUM !   

                       

Eodem anno, 25 maii, defuncta erat Regina Maria, Leontini

et 1º iunii eius exequiae celebratae.

Sed in tantis casibus, in tantis rerum varietatibus,

Sicilia, non solum exteris sed intestinis bellis vexata,

ita fluctuabat, ut nulla non urbs,

nullum non oppidum instabiliter nutaret.

Haud facile mihi fuit eventus varios ordine referre,

cum singulae urbes suum seorsum poscerent scriptorem.

Ego summa sequor fastigia rerum...

 

Parla in seguito della scomparsa di due famiglie: i Chiaramonti e i Palizii, rei di un medesimo misfatto. Uno dei quali, Andrea Chiaramonti, troverà il modo più teatrale per suicidarsi, buttandosi al mare, come?  Armatus enim equoque subvectus, foribus prosiluisse memoratur ;

 

tum, equo calcaribus concitato, per proximam urbis portam

sese in pelagus praecipitem intulisse, nec usquam postea visum.

Sed ea porta nunc ita obstructa est,

ut in parum ostium redacta, equitem minime admittat... (pag.183)

 

Passiamo ora alla preannunciata esternazione, quando cioè il nostro storico, annoiato dai fatti

dell'anno 1303, ci ammannisce queste riflessioni che sono idee, non dati o nomi.


Sicut varia,

ita incerta sunt hominum iudicia super humanarum rerum eventibus.

Alii enim a Deo; alii ab astris; alii a fortuna; alii...

a mortalium malitia CAUSAS quaerunt.

Sed certum est DEUM, quamvis sit prima rerum causa,

non tamen esse malorum auctorem,

quandoquidem malum defectus est materiae, non artificis.

 

Astra autem, aut significant aut influunt: si signa sunt, ergo non causa !

Aliud enim est signum quam causa;

si influunt, non cogunt liberam voluntatem, quamvis inclinent !

Fortuna vero quid est,

nisi nomen inane et ab hominum inscitia confictum, cum omnia

per Divinam Providentiam, nobis impervestigabilem, disponantur?

Superest ergo ut nostra sit malitia culpanda,

qui, dum falsa boni specie fallimur,

cupiditatibus nostris rationem postponimus.

 

Poterat aliquis de his quae a Federico II ad hoc usque tempus acciderunt

criminari Summos Ecclesiae Praesules,

quod Gallos ad Suevorum perniciem ascivissent,

quod simultates partium fovissent, quod consanguineorum Principum

dissidia et intestina bella procurassent.

 

Sed cur non potius damnatur Federici Suevi impietas,

qui tyrannos fovit in Italia,  Ecclesiam oppugnavit,

in filios et nepotes saeviit ?

Cur eius filiorum, inter se fraudem et exitium machinantium,

scelera non recensentur?  Non igitur me pudebit dicere

tam Federicum quam Manfredum et Conradinum

infelici interitu temeritatis poenas dedisse.

 

Et nihilominus Gallorum petulantiam merito a Siculis multatam.

Deinde Siculos, quoniam insontibus non pepercerant,

non semel iacturis magnis et cladibus affectos.

 

Sic et alios aliorum scelerum merita tulisse supplicia.

Ad summam, si culpam calamitas, tanquam causam effectus, sequitur,

aliunde quaerenda non erit calamitatum origo.

 

Pacata iam erant Siculis omnia,

et, interdicto Pontificis abrogato, sacra restituta.

Federicus Rex, paulo minus quam annos 12, quieverat:

et ecce alia rursus causa provocatur ad bellum:

anno enim Salutis 1313, Enricus VII Imperator

Romam coronandus venerat...

 

(Sic incipit Liber V). pag.168. 

 


MARZO  17  

                                         Instauratio - Incoronatio AMEDEI.

                                         SICILIA ha, finalmente, un suo RE

 

Non tutto si potrà condensare in una PAGINA. Premetterò perciò l'essenziale dello sviluppo e delle date dell'agognato evento (sempre secondo il CHRONICUM SICULUM, e proprio dall'ultimo suo capitolo), e poi vi riserverò un posticino per essere partecipi di quella gioia in mezzo ai Palermitani. Leggete con attenzione il chiaramente intenzionato elenco dei paesi che laggiù si erano dati il cambio nei recenti secoli, e sentirete con loro il brivido di avere finalmente una propria bandiera. Per inquadrare il tutto nella Storia d'Europa, incominciamo dal Trattato di Utrecht.

 

 

(1713)  Postquam  mense martio, ut tetigimus,

Ultraiecti iussum in Italia ab armis abstineri

et caesareum militem Cathalaunia excedere,

tandem mense insequenti, totius Europae votis

expetita PAX subscripta est per Legatos Hispanos, Gallos,

Anglos, Hollandos, Lusitanos, Prutenos et Sabaudos.

 

Praecipuum ad nos nostramque foelicitatem respiciens,

fuit cessio SICILIAE REGNI,

facta per Serenissimum Philippum V,

Hispaniarum Regem, SERENISSIMO VICTORIO AMEDEO,

Duci Sabaudiae et Cypri Regi.

 

Prorex, Marchio de los Balbases,

Messanae, ubi per quatriennium insederat,

cum Marchione Cortansaeo, futuri Regis praenuntio,

de Regni tradendi et excipiendi novi Principis ritu convenit.

 

Inde, Philippi V iussu, mense septembri, Panormum petit

adventanti novo Siciliae Regi, iuxta ea

quae in pacis instrumento sancita erant, Regnum dimissurus.

 

Victorius Amedeus II, Sabaudiae Dux,

Augustae Taurinorum cum Anna Aurelianensi uxore,

I Siciliae Rex proclamatur die 22 Septembris... (1713?)

 

Enata ex tempestate molestia,

qua plures ex navibus in varios Italiae portus incolumes reiectae.

Demum, post devictam procellam,

Panormum Regiae naves appellunt die decimo Octobris.

Hinc ad littus effusus undequaque populus,

non aetate, non sexu obsistente

quominus pari gaudio parilique clamore novum Regem salutarent,

adeo aequalis omnibus ab expectato desideratoque adventu

percepta laetitia est...


Mensis December duplici gaudio exhilarandus eligitur;

publici nempe INGRESSUS

et solemnis INAUGURATIONIS et CORONATIONIS.

Haec quidem brevi calamo percurrenda...

Ad indicta igitur solemnia... ex Regni civitatibus

Legati et Equestris Ordinis flos Panormum conveniunt.

Die 19 NOVA  Regni VEXILLA,

Archiepiscopo Panormitano de more Ecclesiae sacrante,

benedicta et militiae Ducibus militari tripudio tradita.

Die 21, prope meridiem, Rex, Regina, et Curia

in planitiem moenibus finitimam, Sancti Erasmi vulgo dictam,

ubi posita tentoria pretiosissimis aulaeis exornata, se conferunt.

Ibi Principi Buterae, ex Hispaniarum Magnatibus primo,

Regni vexillum regia manu traditur deferendum;

et ordine praeeuntibus equestri triumpho officialibus .

.....

Generali postremum Thesaurario

nummos Regis effigie noviter cussos in populum effundente,

iter ad urbis ingressum institutum,

Regum umbellam hastis levante Panormitano Senatu.

 

Regi Princeps Trabiae ad stapedam:

Reginae Princeps Scordiae Praetor;

ad habenas pedites proximi adstant.

Sub Arce triumphali (ad Portam e Graecis indigitatam erecto),

Archiepiscopus excipit,

a quo Rex et Regina, equis desilientes, ad Crucis osculum admissi.

Inde iter prosequuntur et ad Portam Ingressui praestitutam

(non sine omine Foelicem dictam),

fornice superinducto ac trophaeis superbientem,

de Praetoris manu urbis claves Rex suscipit.

 

Dein, per Maiorem Viam, ad Regiam progressum.

Hic referta tecta, stipatae fenestrae,

oppletae undique viae exultantium turbis:

loca ipsa, quae vix pendulum vestigium caperent,

spectantium examine obsessa,

quibus gratum Regiae Maiestatis simul

et comitatis radiis circumquaque effusis beari.

 

Per intervalla triumphales arcus, sive Senatus munificentia,

sive nationum (Januensis, Mediolanensis, Neapolitanae)

aere excitati.

 

Parietes serico: Procerum palatia phrygio opere

auroque intertexto stromate,

ac canoro musicae plausu et symphonia interspersa.

Die 24 solemnis inauguratio perficitur...


MARZO  18

                       Seneca a Lucilio: Mandami una cartolina sull'ETNA !

                       Ma... vi risponderà prima  CLAUDIANO con

                       La sua  PRIMAVERA SICILIANA !

 

La vulcanologia non è una scienza nata ieri: essa viene da lontano: Seneca, ad esempio, cercava materiali autentici quando al suo Lucilio -che in Sicilia era in villegiatura- chiedeva informazioni di prima mano (Ad Lucilium 79). La sua risposta non risulta nota agli editori. Io però trovo poche righe che rispondono da sole.

 

Mons Etna,  cum incendia sempiterna iugi flammarum eructatione contineat,

vertice tamen eaque sui parte qua ignis grassatur maxime,

perpetuas (etiam aestate) nives sustinet:

ita invictam stupendam­que in utroque elemento potentiam praebet,

ut nec nive ignem extingui, ne­que igni nives dissolvi patiatur.

 

Altro più preciso riferimen­to lo trovate nell'ATTICA BELLARIA di Jacobus Pontanus (il quale raccoglie il pezzo con quest' indicazione: Thom Fazellus, De rebus Sicu­lis, lib.I, cap.5). Dunque alla domanda di SENECA, possiamo qui offrire una migliore cartolina, meno naturalistica e più poetica: sarà LA PRIMAVERA SICILIANA, vista da Claudiano nel suo DE RAPTU PROSER-PINAE. I suoi "per­sonaggi" mitologici sono HENNA parens florum e il ZEPHYRUS, da lui appunto incaricato di "soffiare" su tutta l'isola e far esplodere e fiorire la sua notissima “primavera” :

 

Viderat herboso sacrum de vertice vulgus

HENNA parens florum curvaque in valle sedentem

compellat ZEPHYRUM:  "Pater o gratissime veris,

qui mea lascivo regnas per prata meatu

semper et assiduis inroras flatibus annum;

respice Nympharum coetus et celsa Tonantis

germina  per nostros dignantia ludere campos.

Nunc adsis faveasque, precor, nunc omnia

pubescant virgulta velis; ut fertilis Hybla

invideat vincique suos non abneget hortos.

Quidquid turiferis spirat Panchaia silvis,

quidqud odoratus longe blanditur Hydaspes,

quidquid ab extremis ales longaeva colonis

colligit, optato repetens exordia saeclo,

in venas disperge meas et flamine largo

rura fove.  Merear divino pollice carpi

et nostris cupiant ornari numina sertis".

 

Dixerat: ille novo madidantes nectare pennas

concutit et glaebas fecundo rore maritat,

quaque volat, vernus sequitur rubor; omnis in herbas

turget humus medioque patent convexa sereno.

Sanguineo splendore rosas, vaccinia nigro

imbuit et dulci violas ferrugine pingit.                

    


Ritorniamo ora alla richiesta di SENECA:  (e ve lo dovrò "comprimere"... per regalarvi altra analoga sorpresa: l'indicazione di altra presenza del ETNA  -questa volta del Bembo- già presente su INTERNET, nel  mio BREVITER SED QUOTIDIE).

 

Exspecto epistulas tuas, quibus mihi indices,

CIRCUITUS  SICILIAE  TOTIUS  quid tibi novi ostenderit,

et omnia de ipsa Charybdi certiora:

nam Scyllam saxum esse,

et quidem non terribile navigantibus, optime scio;

Charybdis an respondeat fabulis, perscribi mihi desidero.

 

Et, si forte observaveris, ‑dignum est autem quod observes‑

fac nos certiores utrum uno tantum vento agatur in vertices

an omnis tempestas aeque mare illud contorqueat,

et an verum sit quidquid illo freti turbine abreptum est,

per multa milia trahi conditum

et circa Tauromenitanum litus emergere.

Si haec mihi praescripseris, tunc tibi audebo mandare,

ut in honorem meum Aetnam quoque ascendas,

quam consumi et sensim subsidere ex hoc colligunt quidam,

quod aliquando longius navigantibus solebat ostendi.

 

Potest hoc accidere, non quia montis altitudo descendit,

sed quia ignis evanuit et minus vehemens ac largus effertur,

ob eandem causam fumo quoque per diem segniore.

 

Neutrum autem incredibile est,

nec montem, qui devoretur cotidie, minui,

nec manere eundem,

quia non ipsum exest aestus,

sed in aliqua inferna valle conceptus aestuat et aliis pascitur,

et in ipso monte non alimentum habet sed viam...

 

Sed reservemus ista tunc quaesituri cum tu mihi scripseris

QUANTUM  AB IPSO ORE MONTIS  NIVES ABSINT

quas ne aestas quidem solvit.

Adeo tutae sunt ab igne vicino ?

________

 

La novità, per la quale ho trovato qui un breve spazio, è la presenza in Internet di tutta una ricerca fatta da un BEMBO giovanile De Aetna (ad Angelum Gabrielem liber), doviziosamente illustrata da uno spezialista dell'Università di Roma, Fabio Massimo Bertolo. E si tratta di 60 pagine, che i "navigatori" della Grande RETE sapranno ritrovare meglio di me, che sono ancora alle prime sorprese di questa ineffabile tastiera, con la quale forse... smarrita la mia strada, io sono naufragato vicino a Tauromenium (Taormina)...

 

Cercate nei meandri della Biblioteca -anche LATINA-, di Augsburg.

   


MARZO  19

                                         PRENESTE, oggi PALESTRINA.

                                         Un'offerta turistica, di alta portata culturale !

 

Per i meno iniziati basti ricordare che tutto il Centro Storico di questa cittadina laziale  è sovrapposto ai ruderi di un imponente TEMPIO DELLA FORTUNA, il cui culto era probabilmente il più universale e istintivo del mondo antico romanizzato. Vi risparmio altri commenti, lasciando tutto nelle mani del Kircher, quell'innamorato delle ricerche archeologiche del Latium; tanto, da aver ottenuto che il suo cuore, non canonizzabile, sia però conservato nel Santuario della Mentorella, non troppo distante.

 

Anno 1664, cum in Tiburtino agro, annuis autumnii feriis,

antiquitatum studio intentus rusticarer,

summum me illa celeberrima monumentorum vestigia

lustrandi desiderium invasit.

 

Accidit autem ut, in ipso urbis ingressu, obvium haberem

Eminentissimum Franciscum Cardinalem Barberinum,

cui, uti semper -a triginta fere annis-

eximium se meorum studiorum promotorem exhibuit,

ita quoque mox, cognita mei adventus causa,

me summa sane benignitate

et innato de litteris benemerendi studio excepit;

et quemadmodum ille

neminem in dictarum antiquitatum notitia parem habet,

ita quoque ipsemet in persona quidquid Praeneste

antiquitatum monumentorumque adhuc remanet,

mihi ostendere dignatus est.  Quae ideo hic scribo

ut incomparabilem dicti Francisci Card. Barberini

in studia promovenda affectum POSTERITATI TRADAM.

 

Primum itaque ostendit mihi

-ab ultimo muri termino usque ad ultimum montis verticem-

quidquid apud veteres commemoratione dignum erat;

vastissimas murorum fabricas,

aquaeductus -qui in hunc usque diem durant

uberrimosque aquarum affluxus toti urbi subministrant-.

Praeterea latibula canalis in quo C.Marius iunior,

-Syllae iurati hostis immanitatem fugiens-

infelici obitu vitam conclusit. 

                                

Ostendit et Pharum, quam illuminatam

vel in remotissimo Thyrreno Mari  nautae observantes,

Primigeniae Fortunae vota persolvebant.

Erat autem instar conchae vastae capacitatis, fornice tectae,

diametro decem circiter pedum, ex fumo tota denigrata;

veteris lucernae indicium praebebat.

 

ATHANASIUS KIRCHER. Latium, parte IV, cap.III.


Postea me duxit ad antiquum

Primigeniae Fortunae templum, cuius maximas partes

Excellentissimi Principis Maffei Barberini palatium obtinet,

ubi, inter cetera, obstupui

pavimentum ingens, totum quantum musivo opere stratum...

In quo incredibili industria et labore,

nautarum more sulcantium piscium,

ad haec volucrium variorumque animalium figurae,

-una cum graecis seu coptis nominum descriptionibus-

adeo affabre et ad vivum expressae spectantur ut,

neque Romae neque alibi, ex vetustis monumentorum reliquiis,

quidquam rarius, pulchrius

et admiratione dignius me observasse meminerim.

 

FORTUNAE statua seu signum, vestitum plicatili seu rugata veste,

multis sinubus seu laciniis plexa e cinereo lapide

qui attritus manibus odorem sulphuris emittit,

priscis saeculis, medio fere in templo situm, oraculis nobile

maximeque concelebratum erat. Inde sortes expetitae.

 

Illic votivi confestim oppositi lapides,

cuiusmodi dispersos haud quidem paucos

praenestinis viis agrisque legimus; ubi et epigrammata concinna

et alia complura suspicienda antiquitatis vestigia iacent.

 

Templum, seu templa potius, stupendae molis

omne fere hodiernae civitatis occupabat spatium:

apposita namque monti,

devexis inferioribus partibus ascensum compositis,

distinctum areis duodecim exhibebant,

erectis ad eam peramplis aedibus, diversis scalarum ordinibus,

parietibus in unum beneque elatum prospectum cingentibus,

multiplici porticu, theatro columnis distincto,

cavaedio, arcubus spectandis, fontibus, lacusculis, viridariis...

 

Excissus erat ipse mons

et pluribus quasi planis gradibus sectus in templi conscensum;

excavatus medio in monte aquaeductus, piscinas,

seu potius lacus, in ipso Fortunae templo constituebat.

 

Cortina templi eminebat in apice -ubi nunc palatium Principis-

in eoque summo excitabantur ignes, accensis facibus,

quae navigantibus etiam in ipso mari

noctu religiose conspectae praelucebant,

ut invocandum ipsis Fortunae Numen admonerent.

Aedificium istud, insanum atque inmane,

ab inferioribus sacellis assurgit quattuor quadratis molibus,

alarum quarumdam gradibus quasi adiectis

ad summam usque in vertice positam

obrotundae in tholum erectionis.


MARZO  20

                                    Ecumenismo D.O.C. di S.Agostino

                                   Da vera Antologia !

 

Ospitare qui un testo agostiniano sulla dolorosa separazione che da se­coli affligge i credenti in Cristo, potrebbe sembrare una illegittima inva­sione di campo. Non vorrei turbare le acque, se mai qualcuno credesse anco­ra di avere il diritto di perpetuare con la sua inamovibilità ciò che teo­logicamente e storicamente fu un madornale errore dei passati secoli. Mi accontento di palesare la gigantesca scossa provocata oggi nel mio animo dal ritrovamento (nella lettura quotidiana della LITURGIA HORARUM, feria III hebdomadae XIV per annum), della sconvolgente predica del Vescovo di Ippona: come mai, essendo stata scritta questa pagina in purissima e disin­quinata terminologia più di 15 secoli fa, siamo ancor oggi collocati in così divaricate angolature, da mantener irrisolta questa dilacerante assur­dità ?

 

Non sarà per caso che la nostra non dimestichezza col Latino ci ha re­si insensibili alla forza dialettica di questo discorso di altissimo vol­taggio? Ci sentiamo forse autorizzati dalla nostra inerte passività a pro­trarre indefinitamente dinanzi al mondo una così triste e mai spiegata se­parazione ? 

 

Mi rendo ben conto di stare invadendo il posto del predicatore: pieghe­rò quindi le vele e mi accontenterò di essere soltanto "trascrittore". Toc­ca ora a voi  intellegere, id est, intus legere!

 

 

Fratres, ad hanc maxime exhortamur vos caritatem,

non solum in vos ipsos, sed in eos etiam qui foris sunt,

sive adhuc pagani, nondum credentes in Christum,

sive divisi a nobis, nobiscum CAPUT confitentes

et a CORPORE separati !

 

Doleamus illos, fratres, tanquam FRATRES nostros.

Velint nolint, fratres nostri sunt. Tunc esse desinent

fratres nostri, si desierint dicere PATER NOSTER.

 

Dixit de quibusdam Propheta: "His qui dicunt vobis:

non estis fratres nostri, dicite: Fratres nostri estis".

Circumspicite de quibus hoc dicere potuerit:

Numquid de paganis? 

Non, neque enim dicimus eos fratres nostros

secundum Scripturas et ecclesiasticum loquendi morem.

Numquid de Iudaeis, qui in Christum non crediderunt ?

 

                                                                  (continuatur in pagina)

 

SANCTI AUGUSTINI, Enarrationes in Psalmos, 32, 29 CCL 38, 272‑273


Legite Apostolum et videte quia FRATRES

quando dicit Apostolus sine aliquo additamento,

non vult intellegi nisi  CHRISTIANOS:

"Tu autem quid iudicas fratrem tuum, aut tu quid spernis fratrem tuum? "

Et alio loco,

"Vos ‑inquit‑ iniquitatem facitis et fraudatis, et hoc fratribus! "

 

Isti ergo qui dicunt: "Non estis fratres nostri", paganos nos dicunt.

 

Ideo enim et rebaptizare nos volunt,

dicentes nos non habere quod dant.

Unde consequens est error ipsorum, ut negent nos fratres suos esse.

 

Sed quare nobis dixit Propheta:

" Vos dicite illis: Fratres nostri estis "

nisi quia in eis agnoscimus quod non repetimus ?

 

Illi ergo non agnoscendo baptismum nostrum, negant nos esse fratres;

nos autem non repetendo ipsorum, sed agnoscendo nostrum,

dicimus eis: "Fratres nostri estis".

 

Dicant illi: " Quid nos quaeritis, quid nos vultis? "

Respondeamus: "Fratres nostri estis".

 

Dicant: " Ite a nobis, non vobiscum habemus rationem".

 

Nos prorsus vobiscum rationem habemus:

unum Christum confitemur, in uno CORPORE,

sub uno CAPITE esse debemus.

 

Adiuramus ergo vos, fratres, per ipsa viscera caritatis

cuius lacte nutrimur, cuius pane solidamur,

per Christum Dominum nostrum,

per mansuetudinem Eius, adiuramus vos.

 

Tempus est enim ut impendamus in eos magnam caritatem,

abundantem misericordiam in deprecando Deum pro illis,

ut aliquando det illis sensum sobrium, ut resipiscant et videant se,

quia non habent omnino quod dicant contra veritatem:

non eis remansit nisi sola infirmitas animositatis,

quae tanto est languidior quanto se maiores vires habere existimat:

pro infirmis, pro carnaliter sapientibus, pro animalibus et carnalibus,

tamen pro FRATRIBUS NOSTRIS,

EADEM SACRAMENTA celebrantibus,

etsi non nobiscum, EADEM tamen;

unum AMEN respondentibus, etsi non nobiscum, UNUM TAMEN.

 

Medullas caritatis vestrae fundatis Deo pro eis.


MARZO  21

                                         Altro appello..."ecumenico"

                                         valido per il 2000 !

 

L'anno 1000 sembra aver inquinato la nostra storia con una sovrabbondanza di paure iste­riche. Il 2000 invece... non sembra terrorizzarci con nessuna forma di "millenarismo": ci troverà distratti e sopraffatti, se non altro, per via della fulminea puntualità del nostro mondo informatico, che mai ci concede respiro; dopo una brutta notizia, sono già in arrivo dozzine e dozzine di altre peggiori, che incalzano dai terminali delle nostre radio, TV e computers... per non menzionare i giornali e l'Internet, che attirano la nostra attenzione senza una bussola descrivibile...

 

Non voglio soccombere ad una facile e istintiva tentazione di cupo pessimismo. Preferisco piuttosto regalarvi generosamente la ventata di ottimismo che sprizza la PAGINA agostiniana... che, in modo inatteso, orientava oggi le mie riflessioni verso l'ANNO GIUBILARE 2000.

 

Sant'Agostino, africano di Tagaste nella Numidia (oggi Algeria), sa dare alle sue parole quella nota personale che garantisce un eterno fascino. E nel caso concreto di questi pensieri, sfuggitigli nel commento al Salmo 47, ci regala la chiave del migliore ottimismo ecclesiale, valido per tutti i tempi; sono infatti le sue parole, parole sacrosante, scritte con prospettiva teologica, vale a dire eterna. Anche se quell'Agostino, nato il 364, diventa vescovo soltanto dal 396-430.

 

Ho bisogno di tutto lo spazio disponibile per darvi per intero la bellissima PAGINA che oggi mi offriva la LITURGIA HORARUM (vol.IV, p.70). Sono perciò costretto a lasciare tutta la successiva riflessione alla vostra maturità: magari vi provochi una scossa fin dalla prima superficiale lettura, e vi travolga in seguito dalle successive, che vi risulteranno obbligatorie!

 

 

Sicut audivimus, ita et vidimus.

 

O beata Ecclesia !

quodam tempore audisti, quodam tempore vidisti.

 

Audivit in promissionibus, videt in exhibitionibus;

audivit in prophetia, videt in Evangelio.

Omnia enim quae modo complentur, antea prophetata sunt.

Erige oculos ergo et diffunde per mundum;

vide iam hereditatem usque ad terminos orbis terrae.

 

Vide iam impleri quod dictum est:

Adorabunt eum omnes reges terrae,

omnes gentes servient illi.

Vide impletum esse quod dictum est:

Exaltare super caelos Deus,

et super omnem terram gloria tua.

 


Vide ILLUM cuius pedes et manus fixi sunt clavis,

cuius ossa in ligno pendentia numerata sunt,

super cuius vestimentum sors missa est.

Vide regnantem, quem illi viderunt pendentem;

vide in caelo sedentem,

quem contempserunt in terra ambulantem.

 

Vide inde impleri: Commemorabuntur

et convertentur ad Dominum universi fines terrae,

et adorabunt in conspectu eius universae patriae gentium.

Haec videns exclama cum gaudio:

Sicut audivimus, ita et vidimus !

 

Merito sic vocatur ipsa Ecclesia "de gentibus" : Audi, filia,

et vide, et obliviscere populum tuum et domum patris tui.

Audi et vide: audis primo quod non vides,

videbis postea quod audisti.

 

Populus -inquit- quem non cognovi, servivit mihi,

in obauditu auris obaudivit mihi.

 

Si in obauditu auris obaudivit, ergo non vidit.

Et ubi est, quibus non est nuntiatum de eo, videbunt;

et qui non audierunt, intelligent ?

Ad quos non missi sunt prophetae,

ipsi primo audierunt et intellexerunt prophetas:

illi qui primo audierunt, postea audientes admirati sunt.

 

Remanserunt illi ad quos missi sunt,

CODICES ferentes, VERITATEM non intelligentes,

testamenti tabulas habentes et hereditatem non tenentes.

Sed nos sicut audivimus, ita et vidimus.

 

In civitate Domini virtutum, in civitate Dei nostri,

ibi audivimus, ibi et vidimus:

DEUS FUNDAVIT EAM IN AETERNUM !

 

Non se extollant qui dicunt, Ecce hic est Christus, ecce illic.

Qui dicit: Ecce hic est, ecce illic,  AD PARTES inducit !

UNITATEM promisit Deus:

reges in unum collecti sunt, non per schismata dissipati sunt.

 

Sed forte ista CIVITAS QUAE MUNDUM TENUIT,

aliquando evertetur ?

Absit: Deus fundavit eam in aeternum !

Si ergo eam Deus fundavit in aeternum,

quid times ne cadat firmamentum ?


       

MARZO  22

                         Un  GIOVENALE  modernissimo.

                         Già allora l'orgoglio gay ?  Anzi, senza mezze parole !

 

Mentre la Roma Giubilare incomincia a ritrovare se stessa impegnandosi più a fondo nelle sfide che giorno per giorno sembra perdere, una nuova polveriera si affaccia al suo oriz­zonte sacrale  con la polemica sull'atteggiamento con il quale vanno OGGI accettate le così dette "scelte democratiche", quando -ed è questo il caso concreto- una "incredibile" tribù nostrana vuol ventilare per le strade il suo "orgoglio omosessuale".

 

E mentre sto ancora deliberando se raccogliere o no per una delle mie PAGINE lati­ne alcune delle inaspettate citazioni che più mi avevano colpito quando, nella Gregoriana, avevo un anno scelto la lettura di Giovenale nella Schola Superior Latinitatis, mi viene oggi incontro -felice coincidenza- un brevissimo brano di San Giovanni (I Ioannis, 2, 12-17; nella Liturgia Horarum II,694) che mi restituisce la audacia -per non dire, il senso del dovere- di usarne come introduzione.

 

Scribo vobis, filioli,

quoniam remittuntur vobis peccata propter nomen eius.

Scribo vobis, patres, quoniam cognovistis eum qui ab initio est.

Scribo vobis, adulescentes, quoniam vicistis malignum.

Scribo vobis, infantes, quoniam cognovistis patrem.

Scribo vobis, iuvenes, quoniam fortes estis

et verbum Dei manet in vobis, et vicistis malignum !

 

Nolite diligere mundum, neque ea quae in mundo sunt.

Si quis diligit mundum, non est Caritas Patris in eo.

Quoniam omne quod est in mundo concupiscentia carnis est

et concupiscentia oculorum et superbia vitae:

quae non est ex Patre, sed ex mundo est.

Et mundus transit et concupiscentia eius;

qui autem facit voluntatem Dei manet in aeternum !

                  

Quali le citazioni sparse del Giovenale?  Non sarà difficile sceglierne un paio. Meglio non agitare la melma. Lascio ai più attrezzati rintracciare parole che io sommergerò sotto i puntini, perchè sarà sempre un gesto di eleganza non sporcare nemmeno il vocabolario.

 

Giovenale spiega la sua vocazione satirica col solo elenco di poche di quelle nefan­dezze. Ne enumera alcune fin dai primi versi della sua Satira I , e tira subito la logica consequenza:  DIFFICILE EST  SATURAM  NON  SCRIBERE !  Esplicito è il suo orrore allorchè, enumerate altre delle caratteristiche scadenti di queste ignominiose scelte, rivolge -ai proceri e anche al cielo- la sua indignata preghiera, che ora, malgrado l'evidente bisogno di aiuti per la traduzione, lascio nelle vostre mani. Capirete sicuramente più della metà. E` indispensabile pero’ ricordarvi che il verbo NUBO (= maritarsi) si dice –in latino- soltanto della donna; donde già la scelta di questo verbo tra maschi (Vir Viro) diventa una irritata qualifica di immoralità. Il pezzo scelto proviene dalla Satira II,121 fino alla fine.


O proceres, censore opus est an haruspice nobis ?

Scilicet horreres maioraque monstra putares,

si mulier vitulum, vel si bos ederet agnum ?

Segmenta et longos habitus et flammea sumit

arcano qui sacra ferens nutantia loro

sudavit clupeis ancilibus !  O Pater Urbis,

unde nefas tantum Latiis pastoribus?  unde

haec tetigit, Gradive, tuos urtica nepotes ?

 

Traditur ecce VIRO clarus genere atque opibus VIR !

nec galeam quassas, nec terram cuspide pulsas,

nec quereris patri ?  vade ergo et cede severi

iugeribus campi, quem neglegis ! - "Officium cras

primo sole mihi peragendum in Valle Quirini".

Quae causa officii ? - "Quid quaeris? NUBIT amicus

nec multos adhibet !!!"

                    

                                         Liceat modo vivere; fient,

fient ista palam, cupient et in acta referri !

 

Interea tormentum ingens NUBENTIBUS haeret,

quod nequeant parere et partu retinere maritos.

 

Sed melius, quod nil animis in corpora iuris

natura indulget: steriles moriuntur, et illis

turgida non prodest condita pyxide Lyde...

 

Esse aliquos manes et subterranea regna,

et contum et Stygio ranas in gurgite nigras

atque una transire vadum tot milia cymba

nec pueri credunt, nisi qui nondum aere lavantur.

Sed tu vera puta....

 

Illic heu miseri traducimur !  Arma quidem ultra

litora Iuvernae (Hiberniae) promovimus, et modo captas

Orcadas ac minima contentos nocte Britannos;

sed quae nunc populi fiunt victoris in Urbe,

non faciunt illi quos vicimus.  Et tamen unus

Armenius ZALACES cunctis narratur ephebis

mollior ardenti sese indulsisse tribuno.

 

Aspice quid faciant commercia; venerat obses,

hic fiunt homines!  Nam si mora longior urbem

indulsit pueris, non numquam derit amator.

 

Mittentur braccae, cultelli, frena, flagellum;

sic praetextatos referunt Artaxata mores !


MARZO  23

                                           Due pagina sublimi:

                                           per l'AMORE  la prima...!

 

L'AMORE con le maiuscole: oppure, puntualizzando meglio: l'AMORE, que­sto sconosciuto. Un AMORE che neanche Freud riusciva a fiutare, ostinato com'era a frugare nella sostanza esclusivamente corporale dell'uomo, privo di ogni mistura spirituale e perciò stesso trascendente; quell'AMORE che ogni giorno vediamo conta­minato da quanti, pur convinti di cantarlo, in realtà lo stanno identifi­cando questa sublime parola col più prosastico e animale erotismo. E pensare che la parola AMORE ci porta necessariamente alla sua unica sorgente, DIO, che ne ha fatto il primo in­grediente della sostanza umana !

 

Sarà dunque tutta sbagliata quella letteratura che oggi, spudoratamen­te e illeg­gittimamente si riversa sulla parola AMORE, obstinandosi a legger­la coi paraocchi, e condannandosi a non capirla se non come squalido sino­nimo di quell'attimo passionale, che soltanto è nobilitante se alli­neato ad una coscienza illuminata.

 

Non è qui il mio intento sopraffare nessuno con una mia predica. Vi of­fro questa puntuale pagina di San Bernardo e ve la impagino  meo marte  in modo di aiutarvi a capirla in modo personale. Toccherà allora a voi formu­lare una consapevole risposta. Mi auguro soltanto che essa diventi per voi occasione per una crescita umana, che vi indirizzi con sicurezza verso i trascendentali passi che vi aspettano nella vita: siano essi il fidan­zamento, le nozze, la paternità o maternità... perfino la quotidianità con­iugale, nonchè l'ultimo e insostituibile trapasso. Capirete allora la gran­dezza meritatissima di questo  ECCLESIAE DOCTORIS  che è Bernardo di Chiara­valle (+ 1231).

 

                                                                               * * *

 

Ed ora, due aggiunte in tono minore. Vale la pena conoscere quelle biz­zarrie linguistiche denominate PALI NDROMI (cioè, prima lo leggi in modo re­golare, poi a marcia indietro; qualcosa di simile all'andamento bustrofedi­co, quello dei buoi: aprono un solco da A a B, e poi l'altro, da B ad A). Fate la prova con ROMA SUMMUS AMOR. Idque palindromum fertur esse inven­tum in vetustioribus lapidibus Basilicae Sanctae Mariae Ma­ioris, in Urbe !

 

La seconda aggiunta è un richiamo linguistico che vi aiuterà a circo­scrivere meglio i vostri pensieri sull'amore (questa volta in minuscola): riflettete soltanto che adulter altro non è, filologicamente parlando, se non colui che intraprende nella sua sessualità una via sbagliata: espli­citamente ad alterum vel ad alteram.

 

SANCTI BERNARDI ABBATIS,

ex Sermonibus super Cantica Canticorum

Edit.Cisterc. 1958. pp.300‑302


AMOR per se sufficit:  is per se placet et propter se.

Ipse meritum, ipse praemium est sibi.

 

AMOR, praeter se, non requirit causam, non fructum:

fructus eius, usus eius. Amo quia amo, amo ut amem.

 

Magna res est AMOR,

si tamen ad suum recurrat principium, si suae origini redditus,

si refusus suo fonti, semper ex eo sumat unde iugiter fluat.

 

Solus est AMOR,

ex omnibus animae motibus, sensibus atque affectibus,

in quo potest creatura, etsi non ex aequo, respondere Auctori,

vel de simili mutuam rependere vicem.

Nam cum amat DEUS, non aliud vult quam amari:

quippe non ad aliud amat, nisi ut ametur,

sciens ipso AMORE beatos qui se amaverint.

 

Sponsi amor, immo Sponsus amor,

solam amoris vicem quaerit et fidem.

Liceat proinde redamare dilectam.

Quidni amet sponsa, et sponsa AMORIS ? Quidni ametur AMOR ?

 

Merito cunctis renuntians affectionibus aliis,

soli et tota incumbit amori,

quae ipsi respondere amori habet in reddendo amorem.

Nam et cum se totam effuderit in Amorem,

quantum est hoc ad illius fontis perenne profluvium ?

Non plane pari ubertate fluunt amans et Amor,

anima et Verbum, sponsa et Sponsus, Creator et creatura,

non magis quam sitiens et fons.

 

Quid ergo?

Peribit propter hoc et ex toto evacuabitur nupturae votum,

desiderium suspirantis, amantis ardor, praesumentis fiducia,

quia non valet ex aequo currere cum gigante,

dulcedine cum melle contendere, lenitate cum agno,

candore cum lilio, claritate cum sole,

caritate cum Eo qui caritas est ?

 

Non. Nam etsi minus diligit creatura, quoniam minor est,

tamen si ex tota se diligit, nihil deest ubi totum est.

Propterea sic amare, nupsisse est,

quoniam non potest sic diligere et parum dilecta esse,

ut in consensu duorum

integrum stet perfectumque connubium.

 

Nisi quis dubitet animam a Verbo et prius AMARI et plus.


MARZO  24

                                        ...e per l'AMICIZIA l'altra !

 

Vi aggiungo in omaggio altra PAGINA altretanto sublime, sebbene diversa. Non sarà forse alla pari con quel­le, ormai classiche, di Cicerone, di alto volo filosofico. A livello di vita vissuta, di un personaggio concreto, che poi è il nostro barocchissi­mo Ianus Nicius Erythraeus. Costui è in questa pagina così attratto dallo smalto di questo eccezionale valore umano, da dimenticare addirittura di dirci dove è questo "suburbanum", questa villa del suo amico. Essa sarà, come minimo, fuori porta, id est, ultra pomoerium, in una delle 7‑10 vie consolari. Io, poichè nessun altro elemento topografico ci obbliga a sce­gliere, mi ritengo autorizzato, romanticamente e religiosamente, a collo­carla sull'Ardeatina, sulla via mille volte da me percorsa verso il San­tuario della Madonna del Divino Amore.

 

Manca al dipinto letterario ogni pretesa cromatica; e allora, per in­corniciare meglio la foto, io mi permetto di inquadrarvela sotto un cielo nuvoloso; vi aggiungo in omaggio l'effetto autunnale e liberatorio della mite pioggerella che lo stesso Erythraeus ci descrive nella successiva let­tera, destinata allo stesso destinatario pochi giorni dopo.

 

Ecco, dunque, l'originale "acquerella" di oggi:

 

Imbres isti modici atque sedati, qui nunc fluunt,

ad producendas eas herbas quas libenter esitare me dixi,

magnam vim habent: terrae enim gremio excepti,

ubertim herbescentes eiusmodi ex ea viriditates alliciunt.

 

Quam me delectabat nudius tertius

e superiori villae tuae loco, in circumiectos illi agros

decidentes eos aspicere !

Quos superioris molestia caloris

gratiores etiam iucundioresque reddebat.

Sed non delectabat me cum ad rhedae locum,

tu grallatorio, formicino ego gradu properantes,

toto illo spatio aquis large perfunderer !

 

Nam cum declivi sane loco esset iter habendum,

praeterea cum tenaci sabulo luctandum,

quod ingredienti ad fallenda vestigia cedebat,

mihi, qui numquam didici loca prona decurrere,

necesse erat modo consistere, modo tardius ingredi:

quo fiebat ut totum illum imbrem

largius etiam quam tellus exciperem.

 

Sed dum terra imbribus rigabatur,

tu, de superiore illo loco quem dixi,

suavissima tua lectione mihi animum recreabas

optimisque seminibus serebas...

 

VI Non.Oct.1636

 


Amo suburbanum tuum. Quam me delectat

caeli illius salubritas, loci amoenitas, despectus in Urbem,

arborum proceritas, ambulacrorum laxitas,

villae intra modestiae modum magnificentia,

agri species, ubi non tam ars quam natura dominatur.

 

Quae omnia longe mihi iucundiora tua mihi suavitas efficit,

praesertim si sub ea pergula, cuius vitis

non tam soli foecunditate quam tuis doctissimis sermonibus crevit,

mecum aliquid loquaris vel legas.

Tum vero, curarum omnium oblitus, triumpho;

nec suas divitibus divitias

nec suos ambitiosis hominibus honores,

nec suas voluptariis delicias invideo.

 

Quid enim sunt ea omnia cum mea voluptate collata,

nisi persolae nugae, meraeque miseriae ?

Ego ex eo die quo dignatus es honestissimam personam tuam

intra domi meae angustias inferre,

ita sum captus tuis suavissimis moribus, consuetudine iucunda,

exquisitimarum artium scientia, humanitate, prudentia,

ut nemo in bello manu captus

ita fuerit in alterius potestate, ut ego in tui.

 

Solet vulgus amicorum, cum amici in se potestatem commemorat,

tanquam magnum aliquod dicere,

nimirum "se esse dimidium tantum sui"

reliquum in amici iura cessisse:

at ego, ex perfectiori amicorum genere, glorior

nullam partem mei apud me relictam,

sed totum ad te animum commeasse.

 

Itaque quod Plato, de quodam puero cecinit iocose

(non enim audeo dicere de tali viro flagitiose)

nihil propius esse factum quam ut ad se fieret mortuus,

ad puerum intus viveret;

id mihi in sanctissima amicitia nostra contigisse affirmo.

Nam me relicto, totus ad te transii, ac deinceps a te nusquam abeo,

sed te semper conspicor, alloquor, audio.

 

Omnia in nos concurrunt

quae ad conglutinandos animos imprimis valent:

voluntatum similitudo, studiorum eorundem societas,

aetatis non iam magnum discrimen,

idem vitae tenor, propositi eiusdem ac finis mira consensio.

Ne multis morer...


MARZO  25

                                                            Il vero DRACULA

                                                            Riuscirà qualcuno a scoprirlo ?

 

AENEAS SILVIUS PICCOLOMINI. Commentarii rerum memorabilium Nel mio BREVITER SED QUOTIDIE, che nacque soltanto per invogliare coloro che il Latino conoscono solo a metà o lo stanno dimenticando "per non uso", una delle PAGINE più stuzzicanti era quella sul DRAKULA (piazzata proprio al MARZO 10). Mi giunse puntualissima un'erudita correzione che ripagai con analoga pun­tua­lità. Io, che storico non sono, avevo "inciampato" -nelle mie ricerche di pagine rare- in un documento totalmente isolato. Per me non era affatto obbli­gatorio sapere se i Dracula si erano protratti lungo due-tre secoli, e se quello che io trovavo era lo stesso sul quale la cinematografia Paramount ha costruito convenzionali grattacieli di  truculentia.

 

Resto al mio posto, con viscerale fedeltà alle mie pretese. Altro non cerco con queste pagine se non dimostrare che il Latino, avendo avuto per secoli il privilegio di convogliare la nostra migliore cultura, non lo possiamo oggi escludere da nessuno dei nostri percorsi culturali. Rimango ammiratore di quegli studiosi che si propongono di ripulire la nostra HISTORIA, ma non ci riusciranno se ai documenti di essa arrivano senza quel passaporto specifico ed esigente, che è il Latino. Si rendano tutti conto di quanto sia umiliante la confessione di quei laureandi o autori di libri che, per essenziale deontologia, sono costretti a ringraziare nel prologo "la collaborazione di chi ha dovuto aiutarli a leggere le fonti, scritte in latino". Per quelli poi che con me vogliono "navigare" su Internet, il lasciapassare migliore è l'osigenante sicurezza di poter leggere in latino anche le nefandezze peggiori del nostro passato.

 

Tale sarà indubbiamente il testo che ora voglio qui piazzare come ricordo del mio precedente saggio sul Dracula. Me lo fece arrivare in amabile fotocopia una dottoressa di Cagliari con gentili parole e senza pretese di polemiche. E la ringrazio senza pubblicità. Se poi il Dracula esce qui ancora peggiorato, e per di più in un Latino che è di un Aeneas Silvius Piccolomini (1405-1464) che nei suoi ultimi 6 anni di vita sarà addirittura Papa Pio II, non è mia responsabilità. La "cronaca nera", se travasata al Latino, può diventare anche "una goduria".  Buon appetito, dunque.

 

Aeneas Silvius Piccolomini. Commentarii rerum memorabilium  quae temporibus suis contigerunt, Romae 1584. Reedizione di L.Totaro, Milano 1894 (Classici 47) . Dal Piccolomini sembra essere anche il pauroso titolo che vi stuzzica diret­tamente l'appetito: Iohannis Dragulae immanis atque nefanda crudelitas, eiusque in Regem Hungariae deprehensa perfidia et tandem captivitas.

 

Adiicienda est (aliorum saevitiae et cuiusdam Alberti facinori)

Iohannis Dragulae atrox nequitia et natura immanis,

cuius inter Valachos, quibus praefuit, adeo nobilitata sunt scelera,

ut nulla queant tragoedia superari.

Valachi populi sunt ultra Danubium habitantes

inter Euxinum Mare et regiones quas hodie Transilvanas appellant,

in quis septem civitates theutonici sermonis existunt.

Valachi vero lingua utuntur italica,

verum imperfecta et admodum corrupta.


Sunt qui Legiones Romanas eo missas olim censeant adversus Dacos,

qui eas terras incolebant: Legionibus Flaccum quemdam praefuisse,

a quo Flacci primum, deinde Valachi, mutatis litteris sunt appellati.

Quorum posteri, ut ante relatum est, barbariores barbaris evasere.

 

Iis nostra aetate DRAGULA praefuit, animo inconstanti et vario,

quem anno sexto et quincuagesimo supra mille quadringentos

(1456 Incarnati Verbi) Iohannes Huniates, regni Hungariae gubernator,

eo quod ad Turcas defecisset, bello victum captumque,

cum altero filio neci tradidit,

Ladislao quodam ei suffecto, qui Valachos imperiose regeret.

 

Fugit Gubernatoris manus alter Dragulae filius, nomine Iohannes,

qui paulo post, exercitu comperato interfectoque Ladislao,

paternae hereditatis magnam partem vindicavit,

cunctis, qui sibi patrique fuerant adversi, crudeliter necatis.

 

Negotiatores, publica illectos fide,

per Valachiam cum pretiosis mercibus transeuntes,

direptis bonis interemit.

 

Ex Vutria quadringentos pueros,

tanquam lingua Valachorum erudiendos, ad se iussit afferri,

quos, in aestuario clausos, immisso igne cremavit.

 

Viros sui generis nobiliores et qui propinquiores sibi fuerint,

cum liberis et uxoribus interfecit.

Quosdam ex domesticis suis umbilico tenus

terra suffodi iussit ac sagittis transfodi; nonnullis cutem ademit.

 

Daym quemdam, filius alterius Daym vaivodae, in bello cepit

viventique ac videnti sepulchrum erexit, iussitque sacerdotes

exequias decantare; quibus finitis captivo caput amputavit.

 

Legatos Siculorum et Transilvanorum quinquaginta tres

ad se missos, in vincula coniecit et ingressus eorum terras,

nihil hostile tementes, ferro et igne cuncta vastavit !

 

Caelinum, suarum copiarum ducem,

eo quod immanitati suae non satisfaceret, palo transfixit.

Viros ex Vurtia sexcentos, in alteram provinciam transeuntes,

cum in manibus eius pervenissent, ad palos peremit.

 

Zeganum quemdam, quoniam furem deprehensum

recusasset manu sua suspendere,

in magno lebete decoxit,  epulandumque suis civibus tradidit.

Pueros quoque lactantes e sinu matrum abstulit

et, illis videntibus, ad saxum allisit.


MARZO  26

                                             Ancora quel DRACULA !

 

Voglio sperare che la sorpresa di riscoprire quanto risulti trasparente il Latino quando è aiutato da questa "impaginazione a bandiera" vi riconcilia anche con quei pochi vocaboli che vi risulteranno arcani, e che, essendo presenti rarissime volte, potete "tirare a indovinare". Non vi sembri però una perdita di tempo la doverosa consulta. La vostra lingua nativa l'avete imparato in proporzione alla frequenza di questi incontri; non avevate allora un profes­sore che vi obbligassi a consultare toties quoties un lessico o dizionario. Lasciate correre questo o l'altro vocabolo. Se ricompare altre volte, sarà il solo contesto a darvene automaticamente la spiegazione, e sarete -alla fine o ad una eventuale seconda lettura- maturi per una laurea.

 

Transilvaniam ingressus provinciam,

cunctos Valachos illic habitantes quasi amicos ad se vocavit

et, in unum congregatos, immissis militibus, interfecit

et villas eorum exussit.

Supra triginta hominum milia his artibus interfecisse proditur !

Anno MCCCCLXII Turchorum Imperator,

cuius ditioni subesset, censum petiit.

Ipse iturum se Adrianopolim dixit censumque allaturum;

petiit ergo litteras ad locorum praefectos,

quibus tute ire posset ;  concessae sunt.

Transmisso ergo Danubio, qui glacie coactus erat, cum exercitu,

occurrentes Turchorum Praefectos interfecit,

et late crassatus in populos,

super XXV milia utriusque sexus hominum trucidavit,

inter quas et virgines venustissimae perierunt,

quamvis a Valachis peterentur uxores.

Captivorum magnum numerum in Valachiam duxit,

quorum aliis pellem ademit, alios igni assavit affixos verubus,

alios in oleo ferventi decoxit; reliquos palis affixit,

ita ut silva palorum quaedam

in campo appareret in quo haec sunt gesta.

 

Cum animadvertisset virum aliquem in agro laborantem,

cuius camisia brevior vix pudibunda tegeret,

percontatus est an uxor ei esset.

ubi didicit uxoratum, iussit accersiri foeminam,

venientemque interrogavit quodnam eius esset artificium.

Respondenti "nere et suere", Cur ergo -subintulit- viro tuo

camisiam quae verenda tegeret non perfecisti?

iussitque mox foeminam ad palum rapi

viroque aliam dedit uxorem. Cum tot flagitia perpetrasset,

a Matthia rege Hungariae tandem captus est

ea hyeme qua Pius Pontifex ex Tuderto Romam rediit.

Capturae causam praebuere litterae suae,

quae in hunc modum ad Imperatorem Turchorum,

cum scriptae mitterentur, interceptae sunt:


"Imperatorum Imperatori et dominorum domino qui sub sole sunt,

magno admirato et soldano Mahumethi in omnibus fortunato,

Ioannes, vaivoda et dominus Valachiae, humilem subiectionem.

Servus ego magni Imperii tui, certiorem te facio

me hodie ad terram meam proficisci cum exercitu,

et confido in Deo obtenturum me illam,

nisi tuo praepediar imperio.

Ideo Magnitudinem Tuam supplex oro

ne meum errorem et peccatum magnum meum inspicias,

quoniam imprudenter in te peccavi et malum feci in terra tua.

Sed misereatur mei Tua Clementia

atque indulgeat ut legatos ad se mittere possim.

Mihi nota est omnis Transilvana Regio et omnis Hungaria,

et condiciones locorum rerumque calleo.

Si placuerit Imperii tui Magnitudini,

possum -pro redemptione delicti mei-

totam regionem Transilvanam

tuis manibus tradere, cuius possessionem adeptus,

poteris omnem Hungariam tuae potestati subicere.

Legati mei plura ad te deferent.

Ego -quoad vixero- tuus ero inconcussae fidei servus.

Deus magni Imperii tui multos faciat annos.

 

Scriptum in Rhotel, septimo Idus Novembris MCCCCLXII (1462)"

Fuerunt et aliae binae litterae eiusdem fere sententiae,

unae ad Basam, alterae ad Thoenonae dominum,

ut pro se intercederent apud magnum Imperatorem.

Eae -de lingua bulgarica in latinum conversae-

ad Pontificem missae fuere.

Valachus adhuc in carcere delitescit,

honesto vir corpore et cuius species imperio digna videatur;

adeo saepe differt hominis ab animo facies ! (Un analogo documento

sui medesimi comportamenti servirà  ora da conferma)

 

Torruit etiam ignibus infantum occisorum per eum corpora,

quae matribus tradidit devoranda;

quarum, vi supputata ubera, earum maritis in edulium tradidit

et ut manducarent coegit,

quos et tandem ad penas acuti stipitis damnavit...

 

Haec crudelissima crudelitatum genera posteris his meis exsulibus

denunciare curavi, ut si similia acciderint Deo permittente,

non ignorent ea praeteriisse in saeculis. Presagiunt enim nobis,

per hospitum in patria conductorum tyrannidem,

quam pro futuro sperare possimus ab eis consolationem.

Tandem vero, fraude circumventus, venit in captivitatem Mathiae,

(Regis?) electi Ungariae, in qua usque deget.


MARZO  27

                       Come i "mitteleuropei", anche  l'italiano CORDARA,

                       configuravano l'Europa nel 1679 e 1779

 

Mi è capitato recentemente tra le mani un librone che più barocco non si può: quattro grossi volumi in quarto, che si presentano come ghiottissi­ma lettura fin dal frontespizio: MISCELLANEA HISTORICA REGNI BOHEMIAE; e vi risparmio le dieci righe che vanno come sottotitolo, e che danno subito l'idea della varietà e ricchezza del contenuto. Ancora alla fine del fron­tespizio, senza risparmio lessicale di sorta, un'altra apertura di oriz­zonti: Opus ingens, varium, diffusum, aliquot annorum decuriis elabora­tum, documentis antiquissimis, miris et raris eventis, praeceptis politi­cis et polemicis, tum etiam vitae spiritualis et sanctimoniae exemplis ac monitis refertissimum; denique, omni hominum statui accom­modatum. Pragae MDCLXXIX. Autore (non si poteva aspettare diversamente) uno di quei sa­pientoni gesuiti, Bohuslao Balbín, che usavano il latino convinti del valo­re universale e imperituro della lingua di Roma.

 

Per fiutare in modo più concreto quanto diventi allettante per la cu­riosità umana questo librone, considerate un attimo il bizzarro e sorpren­dente titolo del cap.II: An Bohemia tridui itinere possit percurri.

 

Orbene, mi riprometto di estrarre da questo libro alcune pagine stuzzican­ti: e la prima, questa di oggi, sarà positiva quantomeno per consoli­dare la nostra fede nell'Europa che stiamo ricostruendo. E, se mi permette­te, la vorrei dedicare al Papa Giovanni Paolo II, a conferma della sua ben fondata asserzione, solennemente ripetuta nelle grandi occasioni, che la vera Europa (non quella minimizzante dei Sei, dei Nove, dei Dodici) va com­misurata  dall'Atlantico  agli Urali.

 

ACHTUNG !  Mi permetterò questa volta una rara eccezione: quella di travol­gere la normale successione delle pagine. Non trovo altra via per salvare alla fine di questo MESE il brano del Cordara che controbilancia da solo l'ozioso sforzo di questa barocca interpretazione dall'Europa, vista -quasi in fumetti- da un mit­teleuropeo: ecco dunque un testo che proviene sicuramente da PRAGA.

 

Figuram quidam Corographi circularem Bohemiae dederunt.

Inter quos, Philippus Cluverius,

cum imaginem formosissimae Reginae Europae dedisset,

ex Bohemia fecit umbilicum;

" Nostro ‑inquit‑ aevo, quidam Geographi

EUROPAE feminae sedentis speciem tribuerunt.

 

Cuius caput Hispania, collum extrema Gallia,

qua Pirenaeis subiacet montibus, pectus ipsa Gallia,

brachia Italia ac Britannia, venter Germania, umbilicus Bohemia.

 

Reliquum corporis, sub vestibus late circa sedem diffusis,

implent Norvegia, Dania, Suedia, Fionia, Livonia, Litvania, Prussia,

Polonia, Ungaria, Slavonia, Croatia, Graecia, Dalmatia, Thracia,

Servia, Bulgaria, Transilvania, Valacchia, Moldavia,

Tartaria Precopensis et Moscovia."


Hactenus Cluverius.  Unde si argutari obiter hic liceat,

cognoscimus quanto in periculo versetur Europa

si cruenta bella iam ad umbilicum, ut est in proverbio,

pervenisse dicantur.

 

Henricus Bunting et ipse Europam virginis instar depinxit;

in cuius tamen corde Bohemiam locavit,

quasi aureum nummum aut monile

quod virgines ad mammillas vel ad cor

gemmis ornatum gestare consueverunt.

 

Nec multum inde abludit magnus alioqui fabulator Aventinus:

Bohemos ‑inquit‑ Hercynia silva pro nativo muro

in modum cordis cytheraeque munivit...

 

Nos... Bohemiam nuper ROSAE INSTAR excudi curavimus.

Amphitheatri cuiusdam amoenissimi formam

Bohemia repraesentat,

atque ut in illo extrema et gradus et subsellia altiora fuere,

sic circum Bohemiam editissimi montes stant,

qui eam velut perpetua quadam corona incingunt.

 

In quibus montibus tantum olim antiquis Bohemiae incolis

erat praesidii et fiduciae repositum, ut Bohemiam

velut nativis vallis et munimentis prope inexpugnabilibus

septam crederent, (et ratione nulla)

nisi domesticorum proditione ultroque accersitis hostibus

adiri, multo etiam minus expugnari, posse.

(Balbín, l.c. cap.I)

 

_______________

 

Passo ora all'introduzione dell'annunciata pagina del CORDARA. Questo disordine mi consentirà al meno di non tagliare osservazioni, che sono sempre di alto valore storico. Provengono da  I.C.CORDARA, De suis ac suorum rebus commentarii, lib.VI.

 

 

LE NOSTRE GUERRE DEL '700.

 

A distanza si ha perfino l'impressione che erano un anticipo sportivo dei nostri "Giochi senza Frontiere"; che poco o nulla incidessero sullo svolgi­men­to della vita civile della brava gente; che soltanto a livello di cancel­­lerie si prendessero sul serio, e non come vere e proprie guerre, bensì sol­tanto co­me una grande partita internazionale a scacchi... le cui più importante pedine erano poi le graziose Regine o Principesse, adopera­te alla fine con il valore sostitutivo di una firma; con esse infatti si san­ci­vano quegli accordi che, tutto sommato, erano ancora un prodotto tipica­mente cavalleresco.


MARZO  28

                                                Quest 'EUROPA sempre in guerra !

                                  

Le "Guerre Italiche" di questo periodo, anche se di dimensione euro­pea, avran­no indubbiamente una vera e propria storiografia: ma è facile immaginare quanto sia ostico oggi penetrare in quei complicati meandri. A me è stato soltanto un pizzico di curiosità quello che mi ha invogliato a leggere con grande diletto la sintesi che di queste guerre fa il Cordara, e vi confesso che mi fa ancora gola la notizia su una regolare monografia, scritta in ottimo latino da Castruccius Bonamicus, il cui Latino, a dire dello stesso Cordara, deve essere più che smagliante. Questa storia però, poiché scritta con mani­festa parzialità, sembra aver dato dei grossi grat­tacapi all'autore, il quale ricorse poi, in cerca di aiuto e comprensione allo stesso Cordara. Legga questa pagina chi avrà la fortuna di avere ac­cesso al suo testo.

 

Non voglio andare oltre nei miei commenti: il testo parla da sè. Sono sicuro che la vivacità e buon ordine di questa bella sintesi vi sfiderà a leggere, magari di un solo fiato, le 4 pagine che qui seguiranno: e che vi lasceranno in mente due immagini simpaticamente bonarie: quella degli arti­ficieri dei due eserciti che si scambiano raffiche di spari dall'una all'­altra sponda del Tevere presso il Ponte Milvio, e quella di un Re, buon cristiano prima di tutto e ossequente devoto al Papa, che, noncurante del nemico Austriaco, che bivacca su Monte Mario, si spinge per le vie di mez­za Roma fino a ritrovare il Pontefice nei suoi giardini del Quirinale, sod­disfare in seguito la devozione con una visita alla tomba del Apostolo in Vaticano, e sostare ancora a cena diplomatica di congedo nei Palazzi Apo­stolici... dove il nemico avrebbe potuto sorprenderlo al più basso costo. Buona lettura! Con queste poche pagine acquisterete una piacevole assuefa­zione con il Latino D.O.C.

 

Belli interea flamma, quae Belgium Germaniamque misere pervastabat,

Italiam quoque corripuit.

Et Carolus Emmanuel, Sardiniae Rex,

qui aliquandiu in neutris partibus, licet ab Hispanis Austriacisque

magnis pollicitationibus sollicitatus steterat,

ad extremum Reginae Hungariae se adiunxit,

iunctisque copiis et exercitus sumpto imperio,

Italiae claustra tuebatur contra Hispanos,

qui perrumpere Alpium fauces et Philippum, Hispaniarum Principem,

in possessionem Parmae Placentiaeque immittere nitebantur.

 

Hispanis iuncti deinde sunt Neapolitani, Galli, Genuenses,

tanto foederatorum numero ac tam terrifico apparatu,

ut totam voraturi Italiam viderentur.

Vix ulla sane Italiae plaga huius omnino exspers incendii fuit.

Ipsae Pontificiae ditionis gentes,

licet ex instituto pacatae ac iamdiu armis desuetae,

multis belli cladibus conflictatae sunt.

Ipse adeo Pontifex Benedictus,

cum prope ad portas Hispani Austriacique adessent,

atque omnia circum belli metu perstreperent,

militem novum scribere, ac delectam Umbrorum Legionem,

quae praesidio urbi essset, arcessere est coactus.


Nusquam tamen insolentius

quam in hoc tam diuturno obstinatoque bello ludere est visa fortuna.

 

Quiddam ut referam quod meis prope in oculis gestum est,

ad Velitras debellatum erat, nisi occasionem pulcherrimam

vel Ducum Austriacorum discordia vel militum avaritia corrupisset.

 

Capta enim sub auroram urbe, caesis aut fugatis custodiis,

nihil erat proximius quam ut ipse Rex Neapolis,

stratus dormiensque in suo lecto caperetur,

quo uno facto Regnum universum in Austriacorum potestatem veniebat.

 

At discurrentibus ad praedam nullo duce nullo imperio militibus,

spatium elabendi relictum Regi; eoque versae sunt vices in tantum

ut victores arma ponere ac victis se permittere cogerentur.

 

Inde Lubeovitius, summus Austriacorum imperator,

qui sex ante mensibus ad invadendum Regnum Neapolitanum

cum florentissimo exercitu venerat, atque ipsam Urbem Romam

prope victoris in morem (tanta victoriae fiducia) intraverat,

extremo hoc conatu fraudatus,

nullum iam relinqui locum rei conficiendae videns,

incoepto absistere, retro signa vertere

ac longe aliam sui speciem Romanis praebere coactus est.

 

Processit enim silenti agmine secus Urbis moenia,

non victoris sed victi ac fugientis habitu,

exercitumque male multatum reduxit trans Tiberim,

ac secto Ponte Milvio, qua parte est ex materia, ibi parumper substitit.

 

Eodemque post paullo supervenere

qui minimo intervallo sequebantur Hispani Neapolitanique,

ut iam inter duas acies nihil medium esset praeter amnem.

 

Itaque hi atque illi, dispositis in utraque ripa tormentis,

mutuis sese ictibus consalutabant, attonita ad inusitatum fragorem Urbe,

ac multis e populo ludum insolentem procul inspectantibus.

 

Caeterum nec longa nec admodum sanguinolenta haec dimicatio fuit.

Paucis enim post diebus castra movit Lubeovitius,

processitque magnis itineribus in Agrum Viterbiensem,

atque inde in Perusinum. -  Gagius vero,

qui Neapolitanis Hispanisque

sub Mutinensium duce imperitabat,

cum praeeuntem pone esset secutus in vallem usque Spoletinam,

ibi ut commodissimo ad hyemandum loco consedit.


MARZO  29

                                                             Parla ancora il CORDARA.

 

Et Carolus, utriusque Siciliae Rex,

qui victrices copias Romam usque traduxerat,

cum in suburbano Gentis Patritiae pernoctasset,

luce postera urbem, equo vectus, intravit

cum stipatorum splendido comitatu,

tum Urbis Sanctae visendae gratia,

tum praecipue ut Pontificem Maximum salutaret ;

ac recte ad Palatium Quirinale contendit.

 

Venientem accepit familiariter Pontifex in domuncula pereleganti,

quam ipse nuper aedificari in Horto Palatino

iusserat ad quiescendum (namque horis matutinis

per hortum inambulare solebat Benedictus

atque ubi quod satis huic exercitationi dederat,

paululum quiescebat).

Rex ut in conspectu Pontificis fuit, in genua procidens,

eum pedis osculo ut Christi Vicarium est veneratus;

vicissim Pontifex usitato Crucis signo bene precatus Regi,

eum suavissime uti filium optatissimum amplexus est.

             

Paratis deinde sellis uterque consederunt,

ac longum inter se colloquium habuerunt,

adstantibus Aquaviva et Valento Cardinalibus,

illo Regis Legato, hoc Pontificis primario Administro.

Ad extremum Rex, iterum Pontificis pedes exosculatus,

atque iterum accepto bene precantis signo et amplexu,

( nescias maiorene suo an Pontificis gaudio )

discessit atque, iterum conscenso equo,

e Quirinali in Vaticanum per celebriores Urbis vias se contulit.

 

Ibi sacras Principis Apostolorum reliquias pie veneratus,

templique amplitudinem ac magnificentiam

curiosissime contemplatus,  in aedes Pontificias ascendit,

ac regale epulum sumptu Pontificis instructum reperit.

Creditum deinde est

numquam eum praesentius adiisse periculum,

quam cum hoc loco securus omnium rerum epularetur.

Imminet enim Palatio Vaticano Mons, quem Marium appellant,

atque ibi prorsus stationem fixerat Lubeovitius,

exercitusque robur contraxerat.

Qui si delectam Germanorum manum immitteret

per vicinam Portam quam Angelicam vocant,

quamquam hanc Pontificis militiae custodiebant,

nulli erat dubium quin eam perrumpere,

ac Regem, uti olim dormientem,

ita nunc epulantem incercipere nullo negotio possent.


Id forte ipsum inter prandendum,

vel proprio instictu vel amici alicuius indicio, persensit Rex.

 

Certe ex improviso assurgens, discessit prandio abrupto,

iniecitque se in currum Aquavivae,

quo quam celerrime delatus est ad Basilicam Lateranensem.

 

Templo post pias aliquot preces cursim inspecto,

extra Portam Caelimontanam in viam se dedit Neapolim versus,

magnis ille quidem defunctus laboribus et periculis, laetior tamen,

quod hostem praevalidum et iam victoriae spe insolescentem

fregisset ac tandem Regni finibus expulisset.

 

Varii post haec Italici Belli eventus,

incredibiles fortunae commutationes fuere.

 

Princeps Hispaniarum Philippus,  superatis aliquando

Alpium iugis, in Italiam cum valido exercitu penetraverat,

iunctisque Gallorum Neapolitanorum

ac Genuensium auxiliaribus copiis,

tota fere gallia Cisalpina potiebatur.

 

Proelio uno caesus profligatusque est eius exercitus,

atque ultra amnem Varum, in Galliam usque compulsus.

 

Capta deinde ab Austriacis Genua,

tota ora Ligustica, qua spectat in occidentem solem,

in potestatem Regis Sardiniae recepta,

adeo successu elatis Austriacis sociisque eorum Sabaudiis

ut in ipsam adeo Galliam victricia arma converterent.

 

Ecce autem nova repente rerum inclinatio;

pelluntur Genua, subita populi seditione, Austriaci,

urbemque postea opera a natura praemunitam

denuo cogere ad deditionem conantur frustra.

 

Sabaudi interea Austriacique in interiora Galliae progressi,

cum in eo iam essent ut Antipolim,

munitum Galliae Narbonensis oppidum, obsidione cingerent,

a castrensibus muralibusque machinis,

quae ab Genua mari subvehendae erant,.. imparati,

commeatibus interclusi,

magna conflictati rerum omnium inopia,

morbis etiam ac labore debilitati

ac propter perfugarum multitudinem

ad miram infrequentiam reducti,

nulla admodum re bene gesta, retro vertere coguntur signa.

 


MARZO  30

                          E`il momento giusto per desiderare la PACE

                          e anche la fine di quel  BELLUM ITALICUM !

 

Contra, aucti numero ac viribus,

GALLI HISPANIque rursus in Italiam irrumpunt,

bellumque alternante fortuna redintegratur;

donec sancita pace inter Principes

ita demum ab armis discessum est,

ut nullum ferme in usum tot tantaque attriti cladibus populi

ac tantum humani sanguinis fusum videretur.

 

Verum his praetermissis, quae mei non sunt instituti,

confecto Bello Italico totam eius seriem

fuse persequendam suscepit Castruccius Bonamicus,

miles idem et scriptor insignis,

qui Regis Neapolitani stipendia faciebat,

atque earum rerum quas scribebat

testis oculatus particepsque fuerat.

 

Ac tales edidit eo de Bello commentarios,

tam cultos, tanto in primis latini sermonis nitore,

ut futurus esset inter summos aevi sui scriptores,

si parem doctrinae fidem,

quae caeteroqui historici prima laus est, adhibuisset,

servassetque illam Ciceronis legem:

Ne qua suspicio gratiae sit, ne qua simultatis.

 

Sed emptus a Genuensibus, non id satis habuit

ut res eorum gestas et virtutem bellicam,

quod erat tamen ferendum, multum supra verum efferret,

sed ita abreptus est partium studio

ut etiam quaedam iactaret contra Sardiniae Regem

invidiosa, indecora, falsa.

Id enimvero visum multis indignum,

et iis maxime qui post id bellum

Regi Sardiniae aperte studebant,

eius constantiam, fidem virtutemque incredibilem admirati.

 

A sorpresa:

a questo punto, finito il piacevole brano del Cordara,

(in realtà, perchè esso mi lascia una pagina zoppa per eventuali stampe)

vi posso offrire un supplementum , anch’ esso guerresco

ma di autore molto diverso,  di un austriaco che,

reduce dalle missioni dei Guaraní, nel Sudamerica,

vuole anche lui dire la sua ...

sulle truppe spagnole ch’ egli ha visto al lavoro laggiù.

 

(Ma  scrive questa PAGINA –e la stampa-  a Vienna !)


MILITARE HISPANORUM DECUS  ubique gentium pervagatum est !

Anche questo panegirico si "predicava" allora in LATINO.

 

 

Il contesto delle precedenti pagine mi riporta ad un'altra che, senza questo aggancio, sarebbe probabilmente finita nel dimentica­toio. Firmatario di tanto ponderate asserzioni sarà un missionario di lungo corso: mitteleuropeo anche lui, ma con 12 anni di soggiorno tra i Guara­níes del Para­guay, più altri 8 come pioniere fra una tribù più interna, ancora allo stato brado, gli Abipones. Ha avuto quindi il gesuita austriaco Dobrizhoffer lun­ga dimestichezza con le truppe spagnole che laggiù garantivano la coloniz­zazione, e poi, ritor­nato a Vienna -scrive nel 1784-, ha tutto il suo agio per ritoccare, a livello europeo, le sue idee, se mai le aves­se scoperto non sufficientemente fondate.

 

Hispanos militari virtute praestantes,
semper strenuos acerrimosque bellatores,

omnis aetas, omnis provincia experta est.

 

Qui Veteris Novique Orbis historias pervolverit,

eximia eorum facinora ignorare haud potest.

Hispanis heroibus enumerandis  nulla arithmetica;

celebrandis  nulla rhetorica par esse videtur.

 

Ingenio prompti, manu strenui, ad belli labores impigri;

in periculis terra marique intrepidi,

caeli cuiuscumque aerumnarumque patientissimi,

animi magnitudine nemini secundi;

ea ubique terrarum patrarunt, quae maiorum exspectationem,

posteritatis fidem et prope humanas vires excedere videantur.

 

Nihil exaggero Hispanorum laudes vel merita. Tot illa sunt tantaque,

ut verbis a me aequari neutiquam posse potius doleam.

 

Reportatae de bellicosissimis nationibus victoriae,

subactae bello provinciae,

amplissima opulentissimaque Americae portio sub iugum missa,

Hispanae fortitudinis testimonia, monimenta et, ut verbo dicam,

trophaea sunt luculentissima.

 

Invidere ista vicinae gentes poterunt; negare numquam nec eripere.

Iniurius sit nobilissimae et militaris rei gloria florentissimae nationi

qui secus sentiat.

Binis et quod excurrit decenniis,

Hispanos inter, in America sum versatus;

annis totidem eorum strenuitatem sagacitatemque suspexi.

Ne per ea quae de Paraquariensi militia optima fide scripsero,

Hispano nomini labes aspergeretur, paucula haec praefari visum est.

 

DOBRIZHOFFER Martinus SJ (Austriacus)

Historia de Abiponibus, II, 441‑442 (Viennae, 1784)


MARZO  31

                             Quando una "teenager" (Servilia, Sorani filia)

                             affiancava il babbo in un processo...nel Senato di ROMA.

 

Non sarà una pagina facile; sembrerà forse inverosimile che sifatta donna debba comparire in una istruttoria vera e propria, ma... NERONE  era  sempre "oltre misura" .

 

Ci sorprende piuttosto il suo SENATUS, che non dovrebbe mai essersi ridotto ad  una questura di periferia !  Anche sotto un Imperatore festivaliero, il  SENATUS ROMANUS era tuttavia quel “simbolo” che si ornava da sempre con le maiuscole ben note e solenni, in uso anche oggi: SPQR Cio`e’:  Senatus PopulusQUE Romanus)

 

Sono però sicuro che l'interesse suscitato dal solo titolo acuirà l'impegno del lettore che proprio questo egli non se l'aspettava in latino d.o.c.. Faccia anche i conti con la brevitas di Tacito, tanto distante dall'andamento musicale e sereno di un Cicerone, devoto della concinnitas.

 

Trattasi, per entrare in materia, di un tale Soranus e dei suoi antecedenti: era stato Procuratore in Asia, si parlava di tangentopoli, gli si chiedeva conto delle agitazioni che laggiù aveva provocato. A lui questa un pò bisbetica figlia Servilia aveva passato il conto delle sue persistenti domande a astrologi e cartomanti. Che una così storta istruttoria processuale andasse bene a Nerone, sembra assodato a Tacito per le sue solite catene di induzioni e deduzioni. Ora egli ci racconta, tra i grandi eventi che hanno fatto la storia, anche questo episodietto, che ai distaccati lettori di oggi, con la sua dose di strilli, lunghi silenzi, lacrime e anche teatrali abbracci di riconciliazione e preghiera a tutti gli altari, diventerà una delle migliori mie sorprese.

 

Patetico fino allo spasimo è il breve filmato: quando padre e figlia vogliono scambiarsi un ben calcolato abbraccio, Tacito è pronto a filmare le immagini: ...fino a quando intervengono i littori e glielo impediscono!

 

La vera storia, che è fatta da ingredienti più volumetrici, non gradirà questa letteratura di evasione a fondo perduto; sembrerebbe qui Tacito aver perso la bussola e credere di star scrivendo la pagina conclusiva di un suo Satyricon !

 

A meno che... la colpa di tutta questa sconvolta situazione non venga addebitata al gusto letterario di Tacito, bensì allo smog provocato da Nerone. In realtà la nostra Servilia ricompare ancora tra le ultime righe conservateci degli incompiuti Annali di Tacito con questo triste trafiletto; insieme a Thrasea, anche Sorano e la figlia Servilia vengono nominati col tragico e puntualissimo appunto (uno dei tanti della tacitiana brevitas); a questi tre personaggi  datur mortis arbitrium !

 


Vetera haec sed recens et quo discrimini patris filiam conectebat,

quod pecuniam magis dilargita esset.

 

Acciderat sane pietate Serviliae (id enim nomen puellae fuit),

quae caritate erga parentem, simul imprudentia aetatis,

non tamen aliud consultaverat quam de incolumitate domus,

et an placabilis Nero, an cognitio Senatus, nihil aliud afferret.

 

Igitur accita est in Senatum, steteruntque diversi ante tribunal consulum,

grandis aevo parens, contra filia, intra vicessimum aetatis annum,

nuper Annio Pollione in exilium pulso viduata desolataque,

ac, ne patrem quidem intuens, cuius onerasse pericula videbatur !

 

Tum interrogante accusatore an cultus dotalis,

an detractum cervici monile venum dedisset,

quo pecuniam faciendis magicis sacris contraheret,

primum strata humi longoque fletu et silentio,

post altaria et aram complexa:

 

" Nullos -inquit- impios deos, nullas devotiones,

nec aliud infelicibus precibus invocavi

quam ut hunc optimum patrem,

tu Caesar, vos Patres, servaretis incolumem.

Sic gemmas et vestis et dignitatis insignia dedi,

quomodo si sanguinem et vitam poposcissent.

Viderint isti, antehac mihi ignoti,

quo nomine sint, quas artes exerceant;

nulla mihi principis mentio nisi inter numina fuit.

Nescit tamen miserrimus pater et, si crimen est, sola deliqui ".

 

Loquentis adhuc verba excipit Soranus proclamatque

non illam in Provinciam secum profectam,

non Plauto per aetatem nosci potuisse, non criminibus mariti conexam;

nimiae tantum pietatis ream separarent,

atque ipse quamcumque sortem subiret.

Simul in amplexus occurrentis filiae ruebat,

nisi interiecti lictores utrisque obstitissent.

 

Mox datus testibus locus;

et quantum misericordiae saevitia accusationis permoverat,

tantum irae  P.Egnatius testis concivit.

Cliens hic Sorani et tunc emptus ad opprimendum amicum

auctoritatem Stoicae sectae praeferebat,

habitu et ore ad exprimendam imaginem HONESTI exercitatus,

ceterum animo perfidiosus, subdolus, avaritiam ac libidinem occultans;

quae postquam pecunia reclusa sunt, dedit exemplum praecavendi,

quomodo fraudibus involutos aut flagitiis commaculatos,

sic specie bonarum artium falsos et amicitiae fallacis.