FEBBRAIO

 

I N D I C E

 

 1  Damocle (anche in altra versione)                             Maurolycus

 2  L'ostruzionismo e il politichesse...già allora!                  Cesare

3       Precede Il cedro del Libano, dalla Bibbia                    Ezechiele

    + Una devastazione forestale a danno dei druidi            Lucano

 4  Jupiter Hammon: un "pellegrinaggio" di Catone ?          Lucano

 5  Catone fa discernimento: NO ENTRY !                              Lucano

 

 6  Perché pensiamo oggi al MONTE ARARAT ?                    Kircher

 7  Noe incagliato proprio lì: un pò di calma !                      Kircher

 8  Quid faciendum hic et nunc ?                                           Kircher

 9  Pyramides et Obelisci                                                        Kircher

 

10  Santa Scolastica                                                     S.Gregorio M.

11  Una visita al Giobbe biblico                                      Vulgata-Job

12  La Regina di Saba: cosa vi ricorda ?                             Vulgata

 

13  Sol oriens et occidens; uter magis placeat ?               Mendoça

14  Volare iam didicimus ?                                                  Mendoça

15  Invivibile la Roma del XVII ?                                          Mendoça

 

16  Anche a questo prete sembrava ROMA invivibile !   Erythraeus

17  E forse a questo bizzarro Achillinus !                       Erythraeus

18  La pensava così il "guardone" delle TRE GRAZIE ? Erythraeus

19  L'Erythraeus ci ricasca sul tema !                             Erythraeus

20  Trahit sua quemque voluptas ! Cosa vuol dire ?      S.Agostino

21  La "lingua universale" sarebbe possibile ?                     Kircher     

 

22  Quei "príncipi" giapponesi Italiam versus !                 De Sande

23  Si fermarono però, per turismo?, a Sant'Elena !         De Sande

24  Sostarono anche a Pisa !                                               De Sande

25  E trovarono una Firenze mozzafiato                            De Sande

26  Erano a Roma alla morte di Papa Gregorio XVI          De Sande

27  Fumata bianca! "Papam habemus", Sisto V                 De Sande

28  Addio all'Italia, via Milano e Genova.                          De Sande

 

 

      Sorpresa;  saranno più le PAGINE... che i giorni:

      Potremmo dunque parlare....del CALCIO PULITO               

      (nelle giornate 29-30)...e me ne ringrazierete.  FSV.


FEBBRAIO  1 

                                DAMOCLE...

                                            Anche se già comparso nel  BREVITER

 

Concretamente, al 18 Gennaio. Avete ragione: c'era lì tutto il succo di questa lezione storica,          firmata poi  -nientemeno-  da  CICERONE.

 

Tuttavia, quando ora me la ritrovo, un tantino diversa, in uno storico siciliano, scopro che, se sempre bis repetita placent, in questo caso abbiamo anche la bella opportunità di farne un paragone; il quale, secondo buone norme pedago­giche, garantisce agli autodidatti un passo in avanti. Non ve la perdete quindi questa PAGI NA, nella quale l'aneddotico racconto è incollato a quella figura di spicco della vecchia Sikelia, che fu Dionysius senior, come lo definisce il nostro storico, per differenziarlo dal  Dionysius iunior,  posteriore senza dubbio.

 

Dionysius igitur, Poenis Sicilia pulsis,

totius Insulae imperio potitus,

ne otio locum daret, traiectis in Italiae extrema copiis,

bellum intulit graecis urbibus, maiore fama quam apparatu.

 

Dumque, Locris captis, Crotoniatas oppugnaret,

Carthaginienses, reparatis viribus,

Siciliam Hannonis ductu, repetivere.

 

Qua de re Dionysius, literis Suniatoris

(afri viri, atque erat is Hannonis inimicus) certior factus est.

Litterae autem ab Hannone deprehensae et Carthaginem missae.

 

Suniator autem capite plexus est.

At Dionysius, pluribus postea proeliis fractus,

S U O R U M  insidiis interiit.

 

Vi ho marcato quel SUORUM deliberatamente, perchè tutta la spada di Damocle va ricondotta proprio a questa paura dei tiranni, che non possono non sospettare che sopra le loro teste sia sospesa da un filo tenuissimo la spada capace di ucciderli in silenzio totale.

 

Vi ripeto anche qui un mio sospetto, già offerto nel BREVITER. Il problema di questo Dionisos, di tener sotto controllo le due mogli -Aristomache e Doride- non vi sembra sufficiente per ipotizzare una possibile finalità di quel TEATRO che nella Villa Adriana di Tivoli viene ancor oggi denominato –provvisoriamente- come TEATRO MARITTIMO? Io suggerirei una mia diversa  chiave d'interpretazione, tra le parole anche qui indicate tra i due segni:   ▀....▀  Quel teatro sarebbe stato –forse- per sceneggiatura delle alcove delle due moglie.

 

Franciscus Maurolycus. Sicanicarum rerum compendium. Lib.II, p.53


Plutarchus auctor est habuisse eum ad belli usum

triremes 400, decem millia equitum, peditum duplum,

stipatorum decem millia.

Sic quoque adeo METICULOSE vixit ut,

cum omnium mortalium metueret insidias,

pigmentarium accerseret, qui sibi, novaculam non admittenti,

capillum candenti adureret carbone.

 

Sunt qui eum filiarum ministerio

in tondendo uti solitum scribant;

sed tandiu in hunc usum admissas,

quoad, per aetatem, virum appetere non potuissent.

 

Idem etiam, uxorum insidias veritus,

ut scribit Valerius Maximus,

non securiorem se maritum egit quam patrem.

 

Duarum enim eo tempore,

Aristomaches Syracusanae et Locrensis Doridis,

matrimoniis alligatus,

neutrius unquam, nisi excussae, complexum petiit.

 

   Atque etiam cubiculum, perinde quasi castra,

lata fossa cinxit,  in quod se ligneo ponte recipiebat,

cum forem cubiculi,

extrinsecus a custodibus opertam,

interiorem claustro ipse diligenter obserasset. 

 

Metum et violentiam – adamantina appellabat vincula --

seque adamantinis vinculis principatum

filio relicturum praedicans.

 

Hic DAMOCLEM, a quo BEATUS vocabatur,

in throno regio constitutum

ensique gracillimo filo pendenti suppositum,

Tyrannicae infelicitatis admonuit.

 

(Dionysius hic) annos 25 natus tyrannidem occupasse

atque 38 regnasse perhibetur.

 

Successit Dionysio seniori filius Dionysius iunior;

is, Dionis consilio,

cuius opera in administrando principatu non nihil utebatur,

Platonem in Siciliam arcessivit...

 


FEBBRAIO   2 

                                                      L'ostruzionismo e il politichese

                                                     vengono da vecchia data !    

 

Scelgo, per ricordare ancora una volta il significato storico del Rubicone, una pagina "autobiografica" firmata CESARE ! Avrete così oggi uno spaccato diretto della sua storia, una versione "ufficiale", con parole che egli stesso afferma essere state pronunciate nel Senato. Nelle quali però, noi moderni, che di ostruzionismo e di politichese abbiamo piene le tasche, riscopriamo inaspettatamente che questi peccati parlamentari li abbiamo ereditato da vecchia data. Altro che quel lineare e sintetico  ALEA IACTA EST !

 

Se non siete allenati a decifrare nel moderno politichese il pensiero che conta, qui troverete un buon esercizio di ginnasia mentale. Quasi ogni parola è scritta da Cesare per mascherare una verità o annebbiare il contesto: sulle mosse di Pompeo, sulle resistenze del Senato, sulle intenzioni sfumate che l'ascoltatore misurerà con prospettiva sbagliata. Contempora­neamente Cesare vi informerà con totale trasparenza su quella novità di spicco che vi ho annunciato già nel titolo di questa pagina: che cioè era già vecchia, in quella data!, la pagliacciata "legale" di un ostruzionismo, programmato a oltranza. Vi basterà leggere tra le righe !

 

Sa bene Cesare che l'arrivo dell'inverno lo costringe a ritoccare il suo dispositivo strategico, e concedere allo stesso tempo una sosta di riposo alle sue stanche truppe; decide perciò di riaprire spettacolarmente le vie del dialogo, ben sapendo che una proposta equivoca farà ricadere sull'avversario ogni responsabilità storica. In parole povere: organizza un chiarimento pubblicitario in Senato.

 

Vi accennavo all'ostruzionismo: questo neologismo (definibile come "bla bla bla, per perdere o guadagnare tempo") aveva già a quel tempo un suo corso legale: Catone acerrime repugnante et, pristina consuetudine, DICENDI MORA dies extrahente. Donde risulta chiaro che: Ostruzionismo = Diem dicendi mora  extrahere.

 

Altra sfumatura sarà utile per la Pagina successiva: tra i preparativi di Cesare in quel di Marsiglia (che è sulla via strategica favorevole a Pompeo verso la Spagna), egli stesso confessa di aver dato l'ordine di preparare ad Arles un supplemento di 12 naves longas; sulla disponibilità del legname avrebbe fatto meglio a non dire una parola, ma dicendola, fornisce, a chi la cercherà dal fronte opposto, una testimonianza storica di quella che noi oggi, guidati da Lucano, vedremo come una "irre­sponsabile deforestazione della Pro­venza", dove erano famo­se e religiosa­men­te venerabili le selve dei Druidi; un'accusa (ecologica ante tempus), che comparirà puntualmente nei versi della Farsalia. Lucano, deciso ammi­ratore di Pompeo, è anche un testardo scopritore delle non perdonabili  ma­le­fatte di Cesare.

 

Mementote:  state per leggere parole autobiografiche di Cesare,

anche se egli  compare in terza persona.


Caesar,  ut reliquum tempus a labore intermitteretur,

milites in proxima municipia deducit:

ipse ad URBEM proficiscitur.

 

Coacto Senatu, iniurias inimicorum commemorat:

docet :  "Se nullum extraordinarium honorem appetisse,

sed exspectato legitimo tempore consulatus,

eo fuisse contentum, quod omnibus civibus pateret:

latum ab decem Tribunis Plebis (contradicentibus inimicis,

Catone vero acerrime repugnante, et, pristina consuetudine,

DICENDI  MORA   dies extrahente)

ut sui ratio absentis haberetur, ipso consule Pompeio:

qui, si improbasset, cur ferri passus esset ?

sin probasset, cur se uti Populi beneficio prohibuisset ?

 

Patientiam proponit suam,

cum de exercitibus dimittendis ultro postulavisset:

in quo iacturam dignitatis atque honoris ipse facturus esset. 

Acerbitatem inimicorum docet,

qui, quod ab altero postularent,  in se recusarent,

atque omnia permisceri mallent quam Imperium exercitusque dimittere.

Iniuriam in eripiendis legionibus praedicat:

crudelitatem et insolentiam in circumscribendis Tribunis Plebis:

condiciones a se latas et expetita colloquia et denegata, commemorat.

 

Pro quibus rebus orat ac postulat,

REMPUBLICAM suscipiant, atque una secum administrent:

sin timore defugiant, illis se oneri non futurum,

et PER SE REMPUBLICAM  administraturum.

 

Legatos ad Pompeium de compositione mitti oportere:

neque se reformidare, quod in Senatu paulo ante Pompeius dixisset,

ad quos legati mitterentur, iis auctoritatem attribui,

timoremque eorum qui mitterent, significari.

Tenuis atque infirmi haec animi videri: se vero,

ut operibus anteire studuerit, sic iustitia et aequitate velle superare".

 

 

(Nullum omisi verbum capitis XXXII, libri I De Bello civili. Pauca addam de eiusdem libri cap.XXXIII, utilia procul dubio ad nostram rem.   Probat rem Senatus de mittendis legatis: sed qui mitterentur non reperiebantur, maxi­me­que timoris causa pro se quisque id munus legationis recusabat... A cap. autem XXXVI, haec tantum: Ita SAEPIUS REM FRUSTRA TENTATAM, Caesar ali­quando dimittendam sibi indicat et DE BELLO AGENDUM ! Tandem, ex c. XXXVI, haec sola sufficiat referre: Turres vineasque ad oppugnationem urbis (Mas­siliae) agere, NAVES LONGAS Arelate nume­ro XII facere instituit. Quibus ef­fectis armatisque, diebus triginta a qua die MATERIA CAESA EST, adductisque Massiliam, his D.Brutum praeficit... 


FEBBRAIO  3

                                       Una strage forestale tra i Druidi.

                                      Responsabile:  quel tale GIULIO CESARE ! 

                                      con premeditazione !

 

Leggeremo oggi la stessa cronaca di ieri: ma raccontata da colui che oggi potremmo denominare “giornalista dell'opposizione.” Lucano sa come presentare questa ardita denuncia, e niente travolge di quanto già detto dallo stesso Cesare. Io mi limito a far precedere questa problematica ecologica da un'istantanea biblica –che direi addirittura modernissima-- sulla sacralità maestosa del mondialmente noto cedro del Libano (da Ezechiele, 31, 1-9). Et factum est, in anno undecimo, in tertio, una mensis, factum est verbum Domini ad me dicens:

 

" Ecce ABIES, quasi CEDRUS in Libano,

pulcher ramis et frondibus nemorosus excelsusque altitudine,

et inter nubes elevatum est cacumen eius.

Aquae nutrierunt illum, abyssus exaltavit eum,

flumina eius manabant in circuitu radicum eius

et rivos suos emisit ad universa ligna campi.

Propterea  elevata est altitudo eius super omnia lignea campi

et multiplicata sunt arbusta eius,

et elevati sunt rami eius propter aquas multas.

Cumque extendisset umbram suam,

in ramis eius fecerunt nidos omnia volatilia caeli,

et sub frondibus eius genuerunt omnes bestiae campi,

et sub umbra illius habitabat universa multitudo gentium:

eratque pulcherrimus in magnitudine sua

et in dilatatione arbustorum suorum,

erat enim radix illius iuxta aquas multas.

Cedri non fuerunt pares illi in paradiso Dei:

abietes non adaequaverunt ramos eius

et platani non fuerunt aequae frondibus illius:

omne lignum paradisi Dei

non est assimilatum illi et pulchritudini eius,

quoniam speciosum fecit eum et multis condensisque frondibus;

et aemulata sunt eum omnia ligna Eden, quae erant in paradiso Dei”.

 

Redeamus nunc ad promissum LUCANUM, Pharsalia lib.III, 399 ss.

 

Lucus erat, longo nunquam violatus ab aevo,

obscurum cingens conexis aera ramis

et gelidas alte submotis solibus umbras.

Hunc non ruricolae PANES nemorumque potentes

SILVANI  NYMPHAEque tenent, sed barbara ritu

sacra deûm.  Structae diris altaribus arae

omnisque humanis lustrata cruoribus arbor.

Si qua fidem meruit superos mirata vetustas,

illis et volucres metuunt insistere ramis, - et lustris recubare ferae.


                                        Nec ventus in illas

incubuit silvas; excusaque nubibus atris

fulgura.  Non ulli frondem praebentibus aurae

arboribus suus horror inest. Tum plurima nigris

fontibus unda cadit, simulacraque maesta deorum

arte carent caesisque exstant informia truncis.

Ipse situs putrique facit iam arbore pallor

attonitos; non vulgatis sacrata figuris

numina sic metuunt: tantum terroribus addit

quos timeant, non nosse deos.

                                                    Iam fama ferebat

saepe cavas motu terrae mugire cavernas

et procumbentes iterum consurgere taxos,

et non ardentes fulgere incendia silvae,

roboraque amplexos circumfluxisse dracones.

Non illum cultu populi propiore frequentant,

sed cessere deis. Medio cum Phoebus in axe est

aut caelum nox atra tenet, pavet ipse sacerdos

accessus dominumque timet deprendere luci.

 

Hanc iubet immisso silvam procumbere ferro;

nam vicina operi belloque intacta priori

inter nudatos stabat densissima montes. 

Sed fortes tremuere manus, motique verenda

maiestate loci, si robora sacra ferirent,

in sua credebant redituras membra secures.

 

Implicitas magno Caesar torpore cohortes

ut vidit, primus raptam vibrare bipennem

ausus et aeriam ferro proscindere quercum,

effatur merso violata in robora ferro:

" Iam ne quis vestrum dubitet subvertere silvam,

credite me fecise nefas".

Tum paruit omnis

imperiis non sublato secura pavore

turba, sed expensa superorum et Caesaris ira.

Procumbunt orni, nodosa impellitur ilex,

silvaque Dodones et fluctibus aptior alnus

et non plebeios luctus testata cupressus.

 

Tum primum posuere comas et fronde carentes

admisere diem, propulsaque robore denso

sustinuit se silva cadens. GEMUERE VIDENTES

GALLORUM  POPULI; muris sed clausa iuventus

exsultat. Quis enim laesos impune putaret

esse deos?

                      Servat multos fortuna nocentes,

et tantum miseris irasci numina possunt !


FEBBRAIO  4

                                                JUPITER HAMMON

                                                Chi era costui ?

 

Vi voglio sfidare questa volta con un interesante problemino religioso. Stuzzicherà quanto meno la vostra curiosità e probabilmente resterà irrisolto, come irrisolto esce dai frastagliati esametri di Lucano. Avrà la profondità che voi stessi vorrete concedergli... magari dopo una doppia, triplice, quadrupla lettura. Ma sarà un buon esercizio.

 

Io mi limiterò a somministrarvi quel poco che vi aiuti a non richiedere una traduzione, cioè a LATINUM LATINE LEGERE; anticiperò soltanto il filo conduttore verso un'autosufficenza sempre desiderabile.

 

Gli sconfitti pompeiani di Farsalo stanno ancora girovagando la costa settentrionale dell'Africa; concretamente, dopo l'Egitto, indugiano ancora nella Cirenaica (qui Garamantida), cercando di differire lo scontro umiliante con Cesare. Incappano però con una casuale offerta della religiosità locale. Proprio ad Hammon, dove è venerato un Giove "cornigero" (con la testa vistosamente dotata di corna di ariete), si trova un ORACOLO, parallelo a suo modo di quello ellenico di DELFOS.

 

Il capo militare di questi sbandati romani, Labieno, si dimostra sensibile a questo invito religioso, e propone perciò di fare una sosta e consultare i numi. Catone però, pur sensibilissimo a questi valori, dovrà spiatellargli in faccia un deciso NO. Il problema dunque è di alta scuola teologica, capace di far nascere una richiesta di studio presso una ancor non esistente CORTE RELIGIOSA MONDIALE. Per Catone, un "Santo Uffizio" è già implicito nell'arsenale teologico ch'egli si porta in testa, cioè nel suo radicale stoicismo.

 

Avete qui quanto occorre per iniziare una lettura, che potrebbe risultare perfino provocatoria. Io vi aiuterò sul percorso. Dovresti ubicare questo Jupiter Hammon in Libia; un tempio povero, senza sfarzo e senza sontuosità, senza perle orientali e senza orpelli romani: in parole povere, un'oasi nel deserto libico; dove di fogliame non ce n'è, senon nel circondario del tempio; che poi è anche luogo privilegiato dell'unica sorgente. Il Sole qui, sempre a picco, perché "un albero fa ombra sol­tanto sul proprio tronco". E`anche il Sole il centro dello Zodiaco, e le costellazioni salgono o scendono per tracciati azimutali.

 

Le sempre difficili evasioni oroscopali di Lucano, potete trascurarle; sono roba che mai ha superato il livello di una erudita evasione a vuoto. Quello che importa sapere e` che qui siamo equidistanti da ambedue i nostri ben conosciuti POLI.

 

 

LUCANO, Pharsalia lib.IX, 511.


Ventum erat ad templum, Libycis quod gentibus unum

inculti Garamantes habent;  stat sortiger illis

Iuppiter, ut memorant, sed non aut fulmina vibrans

aut similis nostro, sed tortis cornibus HAMMON.

 

Non illis Libycis posuerunt ditia gentes

templa, nec eois splendent donaria gemmis.

 

Quamvis Aethiopum populis Arabumque beatis

gentibus atque Indis unus sit Iuppiter Hammon,

pauper adhuc deus est, nullis violata per aevum

divitiis delubra tenens, morumque priorum

numen Romano templum defendit ab auro.

 

Esse locis superos testatur silva per omnem

sola virens Libyen. Nam quidquid pulvere sicco

separat ardentem tepida Berenicida Lepti,

ignorat frondes; solus nemus abstulit Hammon.

 

Silvarum fons causa loco, qui putria terrae

alligat et domitas unda conectit harenas.

 

Hi quoque nihil obstat Phoebo, cum cardine summo

stat librata dies; truncum vix protegit arbor:

tam brevis in medium radiis compellitur umbra.

 

Deprensum est hunc esse locum qua circulus alti

solstitii medium signorum perculit orbem.

 

Non obliqua meant,  nec Tauro Scorpios exit

rectior, aut Aries donat sua tempora Librae,

aut Astraea iubet lentos descendere Pisces.

 

Par Geminis Chiron, et idem Carcinus ardens

umidos Agroceros, nec plus Leo tollitur Urna.

 

At tibi, quaecumque es Libyco gens igne dirempta,

in noton umbra cadit, quae nobis exit in Arcton.

 

Te segnis Cynosura subit, tu sicca profundo

mergi  Plaustra putas nullusque in vertice semper

sidus inmune mari; procul axis uterque est,

et fuga signorum medio rapit omnia caelo.

                           


FEBBRAIO  5

                             Delicato problema... per CATONE !

                             di quello che è oggi “discernimento spirituale”                                                Soluzione:  NO ENTRY !

 

Proprio tra superstiziosi romani, e in più, nel decorso di una guerra e tra le sabbie africane! Inutile esaggerare il contenuto drammatico: tocca a voi stessi passare da uno stupore grande ad un altro maggiore, se sapete ben leggere.

 

Vi aiuto soltanto con le più elementari coordinate di tempo e spazio. La Guerra Civile (CESARE e POMPEO) è ormai in fase calante dopo Farsalo. Gli sbandati seguaci di Pompeo, poiché la scomparsa del capo è stata soltanto conosciuta a rilento, stanno ormai, sotto la guida di Labieno e Catone, cercando una via di ritorno a casa, girovagando, dopo la Tessalia, per l'Asia Minore, e poi concre­tamente per l'Egitto, poi ancora per l'Alamein e le sabbie della Marmarica.

 

Eccoti al caso nostro.   Fuori programma, capita loro di trovarsi dinanzi al santuario di un “Giove Ham­mone”   (un Giove "cornigero", con corna di montone), un santuario egizio, che di tempio non poteva avere di meno, sorto com'era in un'oasi  sperduta in mezzo alle sabbie. Era tuttavia per l'Egitto una specie di BIS di quanto era stato per i Greci l'Oracolo di Delfos, per i Romani la Sibilla di Cuma.

 

I "nostri protagonisti" vi capitano, quasi all'insaputa di se stessi, ed ecco il problema: Perché non approfittare -dice Labieno- e fare qui una seria consulta ? Anzi; argomento maggiore è per lui proprio la presenza di quel "santone" dello stoicismo nostrano che era già in vita Catone. Con lui tra i devoti, gli Dei non avranno l'ardire di ingannarci !

 

Invece, Catone stesso lascia tutti a bocca asciuta con una risposta che... vi aiuto a interpretare con un distaccato suggerimento critico: andrebbe perfino bene oggi, se diffusa a Roma dai mass-media, da uno di quegli disinvolti giornalisti, vogliosi di coinvolgere il SANTO OFFICIO.

 

Lascio ora il brano nelle vostre mani. Lucano incomincia dedicando il suo primo fotogramma alla

folla dei normali devoti, tutti "orientali" i quali, vistisi davanti gli elmi romani, aprono rispetto­sa-

mente le righe, per concedere agli ospiti un' "ecumenica" precedenza.

 

LUCANO, Pharsalia IX, 544 ss.


Stabant ante fores populi quos miserat Eos

cornigerique Iovis monitu nova fata petebant;

sed latio cessere duci, comitesque Catonem

orant exploret  Lybicum memorata per orbem

numina, de fama tam longi iudicet aevi.

 

Maximus hortator scrutandi voce deorum

eventus Labienus erat: "Sors obtulit -inquit-

et fortuna viae tam magni numinis ora

consiliumque Dei; tanto duce possumus uti

per Syrtes bellisque datos cognoscere casus.

Nam cui crediderim Superos arcana daturos

dicturosque, magis quam sancto vera Catoni ?

Certe vita tibi semper derecta supernas

ad leges, sequerisque Deum. Datur ecce loquendi

cum Iove libertas!  Inquire in fata nefandi

Caesaris, et patriae venturos excute mores:

iure suo populis uti legumque licebit,

an bellum civile perit?  Tua pectora sacra

voce reple; durae saltem virtutis amator

quaere quid est virtus et posce exemplar honesti".

 

Ille, Deo plenus tacita quem mente gerebat,

effudit dignas adytis e pectore voces:

 

" Quid quaeri, Labiene, iubes? an liber in armis

occubuisse velim potius quam regna videre?

an sit vita nihil?  si longa, an differat aetas ?

an noceat vis ulla bono?  fortunaque perdat

opposita virtute minas, laudandaque velle

sit satis et numquam successu crescat honestum?

Scimus, et hoc nobis non altius inseret Hammon.

Haeremus cuncti Superis, temploque tacente

nil facimus non sponte Dei; nec vocibus ullis

numen eget, dixitque semel nascentibus auctor

quidquid scire licet, steriles nec legit harenas

ut caneret paucis mersitque hoc pulvere verum

estque Dei sedes nisi terra et pontus et aër

et caelum et virtus. Superos quid quaerimus ultra ?

Iuppiter est quodcumque vides, quodcumque moveris.

Sortilegis egeant dubii semperque futuris

casibus ancipites;  me non oracula certum, sed mors certa facit.

Pavido fortique cadendum est :

hoc satis est dixisse Iovem".

                                                    Sic ille profatus

servataque fide templi discedit ab aris,

NON EXPLORATUM populis Hammona reliquens.


FEBBRAIO  6

                                          Cosa vi dice il "MONTE ARARAT" ?

                                          Da oggi vi dirà molto di più

 

Per gli umanisti del 1700, sopra tutto se si erano conquistato opportunamente una fama di saperlo tutto e di dirlo in latino, mai rimaneva l'orizzonte chiuso. Al gesuita Athanasius Kircher non veniva nemmeno in mente la sorpresa che egli stesso ci pre­parava nel dedicarci tutto l'intero reportage dell'Arca di Noè, come se egli personalmente fosse stato presente sia nell' Arsenale, sia nel momento del varo appena le acque del diluvio la fecero gal­leggiare. Non un solo particolare sembra essere sfuggito alla sua cronaca, in un grosso volume, in folio!, che porta il titolo DE ARCA NOETICA.

 

Quello che non tutti sapranno è che uno studioso dei nostri giorni viene affer­mando da anni; eccioè, che sul fondamento di pochi reperti di legno comparsi secondo lui "nella zona dell'Ararat", e poi, con quello strumento moderno che è la visione satellitare, il grosso dell'arenata Arca risulti visibile alla penetrante visione dal satellite..!  Si afferma quindi che sotto il ghiacciaio è reperibile qualcosa che ci sorprenderà. Nel frattempo ci si annuncia anche che è ormai in programma una piccola spedizione di 30-40 persone che "andranno a vedere" entro il mese di luglio 2000... Ormai Luglio è già passato! E`ora di leggere: il Cap.II de Athanasius Kircher, Turris Babel, lib.I. pp.4-5 (edit.Amstelodami 1679).

 

Certum est NOE, minime hoc rerum statu, otiosum fuisse,

sed continuo summa cura et sollicitudine rebus bene gerendis

et actibus adeo necessariis perpetuo exercendis distentum fuisse.

Ac primo quidem, prout Deus ipsi praeceperat

per verba "Crescite et multiplicamini",

filios suos ad propagationem faciendam excitasse;

et quoniam multiplicationi hominum nihil magis convenit quam

nutrimentorum ubertas, sine qua vitam tolerare non poterant,

necessitate compulsus, ante omnia agrorum colendorum rationem

filios per divinitus sibi infusam scientiam edocuit.

 

Ut quemadmodum ante diluvium in arcae animaliumque usum

ad vitam sustentandam,

rebus necessariis providum oeconomum egerat,

ita quoque post diluvium in excolendis posteris

iisque circa necessariarum rerum usum instruendis,

nulli labori pepercerit,

utpote qui universam orbis faciem transmigratione uti erant repleturi,

ita per successivam artium traditionem a NOE profluentem,

modum et rationem, veluti opulentam haereditatem consecuti,

in posteros propagarent.

 

Porro, cum ad agriculturam exercendam,

aliis artibus ad terram subigendam indigerent,

is utique primo in ferraria arte, quam vel divinitus hauserat,

vel prout ante diluvium a Tubalcain fabro in omni genere ferri et aeris

-uti cap.IV Genesis habetur- didicerat, filios suos exercebat.


Instrumenta non quidem ex nativis montis fodinis,

quae tunc temporis necdum excoli poterant, sed ex ferramentis

quae secum intra arcam in hunc finem attulerat, fabrefecit...

vomeres, falces, serras, harpagines, secures, cultros et similia.

Figulinam quoque artem sive plasticam,

qua ex arcilla urcei, ollae, conchae similiaque

ad domesticum usum conficerentur, tradidisse arbitramur.

 

Ad tutandos quoque sese contra tempestates caeterasque aëris iniurias,

casarum, tuguriorum domuumque, prout ante diluvium viderat,

aedificandarum regulas praescripsit.  Praeterea omnis generis legumina

tritici, farris siliginisque sementem in agriculturam intra arcam intulisse,

ut post diluvium praesentis occasione necessitatis,

agris statim semine fecundatis vivere posset.

 

Quomodo enim, si in arcam secum similia non transtulisset

providentissimus oeconomus, statim semina prompta habere potuisset,

cum universa tellus, squalore limoque offusa,

tam cito nil horum ad nonnullos annos proferre potuisset ?

 

Quod idem de arborum fructiferarum vinearumque plantatione intellegi velim.

Quomodo enim in unius anni spatio

sine fructibus, sine pane, sine carnibus, sine ovis

ceterisque vitae humanae sustentandae subsidiis vivere potuerint,

nemo sensatus concipere poterit.

 

Praeviderat enim NOE cuncta haec post diluvium necessaria;

norat ob tristem et luctuosam telluris faciem, omnia haec defutura.

Unde, vel ipso Deo dictante,

pro renascentis mundi requisitione necessario,

et rerum omnium semina, et instrumenta agricultoria,

et fructiferarum arborum germina

racemosque vitium secum, intra arcam transtulisse,

ut iis sine ulteriori prolongatione

in usum hominum animaliumque uteretur.

 

Atque haec quidem filios suos edocebat NOE,

uxoribus vero cura rerum muliebri sexui propriarum,

si coniectare licitum est, relicta; hisce enim, ad vestium subsidium,

linum serendi, ferendi, aquis macerandi, in stupam carminandi,

filandi deinde texendique regulas praescribebat;

lanificiae quoque artis documenta dabat.

Praeterea gallinarum pullorumque educationi,

ad ovorum comparationem

et omnem denique domesticae servitutis cultum destinabat.

 

Hoc pacto hae primae mortalium post diluvium coloniae

impigre sane quae a NOEMO didicerant, in executionem deduxerunt .

 


FEBBRAIO  7 

                                La grande aporia di Noè:

                                Cosa fare sul Monte Ararat,

                                 mentre scendono le acque ?

 

Pochissime righe occorrono dove tutto il seguito si spiega da solo. Il primo intoppo l'avremmo quando giungerà il momento di costituire la base giuridica del nuovo STATO. Quindi, arriveremo faticosamente alla prime sedute della "COSTITUENTE" noetica ?

 

Venit tandem tempus quo Noe,

iam filiis suis in copiosam progeniem exurgentibus,

inferiores montium fundos vastasque regiones ad habitandum aptas,

ab omni squalore et humiditate superflua immunes cognovit.

 

Unde, descensione facta,

cum campos iam in rivos et flumina discretos, limosas primo planities

iam herbarum luxuriantium, pascuorumque foecunditate

non feraces tantum sed et amoenitate confertas,

sylvarum districtus, uti et arbores tum fructibus onustas,

tum ad caesuram in materiam aedificiis construendis aptam,

sylvas quoque variarum animantium copiosa progenie,

camposque omni animalium domesticorum genere confertos reperisset,

ibidem perstitit; (qui, uti communis est interpretum sententia,

fuit ingens ille vastusque regionum districtus,

qui postmodum sive PERSIA sive ARMENIA dicta fuit).

 

Hic mox incredibili hominum multiplicatione aucta,

ne confusa multitudine confusus ordo nasceretur, 

Noe, parens omnium atque rex, in tres partes, iuxta trium filiorum

SEM, CHAM et JAPHET  veluti tribus quasdam partitus est,

ut unaquaeque tribus sibi subditis cum plenitudine potestatis praeesset,

et in difficultatibus dissidiisque exortis, ad NOEMUM,

veluti ad naturalem totius orbis haeredem et arbitrum, recurrerent.

 

Ne vero in tanta multitudine hominum,

animarum cura neglegeretur, NOE, uti erat caelesti lumine illustratus,

ita quoque ante omnia quam maxime necessarium duxit

ut iis praecepta vitae ac disciplinae praescriberet,

religionis cultum edoceret, morum normam,

atque in DEUM fiduciae et devotionis affectum ingereret;

ritusque in sacrificiis instituendis, iuxta praecepta Dei

suis temporibus servandos constitueret,

siquidem sine Divini Numinis assistentia in tanta populi varietate

nihil recte constitui posse probe norat.

Unde, convocatis in unum primoribus tribuum,

talem -qualem nobis imaginari possumus-

exhortationem habuisse pie credimus.

                                                                    

TURRIS BABEL  lib.I cap.III, p.6-7

  


ORATIO NOEMI ad tres filios, SEM, CHAM et JAPHET,

iam constitutos principes populorum.

" In hoc solemni congregationis consessu, o filii,

in nomine DEI sancti et gloriosi, hodie vos alloquor.

Attendite itaque sermones meos, auribus percipite verba oris mei,

verba veritatis, verba vitae, verba salutis. Quae, si servaveritis,

DEUM semper propitium vobis habebitis in generationibus vestris.

Sin (aliter feceritis), iustum Dei iudicium

super vos vestrasque generationes completum iri ne dubitetis.

 

Nostis infelicem mundi ante diluvium statum,

vidistis una mecum gigantum immanitatem ante diluvium,

inexplicabilem hominum

in omni scelerum flagitiorumque genere perversitatem,

quae, naturae limites longe excedens,

ad eam impietatem ex sacrilego Sethianae stirpis

cum Cainitica coniugio pervenit, ut vel DEUM ipsum,

cuius natura bonitas est,

ad mundum perdendum diluvioque universali exterminandum compulerit.

 

Memineritis, ni fallor, quomodo me,

quantumvis indignissimum famulum suum, ex omni carne veluti unicum,

secutum vias Domini rectas cum timore et tremore,

ab omni scelerum participatione alienus observassem, elegerit,

ita quoque me ad divinae iustitiae praeceptum

contra impios exequendum destinaret, arcamque, ipso dictante Numine,

pro sua infinita clementia construi iussit,

qua vos filios meos atque uxores vestras

ex omni generis humani massa selectos,

a ruina mundi solos conservare voluit.

 

Nostis quanta fide et religione in centum annorum fabrica desudarim,

quot persecutionum insultus

ab improbis gigantibus sustinuerim, donec tandem,

post frequentes ad eos de vicino orbis excidio habitas exhortationes,

saxis duriores in pertinaci peccandi voluntate persistentes,

ad unum omnes inexspectato cataclysmo perierint.

 

Recordamini, fili mei, quanta a benignissimo DEO,

tum ante tum intra arcam,

una cum omni viventis naturae substantia ingressum inclusi,

beneficia receperimus;

quam paterne universo pereunte mundo, nos solos conservaverit

et sua ineffabili providentia et dispositione nobis adstiterit;

quomodo me, quid in difficultatibus agendum,

divinae vocis oraculo instruxerit:

quomodo tandem, extincto iam humano genere, nos, octo homines,

ad mundi semen mundique instaurationem ordiendam destinarit"...

 


FEBBRAIO  8

                                                De vita mortalium primaevorum

                                                in submontana montis Ararat regione,

                                                multis annis peracta.

 

Magna hic controversia inter interpretes exoritur

de transmigrationis itinere,

primo ex monte in planum,  deinde in terra SENNAAR facto.

 

Siquidem dum multi capere non possunt quomodo populi

ex Oriente movisse dicantur cum tamen Armenia

non orientalis sed borealis respectu terrae Sennaar existat.

 

Verum cum in hoc non exiguam Geographiae imperitiam

apud scriptores reperiam, ut sacer textus illibatus conservetur,

paulo fusius hanc controversiam decidendam censuimus...

 

In Monte ARARAT arcam constitisse, Genesis capite VI traditur;

NOEMUM vero ex arca egressum...

primo planiores montium tractus excoluisse,

non quidem in uno eodemque loco commoratum semper,

sed nunc hic nunc illic

pro locorum feracitate et opportunitate perstitisse.

 

ARARAT enim non unum aliquem Montem particularem esse putes,

sed in ingentem longe lateque in Orientem

concatenatorum montium seriem extensum esse...

atque super hos longe lateque protensos montes

NOE cum filiis suis primum ... commoratum,

agros excoluisse, filiosque filiorum in necessariis artibus instruxisse,

nulli dubium esse debet, donec tandem,

post complurium lustrorum decursum,

montium gurgustiis adeo copiosam progeniem non ferentibus,

in planiora submontanarum regionum loca descendere compulsus,

ibidem veluti in uberioribus agris ampliorem coloniam fundaret ;

neque quisquam sibi persuadeat

ex eodem loco populos statim transmigrationis initium fecisse,

(omitto non pauca)...

 

In huiusmodi itaque regionibus,

quae postea  Media, Persia et  Barctria dictae fuerunt,

cum suis NOEMUM habitasse, vineas plantasse,

totius agricultoriae artis institutiones filios suos docuisse,

nulli dubium esse debet....

 

KIRCHER, o.c. pp.12-13


Unde, dispertitis inter se laboribus,

quidam agros aratro ad seminandum subigebant,

ad frumenti, leguminum herbarumque proventus ferebant alii;

aliqui ligna casis construendis

ad se contra omnes aëris iniurias defendendos apta caedebant;

carbones tum in culinae tum alios in usus faciebant:

alii molitores agebant, pistores alii; non deerant venatores animalium

ad pelles vestibus constituendis aptas elaborandas.

 

Unde multi ferrariae arti,

ad omnis generis instrumenta adeo necessariae, unice applicabantur.

Nec deerant figuli in vasis cretaceis efficiendis et in fornace coquendis,

calce et caemento conficiendo continuo occupati.

Item in arte textoria, tum viri tum foeminae,

ad vestes lineas comparandas

et ad corpus decenter tegendum insudabant.

Quoniam vero funium chordarumque

ad iumentorum hominumque subsidium,

usus quam maxime necessarius erat, verisimile est

illos huic restiariae arti summo studio incubuisse,

idque vel ipsa ratio docet.

 

Foeminae vero, relictis dictis artibus robustioribus,

quaedam ex ipsis primo gubernandis animalibus,

mulgendis vaccis, capris similibusque,

butyro caseisque conficiendis occupabantur.

 

Aliae gallinarum pullorumque educandorum,

ovorumque colligendorum curam habebant,

nec deerant quae in sartoria arte,

videlicet vestibus consuendis, lino in fila ducendo...

maxima vero pars lotrinae et culinae ministeriis occupabantur;

pleraeque una cum dictis artibus, aegrorum forsan curae

filiorumque educationi operam suam impendebant;

et ut omnia sine confusione agerentur, hisce, velut Populorum Duces,

SEM, CHAM et JAPHETH, sub rege omnium NOE, praeerant,

qui et singuli, iuxta tribuum distributionem,

suos habebant Praefectos Rerumque Administratores,

quibus cura annonae,

ne his laboribus impediti victus abundantia deesset, committebatur;

et, occurrentibus difficultatibus, non dubito quin

ad eas expediendas, veluti ad supremum humani generis

-in hisce regionibus tunc congregati-

Caput, Regem et Imperatorem, NOEMUM recurrerint.

 

Hic vero, convocatis primoribus filiorum nepotumque,

quid nunc et hic agendum, quid evitandum,

veluti publico concilio quodam decreverint...

 

FEBBRAIO  9 

                              PYRAMIDES et OBELISCI   in Aegypto erecti

 

Non è ozioso a questo punto, poichè abbiamo prenotato una così informata guida, dare un'occhiata anche alle Piramidi, che nel Breviter hanno avuto altro gesuita che ne ha potuto perfino risalire fin lassù ! (Cf.Giannettasio, OTTOBRE 24 nelle pagine del mio BREVITER).

 

Quanta fuerit pyramidum in Aegypto a Regibus erectarum

magnificentia, splendor et granditas,

ex hoc inter caetera colligitur quod unanimi scriptorum consensu,

vel tunc etiam quando ROMANORUM fastus

omnia mundi loca conculcabat,

inter orbis miracula fuerunt connumeratae.

 

Et tametsi variis Aegypti locis

insolentes huiusmodi TURRIUM moles conspiciebantur fundatae,

Memphiticae tamen inter caeteras potissimum

admirationis argumentum ac veluti mundi miraculum fuerunt...

 

Earum maxima quattuor est laterum,

quorum quodlibet ab inferiori parte jugera septem continet,

altitudo amplius quam sex jugera tollit...

Ex lapide duro difficilique ad tractandum sed aeternum permansuro

structura omnis constat...

Ferunt eos lapides ex Arabia, longo admodum itinere advectos...

Opus certe mirabile, praesertim in terra undique arenosa,

ubi nulla neque aggeris neque caesi lapidis sunt vestigia,

ut non ab hominibus sed a diis tanta moles structa videatur.

 

Conantur Aegyptii mira quaedam de his fabulari,

ex sale et nitro eos factos esse aggeres, posteaque,

Nili incremento liquefactos, absque hominum labore penitus defecisse.

Verum id procul abest a vero, nam

et multitudine hominum agger est constructus,

et multitudine deletus est !

Nam 300.000 hominum -ut aiunt- ad id opus deputata sunt,

quod 20 ferme annis absolverunt...

 

Pyramides quidem magis admirandae videntur prope inspicientibus,

quam ab auctoribus descriptae sunt:

nam videntur esse montes inmensae magnitudinis,

unde Romanorum fabricae et antiqua opera

nihil accedunt ad harum pyramidum splendorem et magnificentiam...

 

KIRCHER, Turris Babel, cap.I libri II p.66, 69-70.

Quibus alia statim addimus, ab aliis dicta sed ab ipso ostensa, exempli causa,

ex Principe RADZIVILIO in peregrinationis suae historia, fol.161.


Cuius verba, quantumvis longiora, adducenda tamen duxi,

ut singillatim omnia elucescant.

 

Summo mane -inquit- una ante diem hora ex hospitio egressi

ad civitatem veterem venimus quae a nova, quarta milliaris parte,

inter hortos semper eundo, distat.

duabus vero horis post exortum solis traiecto Nilo,

recta ad Pyramides pervenimus, de quibus,

quoniam ab auctoribus multa produntur,

ego quae ipsemet coram vidi, breviter annotabo.

 

Constat omnium testimonio MEMPHIM civitatem,

sacris et profanis litteris celebratam, olim hic fuisse.

Nunc, praeter exiguas quasdam versus meridiem ruinas,

eius nulla apparent vestigia; steriles arenae omnia cooperiunt.

PYRAMIDES tamen 17 adhuc integrae conspiciuntur,

quarum duae sunt maiores,

et tertia, a Rhodope meretrice constructa, est imprimis elegans,

vix tamen 60 aut 70 cubitorum habet altitudinem.

 

Hae tres pyramides sunt planae integrae

et inter miracula mundi commemorantur.

Duae maiores stupenda et incredibili sunt magnitudine:

300 habere cubitos dicuntur.

 

Intrinsecus alia habet artificiosos et peramplos gradus,

quibus aeque ac extrinsecus ad ipsam usque summitatem ascenditur;

habet concamerationes,

quarum duae maiores, una supra alteram erecta,

quae sepulchra  REGUM AEGYPTI  continebant;

in inferiori exstat etiam hodie sepulchrum magnum,

in quo corpus aliquod fuit repositum.

 

Porro a quibus Regibus, quanto sumptu, quove modo vel artificio,

et num a Judaeis in Egyptiaca servitute constitutis

(quod omnibus fere auctoribus placet)

pyramidum haec moles fuerint excitatae, vel num iidem Hebraei

aggeres et fossas quibus Nilus deducitur, perfecerint,

historicis iudicandum relinquo.

 

Illud mirari magnopere convenit, cum dictae pyramides

in sublimi monte, qui totus e vivo saxo constat, sint erectae,

quantum tamen e lapidum genere colligitur,

apparet eas non ex eiusdem rupis lapidibus esse concinnatas,

nec facile pervestigari potest

unde et qua ratione tanta lapidum congeries eo comportari potuerit,

quandoquidem etiam Nilus exundans

tribus milliariis partibus a fabrica remotus procurrit...

 


FEBBRAIO  10

                                      Profumato  femminismo spirituale:

                                      quello di  Santa Scolastica

 

Ancora un gemellaggio di questa Antologia con il tradizionale Breviario Romano (oggi Liturgia Horarum). La Santa di oggi 10 febbraio, Santa Scolastica, vi si affaccia in quella splendida pagina di San Gregorio, che assaporerete meglio senza il mio commento. Un episodietto forse di nessuna trascendenza; magari, per i critici, di pregiudicata autenticità, non essendo d'uso fra di loro dare un facile lasciapassare alla storia antica senza un controllo tecnologico, oggi impossibile. Per me il sapore stesso della cronaca è il più evidente carisma di autenticità.

 

E voglio dedicare la pagina a quanti, volendo in questi giorni adeguarsi alle annuali celebrazioni femministiche, con le mimose, sapranno leggere questo pro­fumato Latino come un bel contributo spirituale a questa gentilissima e giustissima causa.  E poiché, come in tanti altri casi, la pagina esemplare è più lunga di quanto ci occorre, la incominciamo proprio qui, dove l'introduzione è tutta di S.Gregorio Magno.

 

Scholastica, soror beati Benedicti,

omnipotenti Domino ab ipso infantiae tempore dicata,

ad fratrem SEMEL PER ANNUM venire consueverat;

ad quam vir Dei,

non longe extra ianuam, in possessione monasterii descendebat.

 

Quadam vero die venit de more,

atque ad eam cum discipulis venerabilis eius descendit frater.

 

Qui, totum diem in Dei laudibus sacrisque colloquiis ducentes,

incumbentibus iam noctis tenebris,

simul acceperunt cibos.

 

 

SANCTI GREGORII, e lib.II Dialogorum, PL 66,194‑196


Cumque inter sacra colloquia tardior se hora protraheret,

eadem sanctimonialis femina eum rogavit dicens:

" Quaeso te ut ista nocte me non deseras,

ut usque mane aliquid de caelestis vitae gaudiis loquamur ".

 

Cui ille respondit: "Quid est quod loqueris, soror ?

Manere extra cellam nullatenus possum!"

 

Sanctimonialis autem femina, cum verba fratris negantis audisset,

insertas digitis manus super mensam posuit,

et caput in manibus,

Omnipotentem Dominum rogatura, declinavit.

 

Cumque levaret de mensa caput,

tanta coruscationis et tonitrui virtus,

tantaque inundatio pluviae erupit,

ut neque venerabilis Benedictus

neque fratres qui cum eo aderant

extra loci limen, quo consederant, pedem movere potuissent.

 

Tum vir Dei coepit conqueri contristatus, dicens:

" Parcat tibi Omnipotens Deus, soror. Quid est quod fecisti ?"

 

Cui illa respondit:

 

" Ecce rogavi te et audire me noluisti: rogavi Deum meum et audivit me.

Modo ergo, si potes, egredere

et me dimissa ad monasterium recede! "

 

Ipse autem qui remanere sponte noluit, in loco mansit invitus,

sicque factum est ut totam noctem pervigilem ducerent,

atque per sacra spiritalis vitae colloquia

sese vicaria relatione satiarent.

 

Cum ecce post triduum vir Dei,

in cella consistens, elevatis in aëra oculis,

vidit eiusdem sororis suae animam de eius corpore egressam,

in columbae speciem caeli secreta penetrare.

 

Qui tantae eius gloriae congaudens,

Omnipotenti Deo in hymnis et laudibus gratias reddidit,

fratresque misit ut eius corpus ad monasterium deferrent

atque in sepulchro quod sibi ipse paraverat ponerent.

 

Quo facto contigit ut quorum mens una semper in Deo fuerat,

eorum quoque corpora nec sepultura separaret.


FEBBRAIO  11

                                       Una  sconvolgente  pagina

                                       Anche  per  il Giobbe biblico

 

La vogliamo oggi ricavare, ovviamente, dal Libro di Giobbe, quel dramma, scarso di azione e sovracarico di passione, nel quale un povero uomo, provato fino al limite, si rifiuta di accettare la dottrina tradizionale della retribuzione divina. Egli non solo litiga con gli uomini, suoi pari, ma ha perfino l'ardire di polemizzare con Dio stesso!  Uscirà perdente, indubbiamente.

 

Ma mentre si snoda la polemica, ci capiterà di ascoltare delle grosse asserzioni. Dio, questo Dio umanamente personalizzato dall'autore anonimo, preferisce invece quelle domande alle quali l'uomo non saprà mai trovare risposta.

 

Ma saranno queste tirate, un pò retoriche se si vuole, a dare un'eccezionale smalto alle sue frasi.

 

Magari, per la traduzione latina del  testo ebraico, fosse stato fatto ricorso ad un Tacito, o anche ad un più modesto Sallustio, che ambedue avrebbero trovato lo stile consono a tali effusioni.

 

Tuttavia non sarà facile asserire che il Latino (ed io vi darò quello della moderna Vulgata) resti troppo al di sotto della sua dignità. La PAGINA si collega, da sola, con quella che in questa nuova Antologia è stata la Pagina d'apertura, su Dio Creatore. Il quale è proprio LUI che in questa parte difende dialetticamente il pieno diritto a questo titolo.

 

Non ci limitiamo pero’  a  interpretare Dio in questa sola prospettiva “vetero testamentaria”. Dio infatti non e’ solo Creatore, bensi’ e principalmente Redemptore e copartecipe totale della nostra avventura umana...  E ben altri sono le  i suoi insegnamenti  all’uomo... che EGLI STESSO  ha voluto essere, senza essere diverso da lui e neanche dal PADRE.  Pater et ego idem sumus!  Ma limitiamoci qui a questa sola  analisi... che non e` priva di altissimi valori.

 

 

Respondens autem Dominus Job de turbine dixit:

Quis est iste obscurans consilium sermonibus imperitis ?

Accinge sicut vir lumbos tuos: interrogabo te, et edoce me.

 




Ubi eras quando ponebam fundamenta terrae ?

Indica mihi, si habes intelligentiam.

Quis posuit mensuras eius, si nosti ? 

vel quis tetendit super eam lineam ?

super quo bases illius solidatae sunt ?

aut quis emisit lapidem angularem eius

cum clamarent simul astra matutina et iubilarent omnes filii Dei ?

 

Quis conclusit ostiis mare,

quando erumpebat quasi de visceribus procedens,

cum ponerem nubem vestimentum eius

et caligine illud quasi fascia obvolverem ?

 

Definivi illud terminis meis, et posui vectem et ostia,

et dixi: “usque huc venies, et non procedes amplius,

et hic confringes tumentes fluctus tuos”.

 

Numquid in diebus tuis praecepisti diluculo

et assignasti aurorae locum suum, et,

cum extrema terrae teneres, excussi sunt impii ex ea ?

Vertetur in lutum signatum et stabit sicut vestimentum.

Cohibetur ab impiis lux sua, et brachium excelsum confringetur.

 

Numquid ingressus es scaturigines maris

et in novissimis abyssi deambulasti ?

Numquid apertae sunt tibi portae mortis,

et ostia tenebrosa vidisti ?

Numquid considerasti latitudinem terrae ?

 

Indica mihi, si nosti, omnia:

in qua via lux habitet, et tenebrarum quis locus sit;

ut ducas unumquodque ad terminos suos

et intellegas semitas domus eius !

Novisti, nam tunc natus eras et numerus dierum tuorum multus !

 

Numquid ingressus es thesauros nivis

aut thesauros grandinis aspexisti,

quae praeparavi in tempus angustiae, in diem pugnae et belli ?

 

Per quam viam spargitur lux,

diffunditur ventus urens super terram ?

 

Quis dedit vehementissimum imbri cursum et viam fulmini tonanti,

ut plueret super terram absque homine,

in deserto, ubi nullus mortalium commoratur,

ut impleret inviam et desolatam et produceret herbas in terra arida ?

 

Quis est pluviae pater, vel quis genuit stillas roris...?


FEBBRAIO  12

                                      Cosa  ricordate... della  REGINA  DI  SABA ?

 

Al massimo -e saranno ricordi di una lontana catechesi- che fu un Regina di qualche Regno Orientale (oggi si parla dello YEMEN, e con esso, di reperti interessantissimi, di una programmata Mostra in Italia, del rapimento di uno degli Archeologi per 48 ore...a metà Giugno 2000...). In ogni caso la Regina di SABA, di allora, per quel suo gesto di voler saggiare de visu quanto c'era di vero nella fama di Salomone, ha proprio per questo un suo situs nella nostra Bibbia, e grazie alla mia giovanile intra­prendenza, anche in questo Secondo Ciclo del BREVITER sed QUOTIDIE, un progressivo QUOTIDIE sed LAUTIUS.

 

Non sono pochi coloro che, con lo sguardo più in avanti, mi suggeriscono di costruire un'Antologia Biblica, a sfondo esclusivamente religioso. Nessuno è impedito di cercare proprio questo tesoro nelle molteplici edizioni bibliche che ancora divulgano i testi nel vecchio latino... Malgrado che non siano queste traduzioni il prodotto dei capofila della letteratura classica, basta a nostro livello un'assuefazione al latino, e questi testi avrebbero anche altro vantaggio, che potrebbero esse facilmente letti prima in una qualsiasi edizione nella propria lingua vernacola: conosciuti i fatti, sarebbe più piacevole la lettura latina, che ha tra l'altro, il privilegio di essere stata letta per generazioni e generazioni dai nostri  MAIORES.

 

Lo sfarzo della corte di Salomone meriterebbe una sosta: e si vorrebbe anche una ricerca da angolature non bibliche... Il nostro episodio parte dal 1º REGUM, cap.10. NOVA VULGATA Vaticana, editio typica altera 1986, pag.510.

 

Sed et Regina Saba, audita fama Salomonis

in honorem nominis Domini  venit tentare eum in enigmatibus.

Et ingressa Jerusalem multo cum comitatu et divitiis,

camelis portantibus aromata et aurum infinitum nimis

et gemmas pretiosas; venit ad Salomonem

et locuta est ei universa quae habebat in corde suo.

 

Et docuit eam Salomon omnia verba quae proposuerat:

non fuit sermo qui Regem posset latere et non responderet ei.

 

Videns autem regina Saba omnem sapientiam Salomonis

et domum quam aedificaverat et cibos mensae eius

et sessionem servorum

et ordinem ministrantium vestesque eorum,

et pincernas et holocausta quae offerebat in domo Domini,

non habebat ultra spiritum dixitque ad regem:

 

" Verus est sermo quem audivi in terra mea

super rebus tuis et super sapientia tua !

Et non credebam narrantibus mihi  donec ipsa veni

et vidi et probavi quod media pars mihi nuntiata non fuerit.

 

Maior est sapientia tua et bona tua

quam rumor quem audivi !


Beati viri tui et beati servi tui,

qui stant coram te semper et audiunt sapientiam tuam.

Sit Dominus Deus tuus benedictus, cui placuisti, et posuit te super Israel,

eo quod dilexerit Dominus Israel in sempiternum

et constituit te regem ut faceres iudicium et iustitiam".

 

Dedit ergo regi centum viginti talenta auri et aromata multa nimis

et gemmas pretiosas. Non sunt allata ultra aromata tam multa

quam ea quae dedit regina Saba regi Salomoni.

 

Sed et classis Hiram, quae portabat aurum de Ophir,

attulit ex Ophir ligna thyina (sándalo?) multa nimis et gemmas pretiosas.

Fecitque rex de lignis thyinis fulcra domus Domini

et domus regiae, et citharas lyrasque cantoribus.

Non sunt allata huiuscemodi ligna thyina neque visa

usque ad praesentem diem !

 

Rex autem Salomon dedit reginae Sabae omnia quae voluit et petivit ab eo,

praeter ea quae ultro obtulerat ei munere regio.

Quae reversa est et abiit in terram suam cum servis suis.

Erat autem pondus auri, quod afferebatur Salomoni per annos singulos,

sexcentorum sexaginta sex talentorum auri,

praeter id quod proveniebat ex tributis subiectorum

et commercio negotiatorum et omnium regum Arabiae et Ducum terrae.

 

Fecit quoque Salomon ducenta scuta de auro puro,

sexcentos auri siclos dedit in laminas scuti unius;

et trecentas peltas (adargas) ex auro probato,

tres minae unam peltam vestiebant,

posuitque ea rex in domo Saltus Libani.

 

Fecit etiam rex Salomon thronum de ebore grandem

et vestivit eum auro fulvo nimis. Qui habebat sex gradus,

et summitas throni rotunda erat in parte posteriori,

et duae manus hinc atque inde tenentes sedile

et duo leones stabant iuxta manus;

et duodecim leunculi stantes super sex gradus hinc atque inde.

Non est factum tale opus in universis regnis !

Sed et omnia vasa quibus potabat rex Salomon erant aurea,

et universa supellex domus Saltus Libani de auro purissimo;

non erat argentum nec alicuius pretii putabatur in diebus Salomonis,

quia classis Tharsis, quae regi erat,

per mare cum classi Hiram semel per tres annos redibat,

deferens aurum et argentum et ebur et simias et pavos.

 

Magnificatus est ergo rex Salomon super omnes reges terrae

divitiis et sapientia. Et universa terra desiderabat vultum Salomonis,

ut audiret sapientiam eius, quam dederat Deus in corde eius...


FEBBRAIO  13

                                            Qui pulchrior aspectus  Solis,          

                                           orientis,  an occidentis ?

 

Pensavo di trovare a questo punto un paio di splendide diapositive, quali più o meno abbiamo spesso voluto scattare i fotografi amatoriali. Mi accontenterò invece di mettere insieme un primo sguardo al cielo stellato, per accettare in seguito quanto su quell' artificiale problema ci dice un umanista troppo puntiglioso per i suoi tempi. Io lo trovo in un famoso VIRIDARIUM, del gesuita Francisco de Mendoça, lib.IV, come Problema num.48 (pag.118), nell' edizione Lugdunensi 1649.

 

Ecco per  incominciare: IL CIELO STELLATO:

 

Celebre illud Platonis placitum,

qui ad caeli dumtaxat contemplationem

homini oculos praestitos fuisse existimabat.

Anaxagoras etiam opinabatur

hoc unum caeli theatrum spectaturos nasci mortales.

Etenim in sola illa caeli pulchritudine oculus et animus conquiescit,

praesertim si serena et tranquilla nocte, sudo aëre, liberoque caelo

invigiles illos ac collucentes astrorum oculos aspectum convertas.

 

Quem non alliciant illi siderum ad eadem loca redeuntium cursus,

illa tot sphaerarum incredibili celeritate conversio,

illa stellarum multitudo quas inerrantes vocamus,

cum errent nullae minus; illud Solis iubar,

suo accesssu et recessu annuas vicissitudines inducens,

illa Lunae fax, 

luminis varietate tum crescentis tum senescentis gratior,

illae denique omnes caeli partes ita inter se constitutae

ut neque ad usum meliores potueriunt esse,

neque ad speciem pulchriores !

 

Sed et suas etiam patitur umbras LUX ipsa

et venustissima in facie aliquando suus naevus apparet.

Cernimus enim nonnumquam et timemus in caelo Cometas,

quorum lux nobis noctem inducit

et quorum forma, alioquin caelestis,

nobis honorem incutit et moerorem.

 

Aspicimus etiam in Luna ipsa saepe defectus, deliquia et labores,

ut cum ipsa simul deficere et labores pati videamus.

 

Utrum vero magis Cometa rubente an Luna deficiente ?

Nobis modo disputandum...

 

DE  SOLARI  PULCHRITUDINE  et an plus placeat Solis ORTUS an OCCASSUS,

erat  in eadem editione, Problema LI;  id in pagina, statim.


De solari pulchritudine multa (reperiuntur)

apud auctores tam sacros quam profanos.

 

Pro  SOLE ORIENTE  facit quod homines ab illo

felicissimum cuiusque rei eventum soleant auspicari.

 

Quemadmodum per solis occasum noctisque adventantis caliginem

omina infelicia ac tristes eventus praesagiuntur,

sic per solis exortum omina felicia augurantur.

 

Fatale illud atque supremum ruentis Troiae excidium et incendium

nocte intempesta et caliginosa a Marone describitur

(secundo Aeneidos):

Vertitur interea caelum et ruit Oceano nox...

 

Contra autem eiusdem solis redeuntis adspectus

prosperam aequabilemque fortunam praedicit

(apud eumdem, lib.8) ubi inducitur rex Evandrus,

matutinus et ad primam solis lucem excitatus,

cum de rebus maximi ponderis agendum est.

 

Priscis enim illis ac heroicis temporibus, magnanimi mortales

in antelucanis observandis magnopere erant studiosi

ut tunc maximarum rerum initia auspicato aggrederentur.

 

Muretus variarum lectionum putat virgilianum illud de infantibus

"quos dulces vitae exsortes abstulit atra dies et funere mersit  acerbo"

esse intelligendum de pueris

ante solis ortum immatura morte praereptis,

ne scilicet sol tantae calamitatis adesset spectator,

utpote qui solum felicitatem auguretur.

 

Omitto hilaritatem

quam homines fere omnia ex Sole Oriente concipiunt.

 

Supersedeo poetarum testimoniis,

quibus pulcher admodum SOL depingitur in SUO EXORTU.

 

Pro SOLE autem OCCIDENTE facit

quod ad eius lucem, ut minus intensam tunc temporis,

non adeo caecutiant et caligent oculi,

et ideo pulchrior splendeat  quia liberius a nobis spectatur.

 

Inde est quod Astronomi suas observationes

in Solis occasum facere consuescant... ­­


FEBBRAIO  14

 

                             Utrum aër parte aliqua sit navigabilis !

                             Utinam volare singuli possimus !

 

Oggi tutti abbiamo idee più chiare su questo punto. In questo libro del Mendoça, edito a Lione nel 1649, l' audacia di aprire questo tema, per di più in buon latino, merita un riesame, senza nessuna pretesa di annoverarlo tra i pionieri dell'aero­nautica. Se ne parla -e il mio titolo è anche il suo a pag.117- nel problema XLVII. Cercherò questa volta di darvi tutto il capitoletto senza aggiungere altre parole.

 

Propositum problema eius generis est,

ut vel ipsi pueri, inconsulto magistro,

audeant sine haesitatione illud decidere.

 

Et quidem fieri non posse ut navis ulla,

aut agitata vento aut impulsa remis,

aut utroque simul adiuta beneficio

aërem non aliter quam aquam scindat,

certius esse videtur quam in controversiam vocari debeat.

 

Primo igitur, si vel naturam effici vel per artem posset,

ut accommodum sit navigationibus aër,

foret absque dubio ea res iam diu deprehensa,

ut quo tempore procellosa hyems mare tempestatibus intercludit,

nihilo secius navigare homines sine metu possent.

 

Secundo omne grave non impeditum non modo seorsum fertur,

sed natura etiam sua infra minus grave locum appetit.

Qua ex causa, cur -lib.2 De caelo- dixerit Aristoteles,

non quodlibet corpus altero in aëre ponderosius,

eidem pondere in aqua antecellere:

ac quaecumque materies ex qua fabricari potest  navis

(nisi forte ignea sit aut caelestis) est aëre ipso natura sua gravior:

ergo ex ea constructa navis consistere in aëre nequaquam poterit.

 

Tandem experientia demonstrat non posse navim in aëre sustentari,

nisi aliquo fulcimento retineatur.

Quis enim non videt levissimas ac minutissimas paleas

persistere in aëre nec momento posse

moxque ad terram, ni vehementior flatus agitando detineat, delabi ?

 

Problema, quamvis nullius venerit in mentem,

illud tamen pro affirmativa parte obiter tetigit Albertus De Sax.lib.3.

Cum enim ostendisset ignem esse aëre subtiliorem,

rariorem ac leviorem ut consectarium colligit ubi igni contiguum est,

navigabilem esse, uti aqua, ubi est igni contigua.

Atque hoc ex scientia De ponderibus posse demonstrari concludit.


In illius gratiam hanc partem probo,

dicoque, si qua navis supra convexam aëris superficiem poneretur,

sustinendam in ipso aëre et impelli remis, nisi aliud obstaret, posse !

 

Ut hoc persuadeam cogit experientia

qua videmus res natura sua graviores aqua,

aëre tamen plenas aquae innatare;

quae alioqui, non repletae aëre, aëre demerguntur.

Patet hoc in pelvi et quocumque alio aheneo aut ferreo vase,

quod, dum aëre repletur, exstat in summa aqua nec demergitur,

cum sit aqua natura sua gravius;

quod in ossibus et lignis docet Buccafert...

 

Ex hac igitur experientia, huiusmodi argumentum conficio:

vas aereum, plenum aëre, aliter demergendum,

in summa aqua sustentatur,

cum ea sit naturaliter multo gravius:

ergo navis lignea, aut cuiuscumque alterius materiae

in summa aëris superficie constituta

et elementari igne repleta, supra aërem sustinebitur

nec prius in ipso aëre submergetur

quam navigii gravitas superet levitatem ignis quo plenum est.

 

Quod est in causa ut aliquando

onustae naves pondere suo in aqua demergantur.

Nec obstat vehemens ignis natura, quae ligna possit consumere,

quia ille ignis ob suam raritatem non habet efficaciam ad comburendum,

ut ingenue fatentur philosophi

qui cum communi placito in concavo Lunae ignem collocant.

 

Quod si quis dicat aerea vasa, quae summa extant aqua,

propterea non demergi quia inepta sunt ad dividendum medium,

quod aliquando compactum est et fortiter divisioni resistit,

is facile ex eo refelletur quia ingens ferri lamina,

perfecte plana, in aquam coniecta, eam tamen,

licet cum aliqua difficultate dividit et in fundum tendit,

ut experimento saepius est comprobatum.

 

Peto denique quae sit causa, cur ligna pleraque innatent aquae

(qua tamen -ut boni auctores sentiunt- graviora sunt

nisi quia poros habent quibus aër recipitur

et ita levitate sua lignorum gravitatem superat ut ea non sinat demergi):

quos poros, quia non habent ligna quaedam compacta,

ut ebenum et similia, aqua non sustinentur.

Immo, vidisse me lapides memini, scabra exesos rubigine,

aquae -palearum instar- natare,

propter multam aëris copiam intra eorum poros receptam.

Sed ista sufficiant. 


FEBBRAIO  15

                                              Invivibile la Roma del S.XVII ?

 

E` comprensibile che nell'odierna Roma i cosidetti VERDI non accennino a tramontare. Sono troppi i "decibels" per le strade, eccessivo lo smog sotto le nuvole, permanente la contaminazione incontrollabile, i tubi di scappamento, il parcheggio sui marciapiedi. E a chi ancora fosse tanto sproveduto da credere nella possibilità reale di acchiappare una precaria salvezza, almeno intra domesticos parietes, lo colga la sua stessa condanna, perchè -velit nolit- incapperà suo malgrado nella "teledipendenza" o nella "radiodipendenza", che sono altretante sorgenti di alta rumorosità. Questa volta, aimè, deliberatamente scelte !

 

Viene allora spontaneo il ricordo romantico del "quieto silenzio" dei tempi che furono, quando cioè non c'era la benzina, non l'asfalto, non le onde herziane, imprevvedibile la musica rock. E a me è venuta incontro una evocatrice pagina di chi se la gode a raccontarci la PAX AUGUSTA di quei tempi. Ve la consegno senza altri commenti: sarà essa da sola a risvegliare la vostra imaginazione. E` di un tale che scrive all'amico, in villeggiatura sicuramente in qualche angolo paradisiaco. Come quello (già da me altrove ricordato) che, anni fa, mi descriveva la sua scelta con tale entusiasmo da finire testualmente, in latino: UTINAM ADESSES!  Ci andai a trovarlo -non lontano dalla CISA- e anche alcune foto mi riavvivano "quel silenzio sacrale" !

 

Premetto anche una prima parte, non priva di interesse,

anche se il tema VERDE inizia soltanto in pagina.

 

 

Litterae tuae, pure, dilucide, latine eleganterque perscriptae,

mirabiliter me delectarunt.

Atque haud scio an alias unquam a te aeque elegantes acceperim.

 

Sed nimium epistolis meis tribuis,

quas ego interdum cursim neque sumpto ad cogitandum spatio,

exarare soleo, ut eas tibi magistras ad scribendum habeas.

Atque in hoc magnitudinem humanitatis tuae agnosco;

a qua abreptum te longius in me laudando abstrahi sinis !

 

Ego tenuitatis meae coscius,

nihil in me video nisi minus quam mediocre,

neque satis dignum quod tibi in conspectum prodeat:

contra, multa in te suspicio, unde non solum ad bene scribendum,

sed quod caput est, ad bene agendum, exempla possim arripere.

 

IANUS  NICIUS  ERYTHRAEUS, Epistolae ad diversos,

volumen posterius, libro III, penultima (del VI Non.Oct.1638),

destinata Hugoni Ubaldino, come tutte le lettere dei 4 primi libri.

Ma...lasciomolo ancora proseguire.

 

 

Sed prava vivendi consuetudo

me tam optimo vitae magistro uti non sinit.


Gaudeo vehementer vos istic, pulsis ab animo curis ac solicitudinibus,

ad avium cantus, ad aquarum inter saxa decurrentium murmur,

ad camporum viriditates, ad procerissimarum arborum umbram,

copiosam ac iucundam vitam exigere.

 

Atque hoc est  SECUNDUM NATURAM VIVERE,

omnibus in rebus, ac praesertim

in iis quae ad quietem animi oblectationemque quaeruntur,

in quibus natura cum primis dominatur,

simplicitatem  -hoc est naturam ipsam-  ducem sequi;

quae ambitiosis, sive potius superstitiosis,

istorum deliciis satiari non postulat.

 

Atque equidem irridere eos soleo

qui ad hanc eandem animi oblectationem

magnificas villas et pavimenta marmorea et laqueata tecta,

immensis sibi sumptibus, parant.

Nam videntur ignorare nullam esse veram ac solidam voluptatem

quam natura non pariat.

 

Ego, quod ad me attinet,

ab immodicis istis arte manuque quaesitis oblectationibus

admirationem in me magis excitari sentio quam voluptatem,

immo saepenumero satietatem atque fastidium.

Nam memini cum olim unam potentioris cuiusdam villam,

operibus magnificis exstructam, essem ingressus,

a summo capitis dolore me fuisse arreptum,

neque antea dimissum quam pedem, eam extra, tulissem.

 

Omnino sic se res habet,

ut ea demum otiosa, iucunda et conveniens naturae sit vita,

quae naturales agrorum amoenitates salubritatesque sectetur.

 

Haec nos in libertatem vindicat, haec ad laetitiam impellit,

haec curis ac solicitudinibus avocat,

quas urbani tumultus

et ea quae oculis atque auribus inviti percipimus, afferunt.

 

Quod autem iucundiores tibi voluptates istas fore dicis,

si posses me tecum in illarum societatem attrahere,

id est maximum amoris in me tui argumentum,

qui minus suaves eas voluptates ducit,

in quarum partem ego non veniam.

 

Atque de tua ista egregia in me voluntate,

immortales tibi gratias ago habeoque...


FEBBRAIO  16   

                                                Un prete irrequieto

                                                per il quale  anche  ROMA  era  invivibile

 

Interessante il contenuto; smagliante di certo il latino. Sorprendente per alcuni, non per quelli che già nel mio BREVITER hanno trovato -di questo Erythraeus- 8 pagine di vario argomento: ora mi accorgo che una sola proveniva dalla sua PI NA­CO­THECA, ch'io avevo letto come un mondo di sogni, ma che avevo strategicamente accantonato per intero. Vi spiego il perché. Ne avevo infatti collocato a riposo le moltissime PAGINE segnalate come possibili, perché ritenevo valida e realizzabile perfino una indipendente scelta totale di questo libricino che è tutto un gioiello, godibile al 100% che, se ripresentato con questa impaginazione "a bandiera", dovrebbe sconvolgere la vostra aprioristica persuasione "che il Latino è pur sempre difficile".

 

Eccoci dunque alla prova dei fatti. Sfidatevi voi stessi appena avrete il sentore della grande ricchezza lessicale che sfodera questo autore nel solo assaggio ascendente che mi accingo a selezionare, a cominciare dalla pag.20 dell'edizione di Colonia Agrippina 1645. Vi sembrerà tutto facile facile !!

 

Per aprirvi l'appetito vi anticipo una sola notizia su questo bizzarro Giovanni Vittorio Rossi, camuffatto, per consuetudine accademica dei tempi dell'Arcadia, nonché del Humoristarum Coetus  -del quale egli si sente forse capofila-  che obbligava i membri all'uso di pseudonimi sempre bizzarri; per l'appunto, nel nostro caso, questo latinista, forse autentico trasteverino, preferiva firmare come Janus Nicyus (=Gian Vittorio) Erythraeus (=Rossi).  Come tale è conosciuto nel mondo umanistico, principalmente per questa sua PINACOTHECA nella quale ci presenta  scrittori del suo tempo, coi quali egli ha avuto personale contatto. Concretamente, colui che porta la numerazione VIII, un tale Belmontes Cagnolus: costui ( a pag.19)...

 

Fecit multa ridicule, multa graviter,

multa inepte, multa sapienter,

multa varie, multa constanter, multa imperite, multa docte;

ut sit difficile paucos invenire

qui sint in tanta vitae dissimilitudine et varietate versati...  

 

Verum Urbis quoque, sicut ceterarum rerum,

saties hominem cepit.  Ac die quodam,

antequam potuissem suspicari eum Roma discessisse,

redditae sunt ab eo litterae quibus exponebat

sibi Deiparae sacerdotium in monte Typhi obtigisse,

omnium quae ad eam diem consecutus esset

optimum ac locupletissimum.

Nihil ibi desiderari quod caeli terraeque benignitas

suppeditare hominum usibus posset: 

saluberrimas ibi auras afflare,

liquores perlucidissimos amnium effluere,

gelidas fontium perennitates emanare.

Ibique perpetuae camporum amoenitates

viridissimo ac florum varietate distincto ornatu vestiri.


Ibi aedes, edito amoenoque in loco sitas, esse pulcherrimas,

unde circumiectos in agros lepidissimus pateret prospectus:

ibi aquas hauriri puras ac liquidas,

ibi praestantissima plenis e doliis vina diffundi:

quocirca iam sibi fixum ac deliberatum esse

perpetuum vitae suae domicilium collocare eo in loco,

quicum nulla maris pulchritudo,

nulla orae ac litoris cuiusvis amoenitas,

nullae urbium quantumvis maximarum opes,

conferri aequarique possent.

 

Ibi se vivere, ibi sepultum velle esse;

proinde suas sibi haberent Pontifices tiaras, sua sibi regna Reges,

suas sibi divitias divites, suos sibi ambitiosi homines honores;

se nihil haec illis invidere.

 

Postremo admonebat me amice ut, si saperem,

abiectis omnibus opum, honorum, divitiarumque cogitationibus,

illam caeli salubritatem,

illam agri pulchritudinem, fertilitatem, amoenitatem,

illas naturae quasi lascivientis delicias,

fumo, opibus strepituque Romae mutarem;

atque -avibus ac ventis citius!- ad se contenderem,

quo me una secum operam darem

hilaritati, amoenitati atque ab angoribus omnibus vacuitati.

 

 

His literis lectis, nihilo tum commotior sum factus,

quod adhuc spe aliqua rerum urbanarum tenerer;

sed aliquanto post de ea spe deiectus,

ita exarsi cupiditate eius boni quod monstrabatur persequendi,

ut iam inciperem cogitare de itinere,

num esset commodius me illuc lectica quam equo deferri...

 

Cum subito nuntius affertur hominem, repudiato sacerdotio

ac tot elatis in caelum laudibus deliciis,

amoenissimo loci illius secessu derelicto,

Ariminensem frequentiam,

et inter vestitas floribus ripas, praeterfluentibus rivis,

puniceas parvi Rubiconis undas anteposuisse !!!

 

Nec Ariminensi domicilio perpetuo se tenuit, sed, novus Ulysses,

in Ithacam suam -id est Montem Scutulum-

postquam "multorum mores vidit et urbes", sese recepit.

Sed quemadmodum ille Penelopem reperit a procis vexatam,

ita etiam hic rem suam familiarem

vario litium genere a cognatis oppugnatam invenit.

 


FEBBRAIO  17

                                               Altro scrittore...

                                               Visto solo dal lato positivo.

 

Questo lo troviamo al num.LIV pag.100, della già citata  P I N A C O T H E C A . Nome: Claudius Aquillinus. Possiamo trascurare quanto il nostro Erythraeus premete a modo di introdu­zione, senza paura di trovarsi in seguito con le solite frecciate negative. Tutto di un pezzo, come il miglior blocco di marmo di Carrara. A meno che contiamo come difetto quella frase sfuggita al cronista: che cioè qualche volta egli si ritirava alla sua villa di Bologna "ubi URBIS odium ipsum ceperat".

 

Nam Claudium, a primo natalis eius die, suis cumulatum bonis,

usque ad extremum diem vitae (natura) perduxit.   

Nam primum clarissimum illi natalis splendorem attribuit,

BONONIAM scilicet;

tum antiquam generis nobilitatem, utpote in Aquillina familia nato.

 

Ac praestantem corporis formam dedit

quae nimirum eius esset domicilium ingenii,

cuius illa magnitudini non certos unius scientiae terminos,

quos intra suas vires exerceret, praescripsisset,

sed cui omnium disciplinarum, omnium facultatum,

omnium elegantissimarum artium campum aperuisset,

in quo illa vagari, excurrere,

atque sui ipsius documenta posset edere,

in quibus haec aetas voces, plausus, clamores extolleret

omnisque posteritatis memoria admiraretur, exclamaret, horreret.

 

Et sane non minus exigua eius virtuti scena dabatur,

quae non uni tantum civitati, non uni provinciae,

sed universo terrarum orbi, futura spectaculo esset.

 

Itaque omnes in eam, tamquam unum in locum,

rerum plurimarum scientiae convenerunt.

Nam Philosophus fuit summus, Theologus maximus,

Mathematicus excellens, Iurisconsultus eximius,

Orator eloquentissimus, 

Poëta propemodum singularis.

 

Grandis erat verbis, inmensus translatis, nobilis sententiis,

quae acres vibrantesque in audientium sensus

invaderent, irrumperent, penetrarent,

in eisque aculeos quasi quosdam relinquerent.


Quibus rebus fiebat ut vix ab eo vel epistola aliqua, vel rhytmus,

vel epigramma, vel quispiam alius illustris ingenii sui foetus exisset,

cum ab iis qui circa ipsum tanquam in insidiis erant,

ex occulto intercipiebatur, describebatur,

ac non parum saepe typis impressum, pluribus exemplis,

per totam Italiam

atque etiam alias etiam orbis terrarum partes, divulgabatur.

 

Et interdum accidit ut

antea ille partus suos in hominum manus venisse,

in eisque tanquam adolevisse conspiceret,

quam a se fuisse editos intelligeret.

 

Et quo nihil eorum quae scripserat felicitati deesset,

benigna prae ceteris illi parens natura summa addidit

canorae vocis suavitatem,

gratissimum in pronunciando sonum,

plenum artis gestum,

motum corporis cum summo lepore ac venustate coniunctum.

 

Multae praeterea erant in homine facetiae,

multus in iocando lepos,

multae in lacessendo respondendoque argutiae.

 

Atque ne totum litterarum studiis addictum,

avocasse eum a negotiis atque a Republica videretur,

hac quoque in re, sicut in ceteris,

benigna natura magnam illi in rebus agendis 

dexteritatem, sollertiam prudentiamque concessit.

 

Quae Cardinali Ludovisio, postea Gregorio XV, magno usui fuit.

Adeo ut illa, dona eidem sua ut diximus,

non modio neque trimodio, sed ipso -ut aiunt- horreo

demensa tradiderit, nec -si ipse fingere vellet- plura bona reminisci,

vel maiora posset consequi, quam sibi natura tribuerat.

 

Fortuna etiam ipsa  (quamvis eius meritis angustius)

non illi parum indulsit;  nam tantum opum ac divitiarum attribuit,

non solum quantum esset Philosopho satis,

qui, parvo contentus, in re tenuissima vivit,

sed etiam ut suis facultatibus posset familiae splendorem

suique ipsius dignitatem sine cuiusquam ope tueri.

 

Tum villam magnificentissimam dedit, SAXO nomine

quae passuum millibus non amplius decem Bononia abest,

in quam, ubi URBIS odium ipsum ceperat, secederet,

ubi secum -ut dicitur- viveret, ubi se literis abderet...


FEBBRAIO  18

                                Le  T R E   G R A Z I E   romane,

                                cibo prelibato per quei  guardoni...!

 

Non si annoiavano questi vecchietti,. incalliti guardoni!  Alla "romana" però. Non è facile incappare in tante e tante pagine quali sforna a dozzine il nostro Erythraeus-sempre SUPER-, senza aprire almeno un varco per qualche brano che sia superiore agli altri. Sono tutti di raffinato smalto. Cadrò invece anch'io nella innocente tentazione di selezionare una di quelle PAGINE che qualcuno mi chiederà di qualificare come "non atta per i minori dei 20 anni", perché trattasi di due vecchietti romani, abituati a rispondere ai propri cocchieri ogniqualvolta essi richiedono: "Quale è l'itinerario per la passeggiata di oggi?" Ai quali i vecchietti danno pronta e prefabbricata risposta: "Quello di ieri e di sempre: quello che ci consenta di passare dinanzi alle TRE più spudorate di quelle donnine, puntuali a quest'ora ad affaciarsi alla fenestra appena si sente “l'avvicinarsi di qualche carrozza". Il che è come dire, alle TRE  FORNARINE !

 

Per entrare però nel tema, accludo anche il momento nel quale l'Erythraeus abbandona la biografia del suo protagonista LXXIX Andreas Baccius, attirato dalla vicina Baccilla. Poi, nella successiva PAGINA, vedremo i vecchietti.

 

Verum, dum haec de Andrea Baccio conmmemoro,

incurro in memoriam Baccillae cuiusdam, formosissimae mulieris,

quae me commonet ut duorum senum comicorum imagines referam:

neque erit ab re,

nam hinc fiet perspicuum quam senectuti sit foeda luxuries,

praesertim si libidinum intemperantia accesserit.

 

Vigebant aliquot, post Andreae Baccii mortem, in Urbe,

ex iis quae corpore quaestum facerent, famosae mulieres tres,

Baccilla, de qua diximus, Cenicola et Rhaedariola,

a rhaedario quodam eius viro adumbrato, hoc nomine appellata.

Harum trium singulae adeo formae amoenitate elegantiaque praestabant,

ut difficile esset iudicium excellentis maximae pulchritudinis.

Sed quid opus est verbis ?

Paris ipse, qui tam elegans spectator formarum fuisse perhibetur

quique fuerat a tribus illis divis,

quas inter erat de formae praestantia certamen, iudex captus,

si iudicandi inter has partes suscepisset, ignorasset cuinam

earum partes deferret, et incertus animi, sibi liquere pronunciasset.

 

Atque earum prima, nimirum Baccilla,

prorsus  ex stulto  insanum fecerat virum,

omni quidem doctrina et eruditione praestantem,

sed superbia et elatione animi omnium facile principem...

Qui, cum esset niger, breviculus, gibber, foedus,

enormis ac pene alter Thersites,

Nirei -omnium qui ad Bellum Troianum profecti sunt, venustissimi-

forma praestare sibi persuasum habebat.


Hic igitur cum Baccillam perdite deperiret,

intimum se primum fecit apud matrem, tum insinuabit ad filiam,

blanditiis, officiis, et -quod caput est- ornamentis atque pecunia.

Quamobrem perficiebat ut domus eius fores sibi paterent.

 

Sed qua erat animi elatione atque superbia, numquam interdiu,

sed noctu ad eam ibat, cum armatis qui ianuae tutelam gererent

observarentque  praetereuntes, et

si quem illuc ferentem gradum aspicerent,

ne propius accederent, terrore armorum absterrerent abigerentque.

 

Hi autem iuvenes erant duo,

unus arctissima illi cognatione devinctus, amicus alter;

sed homo oppido facetus atque ridiculus,

qui postea nobis narrando

quae ille in amore stulte pueriliterque faciebat,

non potest satis dici quos ludos praeberet:

at propinquus, quem fortasse hominis stultitiae pudebat,

cuique non erat suave, hyeme perfrigida, tot horas

ad nocturnum aërem  et ad boreae flatum obrigescere, stomachabatur

ac "Te Iuppiter -aiebat- diique omnes perdant cum amoribus tuis,

cumque tuis istis omnibus deliramentis;

ac, qui te stultum, delirum ac comicum senem appellant,

sapiant, mea quidem sententia; nam quis, nisi stultus,

ad has ineptias, exacta iam aetate, delaberetur? "

 

Sed ille postquam satis animo obsecutus fuerat suo,

eodem armatorum praesidio stipatus, recipiebat se domum,

ad coenam opiparam ac pollucibilem;

qua confecta iubebat propinquum illum suum ire dormitum,

seque cum amico qui sibi ultro arridebat et assentabatur,

in cubiculum abdebat et, ad multam noctem,

res sibi in amore tum secundas tum adversas,

et dulcia et amara omnia illi enarrabat;

sed sermo eius omnis eo demum redibat

ut ingratae ac male sibi morigerae mulieris iniurias quereretur.

 

Ac vide -aiebat- rusticos vel potius immites

ingratissimae Baccilae mores;

ego parentes ac domesticos illius omnes magna cum cura curavi,

ac ne teruncium quidem ab eorum aliquo accepi;

ego illi aurum et vestem praebui,

ego quotidie vino opiparisque obsoniis mensam instruxi;

et cum posco ut roseam illam suam ad oscula cervicem inflectat

et pangat mihi suavium,

negat, et me, tanquam pestem aliquam, aversatur ac refugit;

at quem virum, Dii boni!...

 


FEBBRAIO  19

                                                           L'Erythraeus  ci ricasca sul tema     

 

L'Erythraeus dimentica forse di aver già raccolto questi ricordi (che abbiamo ieri letto) ma li redige in altra versione: non la rifiuto, perchè sarà anche utile agli apprendisti del Latino rivedere lo stesso episodio in una seconda redazione, come è il caso nostro.

                                                          

Non taglio nemmeno una riga. E ve lo dico expliciter, affinché a nessuno sfugga il controllato disegno di questo Erythraeus, che, pur permettendosi di rischia­re con una Pagina tinta di erotismo, resta a mille miglie dalla spudoratezza con la quale oggi si mettono in gara le nostre televisioni notturne... che vanno molto più oltre !!!  (Oggi stesso -scrivo il 17.nov.1999- parla uno dei ben quotati giornalisti  -del Corriere della Sera:-  "L'eros trabocca dal video, dalla radio, dal teatro".)

 

Potrà qualcuno aggiungere: "Anche dal Latino"? In realtà la perversione di questi personaggi dell'Erythraeus resta qui castamente epidermica, per niente quantificabile come materiale erotico: una innocente evasione di sapore boccaciesco !

 

 

Riprendiamo quindi il testo, intorno sempre al già citato personaggio e capitolo, a pag.142, se mai avete trovato questo libricino in qualche biblioteca, magari in qualche bancarella di Porta Portese.

 

Essendo però il relativo testo di questa seconda parte più breve di quanto richiederebbe la nostra lunghezza di PAGINA, possiamo riempire lo spazio disponibile con altro brano, in qualche modo parallelo... e che, parzialmente almeno, sarà ripetitivo.


Hactenus de sene philosopho amatore,

quem satis, ut arbitror, expressimus.

Describamus nunc senem alterum -I.C.-

non rabulam aut causidicum aliquem,

sed patronum summum ac singularem, in amore pueriliter insanientem.

 

Qui non in una tantum illarum trium formosarum,

sed in singulis earum exarsit et suis opibus ac facultatibus,

quae erant magnae, uniuscuiusque mire rem auxit.

 

Sed quanquam in earum trium formis usque ad ineptias insaniret,

Baccillam tamen et Rhedariolam benevolentia impari diligebat:

in Cenciolam vero multo maiori amoris impetu ferebatur,

adeo ut damnosus senex ac perditus, ob amoris magnitudinem,

propemodum e re sua suppeditasse illius sumptibus diceretur,

quibus magnificam domum quam in celebri Urbis loco habet, aedificaret.

Hic igitur qui corruptus fuerat adolescens,

idem perstabat prope octogenarius !

 

Is enim, cum sine mulierum consuetudine vitam esse nullam diceret,

cum a prandio rhedam quotidie inscenderet

ut animi causa celebriores Urbis vias adiret,

atque a rhedario interrogabatur quonam potissimum deferri vellet;

prope commotus,

Quonam, rogas? -aiebat-: Nonne tibi millies est dictum ?

ad Cenciolam, Baccillam, Rhaedariolam !!!

 

Earumque domos,

quae variis atque inter se distantibus Urbis regionibus sitae erant,

rheda invectus circuibat, ut earum aspectu oculos pasceret;

quae in fenestris, ad miraculum excultae ornataeque,

tanquam in areis, palumbis illac transeuntibus,

lascivos obtutus, salutationes venustulas, mellita verbuscula,

quasi cibos quibus caperentur offundebat.

 

Et, si quos reti adolescentulos impedivissent, haud diu fiebat,

cum eae illis apud se naeniam dicebant de bonis;

nam brevi eorum naufragium apud ipsas facturos eos esse,

pro comperto habebant.

 

At iuris legisque peritus,

postquam videndo, salutando, contemplandoque defessus,

non tamen saturatus extiterat,

domum se cum iam advesperasceret ad negotia recipiebat.

 

Sed, deliris ac luxuriosis senibus omissis,

ad frugales homines continentesque revertamur !


FEBBRAIO  20                                         

                                       TRAHIT  sua quemque  VOLUPTAS ! 

                                                (Virg.Eclog.2,65)

 

Virgilio -è lui chi mette queste parole in bocca ad uno dei pastori delle sue Bucoliche- sembra

consen­­ziente con le nostre instabilità. Non così S.Agostino.

            

Perchè è questa una di quelle felici asserzioni filosofiche...che raggiungono le più profonde quote della sensibilità umana, assetata proprio di certezze arcane ed esigenti, le sole capaci di scuotere sismologicamente la nostra pigrizia riguardo alla metafisica, alla trascendenza... al nostro unico PROBLEMA: Quid est homo, quis sum EGO ?... Freud  ha frugato l'intero mondo della nostra psiche, e delle nostre profonde passioni; ma ha forzato la sua ricerca, ostinato nel voler accentrare tutto nella famigerata  libido, che altro non è se non questa più riconoscibile  voluptas.

 

Con Freud sembra si sentisse abbastanza allineato il padrone di una certa casa romana, nella rinascentistica e romanissima Via Monserrato (parallela alla Via Giulia), che ancor oggi ostenta sul suo portale questo virgiliano slogan TRAHIT SUA QUEMQUE VOLUPTAS. Come infatti non sospettare che sotto il richiamo umanistico (di profumo ascetico?) si nasconda l'epicureo suggerimento di offrire cioè ai passanti, che non hanno in testa altro che la ricerca di quanto oggi si eufemizza in molti giornali con un esotico RELAX, quello che per gli autentici "Romani di Roma" -cioè i figli della lupa- fu sempre il lupanare ?  Tito Livio poi non usa eufemismi per dire il suo sospetto sulla professione di quella lì che fu sostituita nella leggenda, dalla umanizzata famosa LUPA che allattò Romolo e Remo !

 

Ecco, nella PAGINA odierna, una ben diversa risonanza di quell'asserto virgiliano, ma... in Sant'Agostino. Lui, che di amore meretrizio ne sapeva fin troppo, si posiziona ora a favore di un'interpretazione più trascendentale, se non addirittura mistica. E parla a quelle coscienze assetate del DIVINO, che però si sentono sperdute in questo nostro caotico mondo tra le tante ed equivoche attrazioni (ricordate che è anche suo quell'altro straziante asserto: Fecisti nos, Domine, ad te,  et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te).

 

Non vorrei ridurre l'eventuale campo visivo che volevo piuttosto dilatarvi con questa PAGINA. Ve la trascrivo così com'è, con la sicurezza che ci saranno anche tra i cybernautae alcuni, forse non troppi, invogliati a navigare con questa bella pagina, sia in apnea, sia in senso opposto, sopra la nostra quotidiana ionosfera, che universalmente diciamo "troppo contaminata". (S.AUGUSTINUS in Tract.in Ioannem 26,4-6: CCL 36, 261-263. Più alla mano, nella Liturgia Horarum, vol.IV, pp.290 ss.)

 

 

Nemo venit ad me, nisi quem Pater attraxerit.

Noli te cogitare invitum trahi;  TRAHITUR ANIMUS ET AMORE !

nec timere debemus ne ab hominibus, qui verba perpendunt

et a rebus maxime intelligendis longe remoti sunt,

in hoc Scripturarum Sanctarum evangelico verbo forsitan reprehendamur,

et dicatur nobis: "Quomodo voluntate credo, si trahor?"

Ego dico: "Parum est VOLUNTATE, etiam VOLUPTATE traheris".  

 

     


Quid est trahi voluptate ?

Delectare in Domino, et dabit tibi petitiones cordis tui.

Est quaedam voluptas cordis, cui panis dulcis est ille caelestis.

 

Porro si poëtae dicere licuit: "Trahit sua quemque voluptas",

non necessitas, sed voluptas; non obligatio sed delectatio,

quanto fortius nos dicere debemus trahi hominem ad Christum,

qui delectatur VERITATE, delectatur BEATITUDINE,

delectatur IUSTITIA, delectatur SEMPITERNA VITA,

quod totum Christus est ?

 

An vero habent corporis sensus voluptates suas,

et animus deseritur a voluptatibus suis ?

Si animus non habet voluptates suas, unde dicitur:

"Filii autem hominum sub tegmine alarum tuarum sperabunt,

inebriabuntur ab ubertate domus tuae,

et torrente VOLUPTATIS TUAE potabis eos,

quoniam apud te est fons vitae et in lumine tuo videbimus lumen" ?

 

Da amantem, et sentit quod dico.

Da desiderantem, da esurientem, da in ista solitudine peregrinantem

atque sitientem et fontem aeternae patriae suspirantem,

da talem, et scit quid dicam.

 

Si autem frigido loquor, nescit quod loquor.

Ramum viridem ostendis ovi, et trahis illam.

Nuces puero demonstantur, et trahitur; et quo currit trahitur,

amando trahitur, sine laesione corporis trahitur, cordis vinculo trahitur !

 

Si ergo ista quae inter delicias et voluptates terrenas

revelantur amantibus, trahunt,

quoniam verum est TRAHIT SUA QUEMQUE VOLUPTAS,

non trahit revelatus Christus a Patre ?

Quid enim fortius desiderat anima quam veritatem?

 

Quo avidas fauces habere debet,

unde optare ut sanum sit intus palatum vera iudicandi,

nisi ut manducet et bibat

SAPIENTIAM, IUSTITIAM, VERITATEM, AETERNITATEM ?

Beati enim -inquit- qui esuriunt et sitiunt

iustitiam, sed hic! quoniam saturabuntur, sed ibi !

 

Reddo illi quod amat, reddo quod sperat;

videbit quod adhuc non videndo credidit;

manducabit quod esurit, saturabitur eo quod sitit.

Ubi?  In resurrectione mortuorum,

quia  EGO RESUSCITABO EUM  IN NOVISSIMO DIE.


FEBBRAIO  21

                                            In questa nostra BABELE,

                                            sarebbe possibile una lingua universale ?

 

Bonaria l'erudizione del Kircher, e tolerabile qualsiasi "fuga" culturale. In questa linea potremmo scoprire nei suoi trattati delle domande più impensate. Cosa credete voi possa uscire da questa spensieratezza con la quale egli affronta il problema della Torre di Babele?  Voi e io immaginiamo sempre in termini realistici una Torre eccezionalmente alta; egli però, visto che secondo la Scrittura Sacra parla di misure tanto alte da toccare il cielo, punta -forse anche realisticamente- a raggiungere almeno la Luna. Ma allora, state a vedere questa torre dalle fondamenta, dovendosi salvare una lunghezza... che a noi sembra ozioso voler calcolare. Ma non al Kircher. Pesi e misure lo portano alla delusione definitiva, per noi scontata, ma per lui è un piacere dedicare la sua oziosità al buon latino che, questo sì, è sempre un piacere con passaporto in regola.

 

Vediamo oggi almeno l'impostazione di questo nuovo problema: la lingua universale ! E preparatevi a sorridere bonariamente mentre ingoiate questo latino scorrevole che a nessuno procura acidità nello stomaco !  

 

Complures, varia quadam persuasione delusi,

primaevarum linguarum radices constitui et assignari posse,

ex quibus universalis lingua confici possit, etiamnunc credidere !

 

Cum itaque a multis ea de re consultus fuerim.., (et potissimum

a Ferdinando III Imperatore ac Maecenate munificentissimo)...

singulari studio ac diligentia adhibita,

enodandam questionem censui.

 

Sed vixdum coeperam,

ecce -ut verum fatear- idem mihi accidisse videtur quod typothecae,

qui plura librum folia, compositione peracta,

iam typis proelo destinata in promptu habet.

Verum, ignoto quovis casu, dissolutis ligaminibus

typi, sparsim per terram dissipati,

nullum prorsus veri sensus vestigium relinquunt,

neque ad pristinam formam prototypi iam perditi reduci queunt !

 

Pari prorsus modo accidit

in infinita illa linguarum et idiomatum multitudine et varietate,

quae ab origine mundi hucusque

ob inaccessam antiquitatis vetustatem,

ob tot imperiorum mutationes,

tot diversorum populorum commixtionem,

inter tot denique rerum humanarum vicisitudines et corruptelas

expositae fuerunt, ut proinde minime fieri posse existimem

ut fundamentum, omnibus linguis commune, reperiri posse credam.

 

Kircher, l.c.Cap.VII, pp.218-219


Quot enim in lingua Chaldaica, Syriaca, Arabica et Aethiopica

verba occurrunt, quae nullam prorsus ad primariam linguam

-quam nos Hebraeam esse credimus- similitudinem obtineant,

totoque -ut aiunt- caelo differunt ?

 

Quis, rogo, vel unicum verbum in lingua Hebraea ceterisque reperiet,

quod ad linguam graecam -ne dicam latinam-,

aliqualem affinitatem habeat ?

 

Si vero nonnullae voces occurrerint,

quae tametsi -quoad sonum- quandam similitudinem polliceantur,

illae significationem prorsus contrariam exhibeant !

 

Hac itaque diligentia praemissa,

et combinatoriae artis amussi applicata,

dico temerarium -ne dicam stolidum- eorum esse tentamentum

qui  in hoc negotio, adeo arduo et viribus humanis superiori,

aliquid se praestare posse praesumptuosius credunt !

 

Desinant itaque huiusmodi imperiti rerum investigatores

piscare in aëre ranas, quae sine alis volare censent !

Sisyphi saxum volvant atque inutili labore revolvant,

omnemque humanam in hisce explorandis industriam

vanam irritamque se comperturos certo sibi persuadeant.

 

Horum numero iungi possunt omnes hi qui linguam Germanicam,

aut quamvis aliam, ex Hebraicis verbis vocibusque

demonstrare se posse existimant...

 

Quos inter merito primum locum obtinet Goropius BECANUS,

qui Belgicam linguam libro integro primaevam illam veramque

Hebraeorum linguam, aut saltem

mediate ab ea derivatam conatur demonstrare.

Miratus sum equidem virum, caeteroquin eruditissimum,

in re adeo ludicra tot bonos dies horasque consumpsisse !

 

Quis enim nescit, in omnibus pene linguis

nonnullas voces Hebraeis quoad sonum similes reperiri,

quarum tamen significationem ut exprimant dici vix potest,

quam violenter, quam coacte, ut, quoad sensum,

Hebraeae respondeant, detorquere conetur !

Et certe mihi persuadeo virum iudicio pollentem,

difficultates occurrentes non potuisse non praevidere !

Ut proinde ne eius existimationi nonnullo praeiudicio esse videar,

eum non tam veritate convictum, id sensisse,

quam ingenii luxuriantis aestu abreptum,

ad sagacitatem subtilitatemque ingenii ostentandam,

similia effutisse arbitrer.


FEBBRAIO  22

                                     Quei principi (?)  Giapponesi

                                     che visitarono l'Europa del 1583

 

E che poi scrissero in latino -edizione Macao 1890- l'intera cronaca del viaggio. Ritorno volentieri, malgrado le 7 giornate loro dedicate nel BREVITER SED QUOTIDIE, perchè il loro latino, l'argomento aneddottico, e perfino il loro scopo culturale, combacciano con la mia convinta illusione di star offrendo a chi sente il vuoto del latino nel suo curriculum, la comoda e autodidattica scorciatoia che i palinsesti governativi non trovano.

 

Cerco perció una lettura facile e piacevole, e non posso ripetere qui il contorno storico di ogni episodio. E` il libro intero quello che meritava uno spazio...(e sarebbe stato da solo più che sufficiente per riempire il novo ciclo del mio BREVITER!). Ma... rientriamo nella sostanza delle nuove Pagine.

 

La prima mi era rimasta in cantiere, quando lo spazio non poteva essere occupato a senso unico: e la riprendo qui, convinto che riscuoterà il vostro gradimento: è su una delle prime soste, all'inizio del lungo viaggio. Partiti dal Giappone, puntavano su GOA, nell'India, e dovevano costeggiare COCHIN  e la Peschería; in quest'ultima l'attrazione turistica piu` nota..erano i "pescatori di perle". Entro così in materia, dalla pag.16.  (Latino attribuibile a Duarte da Silva SJ).

 

 

Sed ne tibi excidat, omissis nunc maris periculis, aliquid dicere,

quanta fuerit animorum nostrorum relaxatio                                  

ex adspectu piscatorum Freti Sincapurensis (Singapore)...

Dicam, dummodo tamen de ipso Freto nonnihil commemorem.

 

Antequam ad urbem Malacam accedatur,

multae et variae sunt insulae,

quarum aliquae cum continente coniunctae,

celeberrimum illud in toto Oriente Fretum Sincapurense

conficiunt, quod ita est angustum,

ut navibus tantae magnitudinis illud primo transiecisse,

insaniae et temeritatis exemplum prorsus videatur:

nec enim celebrem inter Europam et Asiam Hellespontum,

non Bosphorum Thracium aut Cimerium cum illo licet conferre.

Tantae sunt angustiae,

talis aquarum fervor, tam flexuosum iter...

 

Sed omisso periculo a nobis adito

(parum enim abfuit quin e gurgite in vada laberemur)

mira sane fuit omnium iucunditas cum primum piscatores

illius Freti incolas, conspeximus.

 

 

EDUARDUS DE SANDE. De Missione Legatorum Iaponensium.

Macao 1590 p.16-17


Vocavi "freti incolas"

nec enim aliud opportunius habent vel tugurium vel diversorium,

quam cymbulam quandam admodum exiguam,

quam tegumento quodam ex palmae foliis confecto

operire solent contra omnes temporis caelique iniurias,

eas gravi tempestate excitata, ad litus impingentes,

ita se omnino securos iudicantes.

 

Hi, colore nigro, corpore pene nudo,

ex piscatione sibi fere victum parant,

cuius piscationis haec est ratio.

Duo sunt qui cymbulam circumferunt, et plerumque coniuges;

foemine namque egregie munus etiam hoc obeunt.

 

Alter ergo ex illis in prora est,

hastili ferro praefixo in manibus, piscem explorans:

alter in puppi, ad arbitrium exploratoris,

celerius quam credi potest cymbam circumducit,

piscemque insectatur donec,

iaculandi opportunitate capta, qui in prora est,

ita ferrum mittit, ut fere numquam non collineet

piscemque tranfigat ac recipiat.

Hoc modo, sine aliis retibus aut hamis,

magna ibi piscium (qui mululos imitantur) copia capitur

et vectoribus illac transeuntibus venditur.

 

Unde fit ut qui transeunt,

piscationis voluptate et utilitate perfruantur.  

 

Deinceps, p.23, alia adduntur de eodem argumento.

 

- Explica-quaeso- quis sit ille tractus qui PISCARIA nuncupatur.

Promontorium illud Comorinum ducentis fere leucis in mare procurrit.

Utrumque autem eius latus, variis indigenarum pagis frequens,

citerius quidem Piscariae, ulterius Travancoris nomen habet...

Piscariae tractus ex celebri -ut dixi- unionum piscatione nomen obtinuit.

In eo enim habitant piscatores qui pretiosa illa conchylia,

in quibus uniones reperiuntur, statis anni temporibus expiscantur.

 

- Sed quaenam est ibi Patrum Societatis occupatio ?

Piscatus -ut ita dicam- animarum,

quas illi iure optimo unionibus pretiosiores iudicant.

Quantum enim possunt, sedem sibi inter ethnicos,

etiam cum capitis periculo, quaerunt,  ut eos consuetudine, colloquiis,

vitae exemplo, quod caput est, ad Christianam fidem alliciant.

Et ita in utroque Commorinensi litore,

octoginta hominum Christianorum millia numerantur,

quod non parum est in illis locis ubi ethnici Reges dominatum tenent.

 

Quorum tamen animos Patres mirabiliter sibi devinciunt.


FEBBRAIO  23

                                       Andiamo verso l'Ovest. Passato il Capo,

                                        ecco una sosta... inaspettata: a Sant'Elena !

 

Proprio quella desertica isoletta che, parecchi anni dopo, passerà alla storia... perché scelta per mandarvi in esilio Napoleone. La troveremo alla pag.55 di questa cronaca. Ma non posso ommettere l'ammonimento di ricercare nel BREVITER (Maggio 5) il passaggio di questi Principi per il Capo di Buona Speranza (che precede proprio questa sosta).

 

Hoc est illud celeberrimum Bonae Spei Promontorium, gravissimis periculis et tempestatibus frequenter in eo coortis magnopere nobilitatum, quod tamen nos, divino beneficio, sexto Idus Maii, summa caeli serenitate fleximus, transitumque illum in ulteriorem regionem magno applausu iucunditateque cele­bravimus.

 

Vi aggiungo -opportunissima citazione da altra fonte- il momento e le circostanze della decisione regale su questa denominazione del famoso CAPO. Dialogano il Re del Portogallo e il suo Ammiraglio Bartolomeo Diaz: costui...

 

Deficiente iam commeatu et sexdecim fere mensibus

navigando consumptis, in Lusitaniam redierat.

Cumque, in explicando apud Regem itineris totius progressu,

ad descriptionem ingentis illius Promontorii devenisset

(frontem Africae nunnulli dixere),

idque ob atrocissimas circa ipsum exortas tempestates,

PROCELLOSUM CAPUT iure appellandum affirmaret,

" Quin immo, BONAE SPEI CAPUT esto, inquit Rex". -

Quod illi deinde nomen stabile firmumque permansit...

 

Ma... vi stavo promettendo la sosta dei Principi Giapponesi all'Isola di Sant'Elena, e rischiamo di arrivare in ritardo. Li ritroveremo in seguito a Roma, e assisteremo con loro al funerale di Papa Gregorio XIII e all' in­coronazione di Papa Sisto. Qui soltanto Sant'Elena e l'arrivo a Lisbona: di Eduardo de Sande, l.c. pp.55-56

 

Die VI Kal.Iunii portum Insulae Divae Helenae tenuimus,

quae insula a Promontorio Bonae Spei quingentis leucis seiuncta est,

in medioque mari, aequinoctii lineam versus tredecim gradibus sita,

ad cuius primum atque unicum portum ante Europam,

ea navigatione sumus appulsi.

 

Credo equidem magnam esse

tam nautarum quam vectorum laetitiam et animorum alacritatem,

cum ad istam insulam, in medio mari sitam,

tamquam ad peropportunum aliquod

tam longi itineris diversorium

et tot molestiarum perfugium adveniunt;

praecipue si ea sit  ab hominibus culta

et aliis rebus ad navigationem necessariis abundet.


Insula est hominum habitatione omnino carens

nisi sit aliquis ex illis qui olim ANACHORETAE dicebantur,

qui interdum, in ea insula manens, solitariam vitam agit

et ei talem adhibet culturam (ut saepe accidit) qualem

Lusitanorum eo devenientium necessitas postulat.

Uno ergo vel duobus ad summum exceptis,

qui ibi aliquando manent,

regio iussu prohibitum est ne plures in ea insula commorentur;

pauci namque sufficiunt ut eam colant

fertilitatemque eius promoveant; plures vero si sint incolae,

facile omnia quae in ea nascuntur consummentur,

propter soli ambitusque exiguitatem.

 

Sed quod attinet ad ea quae ibidem proveniunt,

abundat imprimis aquarum perennitate,

ad aquationem valde accommodata;

abundat pecore -praesertim minore, ut capris- deinde avibus,

sive domesticis ut gallinis sive agrestibus,

ut perdicibus aliisque similibus, quae initio a Lusitanis relictae,

maximum progressu temporis foetum ediderunt.

 

Abundat denique

multis suavissimisque diversarum arborum fructibus,

quibus omnibus rebus ad victum pertinentibus,

Lusitani, quandiu ibi sunt, abundantissime utuntur

et maxima earum onera in naves comportant

ad corporum relaxationem et alimentum.

 

Ultra superiores utilitates est etiam in hac insula

venatus et piscatus magna commoditas,

ex qua non solum corpora recreantur,

verum etiam carnibus salsis

ad navigationis victum non mediocre fit incrementum.

 

Nos igitur his omnibus commodis oblectamentisque

huius amoenissimae insulae per undecim dies utentes

nec parum alimenti ad navigationis reliquum tempus comparantes

navem rursus conscendimus et Sexto Idus Augusti,

secundissimis ventis semper spirantibus,

Olyssiponis portum tenuimus.

 

Iamvero quanta in huius portus ingressu voluptate

fuerimus perfusi, vix dici potest,

tum quod semestris navigationis tempore transacto,

tandem aliquando itineris molestiis difficultatibusque

finem imponeremus, tum etiam quod novarum rerum

mira quadam varietate oculi nostri pascerentur.

 


FEBBRAIO  24

                            Tra le città italiane cronologicamente visitate,

                           da questi PRINCIPI giapponesi,

                           noi ci soffermiamo con loro a PISA !

 

E saremo così alla pag.219 dell'edizione fotostatica che io ho tra le mani. Ho avuto anche la fortuna di raggiungere lo stesso testo nell'edizione originale di Macao, e vi confesso che fa impressione il peso culturale che rende adorabile un libro stampato in LATINO a Macao, 1590. Purtroppo la lettura diretta di questo originale diventa difficile per via dell'annerimento delle pagine.

 

E la copia fotostatica è stata fatta a tempo per poter salvare una così importante e tangibile prova dell'universalità del Latino.

 

Vi aggiungo -per coloro che conoscono il giapponese- che esiste anche la traduzione in quella lingua... che sarà ovviamente, ben altra cosa! Ma... Qui potest capere, capiat !

 

Da Alicante a Livorno, avevano quei Príncipi preventivato 14 giorni. Reflante vento e perso qualche giorno, ripartirono verso le Baleari... Kalendis Martiis toccarono un Portum Ligurinum, che vorrei fosse Livorno, benché Plinio il Vecchio, quel giorno famoso dell'eruzione del Vesuvio, decise di accorrere con una trirreme e solo a questo  momento penso` "liburnicam aptari", e quindi non so per quale preferenza il nostro De Sande non abbia scoperto che "liburnicum" avrebbe lasciato trasparire Livorno, meglio che Ligusticum. Un problema linguistico che io lascio aperto.

 

Mentre però cerco gli antecedenti da premettere nell'introduzione, mi capita una suggestiva scelta alternativa: un ballo di carnevale... che vale la pena. Quindi, senz'altre lungaggini, ecco i Príncipi a PISA (dalla pag.215).

 

Quae immediate sequuntur, cum de Impositione Cineris agant, perspicuum faciunt agi de nostro hodierno Carnevale, diebus scilicet "carnium tollendarum" quae in Hispania, vocabulo etiamnunc latino, dicuntur dies "de carnestolendas" (= carnium tollendarum).

 

 

Erat quidem nobis in animo celeriter Romam petere;

non potuimus tamen, salvo officio, eius precibus obsistere,

quibus adducti aliquot dies Pisis morati sumus.

 

Nec vero dies hi

sine maxima animorum relaxatione sunt elapsi.

Nam semel a Duce ad aucupium invitati sumus,

de quo recreati animi genere quoniam superius egi,

dicam solum

nos mirum in modum fuisse oblectatos,

accipitrum cum variis avibus pugnam acerrimam

et praedam non mediocrem ab illis reportatam intuentes.


Redeuntes domum, ad solemne tripudium vocati sumus,

ex quo mirum est  quantam acceperimus voluptatem.

Indixerat illud, in suo palatio celebrandum, Ducis uxor:

eoque concurrerunt omnes nobilissimae puellae eiusdem familiae,

vestibus elegantissimis ornatae.

Interfuit etiam Dux ipse cum optimatum caterva

nosque in honoratissima sede prope se reposuit.

 

Fuit mira illius celebris saltationis varietas:

nam, postquam viri cum foeminis graviter et venuste saltarunt,

institutum est quoddam tripudii genus, quo unus,

choragum agens, quam vult foeminam ad saltandum invitat,

illaque in theatro relicta,

quem vult virum ad tripudiandum inducit.

Atque ita personarum vicissitudine saltationis fastidium vitatur.

 

Primum igitur Ducis frater, tripudiationis auctor,

Ducis uxorem ad tripudium vocavit.

Illa deinde nostrum Mancium:

Mancius quandam aliam nobilem foeminam:

haec denique foemina me socium delegit (loquitur Michael).

 

- Credo -inquit Leo- istius exercitationis insolentiam

non parum pudoris vobis peperisse,

praesertim coram exercitatissimis et peritissimis viris.

 

- Me pudor, hinc propter illius actionis inscitiam,

inde vero nativus quidam timor ob tantae foeminae reverentiam

nobiliumque frequentiam, satis superque perturbarunt.

Verum audendum mihi fuit in publico operae,

et vires spiritusque sumendi, ne prorsus inurbanus viderer.

Nec parum contulit aliqua Europeae saltationis cum nostra similitudo.

 

- Mancius et Michael, qui primi certamen illud inierunt,

nos subsequentes aliqua ex parte pudore levassent,

nisi Iulianus, postremus omnium sociam delecturus,

in quamdam annosam anum incidisset,

quam casu spectantem deligens, omnibus risum movit.

 

- Iulianus: Quid si consulto feci ?  ut vetulae illius pudore

meus quodammodo pudor tegeretur et spectantium risum

a me, parum exercitato,

in illam, minus saltationi aptam, transferrem ?

 

- Non inurbaniter profecto fecisti

ut illa ruboris tui esset particeps, dum spectatores

hinc puerum, qualis tunc eras,

illinc vero foeminam annis onustam contemplarentur ?

 


FEBBRAIO  25

                             Faremo oggi altra visita "mozzafiato": Firenze !

                            Ma... con  una sola delle sue meraviglie

 

Mi accontento perciò di una qualsiasi delle moltissime affermazioni di sorpresa ed ammirazione, omettendo o lasciando ai ricercatori le concrete righe dedicate con tanto amore alle poche ed affrettate visite di quei giorni felici, accentrate quasi esclusivamente nella Pratolina Villa (Giardino dei Boboli?).

 

L'onni­presenza religiosa della devo­zione mariana, che a Firenze sembra aver trovato il suo centro nel momento privilegiato dell'Annunziazione dell'Angelo, mi obbliga a concedere questa volta la priorità a questa tematica pittorica, nella quale però, risulterà incomprensibile la assenza di Fra Angelico, che di Madonne e di Angeli ha riempito metà delle pareti di Firenze !

 

E poichè questa pagina finirà con un breve accenno alla Cupola del Brunelleschi, vi regalerò anche quest' indicazione.

 

Qui però, per non interrompere il Ciclo dei Principi giapponesi, passo loro la parola, per una almeno delle brevissime "transizioni", che a me servono da introduzione:

 

 

 

Illud unum vos statuere velimus:

etsi Michael noster quantum potest

Europearum rerum amplitudinem verbis assequi contendit,

non tamen omnino illud obtinere:

unde fit ut haec omnia quae ab ipso dicuntur,

potius quaedam Europeae magnificentiae adumbrata argumenta

quam integra omnino exempla reputare debeatis.


Istud sane a te dictum nos in maiorem admirationem traducit,

si enim adumbrata -ut vocas- argumenta audientes

ita obstupescimus, quid futurum esset si ipsas Europeas res

tam amplas et magnificas

oculis animisque haurire possemus ? (pag.221).

 

 

Veniamo ora alla promessa Pagina pictorica (227):

 

Ferunt fuisse olim pictorem quemdam clarissimum

qui ad pingendam huiusmodi imaginem animo vehementer fuit affectus:

cumque inferiores corporis partes inchoasset

et ad vultum pervenisset,

timens ne non posset penicillo debitam pulchritudinem assequi

caelestique illius oris lineamenta exprimere,

ad sacras preces divinaque remedia confugit;

et animi maculas confessione expians,

sacramque Eucharistiam suscipiens,

meliori rursus animo id opus aggredi instituit.

 

Cum ecce, illucescente die qui operi erat destinatus,

picturam totam ANGELICA, ut creditur, virtute absolutam invenit,

quodque ipse humanis manibus obtinere non audebat,

divina arte suppletum est !

 

Nec vero id temere creditur.

Tot enim postea consecuta sunt miracula, totque prodigia

ex eius imaginis pio intuitu et precibus,

ut plane  DIVINAM MANUM  operi illi adhibitam esse testificentur.

 

Hanc igitur imaginem videre ter sumus aggressi,

bisque confluentis populi multitudine impediti,

donec tertio, antelucano tempore, ad templum sumus admissi,

et quamdiu sacrum fiebat, aspectu illius summopere recreati;

quae plane divinam quamdam speciem sub aspectum intuentium subjicit.

______

 

Quid dicam de maximi templi fabrica, quae ex marmore tota est,

tam multis statuis circumquaque ornata, tali vestibulo decorata,

tam praeclaro adyti fastigio, quod cupulam vocant,

quingentorum et sexaginta novem graduum altitudine composita,

ut merito bis millies sextertium pretio fuerit aestimata ?

 

Taceo pulcherrimum eiusdem fastigii globum, ex aëre conflatum,

turrim eiusdem altitudinis ex Pario Lapide,

tintinnabula multa sustinentem,

aliaque similia opera, quae longum esset commemorare...


FEBBRAIO  26

                                                           Ad ogni morte di Papa

 

Non tutte la pagine sono per gioire. Qui serve di più la ricchezza pittorica o culturale che io credo

di scoprire dove meno si pensa.  E certo, questa pagina funeraria non risulterà mai un amore a

prima vista. Ma poiché i nostri amici "Principi del Giappone" si sono trovati a Roma alla morte di un Papa e all'elezione del suo successore, ambedue i temi sono stati per loro argomento obbligato dei Dialoghi latini che in questa inimaginabile edizione di Macao 1590 non credo siano proprio "andati a ruba", nè tra i portoghesi di Macao, nè dai vicini orientali. Sui quali molti di voi lettori di oggi, si saranno in partenza domandati: Ma i Giapponesi di allora, ai quali è destinato questo volume, si saranno accappigliati per essere i primi a leggere -in latino- questi capitoli ?

    

E tuttavia, il testo c'è, alle pag.263ss.

Dove, non senza una ricercata solennità tipografica, incomincia il

 

COLLOQUIUM VIGESSIMUM QUINTUM.

Quomodo Summo Pon­ti­­fici iusta solvantur,

quaeque alterius deligendi sit ratio:

quantoque omnium applausu XISTUS V

fuerit Pontifex Maximus renuntiatus.

 

Personaggi del dialogo, saranno Linus e Michael.  Del defunto, poichè qui sembra

dimenticato, ecco il nome: GREGORIUS XIII.

E vi garantisco che non toglierò nè aggiungerò da parte mia una parola.

 

Hodierno congressu duo a te commemoranda

avidissime expectamus:

unum est,  quisnam servetur modus in exequiis, sive iustis,

Summo Pontifici mortuo solvendis:

alterum vero quaenam novi praesulis supremi

deligendi ratio habeatur.

 

- Utrumque, ut pollicitus sum, praestabo vobis, ordinem singularem,

qui in rebus omnibus Europaeis elucet, diligenter observantibus:

huc enim totius huius narrationis progressus dirigitur.

 

Scitote igitur imprimis illud in more positum esse

ut Summus Pontifex, morti vicinus, Cardinales omnes convocet

et ad eos sermonem habeat, quo primum, supplici animo,

fatetur se tamquam hominem fragilem miseriisque obnoxium,

in munere suo obeundo non parum fuisse allucinatum;

quapropter ad ipsos pertinere, tamquam ad fratres carissimos,

humanarum rerum vices considerantes,

si quid offensionis in ipsorum animis erga eum sit,

penitus tollere

et extremo certamine laborantem precibus adiuvare.


Deinde vero, totam Christianam Rempublicam illis commendans,

diligenter admonet ut, post suum e vita excessum, eum Pontificem eligant

qui gravissimis officii partes sibi commissas undequaque expleat.

Tandem extremam salutem dicit omnibus,

non sine magno moerore et lacrymis

postrema illa Pontificis verba excipientibus.

 

Deliguntur deinde tres Cardinales,

qui simul cum alio, Camerarii munus obtinente,

res cum Summo Pontifice extremum spiritum agenti necessarias

tum ad custodiam sacri palatii pertinentes sedulo procurent,

et omnia quorum in exequiis est  usus diligenter praeparent:

interim vero Cardinalium conventus

civitati romanae et toti ecclesiastico statui vigilanter providet

ne quid vel in Urbe vel in Summi Pontificis iurisdictione perturbetur.

 

Postquam Summi Pontificis animus corporis vinculis solvitur,

post multas solemnesque preces pro ipso a Cardinalibus Deo adhibitas,

venerabile eius cadaver a praesentibus ministris

aqua suavissimi odoris abluitur

et pretiosissimis unguentis balsamoque conditur

pontificalibusque vestibus instar viventis exornatur.

 

Denique, feretro ornatissime cooperto,

ad pontificalem sacellum deducitur.

 

Ad illud statim sacerdotes omnes

et ex cunctis familiis religiosi viri conveniunt,

precesque multas et varias de more decantant,

aliisque solitis caerimoniis corpus illud exanime prosequuntur.

 

Ulterius ad templum Divi Petri a canonicis

cum maxima pompa apparatuque deducitur, ubi rursus

ab eisdem vel aliis sacerdotibus preces supplicationesque

cum magna religione instaurantur,

venerandumque illud corpus Supremi Parentis comitatum

in templo relinquitur, totique populo

videndum, reverendum et deosculandum permittitur.

 

Mira est sane tum temporis populi frequentia ad Supremi Parentis

corpus oculis intuendum, animis atque intimis sensibus colendum

pedesque ipsius summa veneratione dignos,

amplexibus atque oculis frequentandos.

Aliquibus iam diebus hac populi pietate et religione consumptis,

demum cadaver illud, pontificiis insignibus decoratum,

in sepulchro honorificentissimo, non sine omnium lacrymis, reconditur.

 

Tunc sollemnium exequiarum fit initium,

quorum descriptionem breviter proponam...


FEBBRAIO  27

                                            Fumata bianca  o  Fumata nera ?

                                            Papam  habemus !

 

Non omette il nostro Duarte de Sande nemmeno uno solo dei regolamentati passi della votazione segreta e del rigorosissimo scrutinio delle schede. Anzi nemmeno della lettura dei fogli che, uno dopo l'altro, vanno estrati dal calice dove con reverenziale riguardo sono stati ritualmente depositati. A noi però interesa piuttosto il momento dell'applauso:

 

Ut primum ergo vel acclamatione vel suffragiis

ad numerum illum designatum pervenitur,

et ille qui acclamationem hanc vel suffragia consequitur,

id assensu suo comprobavit,

a primo Episcopo Cardinali Summus Pontifex renuntiatur.

 

Ci si descrive anche la gioia (iucunditas, laetitia, congratulatio... dei cardinali votanti); ma la vostra curiosità punta a questo momento sulla proclamazione dal balcone centrale della Basilica, dinanzi al popolo, che sarà in attesa. Niente fumata bianca o nera: forse perché è stata inventata dopo. Abbiamo invece la biografia dell'eletto, che fu questa volta -dopo 5 giorni di conclave- il prev­vedibile Montalto, francescano, nato nel Piceno o Marca Anconetana. Non manca però (pag.272) una breve cartolina sui festeggiamenti popo­lari:

 

Xisti V renuntiationem

magnopere Romana civitas celebravit:

nam et ex Arce Sancti Angeli

ingentes bellicorum tormentorum sonitus

frequentissime sunt auditi,

et multae artificiosaeque ignis species visae;

per totam urbem funalia, faces variaeque

diversi generis lampades, ignem continentes, spectatae,

quibus nocturno tempore collucentibus,

nocti mira quaedam pulchritudo addebatur.

 

Non dimentichiamo che se stiamo presenziando un'incoronazione papale, il nostro interesse va ai rapporti nascenti tra il mondo cattolico orientale e la Curia Pontificia. Sarà questa la motivazione prevalente nella PAGINA che ora incomincia.

 

Quid de nobis dicam, quibus nova quaedam lux oboriri visa est,

parentem filiis cum magno gaudio restitutum,

id in animum merito inducentibus.

Nec vero Romana tantum civitas hoc iucundissimo nuntio potita est,

sed idem laetissimus rumor, missis in diversas partes viatoribus,

per omnes fere Europae provincias

cum summa omnium alacritate dispersus est, unde reges principesque,

per legatos missos ad ipsius obsequium, se supplices obtulerunt.

 

Declaratus ergo Summus Pontifex Xistus V,

primum quidem ad Divi Petri templum de more delatus est;

deinde tanquam Christi Vicarius in ara collocatus...


Nos die saturni subsequenti Summum etiam Pontificem adiimus,

de supremo illo gradu ad quem divino numine fuerat evectus

gratulaturi et  -nomine Iaponensium regum et principum-

debitum honorem ei praestituri.

 

Ille nos laete et iucunde

(tamquam Gregorius decimus tertius e mortuis excitatus) excepit,

nobisque, laetitiam de ipsius creatione significantibus,

multis benevolentissimisque verbis affirmavit

Res Iaponenses non minore amore et diligentia a se esse curandas,

nec Gregorii XIII praesentiam ulla ex parte esse desiderandam.

 

Praeterea patribus commendavit

ut in rebus omnibus necessariis nobis subministrandis

magnam operam ponerent,

et quidquid Iaponensium rerum statui

utile et accommodatum esset,

ipsi subiicerent seque nulla in re unquam defuturum,

constanter fuit pollicitus. 

 

Haec autem verba, maximum amorem testantia,

re ipsa atque opere  manifeste sunt comprobata.

Quamdiu autem Romae fuimus,

nulla in re Gregorii XIII vel benevolentiam vel liberalitatem

vel denique de Iaponensibus rebus

curam et sollicitudinem desideravimus.

 

Calendis Maii a novo Summo Pontifice

ad festivam consecrationis ipsius celebritatem invitati sumus...

cum vero Summus Pontifex sacro oleo unctus est et consecratus ,

Mancio nostro ad manus Eius sacras abluendas aquam fundente

(quod magni honoris loco numeratum est)...

 

Non omittam hoc loco rem commemoratione dignam,

quae in hoc processu observari solet:

magistratus enim ille qui caerimoniarum magister dicitur,

altera manu stuppam arundine pendentem portans,

altera vero cereum ignitum arundini insertum

ignem stuppae admovet, eaque subito incensa et inflammata,

ad Summum Pontificem conversus, ait:

Pater Sancte, SIC TRANSIT GLORIA MUNDI !

 

Quod cum magistratus ille ter de more faceret,

Summum Pontificem Xistum V,

non sine magno sensu, capite demisso annuentem,

et veritatem illam manifeste comprobantem vidimus.


FEBBRAIO  28           (Attenzione: Qui  siamo liberi di avere un 28 e 29:

                                      Quindi siete preavvertiti, non è questa l’ultima PAGINA di Febbraio)  

 

                                            Sulla via di Lisbona: non saltare Milano !

                                            Una polaroid almeno in valigia

                                            per farla vedere in Giappone nel 1584

 

Non voglio questa volta "inventarmi" un motivo per inserire qui una PAGINA in più, come ho fatto nel BREVITER. Se Febbraio è universalmente il mese più breve, ben­ve­nuto sia, così com'è. Doppiamente benvenuto poi per i Milanesi. Meglio ancora per quei cittadini che riescano a trovare in qualche biblioteca il dignitoso libro dedicato monografi­camente, 10-15 anni fa, a questa visita.

 

Pollet urbs Mediolanum maxime tum loci munitione, tum etiam amoenitate.

Quod enim ad hanc attinet, sita est in ea parte Italiae,

quae olim Gallia Cisalpina, nunc Lombardia dicitur,

et, absque controversia, omnium Italiae provinciarum est amoenissima.

 

Hanc urbem fluvius quidam iucundissimus interfluit,

riparumque suarum vestitu viridissimo,

altissimisque et opacissimis arboribus, pulcherrimum eius agrum efficit.

 

Munita vero est duplicibus moenibus,

quibusdam quidem amplioribus recentioribusque,

adhibita latissima fossa;

aliis vero vetustioribus, adiuncta item fossa, utrisque tamen firmissimis.

 

Cum enim olim urbs haec moenibus cincta esset,

et postea eius suburbana maximum susciperent incrementum,

necesse fuit aliis muris ea circumsepire,

quibus urbs spatiosissima reddita est.

 

Praeter utraque moenia est etiam in ea quaedam arx,

omnium totius Italiae munitissima, quae, etsi urbi coniuncta,

peculiarem tamen Praefectum propriamque administrationem habet,

fossaque et validissimis propugnaculis circumdata est.

 

Exornatur item haec urbs vicorum latitudine,

domuum pulchritudine, aedificiorum apparatu,

quae omnia pulchram, amoenam et valde munitam perficiunt.

Ad amoenitatem non solum ipsius

sed etiam totius pagi mediolanensis facit,

quod septemdecim lacus uberrimos et sexaginta quatuor fluvios habeat.

 

Est praeterea ipsamet urbs tantopere non modo mercatorum,

verum etiam variorum artificum frequentia florens,

ut communi proverbio dici soleat

"ei qui vellet totam Italiam exornare, Mediolanum esse extinguendum",

quia videlicet totius ornatus,

artificii operisque genere ita est cumulatum,

ut ab eo acceptis rebus, caeterae omnes urbes abundare possent.


In hac enim urbe omne genus gausapini, serici, auri phrygio opere texti,

argenti in bracteas molliti et alia omnia ingeniosissima opera fiunt.

 

In eadem ex auro et argento, ex aere, ex marmore, vasa, statuae,

emblemata, imagines, similiaque alia pretio et pulchritudine conspicua,

conficiuntur. Ex quibus, eo tempore quo Mediolani fuimus,

viginti octo aereas statuas, videlicet duodecim Apostolorum,

quatuor sacri Evangelii scriptorum, quatuor item Doctorum

aliorumque Divorum plurium, iussu Regis Philippi

operosissime fabricatas vidimus, ad Scurialense Coenobium deportandas,

quarum singulae sex aureorum millibus stetisse dicebantur.

 

In eadem denique urbe arma,

seu ad defensionem seu ad offensionem pertinentia, miro opere cuduntur,

et ex illis sunt ea quae a Mantuano Duce nobis dono data,

superioribus diebus vidistis.

Quo fit ut nihil arte et ingenio elaborari possit,

quod non abunde in hac urbe reperiatur.

 

Inter nobilissima aedificia templum maximum imprimis numeratur,

tanto sumptu, tamque admirabili arte confectum ut,

sive magnitudinem et artificium, sive materiae et ornamenti

pretium perpendas, excepto Romano templo Divi Petri,

pauca omnino in tota Europa cum eo possint conferri:

parietum namque facies utraque, tam interior quam externa,

non solum ex purissimo marmore est composita,

verum totum illud tam multis ex lapide Pario statuis abundat,

ut maximus inde decor splendorque subsequatur.

 

Iamvero arae maximae paries, eo est ornamento,

et reliquarum sacrarium eo est artificio,

ad aurum multis adiunctis unionibus et margaritis,

ut pretio et pulchritudine reliqua de quibus diximus facile adaequet.

 

Coenobium etiam Dominicanae familiae est in ea sumptuosissimum,

cuius bibliothecam ex optimis totius Italiae iudicavimus.

 

Habet Societas Iesu in hac urbe duo domicilia:

unum est collegium in quo gratissimum hospitium habuimus,

cum eiusdem patribus et fratribus, qui octoginta numerantur:

alterum vero est Domus Professa,

cuius opus, etsi novum et nondum ad fastigium perductum,

sexaginta iam aureorum millia consumpsit.

 

In hac urbe octo dies morati sumus,  paucos illos quidem,

si multa quae in ea spectanda se offerebant, considerentur:

non tamen diutius morari licuit, nuntio Genua allato,

ad triremes iam paratas conscendendas

navigationemque Hispanicam ineundam nos vocante...    


FEBBRAIO  SCADUTO ?

 

                       Vi voglio offrire qui, a sorpresa, una mia PAGINA SUL CALCIO,

                       che fu perfino premiata, nel lontano 1954, nel  Certamen Vaticanum 

                       de prosa latina, e  pubblicata  nella LATINITAS, del Vaticano, ottobre 1954 .

 

Un solo preavviso sul contenuto. Esso finirà con un’esaltante invito a godersi il vero Calcio, il Calcio pulito. Ma precederà – era un obbligo per me, essendo stato offerto questo argomento come uno dei temi liberi Le moderne  Olimpiadi (De restitutis nostra aetate Olympiis) una riflessione sulle caratteristiche dimenticate proprio in questo recupero di vecchie e gloriose tradizioni: il sottofondo religioso di quelle gare, e l’assenza totale di ogni prospettiva crematistica .

 

Erant enim imprimis LUDI OLYMPICI,  actus quidam cultus,

quod absurde hodie nostris multitudinibus proponas: cultus tamen

ampliore quodam sensu quam nostra aetate intelligitur,

sed non ideo a diis et a religione alieni.

Id autem non sola probabili coniectura profero, eo quod,

ut in omnibus graecorum rebus nos edocet historia,

nefas sit aut deos aut heroas a certaminum originibus excludere;

nec propterea tantum quod prima certamina,

in heroum funeribus acta fuisse constet;

sed eo potissimum argumento quod Olympica Certamina,

cum Pelopis tumuli honore insolubiliter connexa,

ante Iovis templum agebantur, consumpto integro primo die

(ex solis quinque quibus Olympia constabant),

auguriis ominibusque capiendis,

supplicationibus faciendis et huiusmodi,

nec non recipiendo ante aras iureiurando eorum qui, dato nomine,

erant in certamina descensuri.

 

Quodsi post partas pauculas victorias,

quintus - ultimusque dies!- conviviis et epiniciis dabatur,

vide quantum religionis huiusmodi gaudiis

veteres homines inmiscerent,

qui talia procul a templo peragi vix conciperent !

 

Hodie ludicra certamina recte PROFANA dixeris plena vocis vi,

quae  a fano alienum  respicit,

a templo et a religione scilicet perquam extraneum.

 

Praeterea, quis non videt ab antiquis

NULLAM  pecuniae rationem fuisse habitam, qui ludis decorandis

NIHIL ex tanta hominum frequentia reportarent ?

Ipsi autem qui agonibus nomen dabant,

indonati –non solum si victi recedebant- verum etiam si victores:

sola CORONA OLEAGINA contenti,

de nobilissima parta victoria maximas diis gratias agebant.

Quibus rebus nihil simile in hodiernis Olympiis reperimus:

adeo sunt mutata tempora et ipsorum ludorum ratio !


Fovisse Olympia populorum pacem non semel legimus:

in qua re iudicanda homines nimia duci benevolentia equidem crediderim...

 

Vi risparmio il seguito delle mie giovanili dichiarazioni dell’anno 1954, e lasciamo questo spazio disponibile che ci regala questo “elastico  Febbraio” per l’esaltazione del  CALCIO PULITO, già parzialmente riprodotto da me nel  BREVITER SED QUOTIDIE (Settembre 17) e ora un tantino rittoccato. Vi offro inoltre l’opportuna segnalazione che il  TIRO A PORTA , filmato alla moviola, potrebbe utilmente esse imparato a memoria, quanto meno da quelli che “quest’anno” avranno avuto la soddisfazione dello scudetto vinto dalla loro squadra.

 

Eccovi a questo punto la PAGINA eccezionale che vi regalo in questa giornata...inesistente nel vero Febbraio.

 

 

           IL  CALCIO  BEN  GIOCATO

 

                                CHE PASSIONE  ¡

                                      Et qualis  maturescentibus  schola !

 

Inter  LUDOS (sports) nostrae aetatis

           UNUS venustissimus et splendidissimus habetur

           qui in omnibus fere linguis

          a  FOLLE et CALCIBUS  nomen accepit.

 

Ludus est iste contentionis maximae.

Spectantes ipsi, hinc spe, hinc desperatione de victoria suorum,

iucundissime tamen irritantur.

 

Solum –eheus--diuturna educatio vel poenarum irrogatio

eorum studia vix a probris et conviciis continet.

 

Ludentes ipsos

non semper a gratuita adversarii vulneratione contineri...

pro pudor, saepius quam par esset lamentamur !

 

Sed ubi ludicra institutio

vitia haec ---quae contendentium, non contentionis sunt---

procul amandare obtinuit,

sibila scilicet, probra, incondita et obscena verba,

nullus alius ludus  tantam sibi venustatem vindicabit,

nullus pulchrius praebebit spectaculum liberioremque prospectum.

 

Effusis in campum iuvenibus, qui corporis praestantiam iactant,

tibi spectaculo erunt

non solum elegantes eorum cursus atque recursus

quibus forte initio adversarios utraque acies cognoscere studet

vel eos, procursando recipiendoque sese, fatigare,

sed iustae  conflictantium acies et ordinatissimi progressus.


Etsi enim undecim adversus totidem in ludo viri consistunt

et adversis concurrunt viribus,

nihil  ibidem tumultuariae pugnae invenies.

 

Postquam per incertum tempus varia fortuna certatum est,

ecce, quasi signo dato, alteri totis viribus alteros adoriuntur.

Sustinent illi atque mirabili arte solertiaque se explicant.

Follis interea  huc illuc continuo iactu proicitur: ubi  autem aliquis illum

ab adversariorum assidua et molesta societate liberior factus possidet,

reliqui concursant ut hostem -si possint- intercipiant!  follem vero,

- nisi inter aciei socios sollertissime subministrando-, distribuat,

numquam secure ad portam ipse proiciet !

 

Ecce vero quod omnes

concordi studio sed  frustra persequuti diu fuerant,

unus –arte vel fortuna ductus-- tandem triumphans assequitur .

 

Non impeditus, sese tandem intra oppositam aciem cum folle proripit,

Exsultat insperata fortuna, et

occasione in se unum vertendae gloriae validior factus

(ingentes enim faventium clamores eum audaciorem efficiunt),

validissimo ictu  follem proicit et portam adversariorum penetrat.

 

Consonant inmensae caveae plaudentium fremitu

exsultantque gaudio socii,

qui undique gratulabundi  ad triumphantem commilitonem accurrunt.

 

Sed ad certamen maiore nunc contentione est redeundum,

cum  ferocius adversarii, incensi atque incitati, adoriantur.

 

Acrior igitur de integro oboritur pugna;

illos successus alit, hos pudor, quia propius periculo sunt...

 

At HEROS  plerumque huius ludi ille est  qui pro porta stat,

omni arte et velocitate impediturus

quominus follis intra cancellos mittatur,

etenim  AB EO UNO  summa victoria saepissime pendet.

 

Interdum, dum procul est conflictatio

nullusque spectantium oculus in eum intuetur,

ipse –immotus sed vigilantissimus--

quasi a certamine alienus quiescit.

 

Ast  pugna paulisper propius accedente,

videbis eum primo prorsus curvari,

vacillare deinde et, quasi levato pede, iamiam huc illuc moveri,

et omnem  adversariorum motum persequi.


Ubi follis tandem velocissimo ictu contra eum coniectus fuit,

cum simul omnium –et ludentium et spectantium-- oculi et animi

ad unum eum conversi pavent

(quae pavida conversio unius instantis est

sed anxiae plena sollicitudinis, quia de summa ludi agitur),

tum ecce eum, velut fulmen, porrecto corpore insilire,

et brachia et manus et ipsos digitos protendere, si forte possit

proiectum follem apprehendere vel in obliquum saltem avertere,

ne, penetrata porta, spes victoriae auferatur !

 

Foveatur semper hic ludus

qui honestissimam et venustissimam animi relaxationem

spectanti praebet, ludenti autem tirocinium virtutum.

Accedant lusuri animis generosis;

sociis vere sociis, adversariis nonnisi ludi gratia adversarii;

Ast de ultima victoria prudenti moderatione solliciti,

se singulis momentis  VICISSE  existiment 

si pigritiam, si ignaviam, si cupiditatem vicerunt.

Si studuit quisque non se ex velocitate et lacertis,

sed ex sua ipsius VIRTUTE nobilitari.

 

Nonne virtutes et fortiora multorum robora

unius vitio saepe vincuntur ?

Nonne vel robustisima omnium undecim compago

per solam  FORTUNAM  deicitur,

saepe ad contrarios victoriam suo lubitu transferentem ?

 

Vera victoria est  ARTE, VIRTUTE, PERSEVERANTIA  arripienda,

non solis numeris seu  PUNCTIS qui dicuntur  computanda !

Vere VICTOR ille est qui, sui minime immemor,

sese ludo ut LUDO tradit,  ut per id oblectamentum,

et corporis vires exercendo roborentur

et animi virtutes maiore deinceps fructu

in graviora  vitae et aeternitatis negotia impendantur.

 

Velit Deus splendidissimo huic ludo

Idoneam tempestatem placidumque caelum subministrare !

 

Arceantur pluviae, hyemalia mitescant frigora,

dispulsis nebulis  altus et mitis effulgeat sol,

qui motus et colores perfusa lucis gloria decoret...

 

En tunc milia et milia spectantium hominum

poterunt  sesquihora  eo delectari certamine,

quod,  si antiqui novissent,

in fastigio Certaminum Olympicorum collocassent  !